Giusto una riflessione pre-voto, da parte di un siciliano che non potrà tornare a casa per votare.
Inutile ragionare su come andrà a finire, però. Da siciliano rilevo che, dopo le regionali di novembre, è tornato il centrodestra unito che ha quasi sempre governato la mia regione. Nell'Isola ormai la partita sembra solo tra la nuova alleanza berlusconian-salviniana e il Movimento 5 Stelle. Dunque il centrosinistra e la sinistra sono fuori gioco. Per esclusiva colpa loro. Soprattutto del Pd.
Ma la riflessione che faccio è su ciò che c'è alla sinistra di Renzi. E su un aspetto che non è quasi mai stato sottolineato abbastanza. La Sicilia ha un suo elettorato di sinistra, certo, storicamente radicato in alcune zone soprattutto. Ora, però, chi votava a sinistra (sinistra, dico, non Pd...) si è buttato sui 5 Stelle. Eppure, com'è possibile che una delle regioni meno "rosse" che ci siano in Italia abbia espresso negli ultimi cinque anni i leader delle formazioni politiche a sinistra del Pd?
Nel 2013, l'accozzaglia di Rivoluzione Civile era guidata da Antonio Ingroia, tanto improbabile come tribuno quanto "movimentato" era da pm antimafia. Come andò, si sa. Adesso c'è Liberi e Uguali, un altro puzzle non troppo ben assemblato, ancora più esplicitamente anti Pd, considerata la provenienza della maggior parte dei suoi esponenti, candidati e leader-ini. "-ini", perché il leader dovrebbe essere Pietro Grasso, uno che a oltre 70 anni, e dopo un quinquennio da seconda carica dello Stato, dice di voler mettere in gioco "il ragazzo di sinistra" che c'è in lui. Lasciando perdere le persino ovvie battutine su chi comanda davvero ("ha i baffi, è intelligente e ha la barca a vela", secondo una memorabile battuta di Benigni?), è singolare che anche Grasso sia stato un procuratore antimafia, però di livello molto più alto di Ingroia (il quale a sua volta ora si presenta con l'improbabile Lista del Popolo per la Costituzione). I due non si amano affatto, oltretutto. Uno, il giovane Antonino, è uomo di piazza e "partigiano", l'altro, l'anziano Piero, si è costruito una impeccabile carriera istituzionale, "politica".
Ecco, per due volte di fila la sinistra italiana, variegata e inconcludente, si è affidata a ex magistrati antimafia, forse proprio per l'unica ragione che sono stati magistrati antimafia... In mezzo ci metto pure le ultime regionali, con Claudio Fava che è entrato all'Ars alla guida del suo movimento Cento passi per la Sicilia. Fava è vicepresidente della commissione Antimafia.
La riflessione: sarà pure legittimo – e lo è, altroché – criticare i metodi della selezione della classe dirigente degli altri partiti e schieramenti, a partire dai 5 Stelle, ma trovo ancora più grave l'incapacità della sinistra di scegliere leader veri e attendibili, anziché sventolare bandierine e dimostrare la distanza da quel poco di elettorato che le sarebbe rimasto. Qui non ha senso rivangare le solite polemiche sui professionisti dell'antimafia, ma parlerei dell'antimafia dei professionisti...
Due ex procuratori e un membro della commissione parlamentare. Come se a rappresentare l'antimafia dovessero essere solo i nomi istituzionali e non anche quelli che la fanno ogni giorno senza clamore. In Sicilia e non solo. E come se per essere di sinistra si dovesse dichiarare platealmente la patente dell'antimafia. Antimafia lo si è, non lo si fa.
Mi ricorda la risposta di Enzo Biagi a una domanda sulla nascita del Partito Democratico: «Pensavo che tutti i partiti fossero democratici»...
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sabato 3 marzo 2018
domenica 29 ottobre 2017
Beppe Grasso e Pietro Grillo
Diceva Beppe Grillo, correva l'anno 2013, intorno a metà marzo, che la candidatura di Pietro Grasso a presidente del Senato era una "trappola" del Pd per il Movimento 5 Stelle. La linea ufficiale degli inflessibili pentastellati, appena entrati nelle stanze del potere politico nazionale, era di non votare nessuno, ma 18 senatori si ribellarono all'idea che potesse essere confermato alla seconda carica dello Stato il forzista Renato Schifani. I più duri, in questo senso, furono alcuni senatori siciliani. Che ora, guarda caso, non stanno più dentro il M5S ma sono finiti a sinistra...
Per Grillo era allora più importante il rispetto pedissequo dei dettami del blog, per la politica era ancora presto. Ora invece, riassumendo quattro anni e mezzo di giravolte e contraddizioni, pare che la politica sia più importante. Chiamatela politica, oppure realismo, oppure persino Realpolitik, ma alla fine anche Grillo e i suoi sembrano essersi resi conto che non esiste solo la virtualità della presunta democrazia diretta del web. Con le elezioni regionali alle porte in Sicilia, il Movimento 5 Stelle sembra aver aperto la caccia ai voti di sinistra o centro-sinistra che il Pd, in teoria perlomeno, dovrebbe perdere dopo l'abbandono del presidente del Senato, appunto quel Pietro Grasso più volte attaccato sul sacro blog, in una sorta di lotta tra fazioni dell'antimafia, e definito financo «grigio funzionario governativo incaricato di fare del regolamento [del Senato] stracci per la polvere».
Il travaso di voti dal Pd verso sinistra è nell'ordine delle cose già da prima dell'uscita di Grasso dal partito, vuoi per la gestione delle candidature vuoi per l'eredità dell'improbabile presidenza Crocetta. Ma è indubbio che qualcuno potrebbe avvantaggiarsi dalla mossa di Grasso, e tra i grillini si spera di rubare questi eventuali voti di delusi all'altro candidato che potrebbe intercettarli, cioè Claudio Fava con le sue liste di sinistra contrapposte al Pd. E questo perché al Movimento rischia di venir meno il grande bacino di voti del centrodestra...
Naturale evoluzione: dall'antipolitica all'antimafia all'antitesi. Di se stessi.
Per Grillo era allora più importante il rispetto pedissequo dei dettami del blog, per la politica era ancora presto. Ora invece, riassumendo quattro anni e mezzo di giravolte e contraddizioni, pare che la politica sia più importante. Chiamatela politica, oppure realismo, oppure persino Realpolitik, ma alla fine anche Grillo e i suoi sembrano essersi resi conto che non esiste solo la virtualità della presunta democrazia diretta del web. Con le elezioni regionali alle porte in Sicilia, il Movimento 5 Stelle sembra aver aperto la caccia ai voti di sinistra o centro-sinistra che il Pd, in teoria perlomeno, dovrebbe perdere dopo l'abbandono del presidente del Senato, appunto quel Pietro Grasso più volte attaccato sul sacro blog, in una sorta di lotta tra fazioni dell'antimafia, e definito financo «grigio funzionario governativo incaricato di fare del regolamento [del Senato] stracci per la polvere».
Il travaso di voti dal Pd verso sinistra è nell'ordine delle cose già da prima dell'uscita di Grasso dal partito, vuoi per la gestione delle candidature vuoi per l'eredità dell'improbabile presidenza Crocetta. Ma è indubbio che qualcuno potrebbe avvantaggiarsi dalla mossa di Grasso, e tra i grillini si spera di rubare questi eventuali voti di delusi all'altro candidato che potrebbe intercettarli, cioè Claudio Fava con le sue liste di sinistra contrapposte al Pd. E questo perché al Movimento rischia di venir meno il grande bacino di voti del centrodestra...
Naturale evoluzione: dall'antipolitica all'antimafia all'antitesi. Di se stessi.
martedì 6 settembre 2016
La banda dei neomelodici
Succede che a Siracusa venga ospitato uno spettacolo di cantanti neomelodici e rapper nel campetto di una parrocchia gestita da un prete molto impegnato sul fronte dei migranti. Talmente impegnato che tre anni fa fu arrestato e poi subito prosciolto per un presunto giro di falsi permessi di soggiorno. Succede che l'avvocato di don Carlo D'Antoni era la deputata nazionale Pd Sofia Amoddio, membro della commissione Antimafia, dove siede anche Davide Mattiello, torinese e da anni esponente di Libera. E succede che Mattiello, anche lui del Pd, abbia denunciato che tra gli organizzatori dello spettacolo di sabato scorso a Borgo Minniti, Siracusa, c'erano pure Concetto e Seby (all'anagrafe Sebastiano) Garofalo, padre e figlio, condannati a 8 e 3 anni per estorsione ai danni di un imprenditore, ora sotto protezione in località segreta. Succede dunque che la vittima sia costretta a una vita da fuggiasco, mentre i "carnefici" non solo evadono dai domiciliari ma si prendono pure gli applausi della piazza in un posto che sulla carta dovrebbe respingerli. Magari gli applausi andavano ai vari "artisti", dal presentatore Angel alla star della serata Daniele De Martino, rapper palermitano di Borgo Vecchio autore di Nu guaglione 'e quartiere, dedicata al rapinatore Gaetano Castiglione, detto 'O spara spara. Ma magari gli applausi erano davvero anche per gli organizzatori della "bella serata"...
Quello che colpisce non è solo l'ennesima dimostrazione di controllo del territorio della criminalità, ma una singolare concentrazione di impotenza e sottovalutazione del fenomeno da parte delle autorità e delle istituzioni. Perché è vero che c'è la cosiddetta "emergenza migranti", è vero che a Siracusa c'erano i mondiali di canoa polo (sic), è vero che di scuse se ne possono trovare tante, ma è strano che si decida, evidentemente per non turbare l'ordine pubblico, di non bloccare il concerto e limitarsi a filmarlo e redigere un verbale (magari ci faranno pure un bel bootleg). La domanda se l'è fatta appunto in Antimafia l'onorevole Mattiello, non prima di aver mandato, già venerdì, un messaggio alla collega Amoddio: cara Sofia, nella tua città succede che... Succede che lo Stato, che poi chiede alle vittime del racket di denunciare, all'occorrenza non si rende conto che gli stessi estorsori fanno soldi con concerti, partite di calcio, processioni. E gli unici a guadagnare prestigio e consenso sociale sono i boss e i guaglioni 'e quartiere.
Quello che colpisce non è solo l'ennesima dimostrazione di controllo del territorio della criminalità, ma una singolare concentrazione di impotenza e sottovalutazione del fenomeno da parte delle autorità e delle istituzioni. Perché è vero che c'è la cosiddetta "emergenza migranti", è vero che a Siracusa c'erano i mondiali di canoa polo (sic), è vero che di scuse se ne possono trovare tante, ma è strano che si decida, evidentemente per non turbare l'ordine pubblico, di non bloccare il concerto e limitarsi a filmarlo e redigere un verbale (magari ci faranno pure un bel bootleg). La domanda se l'è fatta appunto in Antimafia l'onorevole Mattiello, non prima di aver mandato, già venerdì, un messaggio alla collega Amoddio: cara Sofia, nella tua città succede che... Succede che lo Stato, che poi chiede alle vittime del racket di denunciare, all'occorrenza non si rende conto che gli stessi estorsori fanno soldi con concerti, partite di calcio, processioni. E gli unici a guadagnare prestigio e consenso sociale sono i boss e i guaglioni 'e quartiere.
mercoledì 27 gennaio 2016
Il nostro Kunsertu
Mokarta è una canzone meravigliosa. La cantavano i Kunsertu, gruppo siciliano di culto, pioniere italiano tra Ottanta e Novanta della world music ("100% etno-rock"). Mokarta è una serenata bellissima, scritta nel 1985, che forse prendeva pure spunto dalla celebre Rosa fresca aulentissima di Cielo d'Alcamo (XIII secolo, quando il siciliano era già lingua). Ho scoperto solo ieri, per caso, che Sergio Lo Giudice è stato uno dei sassofonisti dei Kunsertu.
Cercavo Lo Giudice per un'intervista, ma per ben altre ragioni. Quasi 55 anni, senatore della minoranza Pd, già consigliere comunale a Bologna, presidente onorario dell'Arcigay, sposato dal 2011 e padre di un bimbo nato nel 2014 da maternità surrogata. Con lui ho fatto una lunga chiacchierata sul QN sul tema caldo del momento, il dibattito sulle unioni civili (proprio nel giorno in cui il Consiglio d'Europa ha chiesto all'Italia di riconoscere legalmente le coppie gay).
Sergio Lo Giudice è nato a Messina ma ha lasciato la Sicilia poco più che ventenne. Gli ho pure chiesto che impressione ha ora dell'Isola dal punto di vista dei diritti gay. «È molto cambiata rispetto ad allora, anche se in giro restano molti pregiudizi. Ma penso a iniziative come il Gay Pride di Palermo e vedo che c'è una grande capacità di accoglienza, quell'umanità tipica dei siciliani, oltre i maschilismi. I pregiudizi cadono quando c'è un confronto diretto con le persone».
Matrimonio in Norvegia e un figlio da madre surrogata negli Stati Uniti. Sergio Lo Giudice, 54 anni, senatore Pd, portavoce dell’area di minoranza Retedem e presidente onorario dell’Arcigay, è stato il primo uomo politico a diventare padre gay. Dopo aver sposato nel 2011 a Oslo il suo compagno Michele, nel 2014 è nato Luca.
Sergio Lo Giudice con il marito e il figlio
Senatore, su questo giornale la professoressa Eleonora Porcu, luminare della fecondazione assistita, ha definito la pratica dell’utero in affitto “una schiavitù per le donne”. Come risponde?
«Innanzitutto preferisco parlare di ‘gestazione per altri’, come si dovrebbe dire correttamente. Altri luminari come Carlo Flamigni la pensano diversamente dalla Porcu. Ma condivido pienamente tutte le obiezioni sullo sfruttamento di donne afflitte dal bisogno, dalla fame, o persino dal racket, nei Paesi poveri come India e Thailandia, dove le coppie gay non hanno comunque accesso a queste pratiche. A volte sono gli stessi mariti a costringerle».
Questo nei Paesi poveri. E negli Stati Uniti, come nel suo caso?
«Lì, come anche in Canada, ci sono legislazioni avanzate. Le donne devono essere economicamente sufficienti e avere avuto già dei figli».
Però non è una pratica per tutti. Andare dall’altra parte dell’oceano costa...
«In effetti no, ce la fanno solo le persone che possono permetterselo. Però sarebbe ora di aprire un ragionamento, un confronto serio e trasparente: altri Paesi europei, Gran Bretagna, Olanda, Belgio, anche la Grecia, consentono questa pratica».
La professoressa Porcu parla anche del rapporto madre-figlio. Rapporto “fisico, carnale”, lo ha definito. In un caso del genere viene a mancare?
«Non è come la legge 40 sulla fecondazione artificiale che prevede l’anonimato dei donatori. Noi siamo invece in costante collegamento con la madre surrogata americana. Le mandiamo le nostre foto di famiglia, lei le sue. I bambini delle famiglie arcobaleno cresceranno avendone piena consapevolezza. Le coppie gay sono assolutamente trasparenti su questo punto. E non potremmo fare altrimenti».
Le coppie etero non sono trasparenti?
«Il 95% delle coppie che accedono alla maternità surrogata sono eterosessuali. Ma perlopiù non lo dicono. Il punto è un altro».
Quale?
«Si parla dell’utero in affitto, termine orribile, solo per esprimere un pregiudizio contro la genitorialità omosessuale. È un dibattito strumentale: questa tecnica è vietata in Italia né tantomeno la sdoganerebbe il ddl Cirinnà».
Il cardinale Bagnasco però ha detto che “i figli non sono un diritto”.
«Bene, sono d’accordo. Non esiste alcun diritto ad avere figli. Ma esiste quello di avere tutti le stesse opportunità. E per i bambini di avere una famiglia. Non possono avere diritti diversi solo per una decisione degli adulti. D’altra parte solo nel 2014 siamo finalmente arrivati a una legge che cancella la distinzione tra figli naturali e legittimi...».
martedì 8 dicembre 2015
Il ponte sul traghetto di Messina
Dopo la tragedia dei 31 morti nel 2009 sotto il fango di Giampilieri, qualcuno a Messina notava che il Ponte sullo Stretto non era certamente l'urgenza principale: «La Sicilia e il Sud hanno altre priorità. Parlare poi della costruzione del ponte all'indomani di una tragedia ambientale con trenta morti e centinaia di sfollati è, tra l'altro, offensivo. Il nostro territorio ha bisogno di risorse per ripristinare i danni dell'abusivismo e per costruire infrastrutture veramente indispensabili. Le priorità sono strade e ferrovie che garantiscano la crescita delle nostre terre, non progetti faraonici, di dubbia attuazione, vere e proprie cattedrali nel deserto utili solo alla celebrazione di un governo del fare che in realtà sa fare solo annunci». Citazione lunga, ma doverosa. Degna di un vero attivista "no Ponte". Tipo Renato Accorinti, attuale sindaco di Messina, tra l'altro.
Come dite? Non l'ha detto Accorinti? Ah.
E in effetti no, quelle frasi, ovvie e scontate, le disse uno che fino all'anno prima era stato sindaco di Messina. Un sindaco molto diverso dal pacifista con i sandali, però. Francantonio Genovese, allora ras del Pd siciliano (eletto segretario in era veltroniana con l'85% dei voti alle primarie), era contro il Ponte sullo Stretto. Ma per motivi diversi da quelli di Accorinti. Infatti è azionista e dirigente di Caronte&Tourist, la principale compagnia privata di traghetti dello Stretto, guidata dal gruppo di Pietro Franza, l'ex presidente del Messina calcio. Quindi le ragioni, forse, erano molto più materiali che ideali...
Questo solo per dire che non c'è troppo da stupirsi se Genovese, libero da pochi giorni dopo l'arresto per il caso dei finanziamenti alla formazione professionale, è ora passato armi e bagagli – insieme ai suoi fedelissimi a Roma, Palermo e Messina – dal Pd che lo aveva scaricato (e infatti lui ha il dente avvelenato con il segretario-premier) alla rediviva Forza Italia. Nessuna sorpresa. Genovese, mister preferenze nel 2012 alle "parlamentarie" democratiche (quasi 20mila voti, campione d'Italia con largo distacco), viene dalla Dc, da quella parte che è stata con Buttiglione e poi con Cossiga e in altri centrodestra. Poi, fiutata l'aria, Genovese è diventato il signore delle tessere del Pd siciliano. E ora invece se ne va con Berlusconi. Tutto merito della campagna acquisti, affatto nascosta, di Gianfranco Micciché, figliol prodigo sulla strada di Forza Italia alla ricerca di un nuovo 61-0. Non tutti sono contenti, comunque. I renziani ironizzano. Qualche forzista dice che così si scimmiotta il Pd. La rottamazione del traghetto?
Come dite? Non l'ha detto Accorinti? Ah.
E in effetti no, quelle frasi, ovvie e scontate, le disse uno che fino all'anno prima era stato sindaco di Messina. Un sindaco molto diverso dal pacifista con i sandali, però. Francantonio Genovese, allora ras del Pd siciliano (eletto segretario in era veltroniana con l'85% dei voti alle primarie), era contro il Ponte sullo Stretto. Ma per motivi diversi da quelli di Accorinti. Infatti è azionista e dirigente di Caronte&Tourist, la principale compagnia privata di traghetti dello Stretto, guidata dal gruppo di Pietro Franza, l'ex presidente del Messina calcio. Quindi le ragioni, forse, erano molto più materiali che ideali...Questo solo per dire che non c'è troppo da stupirsi se Genovese, libero da pochi giorni dopo l'arresto per il caso dei finanziamenti alla formazione professionale, è ora passato armi e bagagli – insieme ai suoi fedelissimi a Roma, Palermo e Messina – dal Pd che lo aveva scaricato (e infatti lui ha il dente avvelenato con il segretario-premier) alla rediviva Forza Italia. Nessuna sorpresa. Genovese, mister preferenze nel 2012 alle "parlamentarie" democratiche (quasi 20mila voti, campione d'Italia con largo distacco), viene dalla Dc, da quella parte che è stata con Buttiglione e poi con Cossiga e in altri centrodestra. Poi, fiutata l'aria, Genovese è diventato il signore delle tessere del Pd siciliano. E ora invece se ne va con Berlusconi. Tutto merito della campagna acquisti, affatto nascosta, di Gianfranco Micciché, figliol prodigo sulla strada di Forza Italia alla ricerca di un nuovo 61-0. Non tutti sono contenti, comunque. I renziani ironizzano. Qualche forzista dice che così si scimmiotta il Pd. La rottamazione del traghetto?
lunedì 20 luglio 2015
La recita del Rosario
Io un abbraccio come quello di Sergio Mattarella e Manfredi Borsellino non ricordo di averlo visto altre volte. Persino il presidente della Repubblica, così schivo e riservato, è andato fuori dal protocollo e ha espresso con naturalezza ed emozione l'affetto per il figlio di Paolo. E questo naturalmente fa più sensazione perché è successo nei giorni dello scandalo e della rabbia per la presunta intercettazione tra il (quasi ex?) presidente della Regione Crocetta e il suo medico-amico Tutino, con le ormai note parole oscene nei confronti di Lucia Borsellino. Forse sarà il solito teatrino alla siciliana, forse no. Certo è che quell'abbraccio sincero e commosso, davanti a sguardi spiazzati, dice più di tante altre parole. Considerando peraltro che le parole di Manfredi erano state dure.
Io mi sono dato un ordine, un obbligo, un compito: ricordare ogni anno, nel mio contesto pubblico molto piccolo, quelle due terribili date del 1992, il 23 maggio di Capaci e il 19 luglio di via D'Amelio. A volte preferirei non farlo, perché non mi pare di avere nulla di così importante da dire. Quello che conta almeno è saperlo, conservare come monito il ricordo dell'estate più calda della storia siciliana. A volte però sarebbe meglio il silenzio, vero, non interrotto da ipocriti applausi di alleggerimento della coscienza. Il silenzio che qualcuno dovrebbe infine consigliare sul serio a Crocetta: a tacere davanti agli insulti di Tutino a Lucia e poi rompere il silenzio alle parole incontestabili di Manfredi, non mi sembra si faccia una gran figura. Senza bisogno di tirare sempre in ballo l'anti-antimafia e l'omofobia.
Ecco, su una cosa taccio invece io, e l'ho fatto anche al lavoro, forse per lapsus, o per scelta, o per ragioni di spazio. Nell'articolo che ho scritto sul Quotidiano Nazionale, ho omesso questa frase di Crocetta: «Tutto accetterò tranne che morire come un pezzo di merda in un letto». Non la capisco, davvero. Il silenzio non è solo omertà. A volte è una splendida opportunità.
Io mi sono dato un ordine, un obbligo, un compito: ricordare ogni anno, nel mio contesto pubblico molto piccolo, quelle due terribili date del 1992, il 23 maggio di Capaci e il 19 luglio di via D'Amelio. A volte preferirei non farlo, perché non mi pare di avere nulla di così importante da dire. Quello che conta almeno è saperlo, conservare come monito il ricordo dell'estate più calda della storia siciliana. A volte però sarebbe meglio il silenzio, vero, non interrotto da ipocriti applausi di alleggerimento della coscienza. Il silenzio che qualcuno dovrebbe infine consigliare sul serio a Crocetta: a tacere davanti agli insulti di Tutino a Lucia e poi rompere il silenzio alle parole incontestabili di Manfredi, non mi sembra si faccia una gran figura. Senza bisogno di tirare sempre in ballo l'anti-antimafia e l'omofobia.
Ecco, su una cosa taccio invece io, e l'ho fatto anche al lavoro, forse per lapsus, o per scelta, o per ragioni di spazio. Nell'articolo che ho scritto sul Quotidiano Nazionale, ho omesso questa frase di Crocetta: «Tutto accetterò tranne che morire come un pezzo di merda in un letto». Non la capisco, davvero. Il silenzio non è solo omertà. A volte è una splendida opportunità.
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venerdì 3 luglio 2015
Il Borsellino vuoto
Non ricordo quanti anni fa, non sono sicuro che fosse a Ballarò, comunque in una trasmissione del genere, ci fu un interessante e quasi surreale scambio di battute tra Rita Borsellino e l'allora senatore Pdl Carlo Vizzini (nella Prima Repubblica era nel Psdi). Rita era nel suo periodo politico e si sentiva sempre ripetere, più o meno esplicitamente, che stava sfruttando il (cog)nome del fratello Paolo. Vizzini quella volta disse a Rita che contestava le sue scelte politiche (si sa, Paolo era stato di destra) e subito correggeva il tiro, a scanso di equivoci, dicendo di aver "collaborato con suo fratello". Insomma, non è che criticando Rita Borsellino stava infangando la memoria del giudice ucciso, chiaro. Rita sommessamente fece notare che Paolo era suo fratello e la tragedia lei l'aveva vissuta in primissima persona. Ecco, qualche tempo dopo Vizzini, da redivivo socialista "di sinistra", sarebbe diventato uno dei più attivi e strenui sostenitori di Rita Borsellino in politica.
Lunga premessa per finire a parlare della nipote di Rita, Lucia Borsellino. Non c'è niente da fare: noi siciliani non ce le meritiamo certe persone. Abbiamo (parlo in prima persona perché in fondo la responsabilità è davvero collettiva, di tutti noi siculi, anche di chi non ha colpe dirette, ndr) preferito Totò Cuffaro a Rita Borsellino, a Palermo ci confortavano i giochi di potere trasversali più del programma di rottura di Rita, così come ci siamo fatte piacere le giravolte e le ipocrisie del Pd. E così abbiamo abbandonato anche Lucia Borsellino a combattere da sola la sua battaglia civile e professionale, per non disturbare i manovratori della politica ai quali dobbiamo sempre qualcosa. Lucia che da dirigente della sanità regionale aveva dimostrato grande competenza e capacità anche durante le giunte Lombardo, Lucia che da assessore con Crocetta era l'unica davvero titolata a rappresentare la rivoluzione siciliana tanto strombazzata. Strombazzata, ma non da lei, che con discrezione ha continuato a lavorare nonostante "l'ambiente circostante". Dopo un primo tentativo di uscire da quel teatrino, con dimissioni respinte a febbraio dopo lo scandalo della piccola Nicole morta in ambulanza, ora ha lasciato definitivamente. Singolare, però: c'è voluto un caso più che politico che tecnico per accelerare la rottura. L'episodio è simbolico, naturalmente. Il chirurgo e medico personale di Crocetta, Matteo Tutino, primario al Villa Sofia di Palermo, arrestato per truffa, falso, peculato e abuso d'ufficio («Quest'amicizia, sempre ostentata da Tutino, ha molto condizionato la vita di una grande azienda ospedaliera di Palermo», ha spiegato l'ormai ex assessore). La classica goccia che fa traboccare il vaso. E che certifica il fallimento della presunta rivoluzione crocettiana.
Ripeto, non ci meritiamo persone come Lucia, gente perbene e capace che dice cose così:
Oggi torno a essere la figlia di Paolo. E, in nome dei suoi semplici insegnamenti, chiedo a tutti di non invitarmi, il 19 luglio, alla commemorazione di via D'Amelio. Non capisco l'antimafia come categoria, come sovrastruttura sociale. Sembra quasi un modo per cristallizzare la funzione di alcune persone, magari per costruire carriere. La legalità, per me, non è facciata, è una precondizione di qualsiasi attività.
martedì 24 marzo 2015
Torna a casa Alessi
Io me lo ricordo bene quando nacque il Pd. Nel 2007 ero a Firenze all'ultimo congresso, quello di scioglimento, dei Democratici di Sinistra. Una delle principali critiche che venivano mosse allora era che il Partito Democratico stava nascendo come una fusione a freddo tra due partiti, appunto i Ds e la Margherita. Ho sempre sottoscritto l'obiezione e, nonostante i risibili tentativi di negare che i partiti fondatori fossero solo l'erede del Pci-Pds e uno dei tanti nipotini della Balena bianca, quando vedo come è finito il Pd di adesso, mi sembra che la vecchia critica rimanga sempre attuale. Soprattutto perché, a qualche anno di distanza, la situazione è degenerata.
Naturalmente lo spunto è il caso di Agrigento con le sue grottesche primarie per il candidato sindaco. Non uso termini come "assurdo" né "incredibile" o simili. Perché ormai, e non lo dico per rassegnato fatalismo terrone, di incredibile e assurdo nella politica siciliana rimane ben poco. Nel senso che anche le più strane situazioni rispondono alle logiche del potere. E così è persino comprensibile che il Pd (tanto quello della "Ditta", quanto quello che twitta), pur di vincere e governare, a più livelli, finisca per accettare e anzi sponsorizzare alleanze indifendibili, glissando su Silvio Alessi, presidente dell'Akragas, legato a Forza Italia e sospinto dai voti degli elettori di centrodestra verso la vittoria delle primarie di centrosinistra. Alessi è lo stesso che due anni fa ringraziò pubblicamente il compaesano Angelino Alfano, senza il cui interessamento la locale squadra di calcio non avrebbe ottenuto la sponsorizzazione dell'Enel. Senza buttarla sui soliti cliché della Sicilia irredimibile sciasciana, dei paradossi pirandelliani o del famigerato laboratorio politico, quello che è successo all'ombra dei templi (d'altronde, il più importante si chiama "della Concordia") è la conferma di ciò che quel partito, che nasceva sotto lo stereotipo della formazione progressista-ma-anche-moderata, è ormai da qualche anno. Una macchina elettorale oliata solo per vincere. In cui la parola "sinistra" provoca reazioni allergiche, o perlomeno fastidi. E basta con questa vecchia politica, gli stereotipi, i luoghi comuni, bla bla bla, sembrano ripetere i nostri eroi democratici. La politica è cambiata. Le ideologie sono morte. Silvio Alessi è legittimamente il candidato sindaco del centrosinistra ad Agrigento, e può continuare a raccontare la favoletta dell'esponente della società civile su cui convergono voti e sostegno dei partiti. Lo confermano le dichiarazioni del presidente della Regione Crocetta, peraltro, secondo cui ad Agrigento «Forza Italia è spaccata in due e non alleata del Pd». Parole e concetti che neppure un renziano di ferro, finanche Renzi stesso...
Nella città che ha avuto per sette anni un sindaco eletto in una spuria coalizione di centro-centrosinistra, Marco Zambuto, riconfermato dopo passaggi vari tra Udc e Pdl, infine approdato al Pd renziano, di cui è diventato uomo di punta nell'Isola (presidente dell'assemblea regionale del partito; a sorpresa trombato alle Europee; dimessosi da sindaco per una condanna a due mesi e 20 giorni per abuso d'ufficio, poi annullata in Appello), ecco, in una città così Alessi è la perfetta prosecuzione del Pd con altri mezzi. Con buona pace di von Clausewitz.
lunedì 29 dicembre 2014
La quirinabile
Flashback #1
«Faremo come Temistocle che decide di affrontare per mare l'armata persiana anziché aspettarne l'arrivo dietro le spesse mura di Atene». Il 21 aprile 2007 io c'ero, al Mandela Forum di Firenze, ultimo congresso dei Democratici di Sinistra prima dello scioglimento nel futuro Pd. Queste parole introducevano il secondo discorso più applaudito. Il primo era stato quello di Fabio Mussi, che disse "basta, io scendo qui". Ricordo benissimo la standing ovation, sincera ed emozionata. Titolare di quelle parole auliche era invece Anna Finocchiaro. Sembrava proprio un discorso da leader in pectore. Lei era emozionata, ogni tanto la voce tremò in quel discorso. Il piglio comunque ce l'ha, la signora, una bellissima signora, nata quasi 60 anni fa a Modica. L'anno prima, nel 2006, dopo la prima elezione di Napolitano al Quirinale, ebbe a dire: «Un uomo con il mio curriculum l'avrebbero già fatto presidente». Ecco, diciamo che forse Anna Maria Paola Luigia Finocchiaro in Fidelbo ci ha creduto davvero di salire al Colle. E può sperare ancora, in realtà. Piace anche a parte della destra, che tutto sommato subisce il fascino di certi dalemiani. Infatti si dice che lei stessa abbia sondato la disponibilità di Berlusconi a votarla...
Lei, che era inizialmente contraria alla svolta della Bolognina.
Flashback #2
Un anno dopo l'evocazione di Temistocle, l'11 aprile 2008, Anna Finocchiaro era davanti al mio vecchio liceo e al Teatro Garibaldi, a Modica. Scelse quella parte del centralissimo corso Umberto I come piazza, piccola, raccolta e intima, per la chiusura della campagna elettorale per le elezioni regionali in Sicilia. Lei era la candidata che il centrosinistra opponeva a Raffaele Lombardo. Perse, e pure malissimo, ma non se ne fece cruccio perché intanto aveva già pronto il paracadute senatoriale (eletta in Emilia-Romagna). Terza arrivò Sonia Alfano, per la cronaca. Ma io me la ricordo quella sera lì, Anna. Emozionata ancora, nella sua città natale, insieme a tanti amici e compagni d'avventura politica. C'era molta sinistra e lei salutò con affetto sincero il Crocetta comunista sindaco di Gela e persino quelli che non aderirono al Pd restando nell'effimera Sinistra democratica. Presentava la serata un roboante Luca Zingaretti, alias Montalbano. Illusione completa. Era candidata in un sostanziale ticket con Rita Borsellino. Diceva di volersi «prendere cura della Sicilia come farebbe una madre». Testuale.
Il suo nome torna ora nella lista dei "quirinabili". Se davvero Renzi vorrà puntare su una donna, lei sarebbe accreditata (al di là della solita candidatura di bandiera di Emma Bonino). Ma si tratterebbe di una scelta molto "politica", anche in senso negativo. Potrebbe farcela, cioè, se la politica decidesse di fare un favore solo a se stessa e ignorare il sentire comune. Sarebbe cinico soprassedere sulle grane giudiziarie del marito e sulla squallida vicenda della scorta all'Ikea. Della serie: il diavolo fa le padelle ma non i coperchi.
«Faremo come Temistocle che decide di affrontare per mare l'armata persiana anziché aspettarne l'arrivo dietro le spesse mura di Atene». Il 21 aprile 2007 io c'ero, al Mandela Forum di Firenze, ultimo congresso dei Democratici di Sinistra prima dello scioglimento nel futuro Pd. Queste parole introducevano il secondo discorso più applaudito. Il primo era stato quello di Fabio Mussi, che disse "basta, io scendo qui". Ricordo benissimo la standing ovation, sincera ed emozionata. Titolare di quelle parole auliche era invece Anna Finocchiaro. Sembrava proprio un discorso da leader in pectore. Lei era emozionata, ogni tanto la voce tremò in quel discorso. Il piglio comunque ce l'ha, la signora, una bellissima signora, nata quasi 60 anni fa a Modica. L'anno prima, nel 2006, dopo la prima elezione di Napolitano al Quirinale, ebbe a dire: «Un uomo con il mio curriculum l'avrebbero già fatto presidente». Ecco, diciamo che forse Anna Maria Paola Luigia Finocchiaro in Fidelbo ci ha creduto davvero di salire al Colle. E può sperare ancora, in realtà. Piace anche a parte della destra, che tutto sommato subisce il fascino di certi dalemiani. Infatti si dice che lei stessa abbia sondato la disponibilità di Berlusconi a votarla...
Lei, che era inizialmente contraria alla svolta della Bolognina.
Flashback #2
Un anno dopo l'evocazione di Temistocle, l'11 aprile 2008, Anna Finocchiaro era davanti al mio vecchio liceo e al Teatro Garibaldi, a Modica. Scelse quella parte del centralissimo corso Umberto I come piazza, piccola, raccolta e intima, per la chiusura della campagna elettorale per le elezioni regionali in Sicilia. Lei era la candidata che il centrosinistra opponeva a Raffaele Lombardo. Perse, e pure malissimo, ma non se ne fece cruccio perché intanto aveva già pronto il paracadute senatoriale (eletta in Emilia-Romagna). Terza arrivò Sonia Alfano, per la cronaca. Ma io me la ricordo quella sera lì, Anna. Emozionata ancora, nella sua città natale, insieme a tanti amici e compagni d'avventura politica. C'era molta sinistra e lei salutò con affetto sincero il Crocetta comunista sindaco di Gela e persino quelli che non aderirono al Pd restando nell'effimera Sinistra democratica. Presentava la serata un roboante Luca Zingaretti, alias Montalbano. Illusione completa. Era candidata in un sostanziale ticket con Rita Borsellino. Diceva di volersi «prendere cura della Sicilia come farebbe una madre». Testuale.
Il suo nome torna ora nella lista dei "quirinabili". Se davvero Renzi vorrà puntare su una donna, lei sarebbe accreditata (al di là della solita candidatura di bandiera di Emma Bonino). Ma si tratterebbe di una scelta molto "politica", anche in senso negativo. Potrebbe farcela, cioè, se la politica decidesse di fare un favore solo a se stessa e ignorare il sentire comune. Sarebbe cinico soprassedere sulle grane giudiziarie del marito e sulla squallida vicenda della scorta all'Ikea. Della serie: il diavolo fa le padelle ma non i coperchi.
domenica 14 dicembre 2014
Condimento molto salato
Il sommo Dante sosteneva che il cibo più buono al mondo fosse l'uovo sodo. E il condimento perfetto era il sale. Insomma, piatti e ingredienti semplicissimi e genuini. Non mi azzardo a parafrasare l'Alighieri, ma – soprattutto se mi trovo in Sicilia – potrei dire senza dubbi che poche cose sono più buone del pane condito, o meglio u' pani cunsatu. E naturalmente, per essere precisi, il condimento migliore, a completare olio e sale e pane fragrante, è l'origano. Mi perdonerà dunque il Vate fiorentino: il sale sta all'uovo sodo come l'origano al pani cunsatu (e a mille altre cose, in realtà: io lo metterei quasi ovunque...). Quell'erba aromatica ha per me, siciliano rustico mediterraneo, quasi un effetto proustiano.
Quindi mi ha colpito la vicenda dell'emendamento alla legge di Stabilità (banalmente, alla manovra finanziaria) proposto dalle senatrici Pd Leana Pignedoli, emiliana, e Venerina Padua, siciliana di Scicli, sull'aliquota Iva dell'origano in vendita "a rametti o sgranato". I numeri: a differenza di basilico, menta, rosmarino e salvia che godono dell'Iva agevolata al 4%, l'origano è in pratica l'unica erba aromatica su cui si applica la canonica e pesantissima aliquota del 22%. Ecco cosa dice l'Agenzia delle Entrate: «L’origano, da un punto di vista tecnico/merceologico appartiene alla stessa voce doganale del basilico, rosmarino e salvia ma, a differenza di questi ultimi prodotti, non è letteralmente menzionato dal legislatore fiscale al citato n. 12-bis) della Tabella A, parte II del D.P.R. n. 633 del 1972 ai fini dell’applicazione dell’aliquota IVA ridotta del 4 per cento». Mannaggia. E pensare che esiste anche un'Iva al 10%, per le miscele di spezie...
Le senatrici Pignedoli e Padua, dunque, hanno proposto di abbassare l'aliquota, ma hanno "condito" il tutto con una bella gaffe: parlano di un'Iva al 6%, che in Italia non esiste (ma c'è in Svezia, Belgio, Portogallo e Lussemburgo). Prima di loro, a essere precisi, a gennaio avevano preso a cuore la questione anche i deputati siculi, di Nuovo Centrodestra, Alessandro Pagano e Nino Minardo. Erano stati sollecitati, pare, dai produttori concentrati in particolare nella provincia di Ragusa. Per fortuna che io, quando posso, l'origano vado a raccogliermelo direttamente nei campi. In greco vuol dire "splendore di montagna".
Per una volta, allora, facciamo di tutta un'erba un fascio.
Quindi mi ha colpito la vicenda dell'emendamento alla legge di Stabilità (banalmente, alla manovra finanziaria) proposto dalle senatrici Pd Leana Pignedoli, emiliana, e Venerina Padua, siciliana di Scicli, sull'aliquota Iva dell'origano in vendita "a rametti o sgranato". I numeri: a differenza di basilico, menta, rosmarino e salvia che godono dell'Iva agevolata al 4%, l'origano è in pratica l'unica erba aromatica su cui si applica la canonica e pesantissima aliquota del 22%. Ecco cosa dice l'Agenzia delle Entrate: «L’origano, da un punto di vista tecnico/merceologico appartiene alla stessa voce doganale del basilico, rosmarino e salvia ma, a differenza di questi ultimi prodotti, non è letteralmente menzionato dal legislatore fiscale al citato n. 12-bis) della Tabella A, parte II del D.P.R. n. 633 del 1972 ai fini dell’applicazione dell’aliquota IVA ridotta del 4 per cento». Mannaggia. E pensare che esiste anche un'Iva al 10%, per le miscele di spezie...
Le senatrici Pignedoli e Padua, dunque, hanno proposto di abbassare l'aliquota, ma hanno "condito" il tutto con una bella gaffe: parlano di un'Iva al 6%, che in Italia non esiste (ma c'è in Svezia, Belgio, Portogallo e Lussemburgo). Prima di loro, a essere precisi, a gennaio avevano preso a cuore la questione anche i deputati siculi, di Nuovo Centrodestra, Alessandro Pagano e Nino Minardo. Erano stati sollecitati, pare, dai produttori concentrati in particolare nella provincia di Ragusa. Per fortuna che io, quando posso, l'origano vado a raccogliermelo direttamente nei campi. In greco vuol dire "splendore di montagna".
Per una volta, allora, facciamo di tutta un'erba un fascio.
domenica 12 ottobre 2014
Il Megafono di Renzi
La sua lista, il Megafono, oggi ha sconquassato definitivamente ciò che resta del presunto centrosinistra siciliano. Il movimento dovrebbe confluire nel Pd, da Roma è arrivato il via libera all'ingresso nel partitone dei deputati regionali che fanno riferimento alla creatura di Crocetta e di Beppe Lumia. Così il gruppo democratico a Palazzo dei Normanni salirebbe da 18 a 25, una bella garanzia di solidità politica per Crocetta e la sua maggioranza, almeno sulla carta (per la cronaca, all'indomani delle elezioni il Pd aveva 14 seggi e il Megafono 5). Nonostante il risultato negativo delle elezioni suppletive, ora il presidente, infatti, sembra poter godere per la prima volta di un vero sostegno da parte del Pd.
Rimane però un dubbio: Renzi si è preso la Sicilia o la Sicilia si è presa Renzi?
martedì 7 ottobre 2014
Dopo di lui, il diluvio
E così Gennuso ce l'ha fatta, come ampiamente annunciato. Era più prevista la sua rielezione che non la pioggia torrenziale. Le elezioni suppletive di Pachino e Rosolini, motivo di grande dileggio a livello nazionale nei confronti della Sicilia (forse qualcuno a Palermo ancora non se ne era accorto...), hanno confermato alcune cose. Cioè che la Sicilia tendenzialmente, come ebbe a far notare persino Angelino "Quid" Alfano, vota a destra, comunque moderato, insomma post-democristiano. Crocetta, l'indubbio sconfitto di questa elezione-farsa, sta provando a pescare proprio lì, in quella sterminata e paludosa area, lui ex comunista, per garantirsi una sopravvivenza politica. La sua sconfitta è certificata non solo dal fatto che all'Ars non avrà più l'ipotizzato sostegno di Pippo Gianni (il duello vero, a Rosolini e Pachino, era tra lui e il quasi omonimo Gennuso), ma anche dalla vittoria e riconferma risicata di Bruno Marziano come deputato regionale Pd. Gli sono bastati 47 voti in più per superare il renziano Cafeo, sponsorizzato dallo stesso governatore. Quindi, in attesa dei soliti inevitabili ricorsi, si allarga la frattura nel centrosinistra, che in sostanza le elezioni del 2012 non le ha mai vinte. Saro, il rivoluzionario della giunta "pirotecnica", l'ex sindaco dei Comunisti Italiani, è stato abbandonato dall'ala sinistra del Pd.
Gennuso, l'uomo dei bingo, ha vinto invece la sua lotteria. Pippo da Rosolini come Luigi XV: dopo di lui, il diluvio.
martedì 12 agosto 2014
Pippo Ghennedy Show
Il 5 ottobre ci sono le elezioni regionali in Sicilia. Cosa?!?
Andiamo con ordine. Mi pare di capire che la notizia non è nuova. Ma io l'ho scoperta questa mattina, intorno alle 7 e mezza. E pensavo di essere ancora un po' rintronato dal sonno. Invece no.
Ero alle porte di Rosolini, provincia di Siracusa, vicino all'imbocco dell'autostrada, quando mi si parano davanti quattro mega manifesti, i classici 6x3, che mi informavano delle imminenti elezioni regionali. Campeggiava il faccione di Pippo Gennuso, imprenditore e dominus della politica locale, già deputato regionale dell'Mpa e ora in predicato di entrare nelle fila di Forza Italia. Le elezioni in questione saranno quelle che interesseranno appena nove sezioni nei comuni di Rosolini e Pachino.
Pare che quasi due anni fa, in occasione delle ultime regionali vinte da Crocetta, siano scomparse alcune schede elettorali... E così sono partiti i ricorsi che andranno appunto a concretizzarsi il 5 ottobre. Gennuso non fu eletto, e qualcuno gli ha detto che si è trattato di un complotto ai suoi danni. Il Consiglio di giustizia amministrativa (Cga) della Regione Sicilia ha accolto il ricorso e dunque torneranno a contendersi i seggi – già ottenuti nel 2012 – i sei parlamentari siracusani all'Ars: Stefano Zito (Movimento 5 Stelle), Bruno Marziano (Pd), Vincenzo Vinciullo (Ncd, ovviamente eletto con il Pdl), Pippo Gianni (eletto con Cantiere Popolare, "destra" Udc, e ora nel misto – in quota Tabacci – con gli ex Democratici Riformisti per la Sicilia cioè Patto dei Democratici per le Riforme: nuova componente ad hoc in soccorso del traballante Crocetta), Giambattista Coltraro (il Megafono) e Giuseppe Sorbello (Udc, sospeso da dicembre a luglio, retroattivamente, per effetto della legge Severino, causa condanna in primo grado per abuso d'ufficio). Si salva Marika Cirone Di Marco del Pd, eletta nel listino regionale di Crocetta.
Un caso di quelli surreali, paradossali, molto siciliano. Poche decine di elettori – e in due anni la platea sarà certamente cambiata – torneranno diligentemente a votare in sei sezioni di Pachino e tre di Rosolini. E nello stesso giorno in cui Crocetta fissava la data del 5 ottobre, il 18 luglio Vinciullo denunciava che nell'archivio del Comune di Pachino erano andati a fuoco alcuni documenti relativi alle regionali del 2012. Ci mancava pure il giallo di provincia...
Andiamo con ordine. Mi pare di capire che la notizia non è nuova. Ma io l'ho scoperta questa mattina, intorno alle 7 e mezza. E pensavo di essere ancora un po' rintronato dal sonno. Invece no.
Ero alle porte di Rosolini, provincia di Siracusa, vicino all'imbocco dell'autostrada, quando mi si parano davanti quattro mega manifesti, i classici 6x3, che mi informavano delle imminenti elezioni regionali. Campeggiava il faccione di Pippo Gennuso, imprenditore e dominus della politica locale, già deputato regionale dell'Mpa e ora in predicato di entrare nelle fila di Forza Italia. Le elezioni in questione saranno quelle che interesseranno appena nove sezioni nei comuni di Rosolini e Pachino.
Un caso di quelli surreali, paradossali, molto siciliano. Poche decine di elettori – e in due anni la platea sarà certamente cambiata – torneranno diligentemente a votare in sei sezioni di Pachino e tre di Rosolini. E nello stesso giorno in cui Crocetta fissava la data del 5 ottobre, il 18 luglio Vinciullo denunciava che nell'archivio del Comune di Pachino erano andati a fuoco alcuni documenti relativi alle regionali del 2012. Ci mancava pure il giallo di provincia...
mercoledì 28 maggio 2014
Piddí
In Sicilia ha vinto il Pd, ma ha perso il Pd siciliano. Non è un controsenso. Sugli otto eletti totali, tre sono democratici, due grillini, due berlusconiani (ma non Miccichè, l'uomo del 61-0) e uno alfaniano. Quindi: Pd 3, M5S 2, Forza Italia 2, Ncd 1. I numeri sono importanti: nella circoscrizione insulare il Pd guadagna sì rispetto alle Politiche, ma molto meno che altrove (+15% circa rispetto a un +30% in media negli altri collegi). Il partito di Renzi è stato il primo a questo giro, superando nettamente il M5S, ma le cose non sono così rosee. Infatti, scontando soprattutto un'astensione molto alta (domenica mi ero intristito quando ho letto che alla prima rilevazione delle 12 l'affluenza più bassa in tutta Italia era l'8% della mia provincia di Ragusa...), la Sicilia lancia un segnale al Pd e a tutto il centrosinistra, al governo a Roma come a Palermo.
Michela Giuffrida, per la cronaca, è la direttrice di Antenna Sicilia, la tv di proprietà del dominus dell'informazione siciliana, Mario Ciancio Sanfilippo. Ha preso 93mila preferenze, e Leanza – da politico di razza – ha fatto notare che i voti di Articolo 4 valgono circa un quarto dei voti che il Pd ha preso in Sicilia domenica, più o meno il 5% a livello regionale se il movimento avesse corso da solo. E allora, Renzi e il Pd festeggino pure, ma riflettano sul fatto che i loro candidati di partito hanno perso. Forse ha vinto ancora una volta Lombardo? Nella terra che a Maletto, paese natale di Leanza nel catanese, ha dato il 32% alla Lega Nord, né jabbu né maravigghia.
P.S. Il 13 settembre 2008 ho "rischiato" di conoscere personalmente l'onorevole Giuffrida. Presentava la premiazione del concorso internazionale di cortometraggio Corto Moak, al quale partecipai con l'amico Peppe Candido (per dire, un evento organizzato da un'industria di caffè e noi ci presentammo con un video, Coffee Shock, la cui prima battuta era "Odio il caffè"...). Non ero però in Sicilia e quindi andò solo Peppe, quello che mi aveva fatto conoscere i R.E.M.. Vincemmo una specie di premio della critica. La Giuffrida ci qualificò come ragusani...
martedì 29 aprile 2014
Andiamo a emettere il grano
Sfido chiunque a dire che la brevissima e tormentata e contestata esperienza di Franco Battiato come assessore al Turismo nella giunta regionale di Saro Crocetta non abbia portato i suoi frutti. O che non sia stato raccolto quello che lui aveva seminato. Letteralmente, direi.
Intendiamoci, parlando di un artista, prima ancora che improvvisato assessore, mi riferisco alla sua ispirazione, non tanto ai suoi atti. E così, scopro che all'Ars torna di gran moda il Battiato del 1979, quello che cantava Magic Shop, dall'album L'era del cinghiale bianco. Come per incanto, il Maestro di Ionia finisce per ispirare il deputato regionale Pd Pippo Laccoto e i colleghi dell'Mpa, pardon Partito dei Siciliani. Il negozio magico, evidentemente, è quello in cui loro vorrebbero spendere una moneta speciale. Il grano.
E Battiato cantava, appunto in Magic Shop, che «la falce non fa più pensare al grano, il grano invece fa pensare ai soldi». Ecco, Laccoto ha presentato un ddl, il numero 730, per l'istituzione di una moneta complementare. I deputati autonomisti, guidati ancora da un Lombardo (ma stavolta è Toti, all'anagrafe Salvatore Federico, il rampollo di don Raffaè, classe 1988, già indagato con il papà per voto di scambio), lo firmeranno pure.
La proposta era partita l'anno scorso con una petizione popolare dall'associazione Progetto Sicilia del messinese Giuseppe Pizzino. La moneta dovrebbe affiancarsi all'euro nelle transazioni quotidiane, con tasso di cambio effettivo invariabile (il rapporto sarebbe di 1 a 2, ma con potere d'acquisto invariato: quindi con 5mila euro si ottengono 10mila monete sicule, che però varrebbero 10mila euro). E si chiamerà appunto "grano". Che non è un nome casuale: così si chiamò infatti una moneta coniata dal Settecento nelle Due Sicilie (valeva un ventesimo del più noto tarì), ma anche a Malta e in Spagna.
Altro che nostalgia della lira... Cosa c'è di meglio che rinverdire i fasti di una valuta borbonica? L'autonomia è servita anche nelle tasche. L'appiglio è una lettura, come al solito molto estensiva, dello Statuto siciliano, che all'articolo 41 prevede che «Il Governo della Regione ha facoltà di emettere prestiti interni». La sovranità finanziaria che diventa anche monetaria. A proposito di sovranità monetaria, chissà cosa ne pensano i paladini anti-euro del MoVimento 5 Stelle...
Intendiamoci, parlando di un artista, prima ancora che improvvisato assessore, mi riferisco alla sua ispirazione, non tanto ai suoi atti. E così, scopro che all'Ars torna di gran moda il Battiato del 1979, quello che cantava Magic Shop, dall'album L'era del cinghiale bianco. Come per incanto, il Maestro di Ionia finisce per ispirare il deputato regionale Pd Pippo Laccoto e i colleghi dell'Mpa, pardon Partito dei Siciliani. Il negozio magico, evidentemente, è quello in cui loro vorrebbero spendere una moneta speciale. Il grano.
E Battiato cantava, appunto in Magic Shop, che «la falce non fa più pensare al grano, il grano invece fa pensare ai soldi». Ecco, Laccoto ha presentato un ddl, il numero 730, per l'istituzione di una moneta complementare. I deputati autonomisti, guidati ancora da un Lombardo (ma stavolta è Toti, all'anagrafe Salvatore Federico, il rampollo di don Raffaè, classe 1988, già indagato con il papà per voto di scambio), lo firmeranno pure.
Altro che nostalgia della lira... Cosa c'è di meglio che rinverdire i fasti di una valuta borbonica? L'autonomia è servita anche nelle tasche. L'appiglio è una lettura, come al solito molto estensiva, dello Statuto siciliano, che all'articolo 41 prevede che «Il Governo della Regione ha facoltà di emettere prestiti interni». La sovranità finanziaria che diventa anche monetaria. A proposito di sovranità monetaria, chissà cosa ne pensano i paladini anti-euro del MoVimento 5 Stelle...
martedì 12 novembre 2013
Mattarellum, Porcellum, Mirellum
Mirello all'anagrafe fa Vladimiro, bel nome da comunista, ex, post, vetero o quello che è. In effetti nascere nel 1950 ed essere battezzato con quel nome lì, beh, qualcosa vorrà pur dire.
Vladimiro "Mirello" è di Enna. Di cognome fa Crisafulli. Lo zar di Enna, il ras di Enna, una vita da comunista, poi Pds, Ds, Pd, tutta al seguito dell'annacquamento delle sigle. Ma quello che non si è mai annacquato è appunto il suo radicamento sul territorio, questa formula magica che in politica vuol dire tutto o niente, leghismi o autonomismi, clientelismi e partecipazione. E nel caso suo vuol dire che al congresso provinciale di Enna ha vinto con l'ottanta per cento, precisamente il 79,98 (ma in alcuni circoli ha toccato vette del 98,5%: credo insomma che in Bulgaria dovranno abituarsi al concetto di "percentuali ennesi"...). Qualcuno dice che è più facile destituire Fidel Castro a Cuba.
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| La terra dei Pupi |
Quindi Renzi e i suoi ce l'hanno con Mirello. Lo criticano, dicono che quando il Sindaho sarà segretario metterà ancora sul tavolo la questione Enna. E Crisafulli, stizzito, si lamenta che «Se fossi belloccio come Renzi, se non fossi siciliano e non pesassi 110 chili, non sarei stato coperto di insulti da simpatizzanti renziani negli anni: nei loro attacchi ci sono punte di razzismo». Capito? Lui non è un "fighetto", un modello, né mai farà una dieta, inutile che lo attaccate sul piano fisico. Onestamente non credevo che le critiche si concentrassero sull'aspetto fisico, mi sembrava ce l'avessero con una questione politica e, virgolettiamolo pure, "morale". Ma, seriamente, devo confessare che mi infastidisce quest'autodifesa velenosa laddove Vladimiro Crisafulli, già senatore della Repubblica, tira fuori quel «se non fossi siciliano». Dice che «parlare male della Sicilia fa comodo a qualcuno». Gliene do atto, a volte è davvero così. Però io non mi sento offeso come siciliano se qualcuno critica e mette in dubbio la legittimità dei trionfi politici di un pezzo grosso di provincia. La critica piuttosto è a lui, a quel pezzo di partito e di apparato che sta con lui, a chi una volta lo considerò impresentabile (non per la faccia sicula né per la mole) e oggi ne gradisce il consenso sovietico. La presentabilità a voto alterno. Voto che, peraltro, lo premierebbe comunque. Crisafulli ama ripetere infatti, ed è quasi l'argomento più forte di ogni sua campagna elettorale, che a Enna lui vince «con il maggioritario, con il proporzionale e anche per sorteggio».
Mattarellum, Porcellum, Mirellum.
venerdì 21 giugno 2013
Meno male che Silvio c'era
[In questi giorni sto pensando molto a Milazzo. No, non la città. Mi piace, da lì si prendono le navi per le Eolie, bello il borgo vecchio, il castello, il promontorio: per carità, nulla da ridire – raffinerie a parte, naturalmente. Ma non è "la" Milazzo, è "il" Milazzo. Un cognome, non un nome di città. Milazzo, Silvio Milazzo]
Silvio Milazzo fu un politico di una certa rilevanza per la Sicilia e non solo. Se ancora oggi si dice con parecchia approssimazione che la Sicilia è un "laboratorio politico", beh, qualche responsabilità ce l'ha proprio lui, l'esponente Dc di Caltagirone che nel 1958 lanciò una sfida
al suo stesso partito con un'operazione che, semplicemente, è passata
alla storia come milazzismo. Come molti "-ismi", anche questo termine porta con sé accezioni negative e controverse. Il 30 ottobre 1958 Milazzo fu eletto presidente della Regione con i voti all'Ars dei partiti di destra e di sinistra, contro il candidato ufficiale indicato dai vertici della Dc, allora guidata da Amintore Fanfani.
Nel suo primo governo fece la mossa sorprendente: mise insieme esponenti del Pci e del Msi, comunisti e post-fascisti alleati "in nome dei superiori interessi dei siciliani", come dissero il segretario regionale comunista Emanuele Macaluso e il capogruppo missino all'Ars Dino Grammatico. Milazzo fu espulso dalla Dc e formò un nuovo partito, l'Unione Siciliana Cristiano Sociale (USCS), che ottenne 10 deputati all'Ars nelle elezioni regionali del 1959. L'esperienza del milazzismo finì presto: dopo le elezioni, il 12 agosto 1959 il presidente Milazzo formò un secondo governo, dove però non entrò più il Msi. C'erano le sinistre, i monarchici, i vertici di Sicindustria, allora guidata da Domenico La Cavera. Per non farsi mancare nulla, i "tecnici di laboratorio" misero tra gli ingredienti pure esponenti vicini alla mafia. Scandali, tentativi di corruzione, compravendita di parlamentari (sì, stiamo parlando del 1959...): ecco come e perché finì male l'avventura donchisciottesca di Silvio Milazzo.
La premessa è stata lunga, adesso bisogna spiegare perché penso a lui e alla sua operazione. Innanzitutto mi preme sottolineare che qualche anno fa don Mimì La Cavera ebbe a dire che il vero erede di Milazzo si chiama Raffaele Lombardo: il suo autonomismo, in fondo, altro non sarebbe (sarebbe...) che la prosecuzione di quella politica "in nome dei superiori interessi dei siciliani". Poi, e qui veniamo al punto, da qualche giorno in Sicilia è venuta fuori un'operazione che ha un vago sapore di milazzismo. La notizia è che al ballottaggio a Ragusa è arrivato il candidato del Movimento 5 Stelle Federico Piccitto, una boccata d'ossigeno in questo momento un po' complicato per la creatura politica di Beppe Grillo. E per provare a vincere, Piccitto rompe il tabù e per la prima volta il M5S si allea con altre liste. Primo e unico caso italiano. Apparentamento con alcune liste civiche, ma poi a Piccitto è arrivato pure il sostegno – non richiesto ma non rifiutato, a quanto pare – di Sel e La Destra. Cioè dei "comunisti" e dei "post-fascisti" (semplifico, lo so, ma le virgolette le hanno inventate apposta, ndr).
Due considerazioni. Beppe Grillo ha gridato all'inciucio perché l'altro candidato, Giovanni Cosentini, ex cuffariano già vicesindaco con il centrodestra, corre per Udc e Pd e si è apparentato con il Pdl. Tecnicamente, le larghe intese riproposte anche all'estremo sud della Sicilia. Grillo certifica un dato di fatto, innegabile. Come è un dato di fatto che qualcuno tra i 5 Stelle inizi a guardare oltre. Forse troppo?
Quello che a Ragusa si fa al ballottaggio, invece a Messina non si è voluto fare al primo turno, in ossequio alle rigide e non emendabili regole del MoVimento. Renato Accorinti, il pacifista e storico leader No Ponte arrivato a sorpresa al ballottaggio, aveva chiesto al M5S di correre insieme, tanto il programma e le istanze erano molto simili. La risposta fu negativa, perché Accorinti aveva nella sua lista esponenti verdi, ex Idv, rifondaroli, persino autonomisti. Lui ha preso il 23%, la candidata grillina il 2,87.
[P.S. Per la cronaca, il sindaco della città di Milazzo, Carmelo Pino, già uomo di Forza Italia, nel 2010 è stato eletto al ballottaggio con l'apparentamento tra le sue liste civiche riconducibili al cosiddetto Pdl Sicilia di allora (l'ala vicina ai finiani e a Micciché), il Pd e gli autonomisti di Raffaele Lombardo. Milazzo, milazzismo.]
Aggiornamento del 24 giugno 2013. Sorpresa – ma fino a un certo punto. A Ragusa ha vinto Piccitto del M5S e a Messina il no global Accorinti. Il laboratorio-Sicilia colpisce ancora? Forse. O più semplicemente perde il Pd che si allea con il centrodestra e con gli eredi della stagione cuffariana, in un malriuscito esperimento di milazzismo del Terzo millennio. Vincono i candidati che rompono con quegli schemi, evidentemente. Piccitto vince perché si è alleato con altri esponenti della "società civile" contro l'abdicazione del Pd, non per la discesa salvifica di Grillo a Ragusa. E Accorinti vince contro tutti, forse persino contro se stesso, dato che non avrà la maggioranza in consiglio comunale. Il messaggio, se ce n'è uno, farebbero bene a leggerlo dalle parti del Pd. Alla voce "larghe intese" e dintorni.
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| Una croce sopra Milazzo |
Nel suo primo governo fece la mossa sorprendente: mise insieme esponenti del Pci e del Msi, comunisti e post-fascisti alleati "in nome dei superiori interessi dei siciliani", come dissero il segretario regionale comunista Emanuele Macaluso e il capogruppo missino all'Ars Dino Grammatico. Milazzo fu espulso dalla Dc e formò un nuovo partito, l'Unione Siciliana Cristiano Sociale (USCS), che ottenne 10 deputati all'Ars nelle elezioni regionali del 1959. L'esperienza del milazzismo finì presto: dopo le elezioni, il 12 agosto 1959 il presidente Milazzo formò un secondo governo, dove però non entrò più il Msi. C'erano le sinistre, i monarchici, i vertici di Sicindustria, allora guidata da Domenico La Cavera. Per non farsi mancare nulla, i "tecnici di laboratorio" misero tra gli ingredienti pure esponenti vicini alla mafia. Scandali, tentativi di corruzione, compravendita di parlamentari (sì, stiamo parlando del 1959...): ecco come e perché finì male l'avventura donchisciottesca di Silvio Milazzo.
La premessa è stata lunga, adesso bisogna spiegare perché penso a lui e alla sua operazione. Innanzitutto mi preme sottolineare che qualche anno fa don Mimì La Cavera ebbe a dire che il vero erede di Milazzo si chiama Raffaele Lombardo: il suo autonomismo, in fondo, altro non sarebbe (sarebbe...) che la prosecuzione di quella politica "in nome dei superiori interessi dei siciliani". Poi, e qui veniamo al punto, da qualche giorno in Sicilia è venuta fuori un'operazione che ha un vago sapore di milazzismo. La notizia è che al ballottaggio a Ragusa è arrivato il candidato del Movimento 5 Stelle Federico Piccitto, una boccata d'ossigeno in questo momento un po' complicato per la creatura politica di Beppe Grillo. E per provare a vincere, Piccitto rompe il tabù e per la prima volta il M5S si allea con altre liste. Primo e unico caso italiano. Apparentamento con alcune liste civiche, ma poi a Piccitto è arrivato pure il sostegno – non richiesto ma non rifiutato, a quanto pare – di Sel e La Destra. Cioè dei "comunisti" e dei "post-fascisti" (semplifico, lo so, ma le virgolette le hanno inventate apposta, ndr).
Due considerazioni. Beppe Grillo ha gridato all'inciucio perché l'altro candidato, Giovanni Cosentini, ex cuffariano già vicesindaco con il centrodestra, corre per Udc e Pd e si è apparentato con il Pdl. Tecnicamente, le larghe intese riproposte anche all'estremo sud della Sicilia. Grillo certifica un dato di fatto, innegabile. Come è un dato di fatto che qualcuno tra i 5 Stelle inizi a guardare oltre. Forse troppo?
Quello che a Ragusa si fa al ballottaggio, invece a Messina non si è voluto fare al primo turno, in ossequio alle rigide e non emendabili regole del MoVimento. Renato Accorinti, il pacifista e storico leader No Ponte arrivato a sorpresa al ballottaggio, aveva chiesto al M5S di correre insieme, tanto il programma e le istanze erano molto simili. La risposta fu negativa, perché Accorinti aveva nella sua lista esponenti verdi, ex Idv, rifondaroli, persino autonomisti. Lui ha preso il 23%, la candidata grillina il 2,87.
[P.S. Per la cronaca, il sindaco della città di Milazzo, Carmelo Pino, già uomo di Forza Italia, nel 2010 è stato eletto al ballottaggio con l'apparentamento tra le sue liste civiche riconducibili al cosiddetto Pdl Sicilia di allora (l'ala vicina ai finiani e a Micciché), il Pd e gli autonomisti di Raffaele Lombardo. Milazzo, milazzismo.]
Aggiornamento del 24 giugno 2013. Sorpresa – ma fino a un certo punto. A Ragusa ha vinto Piccitto del M5S e a Messina il no global Accorinti. Il laboratorio-Sicilia colpisce ancora? Forse. O più semplicemente perde il Pd che si allea con il centrodestra e con gli eredi della stagione cuffariana, in un malriuscito esperimento di milazzismo del Terzo millennio. Vincono i candidati che rompono con quegli schemi, evidentemente. Piccitto vince perché si è alleato con altri esponenti della "società civile" contro l'abdicazione del Pd, non per la discesa salvifica di Grillo a Ragusa. E Accorinti vince contro tutti, forse persino contro se stesso, dato che non avrà la maggioranza in consiglio comunale. Il messaggio, se ce n'è uno, farebbero bene a leggerlo dalle parti del Pd. Alla voce "larghe intese" e dintorni.
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