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martedì 16 febbraio 2021

Montalbano ero

Andrea Camilleri l’aveva detto: «Il commissario Montalbano finirà con me». Da fine sceneggiatore qual era, il Maestro di Porto Empedocle aveva scritto anche questo finale. L’ultimo capitolo della saga si è chiuso il 16 luglio 2020, un anno dopo la morte di Camilleri, con Riccardino, abbozzato addirittura nel 2005. Allo stesso modo, però, calerà presto il sipario sulla fiction di Rai1 campionessa di ascolti (repliche comprese): l’8 marzo andrà in onda l’ultimo episodio Il metodo Catalanotti, che ruota tutt’attorno al grande amore di Camilleri, il teatro. Giù il sipario, appunto... Sarà l’ultimo episodio perché dopo 22 anni, ha svelato Peppino Mazzotta alias ispettore Fazio, non se ne gireranno più: oltre a Camilleri sono morti anche lo storico regista Alberto Sironi e lo scenografo Luciano Ricceri.
Apriti cielo, anzi bedda matri! Scoppia la rivolta. No, non (solo) tra gli spettatori, ma in quell’angolo estremo d’Europa (copyright lord Berkeley, XVII secolo) che è la provincia di Ragusa. Qui, dove in certi punti si è a sud di Tunisi, la gente non ci sta. Qui sono stati girati i 37 episodi della serie, fingendo nel Val di Noto barocco patrimonio Unesco i già fittizi luoghi dei romanzi di Camilleri (in realtà agrigentini). E il de profundis della serie ha gettato nello sconforto un intero territorio. Ragusa, Modica, Scicli, le borgate marinare, ma anche le località del Siracusano come Noto: tutti hanno beneficiato di una vetrina pazzesca e hanno visto crescere – prima del virus mallitto – le presenze turistiche del 14% ogni anno dalla messa in onda del primo episodio. Da tutta Italia partono pure i tour organizzati verso i luoghi di Montalbano; il b&b di Punta Secca che ospita la casa di Salvo è uno dei soggetti più fotografati di tutta la provincia; i turisti vogliono visitare l’ufficio del commissario (che poi è la stanza del sindaco di Scicli). «Girate almeno Riccardino», implorano ora gli amministratori locali.
Già nel 2014 ci fu la minaccia di trasferire il set dalla Sicilia alla Puglia e tutti insorsero. Ma era solo una questione di soldi. Roba che Camilleri e il suo amico Salvo avrebbero liquidato con un ghigno. Ora invece c’è poco da ridere...


[mio commento pubblicato su Quotidiano Nazionale]

venerdì 12 dicembre 2014

Tutti i nodi ferroviari vengono al pettine

Tra le peggiori linee d’Italia è sicuramente la linea Siracusa-Gela che collega due Province importanti, lunga 181 km, ma ancora non elettrificata e a binario unico e che vede, soprattutto, un solo treno diretto collegare le due città. Il numero di pendolari che frequentano questi treni inevitabilmente continua a calare, sono circa 500 al giorno di cui il 95% si muove da Modica-Pozzallo a Siracusa e viceversa. Solo nell’ultimo biennio i treni soppressi sulla linea sono stati 14. Lo stato dei treni è mediocre mentre i servizi igienici nelle stazioni sono stati chiusi, salvo qualche rara eccezione dove il servizio è gestito dal Comune in collaborazione con il bar di stazione come nel Comune di Vittoria. Le biglietterie nelle stazioni sono del tutto scomparse se si fa eccezione per le stazioni di Siracusa e Gela, con l’ultima recente chiusura di quella di Modica. Infine è da rilevare come gli attuali tempi di percorrenza dei treni in questa linea, siano addirittura superiori a quelli di 20 anni fa malgrado siano pochissimi i treni che la percorrano e siano stati realizzati interventi di miglioramento dell'infrastruttura. In più i treni circolanti tra Modica e Gela molte volte sono sostituiti interamente o parzialmente (solo per un tratto intermedio) da bus, quindi le coppie circolanti che dovrebbero essere 4 (minimo storico) per gran parte dell'anno si sono ridotte a 3.
Rapporto "Pendolaria 2014" di Legambiente. Le peggiori dieci linee ferroviarie per pendolari d'Italia. Al numero 4, così come testualmente qui sopra, c'è la Siracusa-Ragusa-Gela. Non c'è molto da dire, purtroppo. Le cose stanno come le spiega Legambiente. Io dico solo che su quella linea, nel tratto ragusano, ho viaggiato un paio di volte, ai tempi della scuola, per qualche piacevole gitarella. Perché il grande pregio di quella tratta è che attraversa paesaggi suggestivi e in alcuni punti, tra Modica e Ragusa soprattutto, è un gioiello di ingegneria, tra gallerie, avvitamenti, dislivelli arditi. Bella davvero.
A proposito di servizi igienici: alla stazione di Ragusa fotografai una ventina d'anni fa la triplice insegna all'ingresso della toilette. C'era quella ufficiale, asettica, blu, con le sagome e su scritto "wc". Poi una meno recente, "bagni". E soprattutto la più bella, vagamente liberty, da primo Novecento: "cessi". Ecco, mi pare che le condizioni generali della ferrovia iblea vadano indietro, proprio come i wc che tornano a essere cessi.
Peccato. Su quella linea si erano riposte parecchie speranze, anche in chiave turistica (nell'attesa, peraltro, di vedere ancora completata pure l'autostrada Siracusa-Gela). I rimpalli di responsabilità tra Ferrovie dello Stato e Regione Siciliana hanno fatto sì che sostanzialmente si avviasse verso il fallimento quella bella iniziativa che era il "Treno Barocco", un viaggio slow in mezzo alle terre dell'Unesco. Iniziativa selezionata anche nell'ambito di Maratonarte nel 2008: il testimonial era Luca Zingaretti e dal 2 marzo al 28 settembre di quell'anno si poté viaggiare gratis da turisti su quella linea. Costo del progetto: 354mila euro.
Quando ero piccolo mi colpì una frase letta su un catalogo Lego: ogni città che si rispetti ha la sua stazione dei treni. Avendo visto in che stato versa(va)no le ferrovie dalle mie parti, ed essendo un patito dei mattoncini, mi vennero molti dubbi... E pensare che se non ci fosse stata la stazione a Modica, non potrei vantarmi di essere compaesano di Salvatore Quasimodo. Nato a Modica solo per caso, figlio del capostazione Gaetano, siracusano.


P.S. Siccome piove sempre sul bagnato, appena qualche giorno dopo il rapporto di Legambiente risulta che per sei mesi, fino al giugno 2015, i collegamenti ferroviari tra Modica e Caltanissetta, via Gela, saranno sospesi e sostituiti da pullman, "per lavori programmati di manutenzione". Ci vogliono 4 ore di autobus da Caltanissetta a Modica...
- clicca per ingrandire -

giovedì 11 dicembre 2014

La verità adulterata

La storiaccia del piccolo Loris nel Ragusano è davvero triste, brutta, sconfortante. Non è uno di quegli argomenti che cattura troppo la mia attenzione, se non naturalmente entro i normali limiti dell'umana pietà. Però ieri sera al telegiornale ho sentito una cosa che mi ha davvero infastidito, urtato, intristito. Insomma, scegliete uno stato d'animo negativo e quello l'ho provato ieri sera. Il padre di Loris, Davide, a un certo punto, per negare risolutamente le voci che in paese mettevano in dubbio la fedeltà della moglie, la Veronica oggi in carcere, ha detto una cosa tipo "può anche essere l'assassina di mio figlio, ma escludo che possa avermi tradito". Semplifico, ma fidatevi, il senso è quello. Dunque Veronica Panarello è una brava moglie, pure una brava mamma, come qualche giorno prima aveva detto lo stesso Davide.
Ho avuto un sussulto, una reazione immediata, che mi ha fatto capire che in realtà non sempre il grottesco fa ridere. Sì, perché le parole del signor Stival sono praticamente le stesse che mesi fa mi capitò di sentire in una replica a tarda sera di Made in Italy, film a episodi del 1965 di Nanni Loy. Nell'episodio Usi e costumi c'è infatti un sicilianissimo Lando Buzzanca, alias Giulio, innamorato della sua Rosalia, che però non si lascia mai baciare. Allora Giulio, per vederci chiaro, chiede informazioni a un amico carabiniere. In breve, Rosalia è autrice di mille nefandezze: ladra, rapinatrice, manesca, violenta. Ma a lui non interessa: è sollevato quando sa che Rosalia non è venuta meno alle sue virtù di donna. L'importante è che sia illibata.
Tornando a Santa Croce Camerina, Davide Stival, già nel contesto di una storia di plausibile squallore familiare, ha suscitato in me questo grande fastidio. Mi ha fatto male, anzi schifo, sentire parole e concetti che non mi sono mai appartenuti, che personalmente ho sempre collocato nella sfera del grottesco, della macchietta, dello stereotipo buono per le risate da cinema. Mi hanno fatto schifo quelle parole, perché raccontano di una Sicilia e di siciliani che io non conosco, dis-conosco. Io non c'entro con la Sicilia del presunto onore maschile, maritale, virile, e quella Sicilia non c'entra con me. La mia Sicilia è quella del rispetto tra uomo e donna, non quella che sembra ignorare il nuovo diritto di famiglia (nuovissimo: così come inizialmente riformato nel 1975, direi...). Non quella in cui un uomo, un marito, un padre, un lavoratore, ribalta la morale e si preoccupa delle sue corna più del sangue del suo sangue sparso sulla nuda terra in una contrada desolata.
Mi spiace per questa storia tragica e sconfortante. Povero Loris, povera famiglia, povero paese. Ma mi spiace anche per questo messaggio di Sicilia sciascianamente "irredimibile", come se l'Isola fosse rimasta la terra arcaica e tribale che decenni di commedia di serie B hanno raccontato tra sghignazzi, occhiolini e  gomitate di complicità. Mi sono rotto, vorrei far uscire immediatamente dal mio vocabolario la parola "onore". Basta. Hanno ammazzato un bimbo, cazzo. Tenete alto l'onore, mi raccomando.

lunedì 11 agosto 2014

Very normal populism

Per chi non lo sapesse, RTL vuol dire in origine Radio Trasmissioni Lombarde. Non ho mai sopportato questa emittente, e non per il significato etimologico del suo nome. Ho vissuto due anni a Milano e ho imparato ad apprezzarne gli aspetti positivi più che dileggiarne i tanti negativi (parlo della città). Quindi l'antipatia per RTL non c'entra nulla con il fatto che è milanese, figurarsi. Il modello hit radio, quello per cui vengono trasmessi, così dicono loro, solo i grandi successi, non mi è mai piaciuto. Perché se una canzone è un successo o meno lo decidono in sostanza i discografici, mica l'emittente radiofonica. Ma quello che detesto maggiormente è il "parlato". Apprezzo le radio che passano musica, preferibilmente buona, di qualità, stimolante, interessante, e non quelle in cui si fa della gran chiacchiera. RTL, per come la vedo (cioè, sento) io, è proprio agli antipodi. So che invece in molti la apprezzano. Senza impegno. Risulta la prima radio privata per ascolti. Vado dal barbiere e c'è RTL (magari nella sua versione televisiva), salgo su un pullman e si celebrano via radio le very normal people.
Ecco, ero giusto sull'autobus tra Catania e Modica, nel weekend passato al volo dalle mie parti, quando sento che dalle casse risuonano le voci di quella radio. E anche la mia vicina di posto mi sembrava ascoltasse la stessa emittente. Avrei potuto tranquillamente estraniarmi, ma a un certo punto una frase cattura il mio fastidio. "Siamo da pochi giorni qui in Sicilia e abbiamo visto così tante città in poco tempo, ché ci sembrano tutte uguali". La frase non è testuale, anche perché credo che non avrebbero mai accentato il "che"... Comunque il senso è quello. I chiacchieroni di RTL si trovano in questi giorni a Baia Samuele, un villaggio turistico di Sampieri, borgo marinaro di Scicli, quindi pienamente dalle mie parti. Ammetto che quella frase mi ha fatto sbollire una gran rabbia, oltre a confermare i miei pregiudizi pregressi. Sì, perché dopo queste parole gli speaker in questione dicono di ricordare solo Noto. Luogo comune.
Noto è bella, per carità, ma non ho difficoltà a dire che Ragusa Ibla è meglio. Per non dire di Scicli, che quei chiacchieroni ospiterà fino a fine mese. Non parlo di Modica per evitare di scadere in banalità campanilistiche.
Tutto questo per dire che non sopporto l'atteggiamento di sufficienza di chi magari conosce tutti i nomi degli atolli delle Maldive ma poi butta in un grande e indistinto calderone una delle terre più varie e affascinanti che ci siano al mondo.
Ho deciso di sfogarmi questa mattina dopo aver letto, sulla rivista di bordo del mio volo Meridiana che mi ha riportato a Bologna, alcune parole di Ornella Laneri, presidente di Confindustria Sicilia per il settore alberghi e turismo. La dottoressa Laneri, Mrs Sheraton Catania, ricordava che – al netto delle indubbie carenze dell'industria turistica, infrastrutturali e promozionali – la Sicilia vanta sei siti Unesco (su 50 totali dell'Italia), per un totale di 44 comuni dell'Isola che hanno almeno un monumento riconosciuto nella lista del patrimonio dell'Umanità. Quindi, il 12% dei siti Unesco italiani si trova in Trinacria (per la cronaca, e anche per presa conoscenza dei signori di RTL: Agrigento, Piazza Armerina, le isole Eolie, IL Val di Noto, Siracusa e Pantalica, l'Etna). Inoltre, più dell'11% dei comuni dell'Isola, in sei province su nove, ha almeno un monumento molto "meritevole".
Tutto qua. Templi greci, mosaici romani, un arcipelago vulcanico, architettura tardobarocca, necropoli neolitiche, il vulcano attivo più grande d'Europa. Eh sì, "sembrano tutte uguali"...
Ma va', meglio che mandate la pubblicità. Tanto non si nota la differenza.

venerdì 21 giugno 2013

Meno male che Silvio c'era

[In questi giorni sto pensando molto a Milazzo. No, non la città. Mi piace, da lì si prendono le navi per le Eolie, bello il borgo vecchio, il castello, il promontorio: per carità, nulla da ridire – raffinerie a parte, naturalmente. Ma non è "la" Milazzo, è "il" Milazzo. Un cognome, non un nome di città. Milazzo, Silvio Milazzo]
Una croce sopra Milazzo
Silvio Milazzo fu un politico di una certa rilevanza per la Sicilia e non solo. Se ancora oggi si dice con parecchia approssimazione che la Sicilia è un "laboratorio politico", beh, qualche responsabilità ce l'ha proprio lui, l'esponente Dc di Caltagirone che nel 1958 lanciò una sfida al suo stesso partito con un'operazione che, semplicemente, è passata alla storia come milazzismo. Come molti "-ismi", anche questo termine porta con sé accezioni negative e controverse. Il 30 ottobre 1958 Milazzo fu eletto presidente della Regione con i voti all'Ars dei partiti di destra e di sinistra, contro il candidato ufficiale indicato dai vertici della Dc, allora guidata da Amintore Fanfani.
Nel suo primo governo fece la mossa sorprendente: mise insieme esponenti del Pci e del Msi, comunisti e post-fascisti alleati "in nome dei superiori interessi dei siciliani", come dissero il segretario regionale comunista Emanuele Macaluso e il capogruppo missino all'Ars Dino Grammatico. Milazzo fu espulso dalla Dc e formò un nuovo partito, l'Unione Siciliana Cristiano Sociale (USCS), che ottenne 10 deputati all'Ars nelle elezioni regionali del 1959. L'esperienza del milazzismo finì presto: dopo le elezioni, il 12 agosto 1959 il presidente Milazzo formò un secondo governo, dove però non entrò più il Msi. C'erano le sinistre, i monarchici, i vertici di Sicindustria, allora guidata da Domenico La Cavera. Per non farsi mancare nulla, i "tecnici di laboratorio" misero tra gli ingredienti pure esponenti vicini alla mafia. Scandali, tentativi di corruzione, compravendita di parlamentari (sì, stiamo parlando del 1959...): ecco come e perché finì male l'avventura donchisciottesca di Silvio Milazzo.
La premessa è stata lunga, adesso bisogna spiegare perché penso a lui e alla sua operazione. Innanzitutto mi preme sottolineare che qualche anno fa don Mimì La Cavera ebbe a dire che il vero erede di Milazzo si chiama Raffaele Lombardo: il suo autonomismo, in fondo, altro non sarebbe (sarebbe...) che la prosecuzione di quella politica "in nome dei superiori interessi dei siciliani". Poi, e qui veniamo al punto, da qualche giorno in Sicilia è venuta fuori un'operazione che ha un vago sapore di milazzismo. La notizia è che al ballottaggio a Ragusa è arrivato il candidato del Movimento 5 Stelle Federico Piccitto, una boccata d'ossigeno in questo momento un po' complicato per la creatura politica di Beppe Grillo. E per provare a vincere, Piccitto rompe il tabù e per la prima volta il M5S si allea con altre liste. Primo e unico caso italiano. Apparentamento con alcune liste civiche, ma poi a Piccitto è arrivato pure il sostegno – non richiesto ma non rifiutato, a quanto pare – di Sel e La Destra. Cioè dei "comunisti" e dei "post-fascisti" (semplifico, lo so, ma le virgolette le hanno inventate apposta, ndr).
Due considerazioni. Beppe Grillo ha gridato all'inciucio perché l'altro candidato, Giovanni Cosentini, ex cuffariano già vicesindaco con il centrodestra, corre per Udc e Pd e si è apparentato con il Pdl. Tecnicamente, le larghe intese riproposte anche all'estremo sud della Sicilia. Grillo certifica un dato di fatto, innegabile. Come è un dato di fatto che qualcuno tra i 5 Stelle inizi a guardare oltre. Forse troppo?
Quello che a Ragusa si fa al ballottaggio, invece a Messina non si è voluto fare al primo turno, in ossequio alle rigide e non emendabili regole del MoVimento. Renato Accorinti, il pacifista e storico leader No Ponte arrivato a sorpresa al ballottaggio, aveva chiesto al M5S di correre insieme, tanto il programma e le istanze erano molto simili. La risposta fu negativa, perché Accorinti aveva nella sua lista esponenti verdi, ex Idv, rifondaroli, persino autonomisti. Lui ha preso il 23%, la candidata grillina il 2,87.

[P.S. Per la cronaca, il sindaco della città di Milazzo, Carmelo Pino, già uomo di Forza Italia, nel 2010 è stato eletto al ballottaggio con l'apparentamento tra le sue liste civiche riconducibili al cosiddetto Pdl Sicilia di allora (l'ala vicina ai finiani e a Micciché), il Pd e gli autonomisti di Raffaele Lombardo. Milazzo, milazzismo.]

Aggiornamento del 24 giugno 2013. Sorpresa – ma fino a un certo punto. A Ragusa ha vinto Piccitto del M5S e a Messina il no global Accorinti. Il laboratorio-Sicilia colpisce ancora? Forse. O più semplicemente perde il Pd che si allea con il centrodestra e con gli eredi della stagione cuffariana, in un malriuscito esperimento di milazzismo del Terzo millennio. Vincono i candidati che rompono con quegli schemi, evidentemente. Piccitto vince perché si è alleato con altri esponenti della "società civile" contro l'abdicazione del Pd, non per la discesa salvifica di Grillo a Ragusa. E Accorinti vince contro tutti, forse persino contro se stesso, dato che non avrà la maggioranza in consiglio comunale. Il messaggio, se ce n'è uno, farebbero bene a leggerlo dalle parti del Pd. Alla voce "larghe intese" e dintorni.

sabato 27 ottobre 2012

(L')Ora e sempre Spampinato

Quarant'anni fa veniva ammazzato Giovanni Spampinato, giovane giornalista di Ragusa. Una storia di mafia, di trame segrete, di traffici illeciti svelati da un cronista caparbio. «Una storia emblematica, al pari di quelle di Peppino Impastato e Giancarlo Siani», mi ha detto Carlo Ruta, in un'intervista pubblicata su Affaritaliani. Eppure pochi conoscono la vicenda di Spampinato. Che invece merita di essere ricordata. Perché dimostra che la mafia c'è stata (e c'è) anche a Ragusa. Perché Giovanni è uno dei nove giornalisti uccisi dalle mafie in Italia. Perché mafia vuol dire anche intrecci tra poteri, istituzionali, informali e occulti. Perché fare giornalismo d'inchiesta in un certo modo significa disturbare connivenze e complicità, dare fastidio a chi si crede intoccabile.
Mi ha sempre colpito che a Giovanni Spampinato, morto qualche settimana prima di compiere 26 anni, il tesserino da pubblicista sia arrivato postumo. Era stato lasciato solo.
Perché ricordarlo? Perché non succeda più che quando si entra in una libreria e si chiede il libro di Alberto Spampinato, quirinalista dell'Ansa (C'erano bei cani ma molto seri. Storia di mio fratello Giovanni ucciso per aver scritto troppo), rispondano «Spampinato il cantante (Vincenzo, cantautore catanese, ndr)? Ma è un romanzo?».

Ecco il pezzo pubblicato su Affaritaliani, con l'intervista in cui Carlo Ruta ripercorre la storia di Giovanni Spampinato.

«Qui ci sono i fili dell’alta tensione, chi li tocca muore. E Giovanni aveva toccato quei fili». Giovanni è Spampinato e i fili mortali sono le trame, gli intrecci e le connivenze tra poteri occulti e istituzioni che il giovane giornalista de L’Ora aveva scoperto prima di morire, ucciso il 27 ottobre di 40 anni fa a Ragusa. A parlare è Carlo Ruta, giornalista, blogger e saggista, che ricorda la figura di Spampinato, morto poche settimane prima del suo 26esimo compleanno. Ruta si è occupato della vicenda soprattutto tra il 2002 e il 2005, nel 2008 ha pubblicato Segreto di mafia. Il delitto Spampinato e i coni d’ombra di Cosa Nostra. Il suo interesse gli è costato decine di querele, quasi tutte vinte, più l’assurda condanna per stampa clandestina, ora annullata dalla Cassazione, che comunque l’ha costretto a chiudere il suo blog di informazione Accade in Sicilia. Una storia complessa, quella di Spampinato, un caso a lungo sconosciuto in Italia, di cui ancora si parla poco. «Eppure è una storia emblematica, al pari di quelle di Peppino Impastato e Giancarlo Siani». 

Chi era Giovanni Spampinato?
«Era una persona molto colta, un laureando in filosofia. Non era un giornalista d’assalto e velleitario, come lo hanno voluto descrivere alcuni, non voleva fare gli scoop a tutti i costi. Era una bravissima persona, senza quei grilli per la testa di cui parlano i giornali “moderati”».
In che senso giornali moderati”?
«La stampa in Sicilia ha un orientamento moderato, in alcuni casi quasi reazionario. E parte di quell’opinione pubblica non si è mai affezionata all’idea che il delitto Spampinato sia mafioso, ma tende a registrare il fatto come una storia privata, viene fatto passare come una reazione sconsiderata dell’uccisore».
Come andarono allora le cose? Qual è la storia di Giovanni Spampinato e della sua morte?
«Spampinato fu ucciso il 27 ottobre 1972 da Roberto Campria, figlio dell’allora presidente del Tribunale di Ragusa. Probabilmente Campria era coinvolto in traffici di oggetti d’arte e reperti archeologici. Giovanni indagava anche su questo e sulla morte di un complice di Campria, l’imprenditore Angelo Tumino».
Perché è considerato un delitto di mafia?
«Il fatto è che quell’area, il sudest siciliano, è il paradiso fiscale della mafia, qui ci sono i fili dell’alta tensione e chi li tocca muore. Spampinato aveva provato a svelare quei traffici, il contrabbando di armi e di sigarette, il mercato illegale dell’arte e gli intrecci tra l’eversione nera, i colonnelli greci e la criminalità mafiosa. Ma di quelle cose non si doveva parlare e dunque Giovanni era una spina nel fianco».
Alberto Spampinato, fratello di Giovanni, dopo che nel 2007 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferì il premio Saint Vincent” alla memoria, aveva scritto che quelle trame occulte e quelle connivenze effettivamente erano mafiose.
«Infatti Giovanni Spampinato aveva fatto molte inchieste su quelle illegalità diffuse, sul terrorismo di estrema destra, sulla mafia, sui traffici. Forse il delitto non è di quelli mafiosi “classici”, ma è il contesto, di impunità e complicità a vari livelli, a essere mafioso».
In cosa consistevano queste complicità?
«In sede giudiziaria non furono presi in considerazione alcuni testimoni che avrebbero svelato che quella notte, sul luogo del delitto, non c’era solo Campria. Non si tratta ormai di arrivare alla verità giudiziaria, ma perlomeno a quella storica. Io ho parlato di omissioni nell’inchiesta e per questo c’è stato un accanimento: presentavano tre querele in tre tribunali sullo stesso articolo, più una quarta civile. La rimozione della vicenda Spampinato è partita subito, appena dopo il processo a Campria, che peraltro, tra sconti vari e semi-infermità, ha fatto 5-6 anni di carcere. E parliamo degli anni in cui il carcere di Ragusa era soprannominato “Hotel Bristol”. Non è un caso se molti boss mafiosi premevano per farsi portare lì».
La provincia di Ragusa è stata sempre considerata babba, senza mafia. Ma la storia di Spampinato sembrerebbe smentire questa convinzione.
«La mafia non è solo quella militare, che pure qui c’è stata. Io temevo la mafia, ma non conoscevo i metodi e l’aggressività dei poteri forti. Tutti si sentono intimiditi e ricattati, e questo è tipico di un contesto mafioso».
Che cosa significa oggi ricordare Giovanni Spampinato?
«Io ho cominciato a occuparmi della sua storia dieci anni fa, nel trentennale della morte, grazie agli articoli che aveva raccolto Etrio Fidora, ex direttore de L’Ora. C’era questo senso evidente di rimozione, non se ne doveva parlare. Qui siamo nel “cono d’ombra” di Cosa Nostra, dove tutto deve restare nascosto, segreto, coperto. Tra Vittoria e Gela ci sono state stragi di mafia persino più pesanti che a Palermo: nonostante questo, bisogna rimuovere completamente. Ancora oggi, come ai tempi di Giovanni, chi fa inchieste e analisi di un certo profilo, tocca quei pericolosi fili dell’alta tensione. E la vicenda della sala stampa del comune di Ragusa, inaugurata nel 1995 e intitolata a Giovanni, ma chiusa per lungo tempo e riaperta pochi mesi fa, dimostra che la memoria di Spampinato è pesante e dà ancora fastidio».

giovedì 30 agosto 2012

«Ho conosciuto Ettore Majorana» / 2

Cristiano Ceroni, Gli mancava il più comune buonsenso (omaggio a Ettore Majorana)
2007, olio su tela (dittico), cm 50 x 85
Leggi la prima parte: «Ho conosciuto Ettore Majorana» / 1

Sembrava un barbone, l'Ettore Majorana sulla strada provinciale 37 per Caltagirone, ma forse non lo era davvero. Indossava sempre un cappotto e un berretto militare, si portava dietro un grosso sacco di tela. Nei primi tempi dormiva fuori, appoggiandosi allo zaino, poi gli operai dell'Anas gli concessero di stare nella casa cantoniera. Strana la sua vita tra quelle mura rosse, con i vestiti stesi ad asciugare sopra i fichi d'India. «Una volta eravamo lì e a un certo punto si è messo a piovere», ricorda Ernesto Scibona, «noi siamo entrati in auto, lui invece è rimasto fermo al lato della strada, voltando le spalle al temporale». Per quattro anni è stato in quella casa, ma soltanto nei mesi primaverili. Nella casina rossa Scibona ha preso gli "effetti personali" del presunto Majorana, da cui si potrebbero ricavare tracce di Dna: reti per materassi, ombrelli, cinghie, penne, un pettine, uno specchio triangolare, un piatto, scarpe. «Purtroppo ho trovato solo un pezzetto di carta dentro a un nido di topi, sopra c'erano formule matematiche». Una volta il Major/Majorana aveva chiesto al padre di Scibona un quaderno con una matita: «Speravo di trovarlo», si rammarica ora Ernesto, «ma lui distruggeva tutto nel fuoco». E per questo le pareti della casa cantoniera sono annerite. Come in un'altra casa al bivio della statale Caltagirone-Gela, dove si diceva vivesse sempre quello strano personaggio.
Cosa sperava di trovare in quel quaderno? Le prove che quel barbone gentile e acculturato («Mio padre diceva che parlava sei lingue, invece mia sorella mi ha detto che mischiava parole italiane e straniere») fosse davvero lui, quell'Ettore Majorana avvistato un po' ovunque, ancora oggi al centro di misteri e ipotesi fantasiose. E non sarà un caso se quell'uomo col cappotto leggeva romanzi gialli e di spionaggio della collana "Segretissimo" di Mondadori... «Secondo me era un ex prigioniero di guerra, un internato, magari in Russia, dove forse era stato utilizzato come scienziato», azzarda Scibona. «A mio padre aveva detto di sapere tante cose, alcune segretissime che nessuno avrebbe dovuto sapere, per il bene di tutti».
Segreti militari, spionaggio, scienza al servizio della guerra (anche di quella "fredda"): queste le affascinanti ipotesi che però sembra impossibile confermare o smentire. Di certo c'è che «si comportava da morto vivente e la testa sicuramente "non era a posto"». Voleva mantenere un segreto e c'è riuscito, anche perché il padre di Ernesto ha tenuto fede alla promessa e non ha mai rivelato di cosa parlassero. E pensare che nei primi tempi Scibona senior si era convinto di aver capito cosa turbava quell'uomo: «Lo sapevo, c'entra una donna!».
«Sono sicuro che è stato in Germania e poi l'hanno preso i russi», insiste Ernesto Scibona. A quell'adolescente di Mirabella, una delle poche volte che gli rivolse la parola, lo strano signore regalò una volta una moneta d'argento del Terzo Reich, datata 1936. Il "vero" Majorana in Germania c'era stato sicuramente nel 1933.
«L'ultima volta che l'ho visto sarà stato nel 1974, stavo andando a Caltagirone», conclude il suo racconto Scibona. «Era in un campo di frumento in una strana posizione e non si capiva bene cosa stesse facendo». L'ennesimo mistero di questa storia? No, in realtà. «Stava facendo i bisogni!».

mercoledì 29 agosto 2012

«Ho conosciuto Ettore Majorana» / 1

«Un viso marcato e ben definito, caratteristico, con zigomi accentuati». Un identikit preciso, anche a decenni di distanza. Evidentemente certi volti, certi particolari, non si dimenticano. Ernesto Scibona non lo vede da 40 anni, quel viso, eppure è sicuro: è lui, l'ha riconosciuto. Il "lui" è – o meglio sarebbe – Ettore Majorana. Proprio lui, lo scienziato catanese scomparso nel nulla nel 1938 e avvistato un po' ovunque, in giro per il mondo. Ernesto Scibona è di Mirabella Imbàccari, paesino dell'entroterra catanese, ma ormai vive da tanti anni a Ragusa. E dalle parti di Mirabella ricorda di averlo visto, uno che assomigliava tanto a Majorana. Con quegli zigomi pronunciati e il viso marcato, «decisamente brutto». Un avvistamento che risale alla fine degli anni Sessanta, quando Scibona era ancora adolescente e in una casa cantoniera dell'Anas andava ogni tanto con il padre a trovare questo strano personaggio.
Parlava poco, quell'uomo sulla sessantina che sembrava un barbone pur essendo distinto. Un po' pelato senza barba, «aveva un aspetto burbero, ma l'animo gentile». Ricorda ora Scibona che «sembrava sempre assente, borbottava tra sé e sé, come se facesse dei conti». Viveva in una casina rossa sulla provinciale tra Caltagirone e Mirabella, in mezzo a copertoni, metalli e oggetti raccolti qua e là. Si confidava solo con il padre di Scibona: forse, ricorda oggi Ernesto, parlavano della guerra. Che fosse davvero Majorana o no, in quel periodo le campagne siciliane erano piene di militari sbandati e disadattati dopo la guerra.
Ma era davvero Majorana? A Ernesto Scibona questo dubbio, quasi un'ossessione, è venuto quattro anni fa, quando a Chi l'ha visto? si parlava della scomparsa del fisico, con l'oramai solita e vasta gamma di ipotesi: rifugiato in Sudamerica, barbone in Sicilia o al soldo della Germania nazista. «Sono saltato sulla sedia quando ho visto la sua fotografia». E da lì è cominciata un'inesauribile e affannosa ricerca sulle tracce di quel finto barbone della casina rossa dell'Anas. «Ho contattato la trasmissione di Rai3, ma non mi hanno creduto, volevano una foto», racconta ora Scibona. «Ma chi ce l'aveva a quei tempi una macchina fotografica?». E poi, che senso aveva andare in giro a fotografare un barbone? Così Scibona ha provato pure a chiedere ai carabinieri, a Mirabella, a Ragusa e persino a Roma, ma con scarsa fortuna. E anche «i parenti non ne vogliono sapere, per loro la storia è chiusa».
Mirabella Imbàccari
L'unico con cui parlava era il padre di Ernesto. Gli avrebbe detto di chiamarsi Ettore Major e di provenire da una buona famiglia di Catania. «Ne ho parlato con mia madre», spiega Scibona, «lei mi disse che mio padre aveva capito male e che quel signore disse "mi chiamo Ettore, Ettore Majorana"». La famiglia Scibona passava spesso da lì, per andare in campagna, e ogni tanto si fermava a parlare con lui, gli portava da mangiare. Una volta addirittura Scibona senior lo invitò ad andare con loro in campagna, ma quell'uomo così educato e schivo rifiutò. Così come rifiutava tutte le offerte di soldi.

Leggi la seconda parte - «Ho conosciuto Ettore Majorana» / 2

venerdì 11 maggio 2012

E sei come non sei, nella clandestinità...

Finalmente. La Cassazione ha dato ragione a Carlo Ruta. Un blog non è una testata giornalistica, dunque non deve essere registrato al tribunale. E dunque non può essere considerato "stampa clandestina". Si chiude così una pagina molto controversa (anzi, vergognosa) del rapporto tra stampa, potere e magistratura. Carlo Ruta aveva semplicemente informato dalle pagine del suo blog Accade in Sicilia sugli intrecci tra mafia e istituzioni in provincia di Ragusa, raccontando in particolare la storia del povero Giovanni Spampinato. Un giudice, l'allora procuratore di Ragusa Agostino Fera, si era sentito diffamato e querelò Carlo. Nel 2008 il tribunale di Modica condannò in primo grado il giornalista e nel 2011 la Corte d'Appello di Catania confermò la condanna.
Ora finalmente la Suprema Corte si è espressa sulla legittimità. Che non c'è. Non erano legittime quelle condanne, cioè Carlo Ruta poteva regolarmente scrivere sul suo blog senza doverlo registrare come testata. Pazienza che gliel'hanno fatto chiudere... Il Palazzaccio «annulla senza rinvio perché il fatto non sussiste», una sentenza che in pratica mette al riparo i blogger (anche giornalisti) dalle querele di diffamazione. Fermo restando il buonsenso, naturalmente.
A Carlo comunque il buonsenso non manca. Quello è mancato sicuramente a qualcun altro. E non solo il buonsenso, a dirla tutta.

Aggiornamento del 15 settembre 2012. Pochi punti, ma chiarissimi. Sono state rese note le motivazioni della sentenza della Cassazione. La Corte Suprema ha rilevato soprattutto che «il giornale telematico non rispecchia le due condizioni ritenute essenziali ai fini della sussistenza del prodotto stampa come definito dall'art. 1 L. 47/1948 ed ossia: a) un'attività di riproduzione tipografica; b) la destinazione alla pubblicazione del risultato di tale attività». In sostanza, l’informazione che viene dal web, non solo quella che passa attraverso i blog, ma anche attraverso giornali telematici (escluse le testate che richiedano le sovvenzioni pubbliche destinate alla stampa), non può essere soggetta alle imposizioni della legge 47 del 1948.
Chiaro, in punta di diritto.

venerdì 30 dicembre 2011

A qualcuno piace freddo

Nel 1994 i R.E.M. regalarono agli iscritti al fanclub il loro solito singolo natalizio. Un bel brano, strumentale, si intitolava Christmas in Tunisia. Non ho idea di cosa intendessero loro per “natale in Tunisia”, ma prima che qualcuno ipotizzi la location per il prossimo cinepanettone, ci ha pensato l’Anas, a suo modo. Non proprio Tunisia, comunque, ma come sempre “a sud di Tunisi”.
Le festività natalizie per chi vive a Ragusa e Modica (e in altre aree della provincia più meridionale d’Italia) sono state segnate da una vicenda paradossale che lascerà strascichi fino a qualche settimana prima di Pasqua.
Andiamo con ordine. Anzi, ordinanza. La numero 234 del 26 ottobre 2011, con cui l’Anas, ente proprietario e gestore delle strade statali, ha previsto quali siano i “tratti della viabilità Autostradale e Ordinaria dove è l’obbligo che i veicoli siano muniti ovvero abbiano a bordo mezzi antisdrucciolevoli (catene da neve) o pneumatici invernali idonei alla marcia su neve o su ghiaccio”. Ordinanza che naturalmente interessa tutta Italia, Sicilia compresa.
Tra Etna, Madonie, Nebrodi e qualche altra montagna, la neve non manca neppure nella soleggiata e terronissima Trinacria, per carità. Dove scarseggia è invece in provincia di Ragusa. Eppure l’Anas (nello specifico la sezione compartimentale di Catania) ha un’altra opinione e infatti ha inserito tra le strade interessate anche alcuni tratti di strade statali nel ragusano. Passi per la 194 e la 514 che toccano aree (pre)montane, ma l’obbligo di catene sulla 115 tra Modica e Ragusa ha lasciato tutti a bocca aperta.
A sud di Tunisi, nel senso di questo blog, ha provato a capirci qualcosa, soprattutto farsi spiegare perché dal 15 dicembre 2011 al 15 marzo 2012 (l’ordinanza in origine allungava dal 12 dicembre al 16 marzo) anche sulla 115, la “sud-occidentale sicula”, varranno regole finora applicate praticamente solo in montagna.
L’ufficio stampa – gentilissimo – dell’Anas ci ha detto che non potevano fare diversamente: è la legge che lo dice. La legge è il codice della strada, riformato nell’estate del 2010 (legge 120). A rigor di logica, non gli si potrebbe dar torto. Però la legge – nello specifico l’articolo 6 comma 4 lettera e) del codice modificato – sottolinea che gli enti proprietari e gestori delle strade hanno la facoltà, la possibilità di prevedere l’obbligo delle catene. Possono, non devono. L’Anas, come gli altri enti, non ha l’obbligo di obbligare.
Appena sono stati piazzati i cartelli sulla SS 115 si è scatenata la protesta di tanti: cittadini, amministratori, istituzioni, associazioni, politici. Tutti concordi sull’assurdità della prescrizione, anche gommisti e meccanici. Perché in provincia, tra l’altro, trovare catene da neve e pneumatici invernali è più o meno come cercare un gelato nel Sahara. E infatti in queste settimane sono fioccate le prime multe, non le nevicate. Multe da 80 a 318 euro. Con sanzione accessoria di tre punti in meno sulla patente.

venerdì 8 luglio 2011

Più province per tutti

Di abolire le province, in Italia non se ne può parlare. Tutte le volte che viene proposta la cancellazione di questi enti territoriali abbastanza inutili (ma bei poltronifici), si trova sempre un'opposizione trasversale. Quanto è successo alla Camera qualche giorno fa ne è un esempio evidente. Una provincia vuol dire tanti uffici, tante poltrone, tanti posti, tanti altri enti collaterali. Quel che più mi colpisce è una specie di regola non scritta, uno strano rapporto di "proporzionalità": più si parla di abolire le province, più se ne propone la creazione di nuove. Come se 110 fossero poche. Ricordo ancora quando nel 1992 furono istituite otto nuove province, che nella mia mente di bambino curioso delle elementari erano otto nuove sigle e targhe automobilistiche. Crotone = KR fu una grande sorpresa. Poi però col tempo ho capito che le province esistono solo in Italia come ente intermedio e ne ho compreso i motivi. Soprattutto ho capito perché nessuno vuole davvero abolirle.
Una nuova provincia è, appunto, un nuovo insieme di posti di lavoro e di potere. Dal 1992 a oggi ne sono state istituite in tutto altre 15. Il problema è naturalmente a monte. Se non esistesse l'istituto-provincia, non ci sarebbe la corsa a proporne di nuove e talvolta improbabili. D'altra parte le proposte le fanno quasi sempre i parlamentari eletti nelle zone interessate e far creare una nuova provincia immagino garantisca un certo credito elettorale.

lunedì 20 giugno 2011

Il Curtigghiu dei Ministri

In siciliano il curtigghiu è il pettegolezzo, la chiacchiera fatta per sparlare. Passatempo tra i preferiti nell'Isola. La gamma di significati però è tale che il corrispettivo inglese gossip non vale altrettanto. Letteralmente è il cortile, luogo di tradizionale chiacchiericcio tra comari (e compari). In generale, l'ho sempre interpretato come il parlare fine a se stesso, giusto per dare un ricambio d'ossigeno alla bocca.
L'albero di Natale di Calderoli
Oggi mi è venuto in mente il curtigghiu, leggendo della tragicomica polemica sul trasferimento dei ministeri al nord e di una controproposta che arriva dal sud. Ecco, non ho trovato di meglio che liquidarlo come curtigghiu, chiacchiera insulsa da cortile tra comari che si punzecchiano ma poi tanto vanno a fare la spesa dallo stesso negoziante di cui stanno sparlando. A Pontida si ribadisce la richiesta di portare in Brianza tre-quattro ministeri? Lega ladrona, Roma non perdona. Ma poi basta scorrere lo Stivale fin oltre tacco e punta, ed ecco che il catanese Francesco Tanasi rilancia, manco fossimo su un tavolo verde da poker: se li portate al nord, allora i ministeri devono stare anche al sud.
Tanasi è l'attuale segretario nazionale del Codacons, è già stato presidente dell'Associazione Nazionale Consumatori, nonché leader del Movimento Politico Consumatori Italiani. Insomma, i consumatori scendono in campo per un'equa ripartizione dei dicasteri in caso di "federalismo ministeriale". Eh sì, perché Tanasi nel 2008 diede il suo sostegno (non so quanto corposo in termini elettorali) al candidato Raffaele Lombardo, poi presidente della Regione, ed evidentemente si sente anche lui autonomista. Ma il capo del Codacons non parla del sud in generale: i ministeri devono essere trasferiti in Sicilia. E già sono pronte due sedi. "Tra l'Etna e il mare, le campagne e i boschi", Catania si candida ad essere la sede ideale per l'Ambiente. Ragusa invece sarebbe perfetta per l'Agricoltura. Per puro caso, dicasteri già guidati da siciliani... Si parla di almeno 30mila firme raccolte e si confida nel sostegno dei parlamentari siciliani e meridionali.
Immagino che anche in questo caso nella Capitale dovranno lamentarsi per il tentato strappo. Che si tratti solo di una provocazione, è molto probabile. Però qualche suggerimento a Tanasi mi sento di darlo lo stesso: ci meriteremmo pure il Turismo e i Beni Culturali (c'è solo l'imbarazzo della scelta), la Difesa (tanto le basi Nato ce le abbiamo già), gli Esteri (potremmo delocalizzarli persino a Malta). E volendo anche la presidenza del Curtigghiu.

giovedì 26 maggio 2011

Siamo tutti clandestini

Oggi è stata resa nota la sentenza della Corte d'Appello di Catania che ha condannato Carlo Ruta per stampa clandestina. La storia risale al 2004, quando il procuratore di Ragusa Agostino Fera lo denunciò per ciò che aveva scritto sul suo blog. Un blog, non un giornale. La sentenza del 2008 era assurda: il tribunale di Modica equiparava un blog a un giornale cartaceo quotidiano. Quindi per poter scrivere le sue inchieste sul caso Spampinato, Carlo Ruta avrebbe dovuto registrare il blog come testata in tribunale. Eppure il blog non era aggiornato periodicamente, requisito fondamentale di una testata registrata. Ora la conferma della condanna in appello rischia di fare giurisprudenza: pubblicare un blog può essere considerato stampa clandestina. E questo è il primo caso che viene punito un reato previsto nel 1948.
Segnalo qui l'articolo che ho scritto per La Sestina, quotidiano online della Scuola di Giornalismo "Walter Tobagi" di Milano. Aggiungo con un pizzico di orgoglio (professionale) che questa è la prima intervista rilasciata da Carlo Ruta dopo la condanna in appello.

La legge stampa risale al 1948, quando ancora c’erano solo giornali e radio. Prevedeva – e prevede tuttora – il reato di stampa clandestina, mai riconosciuto prima del 2008. In quell’anno, il giornalista, storico e blogger siciliano Carlo Ruta è stato condannato dal Tribunale di Modica per aver pubblicato sul suo blog documentazioni sul caso di Giovanni Spampinato, giornalista ucciso dalla mafia a Ragusa nel 1972.
Il procuratore di Ragusa Agostino Fera aveva denunciato Ruta perché si riteneva danneggiato dall’attività di accadeinsicilia.it, sito ormai inesistente. La sentenza di primo grado, che aveva suscitato polemiche e proteste nel mondo politico e sul web, equiparava un blog a un giornale cartaceo quotidiano, che dunque doveva essere registrato presso il tribunale. In realtà il sito di Carlo Ruta non era aggiornato con regolarità periodica. Il 2 maggio scorso la Corte d’Appello di Catania ha confermato la sentenza di primo grado, ma la notizia è stata diffusa solo oggi, giovedì 26 maggio. Un giudizio di merito che fa giurisprudenza.
«È una sentenza liberticida che non colpisce solo me personalmente, riguarda tutto il web che vuole fare informazione in un certo modo», dice Carlo Ruta. Il reato è ormai andato in prescrizione ma Ruta annuncia il ricorso in Cassazione: «Si tratta di una questione di interesse generale, per la quale chiederemo alla Suprema Corte un giudizio di legittimità». Il giornalista vede nella condanna in appello un “intento intimidatorio” contro la libertà di stampa e informazione. «Casi di chiusura di siti web d’informazione sono successi solo in Cina, Birmania e a Cuba», ricorda Ruta. «Questa è una decisione unica a livello europeo. In Italia non esiste un singolo caso di applicazione del reato di stampa clandestina, neanche sul cartaceo». Altrimenti, sottolinea il giornalista, sarebbero a rischio centinaia di pubblicazioni, addirittura i bollettini parrocchiali.

sabato 23 aprile 2011

Il cadavere che camminava

I pm di Palermo hanno chiesto un altro ergastolo per Totò Riina. Non che sia una notizia. Però l'ultimo si intreccia ancora di più a pezzi di storia oscura di questo Paese. Sarebbe Totò 'u curtu, unico superstite della cupola di Cosa Nostra, il mandante dell'omicidio di Mauro De Mauro, il giornalista dell'Ora di Palermo scomparso il 16 settembre 1970. De Mauro era il fratello di Tullio, linguista ed ex ministro, e dunque zio di Giovanni, direttore di Internazionale. Ma De Mauro era soprattutto un grande cronista, dalla storia e dal passato controverso. Dalla militanza fascista al lavoro per il quotidiano comunista del capoluogo siciliano. Ucciso dunque dalla mafia, ma il suo corpo non è mai stato trovato (lo ricorda pure Francesco De Gregori). Inutile parlare della vicenda giudiziaria: dopo più di quarant'anni si è arrivati a malapena alle richieste dei pm.
Qualche considerazione invece sul delitto e su De Mauro. Un giornalista scomodo, su cui, come avrebbe detto il pentito Buscetta nell'85 a Falcone e Borsellino, la mafia aveva emesso presto una condanna a morte. Già nel 1962. Insomma, "un cadavere che camminava". Troppo scomodo, e non solo per la mafia. Una storia di depistaggi, controversie, manovre occulte. De Mauro è morto mentre indagava su due grandi misteri italiani: la morte di Enrico Mattei e il tentato golpe Borghese. Il giornalista era stato avvistato anche a Ragusa qualche giorno prima della scomparsa: cercava elementi sull'eversione di destra. E questo lo ricordo solo per ribadire quanto anche la provincia babba sia stata al centro delle storie più torbide della Repubblica. Mafia compresa.
Mauro De Mauro è uno dei nove giornalisti italiani uccisi dalla mafia. Ma spesso non è solo mafia. Anche Mauro Rostagno, ucciso nel 1988, sarebbe morto perché indagava su depistaggi, pezzi di istituzioni "deviate", connivenze e complicità. Ora spuntano gli appunti scomparsi in cui il giornalista-sociologo trapanese denunciava quegli intrecci. Vediamo se almeno in questo caso si arriverà alla verità prima che passino quarant'anni.

martedì 12 aprile 2011

Intesa pour femme

La politica, soprattutto in periodo elettorale, riserva sempre qualche sorpresa. Alle prossime elezioni amministrative, si voterà pure a Ragusa. Il sindaco uscente di centrodestra Nello Dipasquale si ricandida e potrebbe essere rieletto. A dargli manforte il solito "esercito" di candidati più o meno raccogli-voti. Come sempre si sprecano le liste civiche, croce e delizia delle elezioni comunali.
In una di queste, "Insieme per il lavoro e lo sviluppo", formata dal Partito Repubblicano e dal movimento Ragusa Soprattutto, figura un personaggio interessante e di sicuro impatto mediatico. Morgana Gargiulo. La domanda "chi è?" mi sembra assolutamente legittima, credo se lo siano chiesti anche molti ragusani. Morgana (nata Angelo) è un'attrice transessuale, nata a Palermo ma ormai iblea d'adozione. Si è vista anche in un recente episodio de Il commissario Montalbano ed è stata protagonista di Panelle e Crocché, prima sit-com web siciliana ambientata nell'Antica Focacceria San Francesco di Palermo. Nel 2010 è stata eletta Miss Trans Sicilia. Il presidente di Ragusa Soprattutto, Pippo Occhipinti, è entusiasta: «La Gargiulo è una bella persona e ci è piaciuto coinvolgerla anche per rappresentare una parte di società che non è mai stata ben ascoltata. E lei ha capito subito e ha scelto di candidarsi nonostante in passato avesse avuto delle prime titubanze». Titubanze puramente politiche. Morgana, 25 anni, lo ammette nelle sue interviste alle testate locali: «Elezioni amministrative? Sarei stata un'ipocrita! Per il 15 maggio mi voleva candidare un partito della Destra, ma non mi risulta che vadano pazzi per noi trans. Fosse stato qualcuno della Sinistra, magari, avrei ponderato». E invece ha cambiato idea. Mica è scritto che una trans debba stare per forza a sinistra, come Vladimir Luxuria.
La domanda però è d'obbligo: Ragusa è pronta per la candidatura di una transessuale? Morgana Gargiulo dice di sì, anche se qualche resistenza c'è sempre: «Voglio far cadere quelle barriere di ipocrisia e bigottismo che parte di questa città ha ancora, soprattutto verso le persone speciali, come le chiamo io, come me. Siamo persone speciali, non diverse. Anche io ho un cervello come tutti gli altri». Giusto, e poi «Ragusa è una città che sta diventando pian piano multietnica e multiculturale, non vedo perché dovrebbe scandalizzarsi». Scelte partitiche a parte, spero che abbia ragione, pure sulla città Multikulti.

venerdì 4 febbraio 2011

Buche nere

Qualche giorno fa Wwf Italia ha diffuso un comunicato in cui rivendica i risultati positivi ottenuti nel 2010 e presenta i progetti per il nuovo anno. Tra le vittorie, la condanna - risalente al novembre scorso - inflitta dal tribunale di Sciacca (AG) ai responsabili dei lavori di costruzione del Golf Resort nella città saccense. L'organizzazione ambientalista aveva presentato una denuncia contro la devastazione del territorio nella Piana del Verdura.
Golf e Sicilia, binomio curioso ma sempre più in voga. Da qualche tempo la Regione Siciliana ha puntato molto sullo sport delle 18 buche come risorsa per il rilancio turistico dell'Isola. Con una legge promulgata alla fine del 2008, l'assessorato al Turismo, Sport e Spettacolo, guidato allora da Titti Bufardeci, ha semplificato le norme per la realizzazione di campi da golf. Basta il parere di una conferenza dei servizi indetta dal comune interessato e dagli altri enti competenti per dare il via libera alla costruzione dei campi e delle relative strutture. Ma la normativa consente «gli sbancamenti, la modellazione dei terreni, i drenaggi, gli impianti d’irrigazione, la formazione del manto erboso e di laghetti artificiali»: in Sicilia si potranno costruire i green anche a 150 metri dalla battigia. Insomma, piena ragione agli ambientalisti.
Negli ultimi anni sono stati presentati 48 progetti per costruire nuovi impianti, ma oltre agli incentivi non mancano evidentemente le mire della speculazione edilizia, anche su terreni vincolati. Il caso del Verdura resort di Sciacca è significativo: due green, palestre, piscine, 200 posti letto, villette a schiera, 230 ettari complessivi e 125 milioni di euro di investimenti. Gli affari e gli interessi sono tali che una settimana fa è stato arrestato un dirigente sanitario di Sciacca per concussione: aveva ritardato la concessione di alcuni certificati chiedendo ai proprietari anglo-italiani del gruppo Rocco Forte l'assunzione del figlio in un prestigioso hotel nel centro di Roma.
Anche la recente costruzione del Donnafugata Golf Resort a Ragusa ha suscitato le polemiche degli ambientalisti per l'impatto idrogeologico e la cementificazione in un'area vicina a una riserva naturale. E intanto molti dei progetti turistici - anche esteri - sulla Sicilia passano dal green. Uno sceicco arabo che ha acquistato dai Costanzo (i "cavalieri") il complesso alberghiero della Perla Jonica ad Acireale, ora promette un porto turistico e naturalmente un campo da golf.
Molinari's e Manassero, fatevi un giro in Sicilia. Altro che siccità, l'Isola è diventata green.

mercoledì 26 gennaio 2011

Alto Irminio/Südsizilien

Un angolo estremo d'Europa, parola del filosofo irlandese George Berkeley. Già nel Settecento lo sapevano che l'attuale provincia di Ragusa è lontana e isolata. Ma forse l'isolamento non è sempre un male. Quasi tutti dicono che quest'area è diversa dal resto della Sicilia, si sta un po' meglio, il tenore di vita è il più alto del sud Italia. A tal punto che già nel giugno 1997, l'allora presidente della provincia Giovanni Mauro la sparò grossa e propose la secessione (sic) di Ragusa dall'Italia, perché non riceveva i finanziamenti promessi dal governo nazionale. I politici locali sono spesso molto "dinamici" e nel solco di Mauro anche il sindaco di Ragusa, Nello Dipasquale, è orgoglioso di rivendicare la diversità della provincia iblea.
Siamo alle soglie del 150° anniversario dell'Unità d'Italia ma è forte la voglia di separarsi piuttosto che di unire, anche in Sicilia c'è fame di autonomia. Dipasquale ha fatto sua la proposta provocatoria di un certo Giorgio Sortino: "Facciamo della provincia di Ragusa la Bolzano del sud". Sortino è il presidente dell'Evr-Ups, sigla complessa che riunisce l'Ente Vertenza Ragusa e l'Unione Province Siciliane; negli anni '90 si è fatto notare per l'idea di mantenere in Sicilia le accise dei proventi delle ricerche petrolifere effettuate nell'Isola.
Per diventare provincia autonoma bisogna "solo" cambiare la Costituzione, dunque è chiaro l'intento provocatorio dell'ipotesi, che torna puntualmente a riaffacciarsi in tempi di crisi - politiche più che economiche.
Io mi chiedo piuttosto se anche a Ragusa verrà introdotto il bilinguismo. Italiano e dialetto vanno bene?

lunedì 27 dicembre 2010

Un terno al totocalcio

Qualche giorno fa, a Modica un pizzaiolo ha vinto centomila euro con un gratta e vinci da cinque euro. Buon per lui. Ha speso poco e ha guadagnato tanto.
Non va sempre così. Eppure i giocatori abituali, per non dire quelli incalliti, non smettono di tentare la fortuna nonostante le limitate possibilità di vincita e le grandi somme di denaro investite. E le ricevitorie aumentano un po' ovunque. In Sicilia in particolare.
Lo confermano i dati diffusi dall'Agenzia Giornalistica Concorsi e Scommesse (Agicos). Se si escludono Roma, Milano e Napoli, sono in generale le regioni del centro-sud a vantare i primati nelle classifiche delle città dove si scommette e si gioca di più: Lotto, Superenalotto, Bingo, scommesse, lotterie varie. I dati più sorprendenti sono quelli sulla spesa pro-capite nel 2010 per gratta e vinci e lotterie. Qui spopolano Puglia e Sicilia. La media nazionale è di 165 euro. A Brindisi invece se ne sono spesi 357, praticamente un euro al giorno. Seguono Foggia (314), la prima delle siciliane Trapani (309), poi il capoluogo pugliese Bari (294), a sorpresa la "mia" Ragusa con 291 euro precede di poco Messina (289) e Taranto (286). La prima del nord è Lodi con "appena" 210 euro.
Interessante anche il dato sulle newslot, le macchine da bar approvate dai Monopoli di Stato. Le città siciliane in questo caso occupano gli ultimi posti, a causa della stimata alta incidenza del gioco illegale.
Numeri a parte, non ci sarebbe molto da esultare per questi primati, soprattutto se si confrontano con i magri risultati delle classifiche per la qualità della vita, che relegano la Sicilia e quasi tutto il sud sul fondo delle graduatorie. Evidentemente non siamo messi bene, se le uniche speranze sono le scommesse e le lotterie.