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sabato 22 aprile 2023

I traditori dell'antimafia

Franco La Torre non aveva ancora 26 anni quando nel 1982 il padre Pio, allora segretario regionale del Pci in Sicilia e fautore della grande rivoluzione antimafia della confisca dei beni, fu ucciso da Cosa Nostra. Oggi di anni ne ha 66 e da quasi trenta porta avanti una battaglia contro il sistema di potere politico-mafioso. Nel 2021 ha pubblicato L’antimafia tradita , in cui denunciava la deriva di un movimento chiuso in se stesso, autoreferenziale, a volte ipocrita. Non vuole commentare il caso di Daniela Lo Verde, preside della scuola “Giovanni Falcone“ allo Zen di Palermo, icona antimafia arrestata per corruzione ("sono dispiaciuto, ma non parlo di indagini in corso, nessuno è colpevole fino all’ultimo grado di giudizio"), eppure non si sottrae all’analisi delle storture di un’antimafia, appunto, tradita.


Pio La Torre fu assassinato a Palermo il 30 aprile 1982

Pio La Torre fu assassinato a Palermo il 30 aprile 1982


La Torre, che cosa è successo all’antimafia?
“A fronte di una ricetta straordinaria, grazie alla legge che porta il nome di mio padre, oggi abbiamo un’antimafia sociale diffusa nel territorio inimmaginabile quarant’anni fa. Da Udine a Mazara del Vallo è pieno di associazioni, comitati, piccoli gruppi che fanno un lavoro straordinario. La questione è la loro fragilità: sono esperienze molecolari, non hanno la possibilità di confrontarsi e spesso producono fenomeni di autoreferenzialità. Della serie: “noi siamo i più bravi del mondo a fare quello che facciamo“. Un limite che si può superare solo con il confronto”.
Confronto e anche controllo...
“Certo. Se ci fossero più occasioni di dialogo tra le varie realtà antimafia, potrebbero emergere anche le cose che non vanno. Ad esempio, se non mi presento a un incontro, alla fine perdo credibilità e gli altri iniziano a farsi venire dei dubbi. Magari scoprendo che era tutto finto”.
Perché c’è così tanta personalizzazione nell’antimafia?
“Perché è un ottimo strumento. Perché ti promuove. Perché è una buona pubblicità. Perché io sindaco, per dire, posso poi appuntarmi al petto la coccarda di aver sostenuto una buona azione. Perché alcuni avvocati creano le associazioni per costituirsi parte civile, e passano per movimenti antimafia: ma è solo il loro lavoro. Perché aiuta a far carriera. Fino ad arrivare alle conseguenze più tragiche, tipo fare il paladino dell’antimafia e poi risultare mafioso: si usa l’antimafia come copertura, e la mafia l’ha capito da tempo”.
Arriviamo allora a quella famosa e tanto discussa definizione, i “professionisti dell’antimafia“ di Leonardo Sciascia... Si finisce sempre lì?
“Le situazioni controverse, gli errori e le esagerazioni vanno sempre condannati, stigmatizzati, senza però buttare via il bambino con l’acqua sporca, perché non sono tutti imbroglioni. Bisogna partire dal presupposto che c’è un’antimafia tradita. In fondo, è come l’antibiotico: da sola non basta, e va aiutata”.
Come si può aiutarla?
“Facendo parlare tra di loro movimenti e attivisti. Le istanze collettive rendono più forte la voce, anche e soprattutto per farsi sentire dalle istituzioni. Ci si lamenta sempre che l’antimafia è assente dall’agenda politica. Ma non sempre la politica è illuminata o sa ascoltare”.
Bisogna saper farsi sentire.
“Sì, ma per farsi sentire si deve alzare la voce. Cantando in coro, per dirla con una metafora”.
Dove sta andando l’antimafia?
“Va avanti. Noi siamo il Paese dell’antimafia, l’unico al mondo. Non siamo più il Paese delle mafie, ormai ce ne sono anche altrove, magari più potenti delle nostre. Ma al di là di questo, sicuramente l’Italia, grazie a strumenti normativi, istituzioni e una coscienza civile diffusa, è il luogo dell’antimafia”.


[intervista pubblicata su Quotidiano Nazionale]

venerdì 27 gennaio 2023

I miei giorni a Campobello / I giovani

Nei miei giorni da inviato a Campobello di Mazara e Castelvetrano, solo in un caso ammetto di essermi lasciato andare alla retorica. Quando ho parlato dei - e con i - giovani, anzi giovanissimi, di quei paesi. Il giorno in cui sarebbe stato scoperto il secondo bunker di Matteo Messina Denaro a Campobello, la mattina i ragazzi delle scuole del circondario erano scesi in piazza con cartelli e slogan, cosa che le altre generazioni non avevano granché fatto. Ero in giro tra Campobello e le campagne quando poi mi sono spostato a Castelvetrano proprio per parlare con questi adolescenti che avevano voglia di dire la loro e di essere ascoltati. La manifestazione era già terminata ma ho trovato due gruppi di ragazzi ancora in piazza: i 14-15enni di Campobello, freschi studenti del liceo scientifico a Castelvetrano, e i 16-17enni del classico, provenienti anche da altri paesi della provincia (Partanna, Santa Ninfa, Salaparuta).
Tutti sono contenti dell'arresto del boss. Tutti però vogliono risposte su come sia stata possibile questa latitanza così lunga. Tutti chiedono che la loro voce venga finalmente ascoltata e si inizi ora a parlare di futuro. Tutti sottolineano la frattura generazionale tra i "vecchi" che hanno spesso giustificato il boss, facendone addirittura un eroe, e i giovani che non possono accettare questa presunta "normalità" ("Come si fa? Ha ammazzato anche quel povero bambino", dice Stefano riferendosi a Giuseppe Di Matteo). Ma ci sono anche alcune differenze.
Le cose più forti, che costringono a riflettere, me le hanno dette i campobellesi. Dalila, Alice, Marco, Giada, Gabriele e gli altri, tutti concordi nel dire che quando saranno grandi lasceranno il loro paese ("Ormai è rimasto un paese di vecchi", dice Dalila, vecchi con cui non c'è dialogo o confronto); solo uno azzarda "io resterei", ma al condizionale perché ci vogliono le condizioni giuste. E poi il colpo che smantella decenni di retorica dell'antimafia da festa comandata, istituzionale, di maniera: "Sì, a scuola si parla di mafia; abbiamo parlato di Falcone, Borsellino, il generale dalla Chiesa, ma non di Messina Denaro". Magari il loro è un singolo caso (i ragazzi dell'altro gruppo riferiscono al contrario di iniziative antimafia in cui anche l'ex latitante era parte del discorso), magari è una coincidenza, però quella frase è stata per me una deflagrazione. Anche perché sono gli stessi ragazzi a spiegare che nel loro paese il padrino ha avuto decenni di coperture dalle generazioni che hanno approfittato, pure indirettamente, del suo potere criminale. L'omertà è sempre un fatto di interesse, non di disinteresse. Poi, più tardi nella stessa giornata, quei giovanissimi di Campobello li avrei ritrovati davanti alla stradina del bunker, via Maggiore Toselli, incuriositi e ancora con tanta voglia di sapere.
Dai ragazzi del classico ho percepito invece un briciolo di ottimismo in più. Sono stanchi delle etichette di "terra di mafia", addirittura se lo sono sentiti dire da un liceo campano con cui hanno fatto uno scambio ("Chissà che cosa diranno quando verranno a marzo!", commenta una delle ragazze). Si chiamano Angela, Egle, Maria Sole, Stefano, Nadia, Imma. Vogliono risposte, sanno che Messina Denaro ha prosperato grazie al suo "ricatto occupazionale". Nel loro futuro ci sono ancora i loro paesi e la loro provincia, quantomeno la loro Sicilia. "Vogliamo restare e fare qualcosa per la nostra terra", dicono praticamente in coro. Angela cita il suo "mito Falcone" - si illumina in volto - e la mafia come fatto umano che prima o poi dovrà finire ("Si spera non insieme all'essere umano", aggiunge). Lei ha le idee chiare: "Voglio fare il magistrato. Antimafia. Devo restare qui".

giovedì 26 gennaio 2023

I miei giorni a Campobello / Le voci

A Campobello di Mazara non è stato facile raccogliere voci e reazioni dopo l'arresto di Matteo Messina Denaro, soprattutto nei primi momenti a caldo. Al di là dei silenzi, delle connivenze, delle omertà e della voglia di farsi serenamente i fatti propri, l'essere catapultati improvvisamente nel circo mediatico ha frenato molto la gente del paese. Più loquaci i giovani, giovanissimi, ma meritano un capitolo a parte. La curiosità c'era, sì, ma non tanto da esporsi. Persino una faccia come la mia, così siciliana da essere a-sud-di-Tunisi, risultava estranea, forestiera. L'ho visto in un bar della via principale, dove il mio ingresso ha subito destato quasi fastidio, quantomeno imbarazzo, a tal punto che la giovane barista mi ha servito velocemente e poi è uscita fuori con altri avventori a proseguire le chiacchiere interrotte dal mio arrivo. Aveva invece più voglia di parlare, e mi ha detto cose molto interessanti, l'edicolante di via Umberto, a pochi metri dallo studio del medico Tumbarello che firmava ricette e certificati al boss. Poco più che quarantenne, l'edicolante mi ha mostrato la pila di giornali invenduti sul bancone e quella ancora imballata sul retro: "Ho venduto solo una trentina di copie in una mattinata, quando in questi casi se ne vendono almeno 300. La gente non ha voluto saperne". Una sorta di silenzio autoimposto. "Un signore non voleva neanche farsi vedere con il giornale in mano". E poi un pacato atto  d'accusa collettivo: "Assurdo che ora dicano tutti che non ne sapevano nulla. Io ho visto le immagini dell'arresto e secondo me quel signore con il cappotto di montone in passato è entrato anche qui. Non sapevo chi fosse, ma quanti vestono in quel modo?". Nota a margine: anche quei pochi che hanno voluto parlare quasi mai hanno pronunciato il nome di Messina Denaro, ma "lui", "quel signore", detto anche con disprezzo, chiaro. Il giorno dopo, qualche ora prima della scoperta del secondo bunker, ho fatto due chiacchiere con il benzinaio che si trova proprio di fronte alla famigerata ex via Cb 31, presidiata da tv e carabinieri. "Una giostra, un carosello", e si è messo persino a canticchiare il tema dei clown di Fellini, quello di Nino Rota. Non intendeva sminuire l'importanza dell'evento, ma sottolineare con sprezzante disincanto, molto siciliano, le esagerazioni di quelle ore, lo schieramento di forze (dell'ordine e dell'informazione) e forse anche una certa spettacolarizzazione. Fatalismo e pragmatismo che avevo colto il primo giorno anche a Palermo, a dire il vero. Il resto invece è stato un susseguirsi di smorfie, silenzi, pause, quel linguaggio non verbale siciliano che per fortuna un po' conosco. Per questo ho interpretato molti non-detti, eloquenti tanto quanto, se non più, i balbettii imbarazzati davanti alle telecamere. 

mercoledì 25 gennaio 2023

I miei giorni a Campobello / Il paese

Una delle prime immagini che mi ha accolto a Campobello di Mazara è la coppia di ragazzini su uno scooter, senza casco, che trascinavano un cavallino al trotto con una corda.
Non sono andato lì a fare reportage etnografici né verbose analisi sociologiche, il mio compito era solo cercare di trasmettere ai lettori l'atmosfera che si respirava nel paese in cui Matteo Messina Denaro ha trovato rifugio e complicità per tanti anni. Mi sono affidato a quel che ho visto, sentito, percepito. Anche i silenzi e i rumori mi sono serviti per farmi un'idea. Cercando di non avere preconcetti. Infatti non voglio giudicare nessuno. Quindi sono le immagini del paese a parlare. Nei prossimi post darò spazio alle voci.
Al mio ritorno mi sono poi imbattuto, davvero casualmente, in una novella di Pirandello ("Il libretto rosso", 1911), in particolare in un passo che mi fa riflettere: "Molta indulgenza bisogna avere per gli abitanti di [...], perché non è molto facile essere onesti quando si sta male". Tra parentesi c'era il nome del paese fittizio di Nisia, ma purtroppo potrebbe vale per molti altri.
Ci sono istantanee che ancora adesso dopo una settimana mi restano impresse e credo siano state significative nel tracciare un identikit del territorio. 
  • La toponomastica labirintica. Una volta le strade si chiamavano via Cb 31 (Cb=Campobello; ormai lo sanno tutti che è l'attuale vicolo San Vito del primo covo del boss trovato il giorno dopo l'arresto), via M (attualmente è via Marx, la parallela a Cb 31), via 10, via 5, via Y eccetera. Quelle con i numeri e le lettere sono state ribattezzate anche in onore di eroi antimafia: stradine di periferia circondate da abusivismo e un po' di abbandono. Come abbandonate sono le vie dedicate ai grandi registi italiani (De Sica, Fellini, Germi). I vigili urbani mi hanno spiegato che le nuove intitolazioni risalgono all'anno scorso. L'antimafia è in periferia, compreso il murale per Peppino Impastato su una centralina elettrica o il piazzale del cimitero intitolato a don Pino Puglisi. 
  • Il cartello vecchio. All'ingresso del paese c'è il cartello "Campobello di Mazara. Provincia di Trapani. Ab. 13000". Non mi era capitato spesso di leggere su un cartello il numero di abitanti, quindi mi ha incuriosito. Ho controllato: Campobello ha circa 11mila abitanti, i 13mila li ha sfiorati nel censimento del 1991. So che possono sembrare stupidaggini, ma sinceramente mi ha impressionato che quel cartello di benvenuto sia vecchio almeno di trent'anni... 
  • Il centro vaccinale. A uno degli ingressi del paese c'è il centro vaccinale nel quale anche Messina Denaro si è fatto somministrare tre dosi di anti Covid. Il centro ha sede in un bene confiscato alla mafia, ufficialmente in territorio comunale di Castelvetrano ma proprio a ridosso dell'entrata di Campobello. Il bene era la concessionaria auto Mo.Car, confiscata all'imprenditore Andrea Moceri. Mi ha colpito vedere ancora l'insegna della concessionaria sull'edificio. 
  • La cultura abbandonata. Una delle cose interessanti che mi hanno detto gli adolescenti del posto è che l'unico modo per affrancarsi è la cultura. Dico interessante perché se ci si limita per esempio a leggere la voce "Campobello di Mazara" su Wikipedia, alla sezione "Storia" si parla solo dell'arresto di Messina Denaro. Eppure nel territorio di Campobello ci sono le Cave di Cusa, il Baglio Florio, l'area archeologica di Erbe Bianche, ci sono questi luoghi eppure visitarli è tutt'altro che facile: le Cave sono quelle dove si estraeva la pietra di calcarenite per i templi di Selinunte, ma il cancello è chiuso e si passa abusivamente da un varco nella recinzione; il Baglio ospita il Museo della Civiltà contadina, ma anche lì c'è il lucchetto; Erbe Bianche, sito dell'età del Bronzo, è abbandonato e incolto. Nascondere la Storia è un peccato. A volte anche un reato. 

martedì 24 gennaio 2023

I miei giorni a Campobello / Un diario

Esattamente una settimana fa ero a Campobello di Mazara. Ero partito il giorno prima, lunedì 16, inviato dal mio giornale a seguire la notizia dell'anno, del decennio, del secolo, cioè l'arresto di Matteo Messina Denaro. Con una settimana di ritardo, vorrei provare a riassumere le sensazioni di quei tre giorni. Non sono andato pretendendo di avere risposte o chissà quali segreti da rivelare. Il mio compito è stato piuttosto di registrare le reazioni, il clima che si respirava tra Palermo e il territorio del boss. E qui, su questo blog dal quale purtroppo latito (ops) da tanto, proverò a lasciare tracce di un diario a mente fredda. Parlerò di quello che ho visto o creduto di vedere a Campobello, delle sensazioni che mi hanno lasciato, anche in prospettiva, i giovani di quei paesi, dei messaggi che mi ha trasmesso il paesaggio, non solo quello urbano, di che cosa rappresenta l'arresto di Messina Denaro. Niente considerazioni tecniche, nessun discorso complottistico, solo le riflessioni di un ex bambino che ricorda ancora le stragi del 1992 e con la fine della latitanza di Messina Denaro sente di avere un briciolo di serenità in più. Senza illusioni, ma anche senza cinismo. 

sabato 3 marzo 2018

L'antimafia dei professionisti

Giusto una riflessione pre-voto, da parte di un siciliano che non potrà tornare a casa per votare.
Inutile ragionare su come andrà a finire, però. Da siciliano rilevo che, dopo le regionali di novembre, è tornato il centrodestra unito che ha quasi sempre governato la mia regione. Nell'Isola ormai la partita sembra solo tra la nuova alleanza berlusconian-salviniana e il Movimento 5 Stelle. Dunque il centrosinistra e la sinistra sono fuori gioco. Per esclusiva colpa loro. Soprattutto del Pd.
Ma la riflessione che faccio è su ciò che c'è alla sinistra di Renzi. E su un aspetto che non è quasi mai stato sottolineato abbastanza. La Sicilia ha un suo elettorato di sinistra, certo, storicamente radicato in alcune zone soprattutto. Ora, però, chi votava a sinistra (sinistra, dico, non Pd...) si è buttato sui 5 Stelle. Eppure, com'è possibile che una delle regioni meno "rosse" che ci siano in Italia abbia espresso negli ultimi cinque anni i leader delle formazioni politiche a sinistra del Pd?
Nel 2013, l'accozzaglia di Rivoluzione Civile era guidata da Antonio Ingroia, tanto improbabile come tribuno quanto "movimentato" era da pm antimafia. Come andò, si sa. Adesso c'è Liberi e Uguali, un altro puzzle non troppo ben assemblato, ancora più esplicitamente anti Pd, considerata la provenienza della maggior parte dei suoi esponenti, candidati e leader-ini. "-ini", perché il leader dovrebbe essere Pietro Grasso, uno che a oltre 70 anni, e dopo un quinquennio da seconda carica dello Stato, dice di voler mettere in gioco "il ragazzo di sinistra" che c'è in lui. Lasciando perdere le persino ovvie battutine su chi comanda davvero ("ha i baffi, è intelligente e ha la barca a vela", secondo una memorabile battuta di Benigni?), è singolare che anche Grasso sia stato un procuratore antimafia, però di livello molto più alto di Ingroia (il quale a sua volta ora si presenta con l'improbabile Lista del Popolo per la Costituzione). I due non si amano affatto, oltretutto. Uno, il giovane Antonino, è uomo di piazza e "partigiano", l'altro, l'anziano Piero, si è costruito una impeccabile carriera istituzionale, "politica".
Ecco, per due volte di fila la sinistra italiana, variegata e inconcludente, si è affidata a ex magistrati antimafia, forse proprio per l'unica ragione che sono stati magistrati antimafia... In mezzo ci metto pure le ultime regionali, con Claudio Fava che è entrato all'Ars alla guida del suo movimento Cento passi per la Sicilia. Fava è vicepresidente della commissione Antimafia.
La riflessione: sarà pure legittimo – e lo è, altroché – criticare i metodi della selezione della classe dirigente degli altri partiti e schieramenti, a partire dai 5 Stelle, ma trovo ancora più grave l'incapacità della sinistra di scegliere leader veri e attendibili, anziché sventolare bandierine e dimostrare la distanza da quel poco di elettorato che le sarebbe rimasto. Qui non ha senso rivangare le solite polemiche sui professionisti dell'antimafia, ma parlerei dell'antimafia dei professionisti...
Due ex procuratori e un membro della commissione parlamentare. Come se a rappresentare l'antimafia dovessero essere solo i nomi istituzionali e non anche quelli che la fanno ogni giorno senza clamore. In Sicilia e non solo. E come se per essere di sinistra si dovesse dichiarare platealmente la patente dell'antimafia. Antimafia lo si è, non lo si fa.
Mi ricorda la risposta di Enzo Biagi a una domanda sulla nascita del Partito Democratico: «Pensavo che tutti i partiti fossero democratici»...

sabato 18 novembre 2017

Il silenzio dei colpevoli

Uno studio dell'Università di Zurigo, pubblicato cinque anni fa sulla rivista Annals of Epidemiology, diceva che "la morte preferisce i compleanni". L'analisi, effettuata sulle statistiche di 40 anni di decessi in Svizzera (2,4 milioni di persone), arrivava alla conclusione che le morti avvenute nei giorni di compleanno sono state il 13,8% in più rispetto a qualsiasi altro giorno dell'anno. Chiedere per informazioni a William Shakespeare o Ingrid Bergman.
Perché succede? Naturalmente è fortissima la componente del caso. Ma non solo: il fattore di rischio sale al 18% tra gli ultrasessantenni, a volte legato a una serie di tendenze psicologiche che favorirebbero il decesso, soprattutto tra gli uomini e gli anziani.
Ci si lascia andare alla tristezza, pare. Oppure, al contrario, c'è la "teoria del rinvio": resistere almeno fino al giorno del proprio compleanno e poi magari abbassare le difese. Questo, scrivevano gli studiosi svizzeri, capita in generale tra le persone gravemente ammalate. E poi ci sono quelli che muoiono pochissimi giorni prima o pochissimi giorni dopo il compleanno, naturalmente.
Insomma, un po' è il caso, un po' anche le coincidenze hanno un fondamento scientifico.
Dunque: un uomo, anziano, gravemente ammalato. Degnamente e dignitosamente assistito, peraltro. Ecco, Totò Riina stava per morire il giorno del suo compleanno. E invece, lui che se ne è sempre fregato di qualsiasi regola e non ha mai avuto rispetto per nulla in vita, ha fatto a modo suo anche in punto di morte, rinviando di un giorno. Giusto in tempo per ricevere gli auguri social del figliolo. Perché alla fine i Riina si lamentano e chiedono silenzio, ora. Silenzio, cioè la parola d'ordine della filosofia mafiosa dell'omertà. Chiedono silenzio però usano Twitter e Facebook per rivendicare un orgoglio di famiglia di cui francamente faremmo un po' tutti volentieri a meno.
Io, da parte mia, non dico altro sulla morte della belva di Corleone, criminale e stragista. Vogliono il silenzio? Lo avranno, se proprio ci tengono. Una forma singolare di garantismo... Ma non è oblio. Possiamo anche non parlarne più, signori Riina-Bagarella, ma star zitti non vuol dire dimenticare. Io continuerò a ricordare tutto lo schifo che ha commesso.
E ricorderò una persona straordinaria che al contrario è morta effettivamente il giorno del suo compleanno. Si chiama don Pino Puglisi. Lui è beato, Riina invece non avrà i funerali in chiesa. Giusto così, questo è l'unico silenzio che merita un boss.

martedì 29 agosto 2017

Scusate per l'interruzione

Da giorni mi risuonano martellanti in testa questi versi: «il loro capo Ottavio Navarra / è stato eletto adesso sta a Roma / si è comprato un vestito decente / ma dentro ha ancora più rabbia di prima». Sono versi di una canzone dei Modena City Ramblers, La banda del sogno interrotto, dedicata a "una Sicilia che non c'è" (dall'album La grande famiglia, 1996). Quelle parole insistono nella mia mente da quando ho letto il nome di Ottavio Navarra, fondatore dell'omonima casa editrice, nelle recenti cronache politiche siciliane. È lui il candidato di Rifondazione comunista e Possibile a presidente della Regione. E non intende fare un passo indietro (a meno di improbabili unità ritrovate), dopo le solite manfrine a sinistra, tra Pd+alfaniani, crocettiani, bersaniani, dalemiani, pisapiani, convergenze di qui e di là, candidature alternative come quelle di Claudio Fava per conto di Mdp. Insomma: il solito bestiario di correnti, sigle, antipatie che anima la sinistra italiana (anche quella, in forma di partito, con la 'S' maiuscola...), in Sicilia esplode come attività magmatica.
E qui tornano le parole dei Modena City Ramblers. Chi è Ottavio Navarra? Di chi era "capo"? Quella canzone, spiegò il gruppo, era "dedicata a dei ragazzi di Palermo, conosciuti alla festa di Cuore nel '93, che malgrado le avversità continuano a lottare...". Navarra, originario della provincia di Trapani, è stato uno dei fondatori della Pantera, il movimento studentesco che dall'autunno 1989 si è esteso dalla facoltà di Lettere di Palermo al resto delle università italiane. Ottavio era uno dei leader di quel "nuovo '68". Tante battaglie politiche e civili, è stato anche corrispondente de L'Ora da Marsala, giovanissimo è stato eletto in Parlamento con i Democratici di Sinistra. Nel 1994, a 28 anni. E, appunto, «si è comprato un vestito decente / ma dentro ha ancora più rabbia di prima».
L'esperienza romana durerà poco ma poi inizierà quella regionale all'Ars, comunale a Marsala, e nella segreteria dei Ds al fianco, guarda un po', di Claudio Fava... Poi basta politica partitica, via con la scommessa della casa editrice e avanti con l'impegno sociale e culturale antimafia. Ora invece un ritorno inatteso su una scena politica dove il contrario dei sogni interrotti è una realtà da incubo.
Il quadro era chiaro già ai Modena City Ramblers. Ventuno anni fa.
Hanno sfilato in manifestazione, / raccolto distratta solidarietà / hanno pianto Falcone e gli altri, / hanno guardato sbarcare i parà / volantinato Zen e Acquasanta / e non so quanti altri quartieri / intanto il governo ha sbloccato gli appalti / e la mafia riapre i cantieri /
Non so se noi ne avremo il coraggio, / se prenderemo la via del nord / o meglio ancora via dalle palle, / fare in culo a tutti voi / perché nella banda del sogno interrotto / non sono molti i fortunati / sono in tutto quaranta persone / di cui trentotto disoccupati

giovedì 10 agosto 2017

Ignoranza criminale

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In pienissimo centro a Firenze, in via de' Ginori, c'è questo bel negozio che vende prodotti, perlopiù calabresi, da terre confiscate alle mafie. Lo scrivono anche fuori, in inglese. Ma sotto, ed è questo che mi ha lasciato interdetto, hanno dovuto aggiungere "non è uno scherzo!".
Perché?, ho chiesto ai proprietari. La gente non ci crede? Peggio: hanno dovuto (appunto, dovuto) aggiungere quella frase per i turisti. "Scoppiavano a ridere", mi ha detto desolata una signora reggina gentilissima. Per loro, soprattutto per gli americani, notoriamente poco avvezzi a preoccuparsi di capire come giri realmente il mondo oltre il loro grande Paese, la mafia è quella del Padrino. "Uno scempio", ha aggiunto la signora.
È un problema di ignoranza che però siamo noi stessi italiani (e siciliani e calabresi e campani eccetera) ad alimentare spesso vendendoci macchiettisticamente ai turisti stranieri. Le cartoline con i motti mafiosi, le statuine con la lupara, la coppola, la musica del Padrino suonata da ogni fisarmonica all'uscita dei ristoranti a menù fisso, più italoamericano che italiano. E così la mafia non è per loro il mostro che soffoca la nostra economia e la società, non il nemico dei giovani coraggiosi del Sud, non la ragnatela criminale del caporalato e dello sfruttamento. No, per loro è tutto un immaginario di boss eleganti, sfarzo stile John Gotti, al massimo epopea/mitologia da gangster.
Per loro la mafia è uno scherzo.
Continuate a mangiare cibo spazzatura, va'.

lunedì 10 luglio 2017

Il ponte sul Detroit

Il Movimento 5 Stelle ha scelto il suo candidato alle Regionali di novembre in Sicilia. Ovviamente è Giancarlo Cancelleri, deputato regionale uscente e già candidato nel 2012, molto vicino ai vertici nazionali. Ovviamente, perché lo sapevano tutti che sarebbe stato lui. E il voto online di qualche migliaio di iscritti M5S non poteva smentirlo. Tra l'altro, assomiglia molto a certe primarie di centrosinistra che i grillini considerano fasulle perché servono solo a certificare un'investitura decisa dall'alto... Il solito show di Beppe Grillo ha fatto solo da contorno.
Su QN ho intervistato Pietrangelo Buttafuoco, acutissimo osservatore delle cose siciliane (da noi sono talmente complesse che forse è meglio usare un termine generico...). E il quadro è, prevedibilmente, impietoso. Tra un M5S quasi certo della vittoria ma costretto a un bagno di realismo, una sinistra assente e da operetta, una destra che si è messa all'angolo. Con un elettorato che spesso pensa solo a se stesso.

La Sicilia come Detroit. «Io a Cancelleri (il neo designato candidato presidente grillino in Sicilia, ndr) l’ho detto: quando il Movimento 5 Stelle vincerà le regionali in Sicilia, dovrà copiare la procedura fatta per Detroit. Dichiarare il default». Pietrangelo Buttafuoco, giornalista e scrittore catanese, non ha dubbi che i grillini vinceranno a novembre. Né sul fatto che la Sicilia «non si può salvare».
Allora c’è poco da fare... La Sicilia è condannata?
«Il M5S è favorito, rappresenta il cambiamento. Ma come tutti i favoriti ha una responsabilità: conoscere la realtà delle cose. E chiunque arriverà dopo Rosario Crocetta farà di peggio. Non ce la farebbe neanche Mandrake! Resta solo dichiarare il default».
Peggio? E perché?
«La Sicilia non si può salvare finché c’è questo statuto speciale che accelera solo le condizioni di corruzione e degrado. Il ricatto del consenso, le clientele: è come una cisti, una metastasi».
Tutta colpa dell’autonomia?
«L’autonomia sarebbe bellissima. Di mio, io sarei indipendentista... Ma non con questa degenerazione e con un ceto politico così inadeguato».
Ecco, i politici. I grillini vinceranno anche perché gli altri...
«I vertici istituzionali nazionali sono siciliani: Mattarella al Quirinale, Grasso al Senato, Angelino Alfano alla Farnesina. E tutti sono partecipi della sofferenza politica della sinistra siciliana. Crocetta è il presidente con il buco (di bilancio) intorno... Resta la solita retorica della sinistra che non risolve i problemi ma li criminalizza».
Sta parlando di mafia?
«Non so se dire ‘per fortuna’ o ‘purtroppo’... ma la mafia è ormai l’ultimo dei problemi. C’è invece questa antimafia da operetta, retorica. Un’antimafia dalla quale, ad esempio, è sempre rimasto fuori Pietro Grasso. Che infatti ha detto di no alla proposta di candidarsi per il centrosinistra».
A sinistra cercano ancora il papa straniero.
«O è il papa straniero o alla fine ricandidano Crocetta, l’uomo dell’asse antimafia-Confindustria, quello che cambia continuamente assessori. La verità è che Renzi non ha mai considerato la Sicilia. E se vedi i renziani siciliani ti scanti (ti spaventi, ndr), ci vuole l’antitetanica! Si è creata una maionese impazzita con il renzismo. Esilarante quando hanno sondato pure Gaetano Miccichè, il banchiere, fratello di Gianfranco, quello di Forza Italia...».
E i vecchi della politica siciliana, l’usato garantito tipo Leoluca Orlando o Enzo Bianco?
«L’unico poteva essere Leoluca, un demiurgo che però ha deciso di godersi il suo lavoro a Palermo, l’ultima vera perla rimasta».
Diceva di Miccichè. La destra come sta invece? Candiderà Nello Musumeci?
«Probabile. Se Silvio Berlusconi ha rimesso tutto in mano a Miccichè vuol dire che non gli interessa più la Sicilia, quella del fu 61-0. Il fatto è che la Sicilia preoccupa molto i leader nazionali».
Perché?
«Qui le campagne elettorali sono come i concorsi pubblici: ognuno cerca la propria collocazione. Questo una volta era il granaio di Roma, ora è solo un granaio elettorale. E in tema di eccentricità non ci batte nessuno: il 61-0, Beppe Grillo che arriva a nuoto, siamo una terra particolare. Tutti i fenomeni del pittoresco si danno appuntamento qui...».
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martedì 6 settembre 2016

La banda dei neomelodici

Succede che a Siracusa venga ospitato uno spettacolo di cantanti neomelodici e rapper nel campetto di una parrocchia gestita da un prete molto impegnato sul fronte dei migranti. Talmente impegnato che tre anni fa fu arrestato e poi subito prosciolto per un presunto giro di falsi permessi di soggiorno. Succede che l'avvocato di don Carlo D'Antoni era la deputata nazionale Pd Sofia Amoddio, membro della commissione Antimafia, dove siede anche Davide Mattiello, torinese e da anni esponente di Libera. E succede che Mattiello, anche lui del Pd, abbia denunciato che tra gli organizzatori dello spettacolo di sabato scorso a Borgo Minniti, Siracusa, c'erano pure Concetto e Seby (all'anagrafe Sebastiano) Garofalo, padre e figlio, condannati a 8 e 3 anni per estorsione ai danni di un imprenditore, ora sotto protezione in località segreta. Succede dunque che la vittima sia costretta a una vita da fuggiasco, mentre i "carnefici" non solo evadono dai domiciliari ma si prendono pure gli applausi della piazza in un posto che sulla carta dovrebbe respingerli. Magari gli applausi andavano ai vari "artisti", dal presentatore Angel alla star della serata Daniele De Martino, rapper palermitano di Borgo Vecchio autore di Nu guaglione 'e quartiere, dedicata al rapinatore Gaetano Castiglione, detto 'O spara spara. Ma magari gli applausi erano davvero anche per gli organizzatori della "bella serata"...
Quello che colpisce non è solo l'ennesima dimostrazione di controllo del territorio della criminalità, ma una singolare concentrazione di impotenza e sottovalutazione del fenomeno da parte delle autorità e delle istituzioni. Perché è vero che c'è la cosiddetta "emergenza migranti", è vero che a Siracusa c'erano i mondiali di canoa polo (sic), è vero che di scuse se ne possono trovare tante, ma è strano che si decida, evidentemente per non turbare l'ordine pubblico, di non bloccare il concerto e limitarsi a filmarlo e redigere un verbale (magari ci faranno pure un bel bootleg). La domanda se l'è fatta appunto in Antimafia l'onorevole Mattiello, non prima di aver mandato, già venerdì, un messaggio alla collega Amoddio: cara Sofia, nella tua città succede che... Succede che lo Stato, che poi chiede alle vittime del racket di denunciare, all'occorrenza non si rende conto che gli stessi estorsori fanno soldi con concerti, partite di calcio, processioni. E gli unici a guadagnare prestigio e consenso sociale sono i boss e i guaglioni 'e quartiere.

mercoledì 28 ottobre 2015

Palermo val bene una messa

Ieri a mezzogiorno le campane della chiesa madre di san Pietro a Modica suonavano a festa. Credo che non aspettassero altro che l'ufficialità, dopo giorni di indiscrezioni che in realtà nessuno avrebbe potuto smentire. Don Corrado Lorefice, 53 anni, è dunque il nuovo arcivescovo di Palermo. Una notizia che ha suscitato nei miei compaesani (ero a Modica proprio ieri, peraltro) reazioni positive, orgogliose. D'altra parte, sentire il nome della tua città tra le prime 3-4 notizie di tutti i tg nazionali e sulle pagine principali dei giornali, non è cosa da tutti i giorni. A meno che non si parli del cioccolato all'Expo, del campione olimpico di scherma Giorgio Avola o del cantautore del futuro Giovanni Caccamo...
Non conosco personalmente don Corrado, ma sapevo già del suo impegno sociale, antimafia, di Libera, di don Pino Puglisi (afferisce peraltro a san Pietro la Casa Don Puglisi, una delle più dinamiche realtà sociali della città di Modica), degli scritti su don Dossetti. Un prete giovane e "impegnato", un semplice parroco, perfetto in accoppiata con don Matteo Zuppi, nuovo vescovo di Bologna, prete dei poveri in una curia tradizionalmente "rigorosa" (diciamolo: conservatrice). Ecco, un mio compaesano (originario di Ispica, in realtà) guiderà la diocesi più importante della Sicilia, mentre nella città in cui vivo adesso tocca a un outsider che arriva dalla Comunità di Sant'Egidio.
Da osservatore laico, per quel che ne capisco e nella parzialità delle mie idee, mi fa piacere. Un altro coup de théâtre di papa Francesco!
Con i neo-arcivescovi Lorefice e Zuppi, ho scoperto, condivido l'interesse per le vicende del Nord Kivu, la più martoriata delle regioni congolesi. Potevo immaginarlo, anzi lo speravo, a proposito di don Corrado: la parrocchia di san Pietro, gemellata con Lukanga, è stato uno dei nuclei storici da cui partì nel 1988 l'esperienza del gemellaggio tra la diocesi di Noto e quella di Butembo-Beni. Proprio a Lukanga, quando era vicerettore del seminario di Noto, don Corrado Lorefice portò i seminaristi a fare gli esercizi spirituali... E un mese fa era a Muhanga, nella missione in mezzo a montagne e boschi del piemontese don Giovanni Piumatti e della missionaria modicana Concetta Petriliggieri, dove io ho imparato molte cose, sull'Africa e non solo.
Io, per concludere su un prete che non conosco di persona, prendo a prestito le parole di un prete che invece ho conosciuto, appunto padre Piumatti: «Don Corrado il mese scorso era qua a Muhanga. Anche i ragazzi, le mamme e i giovani hanno avuto la stessa impressione: non sembra un sacerdote eccezionale. Ha doti umane semplici e profonde che contengono una fede seria, visibili a Muhanga come a san Pietro di Modica. Ora, che papa Francesco, la Chiesa, lo scelga come Vescovo di Palermo, Arcivescovo!, scavalcando le prassi comuni, mentre gli apostoli discutono fra di loro per strada… o nei corridoi, è questo il fatto eccezionale». Grazie Padiri. Sono sicuro che monsignor Lorefice saprà trasmettere a Palermo la sua umana (stra)ordinarietà, nel nome di don Puglisi, del beato Pino che in tanti ora vorrebbero, giustamente, compatrono della capitale siciliana (e intanto un discepolo di don Puglisi, monsignor Carmelo Cuttitta, da Palermo andrà a fare il vescovo a Ragusa). Un bel cambiamento, nella "Sagunto espugnata" di cui parlava il cardinale Pappalardo...

lunedì 20 luglio 2015

La recita del Rosario

Io un abbraccio come quello di Sergio Mattarella e Manfredi Borsellino non ricordo di averlo visto altre volte. Persino il presidente della Repubblica, così schivo e riservato, è andato fuori dal protocollo e ha espresso con naturalezza ed emozione l'affetto per il figlio di Paolo. E questo naturalmente fa più sensazione perché è successo nei giorni dello scandalo e della rabbia per la presunta intercettazione tra il (quasi ex?) presidente della Regione Crocetta e il suo medico-amico Tutino, con le ormai note parole oscene nei confronti di Lucia Borsellino. Forse sarà il solito teatrino alla siciliana, forse no. Certo è che quell'abbraccio sincero e commosso, davanti a sguardi spiazzati, dice più di tante altre parole. Considerando peraltro che le parole di Manfredi erano state dure.
Io mi sono dato un ordine, un obbligo, un compito: ricordare ogni anno, nel mio contesto pubblico molto piccolo, quelle due terribili date del 1992, il 23 maggio di Capaci e il 19 luglio di via D'Amelio. A volte preferirei non farlo, perché non mi pare di avere nulla di così importante da dire. Quello che conta almeno è saperlo, conservare come monito il ricordo dell'estate più calda della storia siciliana. A volte però sarebbe meglio il silenzio, vero, non interrotto da ipocriti applausi di alleggerimento della coscienza. Il silenzio che qualcuno dovrebbe infine consigliare sul serio a Crocetta: a tacere davanti agli insulti di Tutino a Lucia e poi rompere il silenzio alle parole incontestabili di Manfredi, non mi sembra si faccia una gran figura. Senza bisogno di tirare sempre in ballo l'anti-antimafia e l'omofobia.
Ecco, su una cosa taccio invece io, e l'ho fatto anche al lavoro, forse per lapsus, o per scelta, o per ragioni di spazio. Nell'articolo che ho scritto sul Quotidiano Nazionale, ho omesso questa frase di Crocetta: «Tutto accetterò tranne che morire come un pezzo di merda in un letto». Non la capisco, davvero. Il silenzio non è solo omertà. A volte è una splendida opportunità.

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venerdì 3 luglio 2015

Il Borsellino vuoto

Non ricordo quanti anni fa, non sono sicuro che fosse a Ballarò, comunque in una trasmissione del genere, ci fu un interessante e quasi surreale scambio di battute tra Rita Borsellino e l'allora senatore Pdl Carlo Vizzini (nella Prima Repubblica era nel Psdi). Rita era nel suo periodo politico e si sentiva sempre ripetere, più o meno esplicitamente, che stava sfruttando il (cog)nome del fratello Paolo. Vizzini quella volta disse a Rita che contestava le sue scelte politiche (si sa, Paolo era stato di destra) e subito correggeva il tiro, a scanso di equivoci, dicendo di aver "collaborato con suo fratello". Insomma, non è che criticando Rita Borsellino stava infangando la memoria del giudice ucciso, chiaro. Rita sommessamente fece notare che Paolo era suo fratello e la tragedia lei l'aveva vissuta in primissima persona. Ecco, qualche tempo dopo Vizzini, da redivivo socialista "di sinistra", sarebbe diventato uno dei più attivi e strenui sostenitori di Rita Borsellino in politica.
Lunga premessa per finire a parlare della nipote di Rita, Lucia Borsellino. Non c'è niente da fare: noi siciliani non ce le meritiamo certe persone. Abbiamo (parlo in prima persona perché in fondo la responsabilità è davvero collettiva, di tutti noi siculi, anche di chi non ha colpe dirette, ndr) preferito Totò Cuffaro a Rita Borsellino, a Palermo ci confortavano i giochi di potere trasversali più del programma di rottura di Rita, così come ci siamo fatte piacere le giravolte e le ipocrisie del Pd. E così abbiamo abbandonato anche Lucia Borsellino a combattere da sola la sua battaglia civile e professionale, per non disturbare i manovratori della politica ai quali dobbiamo sempre qualcosa. Lucia che da dirigente della sanità regionale aveva dimostrato grande competenza e capacità anche durante le giunte Lombardo, Lucia che da assessore con Crocetta era l'unica davvero titolata a rappresentare la rivoluzione siciliana tanto strombazzata. Strombazzata, ma non da lei, che con discrezione ha continuato a lavorare nonostante "l'ambiente circostante". Dopo un primo tentativo di uscire da quel teatrino, con dimissioni respinte a febbraio dopo lo scandalo della piccola Nicole morta in ambulanza, ora ha lasciato definitivamente. Singolare, però: c'è voluto un caso più che politico che tecnico per accelerare la rottura. L'episodio è simbolico, naturalmente. Il chirurgo e medico personale di Crocetta, Matteo Tutino, primario al Villa Sofia di Palermo, arrestato per truffa, falso, peculato e abuso d'ufficio («Quest'amicizia, sempre ostentata da Tutino, ha molto condizionato la vita di una grande azienda ospedaliera di Palermo», ha spiegato l'ormai ex assessore). La classica goccia che fa traboccare il vaso. E che certifica il fallimento della presunta rivoluzione crocettiana.
Ripeto, non ci meritiamo persone come Lucia, gente perbene e capace che dice cose così:
Oggi torno a essere la figlia di Paolo. E, in nome dei suoi semplici insegnamenti, chiedo a tutti di non invitarmi, il 19 luglio, alla commemorazione di via D'Amelio. Non capisco l'antimafia come categoria, come sovrastruttura sociale. Sembra quasi un modo per cristallizzare la funzione di alcune persone, magari per costruire carriere. La legalità, per me, non è facciata, è una precondizione di qualsiasi attività.

sabato 23 maggio 2015

Gli eroi son tutti giovani e belli

La mafia è nemica della bellezza. Giovanni e Francesca Falcone erano una bella coppia. Ma solo ora, a 23 anni di distanza, mi sono reso conto di quanto fossero – pardon, siano – belli anche Vito, Rocco e Antonio. Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, i tre poliziotti della scorta di Falcone uccisi il 23 maggio 1992, anche loro a Capaci, anche loro sotto la devastante violenza del tritolo mafioso. Begli sguardi, bellissimi sorrisi. La mafia ha ammazzato questa bellezza. Erano giovani padri, mariti, fidanzati, al massimo trentenni.
 Vito                        Rocco                      Antonio
Detesto la retorica "istituzionale" in queste occasioni; se proprio deve esserci retorica, che sia quella delle emozioni, quella che mi porto dietro da quando ho 9 anni. E che mi toglie il respiro ogni volta che guardo le foto di quelle persone così belle e sorridenti. In particolare il largo sorriso di Vito Schifani oggi mi ha dato una scossa. Perché ho pensato a Rosaria, la moglie, quella bellissima e caparbia ragazza di 22 anni (Vito ne aveva 27, il figlio Emanuele "Manù" – ora nella Guardia di Finanza – era nato da appena 4 mesi) di cui tutti ricordiamo le frasi rivolte ai mafiosi durante i funerali. «Vi perdono, ma inginocchiatevi».
Ho pensato a un'altra foto, uno stupendo ritratto di Rosaria. In bianco e nero, lei a lutto, bella, giovane, di una serenità dolente. La foto è della grandissima Letizia Battaglia. Vidi quella foto, in originale, esposta (non capii mai fino in fondo il perché...) alla mostra immagini inquietanti / disquieting images alla Triennale di Milano a fine 2010, curata da Germano Celant e Melissa Harris. In mezzo a foto di violenza, morte, orrori e stranezze, spiccava anche quel ritratto. La cui forza dirompente, a suo modo "inquietante", stava negli occhi chiusi della giovane Rosaria. Lo stesso sguardo timido ma forte e intenso che faceva sorridere l'innamoratissimo – e bellissimo – Vito.

martedì 10 febbraio 2015

Ha voluto la bicicletta...

Appena varcati i controlli di sicurezza, all'aeroporto di Catania, si viene accolti da una teca speciale. Lì dentro c'è una bicicletta, ma non una bici qualsiasi. Si tratta di una Montante, marchio storico siciliano degli anni Venti, che però si era perso per lungo tempo. L'artefice del rilancio è stato l'erede ormai più noto di quella famiglia nissena, Antonello (all'anagrafe Antonio Calogero) Montante. Quella bici all'aeroporto Bellini è una dedica ad Andrea Camilleri, che in un racconto del 2008, Contromano ai carri armati (contenuto nel libro La volata di Calò di Gaetano Savatteri), rievocò la sua corsa verso la libertà durante la guerra proprio in sella a quel gioiello di meccanica su due ruote. Gran bello sponsor.
Ecco, ho ri-scoperto il nome Montante solo qualche anno fa, per la bici esposta a Fontanarossa e perché il cavaliere Antonello è il presidente di Confindustria Sicilia, tra i principali sostenitori di quella "svolta antimafia" degli industriali dell'Isola lanciata dal suo predecessore Ivan (all'anagrafe Ivanhoe) Lo Bello. Un simbolo della nuova antimafia siciliana, protagonista di una stagione diversa e a suo modo rivoluzionaria. Camilleri parla infatti di "bici della Legalità".
La Sicilia, però, è una terra strana. La svolta di Confindustria fa e deve fare notizia perché fino a non troppi anni fa le contiguità tra criminalità e associazioni di categoria erano all'ordine del giorno (e spesso gli imprenditori onesti erano lasciati soli nelle loro battaglie). Non dette, ovviamente. Perciò appare un paradosso tipicamente siciliano che ora due presunti pentiti accusino di mafia Antonello Montante. L'obbligatorietà dell'azione penale fa sì che sia iscritto nel registro degli indagati presso non una, ma ben due procure antimafia, Catania e Caltanissetta. Dell'indagine si sa pochissimo o nulla, le bocche tacciono, i sussurri no. Torna alla ribalta per esempio il fatto che testimoni di nozze di Montante, nel lontano 1992, furono due mafiosi di Serradifalco. Legami di paese, diciamo.
I pentiti parlerebbero di appalti edili. Ma Montante, oltre che di bici, si occupa di ammortizzatori per veicoli industriali, con la sua Mediterr Shock Absorbers. Le accuse, le voci, le ipotesi, sarebbero molto pesanti. Anche perché il 52enne nisseno è il delegato di Confindustria nazionale per la legalità e da poche settimane Alfano lo ha nominato membro dell'Agenzia nazionale dei beni confiscati (non ho ancora capito se fosse una Montante la bici da 3mila euro che provarono a rubare ad Angelino...). Naturalmente Montante incassa la stima, il sostegno e reazioni ben al di là della solidarietà di maniera, da parte di Lo Bello, di Squinzi e di tutto quell'ambiente che sembra tornare a voler fare dell'antimafia una bandiera anche politica. E infatti la svolta della legalità ha avuto un ruolo fondamentale nel favorire l'elezione di Crocetta alla presidenza della Regione. Dopo due condannati per mafia, non dimentichiamolo.
Da una parte c'è chi parla di delegittimazione. In Sicilia capita. Dall'altra parte però si rimprovera a Montante di essere approdato in tempi molto recenti nella grande famiglia antimafiosa. I grillini gli chiedono un passo indietro. Finiamo sempre lì, nella gara a chi ce l'ha più... pulito.

sabato 17 gennaio 2015

Cuffaro non è Grasso

Urge subito un nuovo presidente della Repubblica.
Ma subito davvero. Mica per la fretta delle riforme, né per garantire la famigerata stabilità. Né tantomeno per un bisogno spasmodico di moniti quirinalizi. No. Vorrei che qualcuno vada a sedersi il prima possibile su quella bella poltrona sul Colle più alto di Roma, perché c'è da (pre)occuparsi subito di questioni molto spinose. Come alcune richieste di grazia, per esempio. La notizia di questi giorni è che ne sia arrivata una firmata Salvatore, detto Totò, Cuffaro. Anche se in realtà la richiesta sarebbe partita l'anno scorso dalla madre dell'ex presidente della Regione Siciliana ormai da quattro anni a Rebibbia per favoreggiamento alla mafia.
Gli restano in teoria tre anni di carcere – nella pratica tra meno di un anno uscirà per i benefici di legge – e ha già fallito la carta dell'affidamento ai servizi sociali (a ottobre 2013: la Cassazione disse di no). Ora la via della grazia, dalla quale però, affettuosamente e rispettosamente nei confronti della mamma, Totò si dissocia. «Disobbedisco», ha detto.
Sarebbe stato comunque interessante l'iter della grazia. La posizione di Totò, infatti, andrebbe infatti nuovamente al vaglio della procura generale di Palermo, il distretto giudiziario nel quale fu promulgata quella condanna, definitiva dal 22 gennaio 2011. Quindi passerebbe per le mani del procuratore Roberto Scarpinato. Tuttavia c'è un'altra indagine a carico di Cuffaro ancora in corso, quella per truffa aggravata e corruzione nel caso dei contratti stipulati tra la Regione e la banca giapponese Nomura. Si parla del 2003, l'accusa è di aver fatto "finanza creativa" con un danno erariale di 175 milioni per le casse siciliane.
Nonostante gli sconti per buona condotta (si dice che sia un detenuto modello), Cuffaro dovrebbe dunque restare a Rebibbia. Ma il problema vero è un altro, e qui si torna al punto iniziale, l'urgenza di un presidente. Perché io, onestamente, non me lo immaginerei il presidente reggente a esaminare la richiesta di Cuffaro. Il presidente reggente, vale a dire Pietro Grasso, lo stesso Pietro Grasso, non un omonimo, che lo fece condannare per favoreggiamento aggravato. Poi si parla di conflitto d'interessi... E se salisse proprio lui al Quirinale? Cosa potrebbe dire Totò? Ma mi faccia il piacere!

domenica 28 dicembre 2014

Il quirinabile

Flashback #1
Il 18 aprile 2013, il presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, svela il mistero: è stato lui a votare l'unica scheda con il nome di Pietro Grasso, presidente del Senato, per il Quirinale. «Una persona che può rompere gli schemi, un nome di ampie convergenze nella società civile», diceva Crocetta. Il resto è storia. Ma ora che Napolitano dovrebbe lasciare definitivamente, nella partita del toto-nomi quello di Grasso, seconda carica dello Stato, non è affatto fuori dai giochi.
I bookmakers inglesi non lo danno tra i più quotati, ma lui c'è. Il metodo pure. Grasso ha commesso diversi errori a Palazzo Madama, ma il pregio, paradossalmente, è stato quello di aver scontentato quasi tutti. Ha pagato la scarsa esperienza politica, certo. Ma la decina di voti che prese dai senatori del Movimento 5 Stelle, indignati all'idea di non poter bloccare la scalata di Schifani per i veti via blog, dimostra che potrebbe far breccia anche fuori dalla maggioranza. Una soluzione di garanzia, si direbbe. Lo so, ai grillini duri e puri, ai travagliani, ai movimentisti dell'antimafia, Grasso non piace troppo. Solita questione di potere e di diverse idee su come si debbano fare magistratura e lotta alla criminalità. Intanto però, lui, che ha fatto pure il maxiprocesso, annovera tra i successi suoi (e dell'antimafia) la condanna di Cuffaro. Ottenuta con realismo e senza troppi voli pindarici. Con meno clamore di un concorso esterno, ma con la maggiore concretezza di un favoreggiamento. Anche questo è metodo. Oltre al fatto, tutt'altro che secondario, che lui la magistratura l'ha lasciata definitivamente per dedicarsi alla politica. Una scelta al di là delle aspettative.
Flashback #2
Un presidente della Repubblica deve essere anche popolare, cosa che in verità Napolitano è stato pochissimo, così preso tra la sua aristocrazia politica e la seriosità del ruolo di "produttore di moniti". Una quarantina di anni fa Grasso giocò invece a calcio, nella palermitana Bacigalupo, "creatura" nientemeno che di Marcello Dell'Utri. Squadra allenata anche da Zeman (che guarda caso, prima di incantare Foggia, avrebbe cominciato negli anni '80 la scalata italiana con tre belle stagioni nell'agrigentina Licata, paese natale di Grasso). Pietro giocava da mediano.
Oggi si scatena sui social network. Dalla ricerca TweetPolitics risulta il primo politico non leader di partito per il ritmo di crescita dei suoi followers. Su Twitter tifa Palermo, parla di temi sociali, ricorda il fascino che emanava Virna Lisi, pubblica foto, polemizza con i senatori 5 Stelle. Lui, ex procuratore, quindi uomo d'attacco per professione, con i suoi critici più severi gioca sempre di difesa, in contropiede e passa al contrattacco, da buon mediano di spinta, appunto. Dando del "tu" ai vari Morra, Bottici, Lezzi. Alcune sue uscite naïf in Aula lo rendono persino simpatico.
Il primo giorno della legislatura presentò la sua proposta di legge anticorruzione. Il secondo è stato eletto presidente del Senato. A capodanno compirà 70 anni. Portati comunque bene. Grasso è la dimostrazione di cosa potrebbe fare Zeman se curasse meglio la fase difensiva.

martedì 2 dicembre 2014

Saro Tommasi

Non ricordo bene, era il 2005 oppure il 2006. A Firenze, nel polo scientifico universitario di Santa Marta, vidi per la prima volta Rosario Crocetta. Era ancora sindaco di Gela e in quell'occasione parlava, in un'auletta poco affollata ma con un pubblico giovane e molto interessato, di mafia e antimafia. L'incontro era organizzato con la Fondazione Caponnetto e c'era anche Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione familiari vittime della strage di via dei Georgofili. Io andai con mia sorella. Eravamo in pochi, in effetti.
A un certo punto, un ragazzo chiese a Crocetta quanto fosse difficile vivere sotto scorta, e soprattutto quanto questo influisse sulla sua vita familiare. Insomma, Crocetta, ma non si rende conto che con le sue battaglie mette in difficoltà anche i suoi cari? Sì, Crocetta ne era e ne è profondamente consapevole. Saro parlò però di sua mamma, i suoi affetti erano lei. Lo sapevamo benissimo tutti che Crocetta è omosessuale, io sinceramente non mi aspettavo che dicesse qualcosa tipo "eh sì, mi spiace per il mio fidanzato". No, non lo disse. E non dovrebbe dirlo, in un mondo normale. Fatti suoi.
Ecco, ho sempre trovato viscido e squallido che si facesse ricorso alle scelte private di Crocetta per screditarne l'azione politica e sociale. Di difetti l'uomo ne ha tanti, politicamente parlando, a partire da una certa voglia di esercitare e mantenere il potere nonostante tutto. E a me – che non l'ho votato – interessa questo, casomai.
Invece vedo che ultimamente l'orientamento sessuale di Crocetta è entrato di diritto nel novero dei motivi per cui criticarlo. Ricordo solo Beppe Grillo che l'ha definito «uno che ormai non si sa cosa sia, da tutti i punti di vista». Chissà quali punti di vista stesse esaurendo Grillo nella sua veloce disamina... E poi ci sono le ultime esternazioni mediatiche. Prima quella dell'assessore all'Urbanistica della Regione Lombardia, Viviana Beccalossi di Fratelli d'Italia. «Frocetta, prendi del Valium! Ma vuoi stare zitto? Hai queste crisi isteriche un po' femminili». Non c'è peggior maschilista di certe donne. La signora Beccalossi, poi, alle cronache politiche è nota perché nel 2003, in campagna elettorale a Brescia, il suo allora leader Silvio Berlusconi disse «Forza Viviana! Fagliela vedere». Lei disse di non essersene accorta "lì per lì".
Ma al di là del sessismo omofobico di una donna di destra tutta d'un pezzo, ieri si è fatta segnalare un'altra perla. L'autrice – perché anche in questo caso si tratta di una donna, guarda un po' – è Sara Tommasi. Purtroppo sì. Ecco la lezioncina di una donna che ha avuto qualche problema anche con la sua sessualità:
Eh vabbè, le cose dunque stanno così. C'era più coerenza nel sentirsi rappresentati da presidenti di Regione indagati o condannati per reati di mafia? Nulla contro Sara Tommasi – che pure ha continuato a ribadire che stava solo scherzando e non c'è nulla di male a dire certe cose. Semplicemente mi diverte, paradossalmente, la bassezza del livello dialettico, retorico e propagandistico cui siamo arrivati. Soprattutto mi fa sorridere amaramente che la ragazza di Terni è la naturale evoluzione di un pensiero lungo secoli, da D. H. Lawrence agli altri scrittori del Grand Tour, da Vitaliano Brancati a Lando Buzzanca, dalla commedia sexy al delitto d'onore, dall'omofobia di paese agli stereotipi sessuali di una bassissima antropologia d'accatto, dall'alta letteratura alle battute da terza elementare. Povera Sara, povero Saro. Poveri noi.

lunedì 13 ottobre 2014

I Grandi Ufficiali dell'antimafia

Maria Falcone, sorella di Giovanni e cognata di Francesca, presidente della Fondazione a loro dedicata, è da oggi Grande Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (Omri). Se lo merita, perché si tratta di una persona che si è sempre impegnata, soprattutto nelle scuole, per la legalità e la memoria e l'antimafia. L'onorificenza è stata conferita dal presidente Napolitano di sua personale iniziativa.
Il nome della professoressa Falcone si aggiunge alla sfilza di decine e decine di personaggi vari ed eventuali ai quali Napolitano (e ovviamente i suoi predecessori) hanno riconosciuto medaglie e coccarde e titoli. Niente di male, fa parte delle prerogative dei capi dello Stato; anzi, qualcuno potrebbe far notare sagacemente che è una delle principali prerogative, più che l'interventismo nella vita politica nazionale. Certo, fa riflettere questa "democrazia dell'onorificenza". Un bel titolo non si nega a nessuno, che siano parenti di vittime di mafia, piccoli eroi quotidiani, campioni dello sport, stelle dello spettacolo (l'ultimo Grande Ufficiale prima della signora Falcone, lo scorso 24 luglio, era stato Peppe Tornatore, per dire), suore, prefetti, ex politici, Letizia Moratti, tutti i leader sindacali, artisti di fama mondiale o semplici cittadini. Ecco che Maria Falcone, sorella di una medaglia d'oro al valor civile, va benissimo, a maggior ragione.
Ma siccome io sono anche un po' cialtrone, noto che una delle ultime uscite pubbliche, se non proprio l'ultima, della sorella di Giovanni risale al 9 ottobre. Una dichiarazione, peraltro condivisibile, nella quale attaccava e definiva "una cosa vergognosa" il tweet con cui Sabina Guzzanti si è permessa di esprimere solidarietà a Riina e Bagarella per i loro "diritti negati" relativamente alla deposizione di Napolitano nel processo sulla trattativa Stato-mafia. La professoressa diceva: «Si difendono i diritti di queste persone e non quelli dei magistrati che hanno emesso la sentenza, quelli del Capo dello Stato e dello Stato che rappresenta. È una cosa obbrobriosa, per la quale non bastano gli aggettivi dispregiativi». Una difesa in piena regola di Napolitano, quattro giorni prima della cerimonia al Quirinale...
Non voglio pensare male, né fare alcuna polemica, sono solo coincidenze. In questa contorta vicenda processuale, le cose sono già andate troppo oltre, a partire da uno squallido scambio di reciproche accuse: da una parte i movimentisti (e movimentati), tipo Ingroia e Salvatore Borsellino e la Guzzanti e Travaglio e i fan di Massimo Ciancimino, dall'altra gli istituzionali, quelli che "Napolitano ha già detto che non ricorda e quindi va bene così", tra cui la stessa Maria Falcone. Lo spettacolo peggiore è proprio l'insulto incrociato tra i portatori di due diversi modi di intendere la condizione di "parente di vittime di mafia", per arrivare all'apoteosi dello schifo con i battibecchi a sfondo politico-partitico. Ingroia, commissario straordinario all'abolenda provincia di Trapani su nomina crocettiana, non accetta che Maria Falcone lo critichi per aver strumentalizzato i nomi di Giovanni e Paolo per far politica: piuttosto è lei (che incidentalmente però si chiama Falcone, ndr) a sfruttare quel cognome, dice lui. Aggiungendo che non le è andata neanche tanto bene: la professoressa nel 1999 tentò invano la via di Strasburgo con i Verdi e poi più volte il suo nome è stato associato senza esiti al Pd. Poco male, almeno è Grande Ufficiale.