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mercoledì 18 settembre 2024

L'era il gran visir de tücc i terun

Immaginate un bambino siciliano di 7 anni. Con i capelli corti e gli occhi a palla. Timido. Ero io. Ma quando avevo sette anni all'improvviso vidi che un'altra faccia siciliana con i capelli corti e gli occhi a palla diventò la più famosa del mondo. Avevo 7 anni nel 1990. La faccia era quella, ovviamente, di Totò Schillaci. La sua faccia l'avevo incrociata qualche volta in tv quando mio nonno guardava le partite del Messina. Ma nelle "notti magiche" del Mondiale del '90 quella faccia era dappertutto. E soprattutto quegli occhi.
Io li conosco quegli occhi, li ho visti mille volte in Sicilia, sono gli occhi di una persona buona. Per questo, non solo per quella fugace estate del sogno e del mito, sono molto triste che Schillaci non ci sia più. Come adesso ripenso con un pizzico di malinconia a quella scena del 16 gennaio 2023 che allora fece sorridere, quando Totò si trovava alla clinica La Maddalena di Palermo, quella dove fu arrestato Matteo Messina Denaro, e disse "sembrava un manicomio, una scena da Far West". Era lì per curarsi dal tumore...
Totò Schillaci era uno di noi, uno comune, venuto fuori dal nulla, che incarnava la proverbiale scalata del piccolo uomo del Sud a colpi di sacrifici, talento, caparbietà, ma anche sentimento e incredulità. Quando era alla Juventus si diceva intimidito di dover giocare tutte le domeniche davanti agli Agnelli. Dimostrava così che avere carattere ed essere umili non sono in contraddizione. Tra l'altro fu lui, indirettamente, a farmi restare per anni con un dubbio: ma perché lui si chiama Totò ed è Salvatore, mentre quell'altro Totò, il Principe napoletano, era Antonio? Differenze territoriali, scoprii. Non dico poi la sorpresa da adulto quando ho scoperto l'esistenza di un pittore del Rinascimento ferrarese noto come Maestro dagli occhi spalancati. Non nego che mi feci una risatina: ma il Maestro dagli occhi spalancati è Totò Schillaci! Addio, artista. Anzi, gran visir de tücc i terun.



lunedì 10 maggio 2021

Solo lo Stretto necessario?


La prima volta che feci la conoscenza del Ponte sullo Stretto avevo 6-7 anni. Ricordo ancora un modellino avveniristico alla Fiera di Messina, allestito dalla sempiterna società Stretto di Messina S.p.A. Pareva il futuro. Mio nonno sosteneva che sarebbe stata pure una grande attrazione turistica. Invece no: era, è e sarà l’eterno passato che ritorna. La Fiera non esiste più, sarà demolita entro il 2022. Chissà dov’è finito il modellino. Ma il Ponte c’è sempre, nel dibattito, nelle fantasie e negli incubi della gente. Almeno una volta era chiaro chi era contrario e chi favorevole. Dei 5 Stelle non si poteva dubitare: nel 2017 l’allora candidato presidente della Regione Sicilia Giancarlo Cancelleri si rifiutava di inserirlo nel suo programma (manco per stroncarlo). Ma nel 2021 il sottosegretario per le Infrastrutture e la mobilità sostenibili, Giancarlo Cancelleri, dice che il Ponte si farà in 10 anni: «Serve per lo sviluppo del territorio e dell’Italia».
E allora rieccolo, il progetto bocciato definitivamente dal governo Monti nel 2011 e ora riesumato, purché si cambi la sua caratteristica principale, la campata unica più lunga al mondo. I motivi per essere contrari restano gli stessi: la sismicità dell’area (in breve: 1908, Messina, tsunami), il dissesto idrogeologico, l’impatto ambientale, l’arretratezza di tutte le altre infrastrutture stradali e ferroviarie in Sicilia e Calabria. I motivi per essere favorevoli, presumibilmente, non sono cambiati neanche quelli. Ma tornare a parlarne è l’ennesima boutade all’italiana. E chi ama i luoghi comuni può rispolverare il solito Gattopardo.


[mio commento pubblicato su Quotidiano Nazionale]

martedì 8 dicembre 2015

Il ponte sul traghetto di Messina

Dopo la tragedia dei 31 morti nel 2009 sotto il fango di Giampilieri, qualcuno a Messina notava che il Ponte sullo Stretto non era certamente l'urgenza principale: «La Sicilia e il Sud hanno altre priorità. Parlare poi della costruzione del ponte all'indomani di una tragedia ambientale con trenta morti e centinaia di sfollati è, tra l'altro, offensivo. Il nostro territorio ha bisogno di risorse per ripristinare i danni dell'abusivismo e per costruire infrastrutture veramente indispensabili. Le priorità sono strade e ferrovie che garantiscano la crescita delle nostre terre, non progetti faraonici, di dubbia attuazione, vere e proprie cattedrali nel deserto utili solo alla celebrazione di un governo del fare che in realtà sa fare solo annunci». Citazione lunga, ma doverosa. Degna di un vero attivista "no Ponte". Tipo Renato Accorinti, attuale sindaco di Messina, tra l'altro.
Come dite? Non l'ha detto Accorinti? Ah.
E in effetti no, quelle frasi, ovvie e scontate, le disse uno che fino all'anno prima era stato sindaco di Messina. Un sindaco molto diverso dal pacifista con i sandali, però. Francantonio Genovese, allora ras del Pd siciliano (eletto segretario in era veltroniana con l'85% dei voti alle primarie), era contro il Ponte sullo Stretto. Ma per motivi diversi da quelli di Accorinti. Infatti è azionista e dirigente di Caronte&Tourist, la principale compagnia privata di traghetti dello Stretto, guidata dal gruppo di Pietro Franza, l'ex presidente del Messina calcio. Quindi le ragioni, forse, erano molto più materiali che ideali...
Questo solo per dire che non c'è troppo da stupirsi se Genovese, libero da pochi giorni dopo l'arresto per il caso dei finanziamenti alla formazione professionale, è ora passato armi e bagagli – insieme ai suoi fedelissimi a Roma, Palermo e Messina – dal Pd che lo aveva scaricato (e infatti lui ha il dente avvelenato con il segretario-premier) alla rediviva Forza Italia. Nessuna sorpresa. Genovese, mister preferenze nel 2012 alle "parlamentarie" democratiche (quasi 20mila voti, campione d'Italia con largo distacco), viene dalla Dc, da quella parte che è stata con Buttiglione e poi con Cossiga e in altri centrodestra. Poi, fiutata l'aria, Genovese è diventato il signore delle tessere del Pd siciliano. E ora invece se ne va con Berlusconi. Tutto merito della campagna acquisti, affatto nascosta, di Gianfranco Micciché, figliol prodigo sulla strada di Forza Italia alla ricerca di un nuovo 61-0. Non tutti sono contenti, comunque. I renziani ironizzano. Qualche forzista dice che così si scimmiotta il Pd. La rottamazione del traghetto?

mercoledì 29 luglio 2015

La Tusa ispiratrice

Tusa è l'ultimo comune della provincia di Messina al confine con quella di Palermo. Arrivarci non è difficilissimo, tutto sommato, da quando l'autostrada A20 è ormai definitivamente completata (il "definitivo" siciliano, in realtà, è sempre relativo...). C'è tanto di casello, sulla Messina-Palermo.
Così chi avesse voglia di fare un bagno nella frazione marina di Castel di Tusa, alla spiaggia delle Lampare, Bandiera Blu 2015, non avrebbe grandi problemi. Ed è pure più vicina Palermo, a una novantina di chilometri, mentre il capoluogo Messina è a più di 140 km di distanza.
Ma basta questo? Intendo dire, è sufficiente la relativa vicinanza tra il capoluogo dell'Isola e Tusa per spiegare perché questa cittadina di 3.000 abitanti, la greca Alesa Arconidea, sia diventata la vera capitale della "rivoluzione" di Crocetta? Eh già: il governatore siciliano sotto pressione mediatica, giudiziaria (?) e politica, è ora in vacanza a Vulcano, ma nei giorni più duri e intensi del fuoco incrociato per l'affaire Borsellino era rintanato proprio a Tusa. Dove, ha detto Baldo Gucciardi, l'uomo del Pd che contemporaneamente sostituisce ad interim Crocetta e la stessa Lucia Borsellino, il presidente passava il suo tempo «provato, ma sereno».
E da Tusa tuonava in diretta televisiva. Da Tusa diramava i suoi ormai immancabili comunicati stampa. A Tusa studiava le mosse per riprendersi la scena e scacciare i fantasmi della sfiducia. Ma perché Tusa? Perché non la stessa Palermo o, più logicamente, la "sua" Gela?
Tano Festa, "Monumento per un poeta morto (Finestra sul mare)", 1989
L'equazione è semplice: il legame tra Tusa e Crocetta si chiama Antonio Presti, imprenditore geniale, grande mecenate contemporaneo, un uomo capace di creare quasi trent'anni fa Fiumara d'Arte, uno dei più grandi musei all'aperto d'Europa, nel letto del fiume ("a carattere torrentizio", come scrivevano i sussidiari delle medie) Tusa e nei dintorni, con nomi del calibro di Tano Festa, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Mauro Staccioli, Hidetoshi Nagasawa. Un imponente parco di sculture contemporanee, un'iniziativa senza precedenti, nata anch'essa con il sigillo dell'attivismo antimafia. Ma pure un caso giudiziario, perché per alcuni (politici, tra cui Rutelli quando era "verde", e magistrati) si trattava addirittura di un abuso edilizio. E volevano demolire le opere. Adesso le cose sono cambiate: nel 2006 il governo regionale ha varato pure un provvedimento ad hoc, la legge 6/06 dal titolo "Valorizzazione turistica - Fruizione e conservazione opera di Fiumara d'arte". Testuale. Ormai il percorso culturale di Tusa è una realtà internazionale, insieme all'altra alzata d'ingegno di Presti che, quando le cose si stavano mettendo male a Fiumara, si è inventato Atelier sul Mare, un hotel esclusivo con altre opere d'arte e stanze a tema.
Ecco, torniamo a Saro: in quell'albergo così singolare c'è una camera tutta per lui, riservata, con tanto di iniziali sulla porta (una volta, due anni fa, ha dovuto lasciarla per ragioni di sicurezza, cioè per non creare rischi agli altri ospiti). E Antonio Presti è uomo di punta del côté di Crocetta, al punto da candidarsi nel 2013 al Senato nella lista del Megafono, dietro il grande sponsor dell'operazione crocettiana, cioè Beppe Lumia. Lo stesso presidente aveva pensato al mecenate come assessore regionale alla Cultura, nel grande valzer delle poltrone che ha caratterizzato (e/o caratterizza) l'esperienza governativa dell'ex sindaco di Gela da quando è approdato a Palermo. Quindi non c'è solo l'arte, o la cultura, o l'antimafia. No, c'è anche la politica: a Tusa, alle regionali del 2012 vinte da Crocetta, il Megafono è stato il primo partito, e pure con distacco. Prese il 36,7%, 525 voti, ben più della metà di tutti i voti della coalizione di centrosinistra nella cittadina. La prima uscita pubblica, dopo l'elezione, Crocetta la fece proprio a Tusa, all'Atelier dove aveva piazzato il suo quartier generale in campagna elettorale. E Rosario "Saro" Crocetta da Gela è ormai pure cittadino onorario di Tusa. Con tanti ringraziamenti per la pubblicità dal sindaco Angelo Tudisca, un avvocato ex Udc che ora figura nella direzione nazionale di Italia Unica, il movimento di Corrado Passera.

giovedì 21 maggio 2015

La Gioiosa Annarita

Gioiosa Marea è un nome bellissimo. È un paese in provincia di Messina, tra Patti e Capo d'Orlando. È il paese di Annarita Sidoti. Lo scricciolo di Gioiosa se n'è andato, a neanche 45 anni. Lo sport, non mi stancherò mai di ripeterlo, è una questione molto più seria di quanto vorrebbero far credere. E quando i nostri conterranei vincono, non è solo il lustro, la fama, la notorietà che anche un piccolo paesino potrà vantare. Anche nel mondo globalizzato, ci sono tante piccole patrie che sentiamo nostre e per le quali ci esaltiamo, anche solo per una vittoria sportiva. E quando Annarita Sidoti, 1 metro e 50 per una quarantina di chili, vinceva con quella curiosa andatura battendo marciatrici apparentemente più forti di lei, era tutto l'orgoglio siciliano a vincere. Lo ammetto. A volte i campanilismi sono risibili, altre volte no. Nel caso della piccola grande donna di Gioiosa, incollati davanti alla tv sentivamo tutti – e lo sentiamo ancora – un senso di partecipazione emotiva che veniva da quel sorriso e da quella forza, quella caparbietà che sembrava impossibile dentro quel corpicino. Annarita Sidoti era una straordinaria atleta, campionessa mondiale ed europea di marcia negli anni Novanta, una donna di carattere come solo certe piccole grandi donne siciliane sanno essere, una mamma, un modello. Ha fatto anche l'assessore allo sport a Gioiosa Marea, giunta di centrosinistra. Dopo le medaglie, il desiderio più grande, diceva vent'anni fa, è «fare una pista e un impianto sportivo al mio paese».
Ora, a 44 anni, Annarita ha lasciato Gioiosa (nata lì, morta lì). Per sempre, ma solo fisicamente. Perché Gioiosa Marea è Annarita Sidoti, e Annarita Sidoti è Gioiosa Marea. La marcia è finita ma il ricordo resterà sempre. Se l'è portata via un tumore al cervello contro il quale combatteva da anni. Mi dispiace davvero tanto. Sul serio. Senza retorica, abbiamo perso un simbolo della Sicilia. Che sa redimersi, altroché. Che marcia a testa alta anche se è più piccola degli altri. E vince tenendo i piedi saldamente per terra.

lunedì 26 gennaio 2015

La solitudine dei numeri 2

«All primes are odd except 2, which is the oddest of all»
Tradotto: tutti i numeri primi sono dispari, tranne il 2 che è il più strano di tutti. Il gioco sta in odd, che in inglese vuol dire sia "strano" che "dispari". Ironia da matematici (la frase è dell'informatico Donald Knuth). Certo è che il numero 2 è particolare. La vera solitudine di un numero primo.
Il messinese Antonio Martino è un numero 2, anzi il numero due. Non per sminuirlo, eh. Lui stesso, l'ex ministro di Forza Italia, ha sempre rivendicato di aver talmente creduto fin da subito al partito berlusconiano da aver preso la tessera azzurra numero due, naturalmente dietro il leader unico e assoluto. Ma per una volta anche lui finisce, per un momento effimero e warholiano, a giocare il ruolo del numero uno. Si era un po' perso di vista, anzi addirittura stava diventando una voce critica nei confronti di Berlusconi. E invece lo stesso Berlusconi, per una volta (di nuovo) d'accordo con il fu delfino Angelino Alfano, lo ha designato come candidato del centrodestra, pardon "dei moderati", nelle prime tre votazioni per la presidenza della Repubblica. Insomma, gli assegnano il ruolo della vittima sacrificale, ma di prestigio. Candidato di bandiera. Perché poi forse conterà il patto del Nazareno, ma questa è un'altra storia.
A 72 anni, colui che rappresentava l'anima liberale di Forza Italia e si attribuiva il merito di averne scritto il programma politico, torna in pista per non più di 72 ore. Ricordo un vecchio editoriale di Sergio Romano, che lo definiva "Chicago boy". Nulla di male, era ed è lo stesso Martino a rivendicarlo. Ma ricordo perfettamente che l'ambasciatore lo scriveva con una punta di sarcasmo. Eppure Martino, da allievo e seguace di Milton Friedman, "ragazzo di Chicago" lo era davvero. Liberale e liberista. E pure un po' scettico sull'Europa, soprattutto sull'euro. Sì, proprio lui che è figlio di uno dei padri dell'unità europea, quel Gaetano Martino che da ministro degli Esteri nel 1955 ospitò a Messina la conferenza che diede avvio alla Cee.
Nonostante il pedigree e l'esperienza, non si può dire che ci tenga eccessivamente a vivere di politica. «I politici sono come i pannolini: vanno cambiati spesso e per la stessa ragione», ha detto una volta. Berlusconi e Alfano evidentemente non sono del tutto d'accordo.

martedì 10 luglio 2012

Arancina meccanica

A differenza di molti miei conterranei che ne hanno fatto una questione di principio quasi "ideologica", io gli aerei della discussa WindJet li ho presi diverse volte in passato. Essendo stato dunque un cliente della compagnia, ricevo ogni tanto email con offerte e notizie. Come tutte le altre di analogo tenore, finiscono spesso nel cestino. Ieri no, però. Ieri ne ho ricevuto una davvero particolare. E l'ho conservata.
L'inconfondibile profilo siculo
di zù Arancinu
Si tratta di una curiosa campagna di comunicazione, promossa da WindJet Mobile e dal portale Twittering Tube. Iù sugnu sicilianu!!, "lezioni semiserie di lingua siciliana e sicilianità". Con un professore d'eccezione, zù Arancinu. Ventiquattro lezioni gratuite fino al 30 giugno 2013. Un anno con proverbi, miniminagghi (indovinelli), situazioni, modi di dire, piatti e dolci tipici. Naturalmente non sto facendo pubblicità a questa iniziativa, mica Pulvirenti ha bisogno di me.
Siccome si tratta di una cosa semiseria, allora mi adeguo anche io. Anzi iù, o meglio ìu. Oppure iò? No, non è una filastrocca. Semplicemente una constatazione linguistica. Iù non è siciliano, è catanese. Dalle mie parti invece si dice ìu. E iò è messinese. E mi sono limitato alla Sicilia orientale. Questo per dire che le lezioni – appunto semiserie – non sono di siciliano ma di catanese! Infatti gli esempi riportati nel messaggio pubblicitario sono decisamente caratterizzati da un umorismo made in Etna. C'è il proverbio Cu di n'sceccu ni fa n'mulu, u primu cauciu è do so' (riporto la grafia così com'è nel messaggio): se tratti qualcuno (l'asino) come un mulo (animale di maggior valore), quindi con più rispetto, sarai ricambiato con un calcio. Saggezza molto siciliana, senza dubbio, ma credo che chiunque in Trinacria sia in grado di collocare geograficamente l'espressione "do so'". E anche chi, nella "situazione" proposta, chiede una granita con panna e si lamenta del fatto che "d'a panna ci misi sulu u ciauru" (c'è solo l'odore della panna), sembra uscito da una di quelle barzellette in dialetto che imperversano sulle tv catanesi. Ma va bene, anzi benissimo. Meglio se lezioni così le fa chi sa non prendersi sul serio.
Chi pensa che la mia sia inutile pedanteria o pignoleria (non pignolata, quella è messinese), avrà pure ragione. Ma almeno un particolare tutti i siciliani dovrebbero notarlo. L'insegnante esclusivo è zù Arancinu. Zio Arancino. Un nome che se non è catanese, perlomeno va dallo Stretto a Capo Passero. Di sicuro a Palermo non si affiderebbero mai a uno così. Lì non esistono arancini. Quella delizia che altrove tentano con inutili e spesso osceni risultati di imitare, inserita nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali (Pat) riconosciuti dal ministero dell'Agricoltura, nel capoluogo si chiama "arancina", al femminile. Si dice perché prende il nome dall'arancia, di cui replica la forma. Eppure anche a est il riferimento è il frutto simbolo dell'Isola. Solo che qui è maschile, come l'albero. E peraltro la forma è a cono. Insomma, la questione a suo modo è seria e irrisolta. Una disputa vecchissima e forse non solo campanilistica. Intanto il Traina, uno dei dizionari siciliani più importanti, già nel 1860 riporta "arancinu". Edito a Palermo, peraltro. Per Andrea Camilleri, agrigentino, quelli di Montalbano sono gli arancini, non le arancine. E lui di cibo se ne intende...
Già 1.700 persone si sono iscritte a questo corso atipico di siciliano(-catanese) via mail. Tutti aspirano a diventare siciliani "cca scorcia". Con la corteccia o con la scorza, cioè. Che poi potrebbe essere proprio la scorza d'arancia. Non d'arancina, casomai di arancino, giusto zù?

venerdì 2 dicembre 2011

Gioca con i fanti ma lascia stare i santi

Il Vaticano è contro la clonazione.
Ma mica solo quella umana. Immagino che dalle parti della Santa Sede diano un po' fastidio pure i siti Internet fasulli. Soprattutto se il sito clonato è proprio quello del Vaticano.
Un'organizzazione criminale, scoperta dalla polizia di Messina, utilizzava siti web clonati per scommesse clandestine. Tra i siti ce n'era appunto uno con una finta homepage della Città del Vaticano. Cioè, uno cercava magari spunti per una preghiera e invece si ritrovava pieno di donne. Nel senso del poker, eh.
La polizia ha arrestato 10 persone in diverse città italiane e altre tre sono ancora ricercate. Avrebbero creato siti apparentemente identici a quelli autorizzati dai Monopoli di Stato, per effettuare scommesse online e giocate in casinò virtuali. Sequestrati anche numerosi conti postali e bancari e otto società informatiche. Associazione per delinquere, truffa ai danni dello Stato e naturalmente evasione fiscale. Non c'è più religione, neanche nel gioco.
I siti erano tutti collegati a provider esteri. In Svizzera, Lussemburgo, Malta e Gran Bretagna. D'altra parte anche il finto sito del Vaticano ti porta in Paradiso. Fiscale.

sabato 19 novembre 2011

Lo Stratford di Messina

242.121
Duecentoquarantaduemilacentoventuno. Al 31 maggio 2011 questo è il numero degli abitanti della città di Messina, secondo i dati Istat.
Messina al tempo di Shakespeare
Di sicuro da allora il numero è cambiato e l'istituto di statistica, tra l'altro nel pieno della nuova rilevazione del censimento, ha dovuto aggiornarlo, tra nascite e morti nella città dello Stretto. La demografia è in continua evoluzione. Ci sono pure gli stranieri da contare, e gli emigrati di ritorno, più altre categorie varie ed eventuali. Non so se sul complicatissimo modulo del censimento sia prevista pure la voce "personaggi illustri che tutto il mondo conosce come inglesi ma che secondo noi, in fondo, hanno un'origine italiana, anzi siciliana, anzi messinese". Va bene anche una dicitura più breve, per carità.
Non è che siano in tanti a poter godere di questa qualifica. Uno, per essere precisi. Uno solo, un cittadino in più da aggiungere sicuramente a quei 242.121 dell'Istat. Quindi almeno 242.121 più uno, i messinesi. Il "+1" è davvero un valore aggiunto. Dall'8 agosto 2011, con delibera 61/C del consiglio comunale di Messina, il civico consesso (termine orrendo, ma cerco di adeguare il linguaggio alla solennità della vicenda, ndr) ha concesso la cittadinanza onoraria post mortem a Michelangelo Florio.
Chi??? No, aspettate. Non l'hanno concessa a Michelangelo (o Michele Agnolo) Florio, ma a uno che, partito da Messina con quel nome, è diventato famoso con un'altra identità. E tutto il mondo conosce come inglese. Colpo di scena, anzi colpo di teatro, direi: Mister William Shakespeare!!! Il Bardo, il poeta, il genio, l'autore inglese per eccellenza.
Una cosa del genere può stravolgere tutto: storia, certezze, cultura. Shakespeare messinese... E adesso chi glielo dice agli inglesi? Quelli ci tengono. A inizio ottobre ci ha pensato Giuseppe Previti, presidente del consiglio comunale, a comunicarlo Oltremanica. Ma siccome quando facciamo una cosa, noi la facciamo seriamente, la lettera è stata mandata a Elizabeth Alexandra Mary. Buckingham Palace, London SW1A, 1AA. Citofonare Windsor.
Meglio andare al sodo. Interpelliamo direttamente la Regina. Che avrebbe risposto. Così, secondo l'ufficio stampa del comune di Messina (comunicato del 16 novembre 2011): «Buckingham Palace ha risposto al presidente del Consiglio comunale, Giuseppe Previti, ringraziando per la decisione del civico consesso di Messina di conferire la cittadinanza onoraria a William Shakespeare, scrittore e poeta inglese del diciassettesimo secolo» (ma anche del sedicesimo, direi, ndr). Dài, tutto sommato l'ha presa bene. Eppure Sonia Bonici, funzionario di Buckingham, riferisce che Sua Maestà non commenta e continua a definire Shakespeare uno scrittore inglese.
La storia non è nuova, e non solo perché Shakespeare-Florio ha una certa età. Il tutto è riassunto bene dal testo integrale della delibera del consiglio comunale messinese (un capolavoro, altro che Shakespeare). Lì si parla dei precedenti, degli studi e delle ipotesi ormai datate sulla reale identità del buon William da Stratford-upon-Avon e/o Michelangelo da Messina. Che infatti ha ambientato in Italia molte sue opere e avrebbe pure utilizzato - secondo alcune interpretazioni e traduzioni non sempre "letterali" - termini non proprio regali. "Mizzica", suonerebbero alcune imprecazioni contenute in Much ado about nothing (Molto rumore per nulla, anzi Tantu trafficu ppi nenti). E trovo meraviglioso che a riprova della messinesità di Shakespeare si citi anche una puntata di Voyager. Sul serio.
La teoria è stata lanciata per primo da un mio conterraneo, lo storico Martino Iuvara di Ispica. Ricordo che fu lui a svelare anche che l'armistizio del 1943 non fu firmato a Cassibile, come storicamente accettato, ma a Santa Teresa Longarini. Credo che la distanza tra le due località sia più breve di un sonetto shakespeariano.
Michelangelo Florio sarebbe diventato William Shakespeare - traduzione letterale del nome della mamma Guglielma Crollalanza - per sfuggire all'Inquisizione. Dunque non era neanche uno stinco di santo. E dire che secondo l'Osservatore Romano, la voce del Vaticano, lo scrittore era un convinto e fervente cattolico. Un uomo del mistero, non c'è che dire, anche del mistero della fede.
Anche il 242122esimo messinese postumo Michele Agnolo Florio Crollalanza, da gran signore qual è, sa comunque che non sta bene fare uno sgarbo a Elisabetta II. La nemica, casomai, è la Reg(g)ina con due "g"...

venerdì 29 luglio 2011

Tra il dire e il fare, c'è di mezzo lo Stretto

In mezzo ai laghetti di Ganzirri, Messina nord
Ci sono scene e frasi che un siciliano vede e sente ripetersi puntualmente ogni anno da tanti anni. Persino uno relativamente giovane come me fatica a contare tutte le volte che ha sentito gli annunci ufficiali e solenni sulla costruzione del ponte sullo Stretto di Messina. Oggi è arrivata l'ennesima occasione, l'approvazione del progetto "definitivo" (mi permetto di virgolettare a futura memoria) del general contractor Eurolink da parte del cda della società Stretto di Messina, per la contentezza del ministro delle Infrastrutture, Altero Matteoli. Scopro subito le mie carte: io sono contrario. Per carità, ammetto che l'idea di un ponte a campata unica di 3,3 chilometri (sarebbe il più lungo al mondo) abbia un suo innegabile fascino. Ricordo quando avevo sei o sette anni e alla Fiera Campionaria di Messina vidi il plastico del ponte. Credo sia ancora lì in una sala. Com'è lì al suo posto il vecchio pilone dell'elettricità di Torre Faro. Probabilmente diventerà un monumento di archeologia industriale.
La società Stretto di Messina è una s.p.a. costituita trent'anni fa in attuazione della legge del 1971 (dieci anni prima...) che prevedeva il "Collegamento Viario e Ferroviario fra la Sicilia ed il continente". In tutto questo tempo ha presentato proposte, progetti, ipotesi. Più dell'80% della proprietà è dell'Anas. I governi che si sono alternati in Italia hanno sempre avuto il ponte come "scheggia impazzita" nel proprio programma. Favorevoli e contrari stanno tanto a destra quanto a sinistra. Io ricordo sempre con una punta di fastidio la mossa di Antonio Di Pietro quand'era ministro nel governo Prodi II. Nel novembre 2006 disse che non esistevano penali da pagare a Impregilo in caso di mancata realizzazione del ponte, perché non c'era neanche un progetto. Poi, nel 2007, ha cambiato idea e insieme al centrodestra all'opposizione bloccò l'annullamento del contratto, per non pagare una presunta penale di 500 milioni di euro. Presunta, perché appunto non c'era un progetto definitivo, né l'approvazione del Cipe. Insomma, sul ponte si gioca spesso in termini di strumentalizzazione politica.

martedì 21 giugno 2011

No Vasco, io non ci casco

Non mi piace Vasco Rossi. E vabbè, questo è un mio problema. Vasco ha una schiera di fans fedelissimi, tanto fedeli da vedere tutti i concerti di una tourneé intera, spendendo cifre a volte spropositate. Giusto per dire, Bob Dylan io l'ho visto in concerto a 32 euro, per il cosiddetto rocker di Zocca c'è gente disposta a sborsare anche il doppio. Alla passione musicale non c'è limite, per carità. Però non sopporto la presunzione con cui Rossi si auto-accredita come grande rocker italiano, della serie "io sono io e voi non siete che un Ligabue qualsiasi". E non mi piace l'idea che c'è solo Vasco e il resto non esiste, al punto da tirare oggetti contro i gruppi che dividono con lui il palco. Chiedere informazioni agli Stereophonics.
Il cantante modenese ha un grande seguito anche in Sicilia. Il 26 giugno era previsto un concerto allo stadio San Filippo di Messina. Vasco è tipo da stadio. Per chi non conoscesse il San Filippo, la curva nord è costruita su un costone roccioso, in un'area non propriamente stabile. Il 6 maggio scorso quel muraglione è crollato, pare per una ragione incredibile: i ferri del cemento armato sarebbero stati montati addirittura al contrario! La vicenda naturalmente avrà le sue conseguenze in sede giudiziaria. Da quando il Messina calcio galleggia nelle serie dilettantistiche, quello stadio costruito ad hoc per la serie A vive soprattutto per le grandi manifestazioni come i concerti.
L'annullamento della data di Vasco è dunque un bel problema. Lo è soprattutto per chi ha già comprato il biglietto. Annullare un concerto non vuol dire cancellarlo del tutto, sennò si scatena l'ira funesta. Allora qualcuno ha cominciato a fare il nome dello stadio Cibali, Catania. Le indiscrezioni parlavano di una data sostitutiva al Massimino nel mese di settembre. Gli stadi italiani non sono di proprietà ma li gestiscono i comuni, eppure è legittimo che in questo caso anche la società di calcio interessata dica la sua. E il Catania calcio lo ha fatto con un comunicato ufficiale sul proprio sito, che riporto per intero:
«A seguito delle insistenti voci sul possibile svolgimento di un concerto di Vasco Rossi allo stadio "Angelo Massimino" nel prossimo mese di settembre, pur nella consapevolezza dello spessore artistico dell'esibizione, il Calcio Catania esprime totale dissenso. Il rifiuto scaturisce da semplici constatazioni relative ai danni economici, con riferimento ad interventi di manutenzione straordinaria del rettangolo verde, e soprattutto ai consistenti disagi di ordine sportivo che si configurerebbero qualora dovesse tenersi un concerto allo stadio durante la stagione agonistica. La normativa federale impone infatti, per l'iscrizione al Campionato di Serie A, la garanzia di un manto erboso in perfetto stato. A tal fine, volendo evitare il rischio di dover disputare in campo neutro anche una sola partita della stagione 2011/12, nell'interesse della squadra, degli sportivi, degli abbonati e della città, il Calcio Catania ribadisce con fermezza la propria contrarietà ed evidenzia l'assoluta avventatezza del semplice pensiero di poter organizzare eventi di tale portata in uno stadio di Serie A durante il campionato»
Clamoroso al Cibali... Parole di una chiarezza imbarazzante. Per quanto non nutra grandi simpatie per il Catania, condivido in pieno il rifiuto della società rossazzurra. E poi, sinceramente, voglio illudermi che al Cibali risuoni ancora il ricordo del mitico concerto di R.E.M. e Radiohead nel 1995. Altro che Vasco.

domenica 15 maggio 2011

Fate un Giro in Sicilia

Fino a qualche tempo fa seguivo molto il ciclismo, il Giro e il Tour non me li perdevo mai. L'anno della svolta è stato il 1999. Il secolo scorso. Esattamente dodici anni fa, il 15 maggio, era un sabato, il Milan vinceva 4-0 contro l'Empoli e si lanciava verso uno stupendo scudetto "proletario", e io ero con il caro amico Alessandro in totale trance da Giro d'Italia. Il 15 maggio 1999 la prima tappa della "corsa rosa" era Agrigento-Modica. Tappa per velocisti, vinse Ivan Quaranta, la sua prima volta. Ricordo tutto di quella giornata. Anche se i corridori non sarebbero arrivati prima delle 16 o giù di lì, io ero in centro fin dalle otto di mattina. Ancora le strade non erano state neanche transennate. Abbiamo seguito tutti i preparativi, abbiamo visto il lavoro della troupe della Rai e degli altri giornalisti.
Forse ci interessava di più il contorno, non il piatto principale. Il tragitto passava pure sotto casa mia, avrei potuto vedere conodamente i ciclisti dal balcone della cucina. Invece fu una caccia continua di autografi. Ricordo il compianto Adriano De Zan che voleva mangiare una piadina. A Modica! E poi un Enrico Lucci travestito da tecnico Rai, con tanto di tuta blu. Moser, Bugno, Paolo Bettini. Lo conoscevano in pochi, il "Grillo", noi invece lo braccammo dietro il palco della premiazione. Grandi ciclisti e giornalisti. Gian Paolo Ormezzano scrisse accanto alla sua firma "Forza Toro". Indimenticabile quando ci intrufolammo nel quartier generale della stampa e assistemmo a una ridicola intervista al grande Navarro, Miguel Indurain. E ho il suo meraviglioso autografo. Ma ricordo anche una macchina fotografica persa. C'erano foto della corsa e di tutta l'atmosfera del Giro: l'ho persa dentro una cabina telefonica, dovevo chiamare i miei genitori. Sì, perché io a sedici anni non avevo il cellulare.
Dopo quel giorno incredibile nella mia città, ho seguito ogni singola tappa di quel Giro. Ogni tappa, fino a quando non scoprii l'esistenza dell'ematocrito e la carriera di Marco Pantani finì a Madonna di Campiglio. Da allora il ciclismo l'ho seguito meno, e la morte del Pirata è stata un trauma.
Ora, dodici anni dopo la Agrigento-Modica e dopo qualche sporadica apparizione dei girini in Sicilia, il 15 maggio si corre da Messina all'Etna. Arrivo in salita sul Mongibello, al rifugio Sapienza. Un Giro in cerca di riscatto, soprattutto dopo la tragedia di Wouter Weylandt. Prima della partenza della tappa, davanti al municipio di Messina c'è stata la protesta degli alluvionati del 2009, dimenticati dalle istituzioni e dal governo. Perché oltre lo sport c'è sempre altro. Ma per un giorno saranno tutti uniti nel tifo per Vincenzo Nibali, lo "squalo dello Stretto". Un messinese, un siciliano al Giro.

martedì 22 febbraio 2011

Uomini d'honorem

A sud di Tunisi c'è anche la Libia. Oltre alla Tunisia, all'Egitto, all'Algeria. Anche nel paese del colonnello Gheddafi, la "scatola di sabbia" di coloniale memoria, sono scoppiate rivolte popolari represse nel sangue dal regime. Le vittime sono decine, centinaia, migliaia, ma l'Italia, che della Libia non è solo un vicino ma soprattutto partner commerciale, è tiepida nella condanna delle violenze. O meglio condanna la violenza ma auspica stabilità e inizialmente dichiara di non voler disturbare l'amico beduino. Con quell'amico gli affari sono importanti, vanno bene, sia quelli nostri con lui che i suoi da noi. La chiamano Realpolitik, realismo nelle relazioni internazionali, il fondamento di buona parte della diplomazia italiana. Lì ci sono i soldi, pazienza se i diritti umani e civili passano un po' in secondo piano. Anche le questioni geostrategiche contano più delle libertà civili. E infatti i rapporti italiani con Gheddafi sono amichevoli e cordiali. Poi lui ci aiuta a contrastare l'immigrazione nel Mediterraneo, vuoi mettere?
Che c'entra la Sicilia con la Libia, chiederà il lettore più avveduto. Beh, se non altro combacia quasi perfettamente con il golfo della Sirte... Attinenze geografiche (e attacco a Lampedusa nel 1986, e flussi migratori, e imprese petrolifere, e sparatorie contro i pescherecci mazaresi, e...) a parte, in realtà le vicende libiche fanno riflettere sui rapporti tra le due sponde del Mare Nostrum. Proprio nel pieno dei subbugli tunisini e delle manifestazioni per la "rivoluzione dei gelsomini" anche in Sicilia, è venuta fuori la notizia che l'università di Messina aveva deciso di conferire a Ben Ali una laurea honoris causa. Per aver promosso una società "solidale e democratica". Davvero, questa era la motivazione. Tutto è saltato, per fortuna, ma si è parlato di pressioni della Farnesina per diplomare il dittatore tunisino.
Il motto dell'ateneo di Messina è "Tradizione e cambiamento al centro del Mediterraneo". No comment.

martedì 4 gennaio 2011

La raccolta differente

A Ficarra, 1.600 abitanti sui monti Nebrodi, nel messinese, di emergenza rifiuti non si vuol proprio sentire parlare. Dal 1° gennaio, nel piccolo comune non si effettua più raccolta d'immondizia, dopo la rescissione del contratto tra la ditta che se ne occupava e l'Ato ME1, la società provinciale di gestione dei rifiuti.
Per scongiurare lo scoppio di una vera emergenza ambientale, il sindaco, alcuni assessori e consiglieri e altri volontari si sono improvvisati netturbini, o spazzini se preferite. Il primo cittadino Basilio Ridolfo, a capo di una giunta di centrosinistra, si è armato di buona volontà e con gli altri ha raccolto rifiuti lungo la strada principale, nelle contrade di campagna e nelle stradine del centro storico. I ficarresi hanno gradito e un privato cittadino ha addirittura messo a disposizione un piccolo autocarro per caricare l'immondizia.
Sicuramente un esempio curioso e interessante di buona amministrazione: il sindaco ha garantito che il servizio sarà replicato nei prossimi giorni, almeno fino a quando l'Ato non siglerà un nuovo contratto per la raccolta della spazzatura.
Tutto bene, insomma. No, invece no. I rifiuti sono stati temporaneamente depositati in cassonetti del Comune. Toccherà al sindaco emanare un'ordinanza per autorizzare... se stesso a gettare l'immondizia in discarica. Ma poiché a Ficarra si fa la raccolta differenziata (beh, questo è un bene...), i rifiuti non possono essere ammucchiati indistinti nei vari bidoni. L'iniziativa è lodevole, ma in sostanza fuori legge. Un paradosso tutto siciliano.
La buona volontà di Ridolfo e dei suoi concittadini merita comunque la giusta considerazione. I veri responsabili delle varie "emergenze" rifiuti in Sicilia sembrano piuttosto le società d'ambito (gli Ato, appunto). In ogni caso - fatte le debite proporzioni, per carità - io non ce li vedo a raccogliere rifiuti la Jervolino a Napoli e Cammarata a Palermo.

P.S. So già che il nome Ficarra avrà evocato ai più l'omonimo comico palermitano che fa coppia con Picone. Farà piacere dunque sapere che nel 2007 l'amministrazione guidata da Ridolfo ha conferito a Ficarra & Picone la cittadinanza onoraria. Al sindaco non manca il senso dell'umorismo.



lunedì 27 dicembre 2010

Un terno al totocalcio

Qualche giorno fa, a Modica un pizzaiolo ha vinto centomila euro con un gratta e vinci da cinque euro. Buon per lui. Ha speso poco e ha guadagnato tanto.
Non va sempre così. Eppure i giocatori abituali, per non dire quelli incalliti, non smettono di tentare la fortuna nonostante le limitate possibilità di vincita e le grandi somme di denaro investite. E le ricevitorie aumentano un po' ovunque. In Sicilia in particolare.
Lo confermano i dati diffusi dall'Agenzia Giornalistica Concorsi e Scommesse (Agicos). Se si escludono Roma, Milano e Napoli, sono in generale le regioni del centro-sud a vantare i primati nelle classifiche delle città dove si scommette e si gioca di più: Lotto, Superenalotto, Bingo, scommesse, lotterie varie. I dati più sorprendenti sono quelli sulla spesa pro-capite nel 2010 per gratta e vinci e lotterie. Qui spopolano Puglia e Sicilia. La media nazionale è di 165 euro. A Brindisi invece se ne sono spesi 357, praticamente un euro al giorno. Seguono Foggia (314), la prima delle siciliane Trapani (309), poi il capoluogo pugliese Bari (294), a sorpresa la "mia" Ragusa con 291 euro precede di poco Messina (289) e Taranto (286). La prima del nord è Lodi con "appena" 210 euro.
Interessante anche il dato sulle newslot, le macchine da bar approvate dai Monopoli di Stato. Le città siciliane in questo caso occupano gli ultimi posti, a causa della stimata alta incidenza del gioco illegale.
Numeri a parte, non ci sarebbe molto da esultare per questi primati, soprattutto se si confrontano con i magri risultati delle classifiche per la qualità della vita, che relegano la Sicilia e quasi tutto il sud sul fondo delle graduatorie. Evidentemente non siamo messi bene, se le uniche speranze sono le scommesse e le lotterie.

lunedì 20 dicembre 2010

Deus ex machina del fango

E poi uno dice che in pensione ti riposi e non hai preoccupazioni. Guido Bertolaso non può neanche godersi i lunghi attimi di relax che la fine dei suoi incarichi pubblici dovrebbe regalargli. C'è chi lo rimpiange e lo rievoca al primo accenno di emergenza, chi invece non gli risparmia critiche pure aspre.
Adesso a Messina gli hanno anche assegnato un premio che non definirei lusinghiero. "Pezzo di fango". No, non è un insulto velato, è proprio il nome del premio che l'associazione locale Museo del Fango ha conferito all'ex capo della Protezione civile. Motivazione: è il rappresentante istituzionale che meno si è impegnato nella salvaguardia del territorio. Strano, ricordavo che lui fosse tra i più attivi nel "governo del fare"...
L'associazione ha organizzato mostre e dibattitti sull'alluvione del 2009 a Giampilieri (31 morti e sei dispersi), con annessa premiazione ai cittadini - scelti tra una rosa di venti nomi - che si sono prodigati di più nell'aiuto alla popolazione colpita. Il genio civile di Messina ha vinto il premio Zanclea d'oro, mentre a Bertolaso è toccata l'onorificenza peggiore.
Secondo il capo del governo di cui è stato sottosegretario fino a un mese fa, Bertolaso era vittima della "macchina del fango" quando è stato coinvolto nelle varie inchieste su corruzione, appalti e grandi eventi.
Il fango, appunto. Dante l'avrebbe definito contrappasso, no?