Esattamente una settimana fa ero a Campobello di Mazara. Ero partito il giorno prima, lunedì 16, inviato dal mio giornale a seguire la notizia dell'anno, del decennio, del secolo, cioè l'arresto di Matteo Messina Denaro. Con una settimana di ritardo, vorrei provare a riassumere le sensazioni di quei tre giorni. Non sono andato pretendendo di avere risposte o chissà quali segreti da rivelare. Il mio compito è stato piuttosto di registrare le reazioni, il clima che si respirava tra Palermo e il territorio del boss. E qui, su questo blog dal quale purtroppo latito (ops) da tanto, proverò a lasciare tracce di un diario a mente fredda. Parlerò di quello che ho visto o creduto di vedere a Campobello, delle sensazioni che mi hanno lasciato, anche in prospettiva, i giovani di quei paesi, dei messaggi che mi ha trasmesso il paesaggio, non solo quello urbano, di che cosa rappresenta l'arresto di Messina Denaro. Niente considerazioni tecniche, nessun discorso complottistico, solo le riflessioni di un ex bambino che ricorda ancora le stragi del 1992 e con la fine della latitanza di Messina Denaro sente di avere un briciolo di serenità in più. Senza illusioni, ma anche senza cinismo.
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martedì 24 gennaio 2023
lunedì 20 luglio 2015
La recita del Rosario
Io un abbraccio come quello di Sergio Mattarella e Manfredi Borsellino non ricordo di averlo visto altre volte. Persino il presidente della Repubblica, così schivo e riservato, è andato fuori dal protocollo e ha espresso con naturalezza ed emozione l'affetto per il figlio di Paolo. E questo naturalmente fa più sensazione perché è successo nei giorni dello scandalo e della rabbia per la presunta intercettazione tra il (quasi ex?) presidente della Regione Crocetta e il suo medico-amico Tutino, con le ormai note parole oscene nei confronti di Lucia Borsellino. Forse sarà il solito teatrino alla siciliana, forse no. Certo è che quell'abbraccio sincero e commosso, davanti a sguardi spiazzati, dice più di tante altre parole. Considerando peraltro che le parole di Manfredi erano state dure.
Io mi sono dato un ordine, un obbligo, un compito: ricordare ogni anno, nel mio contesto pubblico molto piccolo, quelle due terribili date del 1992, il 23 maggio di Capaci e il 19 luglio di via D'Amelio. A volte preferirei non farlo, perché non mi pare di avere nulla di così importante da dire. Quello che conta almeno è saperlo, conservare come monito il ricordo dell'estate più calda della storia siciliana. A volte però sarebbe meglio il silenzio, vero, non interrotto da ipocriti applausi di alleggerimento della coscienza. Il silenzio che qualcuno dovrebbe infine consigliare sul serio a Crocetta: a tacere davanti agli insulti di Tutino a Lucia e poi rompere il silenzio alle parole incontestabili di Manfredi, non mi sembra si faccia una gran figura. Senza bisogno di tirare sempre in ballo l'anti-antimafia e l'omofobia.
Ecco, su una cosa taccio invece io, e l'ho fatto anche al lavoro, forse per lapsus, o per scelta, o per ragioni di spazio. Nell'articolo che ho scritto sul Quotidiano Nazionale, ho omesso questa frase di Crocetta: «Tutto accetterò tranne che morire come un pezzo di merda in un letto». Non la capisco, davvero. Il silenzio non è solo omertà. A volte è una splendida opportunità.
Io mi sono dato un ordine, un obbligo, un compito: ricordare ogni anno, nel mio contesto pubblico molto piccolo, quelle due terribili date del 1992, il 23 maggio di Capaci e il 19 luglio di via D'Amelio. A volte preferirei non farlo, perché non mi pare di avere nulla di così importante da dire. Quello che conta almeno è saperlo, conservare come monito il ricordo dell'estate più calda della storia siciliana. A volte però sarebbe meglio il silenzio, vero, non interrotto da ipocriti applausi di alleggerimento della coscienza. Il silenzio che qualcuno dovrebbe infine consigliare sul serio a Crocetta: a tacere davanti agli insulti di Tutino a Lucia e poi rompere il silenzio alle parole incontestabili di Manfredi, non mi sembra si faccia una gran figura. Senza bisogno di tirare sempre in ballo l'anti-antimafia e l'omofobia.
Ecco, su una cosa taccio invece io, e l'ho fatto anche al lavoro, forse per lapsus, o per scelta, o per ragioni di spazio. Nell'articolo che ho scritto sul Quotidiano Nazionale, ho omesso questa frase di Crocetta: «Tutto accetterò tranne che morire come un pezzo di merda in un letto». Non la capisco, davvero. Il silenzio non è solo omertà. A volte è una splendida opportunità.
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venerdì 3 luglio 2015
Il Borsellino vuoto
Non ricordo quanti anni fa, non sono sicuro che fosse a Ballarò, comunque in una trasmissione del genere, ci fu un interessante e quasi surreale scambio di battute tra Rita Borsellino e l'allora senatore Pdl Carlo Vizzini (nella Prima Repubblica era nel Psdi). Rita era nel suo periodo politico e si sentiva sempre ripetere, più o meno esplicitamente, che stava sfruttando il (cog)nome del fratello Paolo. Vizzini quella volta disse a Rita che contestava le sue scelte politiche (si sa, Paolo era stato di destra) e subito correggeva il tiro, a scanso di equivoci, dicendo di aver "collaborato con suo fratello". Insomma, non è che criticando Rita Borsellino stava infangando la memoria del giudice ucciso, chiaro. Rita sommessamente fece notare che Paolo era suo fratello e la tragedia lei l'aveva vissuta in primissima persona. Ecco, qualche tempo dopo Vizzini, da redivivo socialista "di sinistra", sarebbe diventato uno dei più attivi e strenui sostenitori di Rita Borsellino in politica.
Lunga premessa per finire a parlare della nipote di Rita, Lucia Borsellino. Non c'è niente da fare: noi siciliani non ce le meritiamo certe persone. Abbiamo (parlo in prima persona perché in fondo la responsabilità è davvero collettiva, di tutti noi siculi, anche di chi non ha colpe dirette, ndr) preferito Totò Cuffaro a Rita Borsellino, a Palermo ci confortavano i giochi di potere trasversali più del programma di rottura di Rita, così come ci siamo fatte piacere le giravolte e le ipocrisie del Pd. E così abbiamo abbandonato anche Lucia Borsellino a combattere da sola la sua battaglia civile e professionale, per non disturbare i manovratori della politica ai quali dobbiamo sempre qualcosa. Lucia che da dirigente della sanità regionale aveva dimostrato grande competenza e capacità anche durante le giunte Lombardo, Lucia che da assessore con Crocetta era l'unica davvero titolata a rappresentare la rivoluzione siciliana tanto strombazzata. Strombazzata, ma non da lei, che con discrezione ha continuato a lavorare nonostante "l'ambiente circostante". Dopo un primo tentativo di uscire da quel teatrino, con dimissioni respinte a febbraio dopo lo scandalo della piccola Nicole morta in ambulanza, ora ha lasciato definitivamente. Singolare, però: c'è voluto un caso più che politico che tecnico per accelerare la rottura. L'episodio è simbolico, naturalmente. Il chirurgo e medico personale di Crocetta, Matteo Tutino, primario al Villa Sofia di Palermo, arrestato per truffa, falso, peculato e abuso d'ufficio («Quest'amicizia, sempre ostentata da Tutino, ha molto condizionato la vita di una grande azienda ospedaliera di Palermo», ha spiegato l'ormai ex assessore). La classica goccia che fa traboccare il vaso. E che certifica il fallimento della presunta rivoluzione crocettiana.
Ripeto, non ci meritiamo persone come Lucia, gente perbene e capace che dice cose così:
Oggi torno a essere la figlia di Paolo. E, in nome dei suoi semplici insegnamenti, chiedo a tutti di non invitarmi, il 19 luglio, alla commemorazione di via D'Amelio. Non capisco l'antimafia come categoria, come sovrastruttura sociale. Sembra quasi un modo per cristallizzare la funzione di alcune persone, magari per costruire carriere. La legalità, per me, non è facciata, è una precondizione di qualsiasi attività.
mercoledì 18 luglio 2012
Caro Paolo ti scrivo...
Ciao Paolo,
anche se non ci conosciamo personalmente, spero non sia un problema se ti do del tu. "Dottor Borsellino" mi suona un po' troppo distaccato.
Hai visto cosa sta succedendo? Io non so se vent'anni fa la parola "default" fosse così tanto utilizzata, ma di fallimento si parlava eccome. E dire che tu, Giovanni Falcone e tutti gli altri l'avevate detto: con le collusioni e il clientelismo, la nostra Sicilia non ha speranze di crescita e sviluppo. Voi lo dicevate in un contesto particolare, quello della magistratura, dei processi, del diritto. Ma in fondo il messaggio rimane quello: la Sicilia soffoca sotto l'oppressione della mafia e delle degenerazioni della vita politica e sociale.
Quando voi parlavate di queste cose, magari eravate marchiati con l'etichetta di "professionisti dell'antimafia". Invece ora siamo in mano ai dilettanti o a ben altro tipo di professionisti... Sono passati vent'anni e la situazione è peggiorata, la Sicilia è sull'orlo del fallimento. E non ci sono più "professionisti" come te e Giovanni. Tutto cambia per non cambiare niente, oppure non cambia nulla per far cambiare tutto. Insomma, lo sai meglio di tanti altri com'è fatta la Sicilia.
Vent'anni dopo siamo ancora qui, a chiederci cos'è successo in via D'Amelio, o meglio perché, o meglio ancora chi. Il tempo è passato ma i nomi son rimasti sempre gli stessi. C'è chi ha fatto carriera e chi semplicemente ha continuato a vivere. Alla seconda categoria appartiene la tua famiglia. Ad Agnese, tua moglie, attribuiscono una demenza senile, perché soltanto adesso dice di ricordarsi di certi dettagli di allora. Il garantismo della memoria, evidentemente, vale solo per il senatore Mancino. Tua sorella Rita un po' di carriera, a dire il vero, l'ha fatta: è stata una speranza effimera, ma si sa che in democrazia ha ragione la maggioranza. E alla maggioranza dei siciliani andava bene Cuffaro. Questa è storia, non un'opinione. Ora è a Strasburgo, Rita, nel limbo dove non si dà fastidio. Salvatore è il tuo fratello battagliero. L'hai visto in giro con le sue agende rosse, cioè le tue? A lui e a Rita, pensa un po', rimproverano di utilizzare il tuo cognome per la propria visibilità. La loro colpa, sai, è di essere di sinistra. Tu sei di destra, continuano a ripetere. Pensavo che foste semplicemente una famiglia antimafia, non una campagna elettorale.
Poi ci sono i tuoi figli. Lucia è una bravissima dirigente regionale della sanità. Manfredi è commissario di polizia. Fiammetta, che vent'anni fa era in Thailandia, è rimasta un po' defilata e infatti ricorda che "spesso le commemorazioni si tramutano in passerelle". Passerelle per gli ipocriti che forse neanche ti sopportavano. E invece alla tua famiglia si rimprovera addirittura la voglia di conoscere la verità. Solo a loro, pensaci, viene richiesto un rigoroso rispetto delle istituzioni.
Poi c'è la politica, ci sono i commentatori, gli opinionisti, i venditori di verità assortite e di dubbi perentori. C'è una magistratura delegittimata dalla politica e a volte da se stessa. A molti la carriera e la visibilità non dispiacciono affatto.
E infine ci sono io – e tutti gli altri come me. Gli anonimi, "dilettanti", eravamo bambini vent'anni fa e siamo cresciuti. Forse un po' in fretta, in un certo senso. E dopo due decenni ci fermiamo ancora a riflettere su quel giorno, a pensare a quell'estate troppo calda. Penso anche a chi era troppo piccolo o non c'era ancora, e magari ti ha conosciuto nel volto e nei baffi di qualche attore che ti ha portato sullo schermo.
Il vero "default", il vero fallimento della Sicilia, è questa lunga agonia. Che forse finirà, come diceva Giovanni, perché tutte le cose umane finiscono. Ma tu, Giovanni e i veri Eroi non finirete mai. Altrimenti per quei bambini "dilettanti" sarà davvero difficile crescere.
anche se non ci conosciamo personalmente, spero non sia un problema se ti do del tu. "Dottor Borsellino" mi suona un po' troppo distaccato.
Hai visto cosa sta succedendo? Io non so se vent'anni fa la parola "default" fosse così tanto utilizzata, ma di fallimento si parlava eccome. E dire che tu, Giovanni Falcone e tutti gli altri l'avevate detto: con le collusioni e il clientelismo, la nostra Sicilia non ha speranze di crescita e sviluppo. Voi lo dicevate in un contesto particolare, quello della magistratura, dei processi, del diritto. Ma in fondo il messaggio rimane quello: la Sicilia soffoca sotto l'oppressione della mafia e delle degenerazioni della vita politica e sociale.
Quando voi parlavate di queste cose, magari eravate marchiati con l'etichetta di "professionisti dell'antimafia". Invece ora siamo in mano ai dilettanti o a ben altro tipo di professionisti... Sono passati vent'anni e la situazione è peggiorata, la Sicilia è sull'orlo del fallimento. E non ci sono più "professionisti" come te e Giovanni. Tutto cambia per non cambiare niente, oppure non cambia nulla per far cambiare tutto. Insomma, lo sai meglio di tanti altri com'è fatta la Sicilia.
Vent'anni dopo siamo ancora qui, a chiederci cos'è successo in via D'Amelio, o meglio perché, o meglio ancora chi. Il tempo è passato ma i nomi son rimasti sempre gli stessi. C'è chi ha fatto carriera e chi semplicemente ha continuato a vivere. Alla seconda categoria appartiene la tua famiglia. Ad Agnese, tua moglie, attribuiscono una demenza senile, perché soltanto adesso dice di ricordarsi di certi dettagli di allora. Il garantismo della memoria, evidentemente, vale solo per il senatore Mancino. Tua sorella Rita un po' di carriera, a dire il vero, l'ha fatta: è stata una speranza effimera, ma si sa che in democrazia ha ragione la maggioranza. E alla maggioranza dei siciliani andava bene Cuffaro. Questa è storia, non un'opinione. Ora è a Strasburgo, Rita, nel limbo dove non si dà fastidio. Salvatore è il tuo fratello battagliero. L'hai visto in giro con le sue agende rosse, cioè le tue? A lui e a Rita, pensa un po', rimproverano di utilizzare il tuo cognome per la propria visibilità. La loro colpa, sai, è di essere di sinistra. Tu sei di destra, continuano a ripetere. Pensavo che foste semplicemente una famiglia antimafia, non una campagna elettorale.
Poi ci sono i tuoi figli. Lucia è una bravissima dirigente regionale della sanità. Manfredi è commissario di polizia. Fiammetta, che vent'anni fa era in Thailandia, è rimasta un po' defilata e infatti ricorda che "spesso le commemorazioni si tramutano in passerelle". Passerelle per gli ipocriti che forse neanche ti sopportavano. E invece alla tua famiglia si rimprovera addirittura la voglia di conoscere la verità. Solo a loro, pensaci, viene richiesto un rigoroso rispetto delle istituzioni.
Poi c'è la politica, ci sono i commentatori, gli opinionisti, i venditori di verità assortite e di dubbi perentori. C'è una magistratura delegittimata dalla politica e a volte da se stessa. A molti la carriera e la visibilità non dispiacciono affatto.
E infine ci sono io – e tutti gli altri come me. Gli anonimi, "dilettanti", eravamo bambini vent'anni fa e siamo cresciuti. Forse un po' in fretta, in un certo senso. E dopo due decenni ci fermiamo ancora a riflettere su quel giorno, a pensare a quell'estate troppo calda. Penso anche a chi era troppo piccolo o non c'era ancora, e magari ti ha conosciuto nel volto e nei baffi di qualche attore che ti ha portato sullo schermo.
Il vero "default", il vero fallimento della Sicilia, è questa lunga agonia. Che forse finirà, come diceva Giovanni, perché tutte le cose umane finiscono. Ma tu, Giovanni e i veri Eroi non finirete mai. Altrimenti per quei bambini "dilettanti" sarà davvero difficile crescere.
martedì 19 luglio 2011
C'era un giudice a Palermo
Cinquantasette giorni non sono neanche due mesi. Tra Capaci e via D'Amelio, tra il 23 maggio e il 19 luglio, tra la morte di Falcone e quella dell'amico Paolo Borsellino, passano meno di due mesi. Un assedio breve in una guerra troppo lunga. La strage in cui morirono Borsellino e i suoi agenti di scorta la ricordo un po' meno di quella di Capaci, forse perché si era in estate e nel pieno di un trasloco. Però col tempo l'ho "riscoperta", forse anche grazie a un generale interesse crescente per la grande figura di Paolo Borsellino. Come ogni attentato di mafia, è l'ennesima storia di sangue, violenza, misteri, falsità, depistaggi. Non dico nulla di nuovo rispetto a quello che si ripete puntualmente da diciannove anni. Né intendo parlarne.
Ragiono però sul dolore e su un aspetto che mi ha sempre colpito, sin da quel 19 luglio 1992. Non è una frase scontata, ma penso alle famiglie. La strage di via D'Amelio mi fa sempre riflettere sulla famiglia. Di Borsellino, della sua famiglia, forse ormai sappiamo quasi tutto. I fratelli: Salvatore con le Agende Rosse (in ricordo della famosa rubrica su cui Paolo segnava tutto e che scomparve appena dopo la strage), Rita, effimero simbolo di speranza per la politica siciliana (ma ora "parcheggiata" a Strasburgo); i figli: la bravissima Lucia, dirigente regionale della sanità, Manfredi a capo del commissariato di polizia di Cefalù, e Fiammetta che il giorno della strage era in vacanza in Thailandia. Ma in quel tragico pomeriggio Borsellino, dopo aver pranzato con moglie e figli, stava andando a trovare la madre che viveva proprio in via D'Amelio. E famiglie avevano anche i cinque agenti della scorta morti con il giudice. Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Max Cosina, Claudio Traina e soprattutto Emanuela Loi.
Emanuela Loi, sarda, neanche 25 anni, prossima alle nozze, la prima donna in Polizia a morire in servizio. La famiglia di Emanuela seppe che era morta dal telegiornale. La sorella Claudia: «Almeno questa sconcezza lo Stato poteva evitarcela». Ma lo Stato ha scarsissima memoria: presente il 19 luglio, assente gli altri 364 giorni dell'anno. La regione Sardegna non garantisce l'assunzione ai familiari di "vittime del dovere", a differenza della Sicilia.
Catalano lasciò due figli; Cosina, triestino nato in Australia, si era fatto trasferire a Palermo dopo la strage di Capaci; Traina lasciò la moglie e un figlio piccolo; Li Muli, il più giovane di tutti, aveva 22 anni e lasciò genitori e fratelli. Anche loro, tra di loro, erano una famiglia: Cosina, prima di morire, chiese in ambulanza «come stanno i miei colleghi?».
C'è però un'immagine che davvero mi fa rabbrividire e piangere quando penso a via D'Amelio ed è con questa che devo chiudere questo post. In realtà non ce la faccio neanche a spiegarla...
Antonino Caponnetto, "inventore" del pool antimafia, maestro di Falcone e Borsellino. Che per lui, però, erano come dei figli.
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| Mariano D'Amelio, casualmente, era un giudice (1871-1943) |
Emanuela Loi, sarda, neanche 25 anni, prossima alle nozze, la prima donna in Polizia a morire in servizio. La famiglia di Emanuela seppe che era morta dal telegiornale. La sorella Claudia: «Almeno questa sconcezza lo Stato poteva evitarcela». Ma lo Stato ha scarsissima memoria: presente il 19 luglio, assente gli altri 364 giorni dell'anno. La regione Sardegna non garantisce l'assunzione ai familiari di "vittime del dovere", a differenza della Sicilia.
Catalano lasciò due figli; Cosina, triestino nato in Australia, si era fatto trasferire a Palermo dopo la strage di Capaci; Traina lasciò la moglie e un figlio piccolo; Li Muli, il più giovane di tutti, aveva 22 anni e lasciò genitori e fratelli. Anche loro, tra di loro, erano una famiglia: Cosina, prima di morire, chiese in ambulanza «come stanno i miei colleghi?».
C'è però un'immagine che davvero mi fa rabbrividire e piangere quando penso a via D'Amelio ed è con questa che devo chiudere questo post. In realtà non ce la faccio neanche a spiegarla...
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