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domenica 19 maggio 2019

«Sono Mister Web, risolvo problemi»

Non ha nemmeno 30 anni, fattura 3 milioni di euro l’anno, dieci persone lavorano per lui, e il suo nome è ormai un brand. All’anagrafe si chiama Salvatore Aranzulla, classe 1990, originario di Mirabella Imbàccari, paesino a qualche chilometro da Caltagirone, in Sicilia, ma per tutti è aranzulla.it, uno dei siti web più visitati d’Italia. Non è un informatico né un programmatore («Sono un imprenditore e un divulgatore», precisa anche rispondendo ai suoi detrattori), anzi il suo obiettivo è «fornire soluzioni semplici a problemi semplici» con la tecnologia. Un modello di successo nato per caso, quasi per una sfida.
Come ha fatto Salvatore Aranzulla a diventare il marchio Aranzulla?
«Tutta colpa di mio cugino Giuseppe… È stato uno dei primi ad avere un computer, nel 2000. Mi prendeva in giro: ‘Io ce l’ho e tu non ce l’avrai mai’. Arrivata l’estate, i miei genitori volevano comprare un condizionatore ma io, appena vidi un computer, lo abbracciai e piansi finché non si convinsero a comprarmelo».
Una passione fin da piccolo.
«In realtà né io né i miei genitori sapevamo davvero cosa fosse un pc. Avevo 10 anni, dopo i compiti cercavo da autodidatta di capire come usarlo e risolvere i problemi che riscontravo. D’altra parte non potevo confrontarmi con altre persone».
Praticamente il primo utente di Aranzulla è stato… Aranzulla.
«Sì! Poi anche gli amici comprarono il loro pc e quindi chiedevano a me consigli e soluzioni. Mi resi conto che facevano quasi sempre le stesse domande (tipo: ‘come far funzionare la stampante’). Da qui l’idea di dare risposte per iscritto. Diventai uno ‘spacciatore di soluzioni cartacee’».
La svolta digitale?
«Nel 2002 Internet mi aprì un mondo. A 12 anni creai un primo spazio dove caricavo le risposte che davo agli amici. Una soluzione amatoriale: il blog era online solo se il pc era collegato a Internet. Una volta scomparve addirittura nel nulla, la connessione costava tanto e arrivò una bolletta pari al triplo dello stipendio di papà… che mi staccò il cavo. Poi ripresi a collegarmi di nascosto quando i miei andavano a fare la spesa. Ormai avevo capito il meccanismo e il sito continuava a crescere».
Di che cifre parliamo?
«Nel 2008, ogni mese 300mila italiani visitavano il mio sito».
Fu lì che pensò di farlo diventare il suo lavoro?
«Ebbi l’intuizione di inserire i banner pubblicitari accanto agli articoli gratuiti. Con i primi ricavi mi spostai a Milano. Volevo capire come trasformare la mia passione in un’impresa».
Quindi non ha una formazione da informatico?
«No, ho studiato Economia aziendale e management alla Bocconi. L’affitto e la retta universitaria erano pagati con i guadagni del sito. Il mio metodo era (ed è) il ‘sistema dei titoli’: dalle ricerche online degli utenti si individua l’argomento su cui scrivere un articolo. E aranzulla.it ebbe un boom che continua oggi».
Tradotto in numeri?
«Oggi il sito ospita oltre 10mila articoli ed è visitato da 700mila italiani al giorno. Ma la filosofia è la stessa di quando avevo 12 anni: sono come l’amico che cerca di dare soluzioni semplici ai problemi».
E infatti ci mette il nome e la faccia. Però ormai Aranzulla è un’impresa, non più l’hobby di un ragazzino.
«Fatturiamo 3 milioni. Ho 10 collaboratori esterni, sulla parte editoriale e su quella tecnica».
Ci sono domande ricorrenti?
«In realtà cambiano spesso, per esempio in base all’età degli utenti. Le esigenze sono molto semplici: ‘come scaricare musica’, ‘come si installa un antivirus’, ‘come si configura Facebook sul cellulare’. E poi, fino a qualche anno fa il 90% delle risposte riguardava il pc; oggi invece sono quasi tutte relative ai telefonini».
Il successo attira però anche invidie e critiche. Sa di avere molti detrattori?
«Io sono un imprenditore e un divulgatore, non un informatico o un programmatore. È una questione di target: chi mi critica è un addetto ai lavori e non ha naturalmente bisogno dei miei consigli».
Come chi ha persino cancellato la voce ‘Salvatore Aranzulla’ dalla Wikipedia italiana?
«Forse è gente che non ha altro da fare: le discussioni online per decidere la mia esclusione sono molto più lunghe di tutti i libri che ho scritto io in dieci anni. A me non interessa, basterebbero anche solo due righe: ‘Salvatore Aranzulla è un imprenditore nato il 24 febbraio 1990, proprietario del sito aranzulla.it’».


La ‘censura’ di Wikipedia (ma solo in Italia)
Nel maggio del 2016, Aranzulla si è trovato al centro di una polemica su Internet. La comunità italiana di Wikipedia, dopo lunghe discussioni online, ha deciso di eliminare la voce ‘Salvatore Aranzulla’ dalla versione italiana dell’enciclopedia libera. Motivo del contendere: secondo i detrattori non è un divulgatore scientifico e, dunque, non soddisferebbe i cosiddetti ‘criteri di enciclopedicità’ richiesti da Wikipedia, una delle tre ragioni che possono portare alla cancellazione di una voce dalla piattaforma (le altre sono la forma di scrittura e il contenuto auto-celebrativo). 
La replica dell’esperto del web: «Sono rosiconi, non mi interessa. Sarebbe bastato scrivere che sono un imprenditore proprietario del sito aranzulla.it». Il paradosso è che invece esiste la voce a lui dedicata sulle versioni inglese, tedesca, lombarda e persino in latino dell’enciclopedia online.


domenica 22 ottobre 2017

Capra e cavolate


Provocazione? Offesa? Gaffe? Stereotipo? "Razzismo"? Questa immagine è tutto questo e anche altro. O forse niente di tutto ciò. Che la rivista francese Auto Moto Magazine pubblichi un video di presentazione della Skoda Karoq facendo un bel giro in Sicilia, e che nel medesimo video, accompagnato dalla colonna sonora del Padrino, un omino smilzo con la fronte molto spaziosa apra il bagagliaio e mostri un uomo incaprettato e dica "In Sicilia si fa così" (la location è Corleone), beh forse vuol dire solo che i cuginetti hanno perso l'ennesima occasione per non fare una figura di merda. Noi, siciliani e italiani, abbiamo tutto il diritto di incazzarci e sentirci offesi, vilipesi, insultati.
"In Sicilia si fa così". Da noi, secondo questi francesi, si incaprettano cristiani come prassi quotidiana. Chissà che ne pensano i cèchi della Skoda a essere associati a questo contorto spot anti-italiano...
"In Sicilia si fa così". Odio rispondere ai pregiudizi con i pregiudizi. Ma ricordo ancora di aver letto, saranno passati forse 25 anni, una terribile notizia che arrivava da Le Mans: un gruppo di ragazzacci di periferia che giocava a pallone con un sacchetto di plastica con dentro il feto di una neonata. Orribile. Schifoso. Ma nessuno si sognò di dire che "in Francia si fa così". Certo, è facile la controreplica: quelle abitudini siciliane sono quelle della mafia. Già.
Ora però guardiamo quest'altra immagine. Sono i graffiti della grotta dell'Addaura, a Palermo, databili tra la fine del Paleolitico e l'inizio del Mesolitico. Non visitabili, purtroppo. La scena più discussa è quella al centro: la maggior parte delle interpretazioni, per farla breve, dice che si tratti di una scena di incaprettamento, molto probabilmente una cerimonia rituale sciamanica.
C'era la mafia nella preistoria?
Ecco, il punto è questo. L'incaprettamento (termine attestato in italiano anche nei dizionari specialistici inglesi) è questa terribile modalità di assassinio appunto tipica della mafia siciliana, che consiste nel legare la vittima in tal modo che sia essa stessa ad auto-strangolarsi... Però anche altrove, in particolare in alcune aree del Sud-Est asiatico, si utilizzano metodi di morte simili. Allo stesso modo verosimilmente derivanti da macabri forme rituali del passato, più o meno remoto.
E quindi, cari francesi, "in Sicilia si fa così"? Sapete cos'altro si fa in Sicilia? Si snobba con un assordante e plateale silenzio chi merita di essere ignorato. E io ho già parlato troppo...

martedì 19 settembre 2017

Nathan, abbiamo un problema

«Alcuni migranti in fuga dalla guerra raggiungono un'isola nel Mediterraneo. La prima settimana ne arrivano 100, poi ogni settimana il loro numero aumenta del 10 per cento». Accanto, la foto di un gommone carico di persone. Sembra una cronaca fredda, meccanica, cinica del fenomeno dell'immigrazione. Certo, "migranti in fuga dalla guerra" non è propriamente corretto, sarebbe stato più preciso "profughi", ma sui giornali si fa spesso confusione (talvolta volutamente). Come dite? Non è un articolo di giornale? Ah.
In effetti il testo continua. Si chiede «per quante volte viene moltiplicata una quantità quando aumenta del 10%?». Parla di «serie geometriche». Invita a «dedurre il numero totale di migranti giunti sull'isola dopo otto settimane, arrotondando all'unità». Affronta l'argomento come un fatto puramente matematico. E questo è, il testo.
Ma far diventare un simile dramma l'argomento di un problema di matematica per un libro del liceo, mi sembra quantomeno fuori luogo. Come fu vergognoso che due anni fa, su un libro di fisica in Italia, si chiedesse agli studenti liceali di calcolare l'impatto di un sasso dal cavalcavia su un'auto. Il problema di matematica è invece in un manuale della casa editrice Nathan per le scuole francesi. E qui sarebbe da chiedersi se il "cuginetto" che ha elaborato con dovizia di particolari tecnici e professionali il problema 93, a pagina 34 del manuale riservato all'ultima classe degli indirizzi economico-sociale e letterario, sia stato davvero così ingenuo (naïf?) o abbia sottovalutato le conseguenze di una gaffe del genere. "L'isola nel Mediterraneo" è indubbiamente Lampedusa; dubito si tratti della Malta intransigente che respinge navi con a bordo tre migranti...
Dopo le proteste e le polemiche, Nathan ha fatto mea culpa, ha ritirato il testo e dice che lo sostituirà gratuitamente. Speriamo si limitino ai soliti problemi sulla spesa al mercato. "Ahmed vende mele e arance...".

domenica 10 settembre 2017

Grazie che ha bevuto

Uno può leggere libri impegnati, guardare film d'autore, ascoltare musica di buon livello, ma poi alla fine, senza neanche scomodare l'alto-e-basso, Umberto Eco e la riscoperta delle culture e sottoculture pop, ci si diverte tutti con il trash, il grottesco, il comico demenziale. Tutti. Quando una decina di anni fa noi siciliani (ma non solo) scoprimmo tra le pieghe di una tv privata di Agrigento le mirabolanti e improbabili imprese, politiche e "culturali", di un barbiere che si chiamava Giovanni Bivona, ci sentimmo paradossalmente investiti del privilegio di avere finalmente anche noi il nostro "eroe" popolare-popolano-populista-pop. Era tutto finto e per questo ci piaceva, ma forse non solo per questo.
Partiamo purtroppo dalla fine. Da quel "si chiamava Giovanni Bivona". Verbo al passato perché Giovanni Bivona, ad appena 55 anni, è morto per una brutta malattia. E quando muoiono i giullari, le maschere comiche, persino le macchiette, c'è un pizzico di tristezza in più. Anche perché Bivona, che di mestiere faceva davvero il barbiere (regalava perle di saggezza nel suo salone in via Dante ad Agrigento), era sicuramente genuino e buono nella sua pur grossolana ignoranza che lo rendeva simpatico; e buono come sanno essere solo i buoni che si fanno prendere in giro e non si prendono sul serio.


«La politica è triste. Facciamola diventare allegra». «Protestiamo. Protestiamo. E protestiamo!». «Grazie che ho bevuto!». I tormentoni dello spot elettorale della primavera 2006 ormai li conoscono tutti. Si guadagnarono notorietà anche in tv e radio nazionali, che presero a sfottere l'approssimazione di Bivona senza rendersi conto che, in fondo, era lui a sfottere, più o meno consapevolmente, una certa retorica. Prese un discreto pacchetto di voti ma non fu eletto a quelle elezioni provinciali, candidato della lista Patto per la Sicilia, una delle tante para-autonomiste di quella stagione politica nell'Isola. Ma poi è diventato una piccola star, grazie all'intuito furbo di Angelo Ruoppolo e Lelio Castaldo di Teleacras, che lo lanciarono nel ruolo di improbabile e divertente commentatore dei temi più disparati, persino nella sua spassosa "rubrica e-letteraria" in cui smontava Dante, Leopardi o Shakespeare, lui che si era comunque autodefinito "Maestro di vita". Spettacolare nella pubblicità di un negozio di pelletteria, in cui sfoggiava una scarpa su una spalla. Surreale come Dalì a spasso con un formichiere per le strade di Parigi...
Inutile elencare tutte le imprese di Giovanni Bivona, ne è pieno YouTube. Ma è proprio su questo che voglio concentrare questo piccolo e inutile mio ricordo. Bivona è diventato famoso soprattutto con il passaparola. Ancora non eravamo del tutto schiavi dei social network e la voce - quasi carbonara - circolava su forum e blog, o più semplicemente tra amici (reali e non virtuali); c'era pure chi suggeriva di scaricare i suoi video su eMule! Non c'erano influencer a consigliare i suoi video, né twitstar a sponsorizzarlo, ma nemmeno finì nel tritacarne della Gialappa's, per dire.
In questa specie di preistoria Giovanni Bivona ha fatto quasi tutto da solo. E ci ha rallegrati con la sua protesta, altro che i grillini. Beviamo alla sua salute. Grazie.

mercoledì 19 luglio 2017

Si fa presto a dire extracomunitari

Il 15 agosto 1474, nella mia Modica, ancora prima che gli Ebrei venissero ufficialmente cacciati dall'Europa cristiana, si verificò uno dei più gravi eccidi di ebrei della storia. Aizzati da un predicatore cattolico piuttosto invasato, i modicani di allora si mostrarono ferocemente antisemiti, massacrando almeno 360 ebrei. "Almeno": dunque verosimilmente furono molti di più... Poi arrivò appunto il 1492 e per gli ebrei non ci fu più spazio comunque.
La Menorah disegnata sul torrione di Castello Ursino, a Catania
In Sicilia non esiste più in pratica una comunità ebraica da allora, anche senza tragedie come quella di Modica. Sono passati oltre 500 anni (mezzo millennio suona anche meglio...) e nell'Isola alcuni gruppi ebraici hanno ottenuto dalle autorità cattoliche di poter convertire vecchie chiese in sinagoghe (a Palermo, per esempio). Ma la notizia è che adesso a Catania starebbe rinascendo una comunità ebraica, la prima nell'Italia meridionale dai tempi del bando di re Ferdinando e regina Isabella. "Starebbe", attenzione. Dietro l'operazione, pubblicizzata da comunicati stampa entusiastici, sembra esserci un gruppo di conservatori americani; a guidare l'aspirante comunità un avvocato catanese convertito, Baruch Triolo, che ha ottenuto dal Comune la concessione di un piano dell'International Institute for Jewish Culture. Solo che un rabbino ancora non c'è... E, soprattutto, l'operazione che tanto piace ad ambienti neo-con americani e ha trovato prevedibilmente spazio sulla stampa siciliana, al contrario è stata subito stoppata nientemeno che dalla Ucei, l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. La presidente Noemi Di Segni ha chiarito che non ci si può unilateralmente proclamare "comunità ebraica": questa può costituirsi solo sulla base dell'intesa firmata trent'anni fa dall'Ucei e dallo Stato italiano. Un soggetto privato, anche se è un'associazione che si interessa di ebraismo, non può ottenere concessioni di beni pubblici presentandosi come "comunità" senza aver interpellato i referenti istituzionali, l'Ucei e la Comunità ebraica di Napoli.
Tanti giornali hanno amplificato la notizia della costituenda comunità  ("annunci irresponsabilmente diffusi", attacca l'Ucei), mentre la dura presa di posizione di Noemi Di Segni è stata ignorata. Ricordo che nel 2010 Stefano Di Mauro, alias Isaac Ben Avraham, siculo-americano convertito ortodosso a Miami (anche Triolo è diventato ebreo lì), fece la stessa cosa a Siracusa. Ricreata una "comunità" ebraica dopo i famosi 500 anni. Ma il tutto extra-Ucei, nel novero di una non ufficiale Federazione degli ebrei del Mediterraneo. Sul sito di quest'associazione ci sono Siracusa, Taormina e, casualmente, Catania. La pagina sul capoluogo etneo risulta "in costruzione".

mercoledì 27 gennaio 2016

Il nostro Kunsertu


Mokarta è una canzone meravigliosa. La cantavano i Kunsertu, gruppo siciliano di culto, pioniere italiano tra Ottanta e Novanta della world music ("100% etno-rock"). Mokarta è una serenata bellissima, scritta nel 1985, che forse prendeva pure spunto dalla celebre Rosa fresca aulentissima di Cielo d'Alcamo (XIII secolo, quando il siciliano era già lingua). Ho scoperto solo ieri, per caso, che Sergio Lo Giudice è stato uno dei sassofonisti dei Kunsertu.
Cercavo Lo Giudice per un'intervista, ma per ben altre ragioni. Quasi 55 anni, senatore della minoranza Pd, già consigliere comunale a Bologna, presidente onorario dell'Arcigay, sposato dal 2011 e padre di un bimbo nato nel 2014 da maternità surrogata. Con lui ho fatto una lunga chiacchierata sul QN sul tema caldo del momento, il dibattito sulle unioni civili (proprio nel giorno in cui il Consiglio d'Europa ha chiesto all'Italia di riconoscere legalmente le coppie gay).
Sergio Lo Giudice è nato a Messina ma ha lasciato la Sicilia poco più che ventenne. Gli ho pure chiesto che impressione ha ora dell'Isola dal punto di vista dei diritti gay. «È molto cambiata rispetto ad allora, anche se in giro restano molti pregiudizi. Ma penso a iniziative come il Gay Pride di Palermo e vedo che c'è una grande capacità di accoglienza, quell'umanità tipica dei siciliani, oltre i maschilismi. I pregiudizi cadono quando c'è un confronto diretto con le persone».
Sergio Lo Giudice con il marito e il figlio
Matrimonio in Norvegia e un figlio da madre surrogata negli Stati Uniti. Sergio Lo Giudice, 54 anni, senatore Pd, portavoce dell’area di minoranza Retedem e presidente onorario dell’Arcigay, è stato il primo uomo politico a diventare padre gay. Dopo aver sposato nel 2011 a Oslo il suo compagno Michele, nel 2014 è nato Luca.
Senatore, su questo giornale la professoressa Eleonora Porcu, luminare della fecondazione assistita, ha definito la pratica dell’utero in affitto “una schiavitù per le donne”. Come risponde?
«Innanzitutto preferisco parlare di ‘gestazione per altri’, come si dovrebbe dire correttamente. Altri luminari come Carlo Flamigni la pensano diversamente dalla Porcu. Ma condivido pienamente tutte le obiezioni sullo sfruttamento di donne afflitte dal bisogno, dalla fame, o persino dal racket, nei Paesi poveri come India e Thailandia, dove le coppie gay non hanno comunque accesso a queste pratiche. A volte sono gli stessi mariti a costringerle».
Questo nei Paesi poveri. E negli Stati Uniti, come nel suo caso?
«Lì, come anche in Canada, ci sono legislazioni avanzate. Le donne devono essere economicamente sufficienti e avere avuto già dei figli».
Però non è una pratica per tutti. Andare dall’altra parte dell’oceano costa...
«In effetti no, ce la fanno solo le persone che possono permetterselo. Però sarebbe ora di aprire un ragionamento, un confronto serio e trasparente: altri Paesi europei, Gran Bretagna, Olanda, Belgio, anche la Grecia, consentono questa pratica».
La professoressa Porcu parla anche del rapporto madre-figlio. Rapporto “fisico, carnale”, lo ha definito. In un caso del genere viene a mancare?
«Non è come la legge 40 sulla fecondazione artificiale che prevede l’anonimato dei donatori. Noi siamo invece in costante collegamento con la madre surrogata americana. Le mandiamo le nostre foto di famiglia, lei le sue. I bambini delle famiglie arcobaleno cresceranno avendone piena consapevolezza. Le coppie gay sono assolutamente trasparenti su questo punto. E non potremmo fare altrimenti».
Le coppie etero non sono trasparenti?
«Il 95% delle coppie che accedono alla maternità surrogata sono eterosessuali. Ma perlopiù non lo dicono. Il punto è un altro».
Quale?
«Si parla dell’utero in affitto, termine orribile, solo per esprimere un pregiudizio contro la genitorialità omosessuale. È un dibattito strumentale: questa tecnica è vietata in Italia né tantomeno la sdoganerebbe il ddl Cirinnà».
Il cardinale Bagnasco però ha detto che “i figli non sono un diritto”.
«Bene, sono d’accordo. Non esiste alcun diritto ad avere figli. Ma esiste quello di avere tutti le stesse opportunità. E per i bambini di avere una famiglia. Non possono avere diritti diversi solo per una decisione degli adulti. D’altra parte solo nel 2014 siamo finalmente arrivati a una legge che cancella la distinzione tra figli naturali e legittimi...».


venerdì 22 gennaio 2016

Giusi de Beauvoir

Giusi Nicolini è una "leonessa". Lo dicono e scrivono in tanti. Una bella figura di combattente civile per i diritti e la dignità, esponente di una politica che dovrebbe tornare a farsi qualche domanda, oltre a millantare presunte risposte. Da quando è stata eletta, il sindaco di Lampedusa è anche un pungolo alla sedicente sinistra italiana. E infatti io sono ancora qui ad applaudirla per aver rifiutato nel 2014 la candidatura sicura alle Europee con il Pd.
Due settimane fa a Giusi Nicolini sono stati riconosciuti ancora una volta i suoi meriti, stavolta a Parigi. Ha ottenuto il Prix Simone de Beauvoir pour la liberté des femmes, arrivato alla sua nona edizione (nel 2013 aveva vinto Malala). L'autorevole giuria l'ha premiata per la sua «azione coraggiosa e pionieristica a favore dei migranti e dei rifugiati» e lei ha, con il consueto piglio da "leonessa", richiamato l'Europa e l'Occidente intero alle proprie responsabilità.
Giusi Nicolini mi piace molto ed è per questo che mi fa molto piacere che l'edizione italiana di Global Voices, la rete internazionale di giornalismo partecipativo, mi abbia contattato per un mio vecchio post sul sindaco di Lampedusa e Linosa. Post citato nell'articolo di Abdoulaye Bah, anche lui gran personaggio: ultrasettantenne di origine guineana, ha lavorato per anni all'Onu, militante radicale, è finito persino in Habemus Papam di Nanni Moretti (faceva il cardinale dello Zambia!). Grazie ad Abdoulaye Bah e a Global Voices. E naturalmente grazie a Giusi Nicolini.

giovedì 14 gennaio 2016

Dateci una leva

Operazione Vespri Siciliani (1992-'98):
l'Esercito insieme alle forze di polizia
nella lotta contro la mafia
Anni fa, ai tempi dell'università, facevo spesso su e giù per l'Italia in treno. Molte volte, soprattutto in coincidenza con periodi festivi, mi è capitato di viaggiare con giovani militari che tornavano nelle loro terre d'origine, anche loro meridionali come me. Molti erano siciliani. Uno dei viaggi più divertenti fu con tre ragazzi nel mio stesso scompartimento, di ritorno in Sicilia in licenza. O ancora quel ragazzo, spaesato e simpatico, che a 19 anni tornava da Trieste al suo paesino in provincia d'Agrigento: almeno 22 ore di treno, mi pare di ricordare, per lui che forse era uscito dalla Sicilia per la prima volta proprio per indossare una divisa. Ma ricordo anche tanti ragazzi e ragazze dalla Campania, molti salernitani.
Un paio di giorni fa, a Roma, il capo di Stato Maggiore dell'Esercito, generale Danilo Errico, ha spiegato a un convegno organizzato dal Centro Studi Internazionali (Cesi) che il 71% degli effettivi dell'Esercito italiano proviene da regioni del Sud, il 19% dal Centro e solo il 10% dal Nord. Anche se tre quarti dei comandi e delle caserme si trovano tutti al Nord e al Centro. Dunque c'è una massiccia emigrazione in divisa, dal Sud. Ed Errico sottolineava infatti che le politiche di reclutamento dovrebbero tener conto maggiormente della «disomogeneità tra la provenienza geografica del personale in servizio e la distribuzione geografica delle infrastrutture militari». Aggiungo che in Sicilia, regione da cui proviene il 15% degli arruolati dell'Esercito (terza dopo Campania con il 28% e Puglia con il 16,7%), verranno messe in vendita sei caserme dalla Difesa, tante quanto quelle del Piemonte, più dell'Emilia-Romagna o della Toscana o del Lazio.
Io non ho fatto il militare e non l'avrei fatto comunque, anche indipendentemente dai rinvii per ragioni di studio. Ma rispetto chi ha scelto di farlo, specialmente se ha l'onestà, come quei ragazzi in treno, di ammettere che oltre a più o meno vaghe "vocazioni" c'è una valutazione di opportunità professionale.

mercoledì 28 ottobre 2015

Palermo val bene una messa

Ieri a mezzogiorno le campane della chiesa madre di san Pietro a Modica suonavano a festa. Credo che non aspettassero altro che l'ufficialità, dopo giorni di indiscrezioni che in realtà nessuno avrebbe potuto smentire. Don Corrado Lorefice, 53 anni, è dunque il nuovo arcivescovo di Palermo. Una notizia che ha suscitato nei miei compaesani (ero a Modica proprio ieri, peraltro) reazioni positive, orgogliose. D'altra parte, sentire il nome della tua città tra le prime 3-4 notizie di tutti i tg nazionali e sulle pagine principali dei giornali, non è cosa da tutti i giorni. A meno che non si parli del cioccolato all'Expo, del campione olimpico di scherma Giorgio Avola o del cantautore del futuro Giovanni Caccamo...
Non conosco personalmente don Corrado, ma sapevo già del suo impegno sociale, antimafia, di Libera, di don Pino Puglisi (afferisce peraltro a san Pietro la Casa Don Puglisi, una delle più dinamiche realtà sociali della città di Modica), degli scritti su don Dossetti. Un prete giovane e "impegnato", un semplice parroco, perfetto in accoppiata con don Matteo Zuppi, nuovo vescovo di Bologna, prete dei poveri in una curia tradizionalmente "rigorosa" (diciamolo: conservatrice). Ecco, un mio compaesano (originario di Ispica, in realtà) guiderà la diocesi più importante della Sicilia, mentre nella città in cui vivo adesso tocca a un outsider che arriva dalla Comunità di Sant'Egidio.
Da osservatore laico, per quel che ne capisco e nella parzialità delle mie idee, mi fa piacere. Un altro coup de théâtre di papa Francesco!
Con i neo-arcivescovi Lorefice e Zuppi, ho scoperto, condivido l'interesse per le vicende del Nord Kivu, la più martoriata delle regioni congolesi. Potevo immaginarlo, anzi lo speravo, a proposito di don Corrado: la parrocchia di san Pietro, gemellata con Lukanga, è stato uno dei nuclei storici da cui partì nel 1988 l'esperienza del gemellaggio tra la diocesi di Noto e quella di Butembo-Beni. Proprio a Lukanga, quando era vicerettore del seminario di Noto, don Corrado Lorefice portò i seminaristi a fare gli esercizi spirituali... E un mese fa era a Muhanga, nella missione in mezzo a montagne e boschi del piemontese don Giovanni Piumatti e della missionaria modicana Concetta Petriliggieri, dove io ho imparato molte cose, sull'Africa e non solo.
Io, per concludere su un prete che non conosco di persona, prendo a prestito le parole di un prete che invece ho conosciuto, appunto padre Piumatti: «Don Corrado il mese scorso era qua a Muhanga. Anche i ragazzi, le mamme e i giovani hanno avuto la stessa impressione: non sembra un sacerdote eccezionale. Ha doti umane semplici e profonde che contengono una fede seria, visibili a Muhanga come a san Pietro di Modica. Ora, che papa Francesco, la Chiesa, lo scelga come Vescovo di Palermo, Arcivescovo!, scavalcando le prassi comuni, mentre gli apostoli discutono fra di loro per strada… o nei corridoi, è questo il fatto eccezionale». Grazie Padiri. Sono sicuro che monsignor Lorefice saprà trasmettere a Palermo la sua umana (stra)ordinarietà, nel nome di don Puglisi, del beato Pino che in tanti ora vorrebbero, giustamente, compatrono della capitale siciliana (e intanto un discepolo di don Puglisi, monsignor Carmelo Cuttitta, da Palermo andrà a fare il vescovo a Ragusa). Un bel cambiamento, nella "Sagunto espugnata" di cui parlava il cardinale Pappalardo...

mercoledì 29 luglio 2015

La Tusa ispiratrice

Tusa è l'ultimo comune della provincia di Messina al confine con quella di Palermo. Arrivarci non è difficilissimo, tutto sommato, da quando l'autostrada A20 è ormai definitivamente completata (il "definitivo" siciliano, in realtà, è sempre relativo...). C'è tanto di casello, sulla Messina-Palermo.
Così chi avesse voglia di fare un bagno nella frazione marina di Castel di Tusa, alla spiaggia delle Lampare, Bandiera Blu 2015, non avrebbe grandi problemi. Ed è pure più vicina Palermo, a una novantina di chilometri, mentre il capoluogo Messina è a più di 140 km di distanza.
Ma basta questo? Intendo dire, è sufficiente la relativa vicinanza tra il capoluogo dell'Isola e Tusa per spiegare perché questa cittadina di 3.000 abitanti, la greca Alesa Arconidea, sia diventata la vera capitale della "rivoluzione" di Crocetta? Eh già: il governatore siciliano sotto pressione mediatica, giudiziaria (?) e politica, è ora in vacanza a Vulcano, ma nei giorni più duri e intensi del fuoco incrociato per l'affaire Borsellino era rintanato proprio a Tusa. Dove, ha detto Baldo Gucciardi, l'uomo del Pd che contemporaneamente sostituisce ad interim Crocetta e la stessa Lucia Borsellino, il presidente passava il suo tempo «provato, ma sereno».
E da Tusa tuonava in diretta televisiva. Da Tusa diramava i suoi ormai immancabili comunicati stampa. A Tusa studiava le mosse per riprendersi la scena e scacciare i fantasmi della sfiducia. Ma perché Tusa? Perché non la stessa Palermo o, più logicamente, la "sua" Gela?
Tano Festa, "Monumento per un poeta morto (Finestra sul mare)", 1989
L'equazione è semplice: il legame tra Tusa e Crocetta si chiama Antonio Presti, imprenditore geniale, grande mecenate contemporaneo, un uomo capace di creare quasi trent'anni fa Fiumara d'Arte, uno dei più grandi musei all'aperto d'Europa, nel letto del fiume ("a carattere torrentizio", come scrivevano i sussidiari delle medie) Tusa e nei dintorni, con nomi del calibro di Tano Festa, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Mauro Staccioli, Hidetoshi Nagasawa. Un imponente parco di sculture contemporanee, un'iniziativa senza precedenti, nata anch'essa con il sigillo dell'attivismo antimafia. Ma pure un caso giudiziario, perché per alcuni (politici, tra cui Rutelli quando era "verde", e magistrati) si trattava addirittura di un abuso edilizio. E volevano demolire le opere. Adesso le cose sono cambiate: nel 2006 il governo regionale ha varato pure un provvedimento ad hoc, la legge 6/06 dal titolo "Valorizzazione turistica - Fruizione e conservazione opera di Fiumara d'arte". Testuale. Ormai il percorso culturale di Tusa è una realtà internazionale, insieme all'altra alzata d'ingegno di Presti che, quando le cose si stavano mettendo male a Fiumara, si è inventato Atelier sul Mare, un hotel esclusivo con altre opere d'arte e stanze a tema.
Ecco, torniamo a Saro: in quell'albergo così singolare c'è una camera tutta per lui, riservata, con tanto di iniziali sulla porta (una volta, due anni fa, ha dovuto lasciarla per ragioni di sicurezza, cioè per non creare rischi agli altri ospiti). E Antonio Presti è uomo di punta del côté di Crocetta, al punto da candidarsi nel 2013 al Senato nella lista del Megafono, dietro il grande sponsor dell'operazione crocettiana, cioè Beppe Lumia. Lo stesso presidente aveva pensato al mecenate come assessore regionale alla Cultura, nel grande valzer delle poltrone che ha caratterizzato (e/o caratterizza) l'esperienza governativa dell'ex sindaco di Gela da quando è approdato a Palermo. Quindi non c'è solo l'arte, o la cultura, o l'antimafia. No, c'è anche la politica: a Tusa, alle regionali del 2012 vinte da Crocetta, il Megafono è stato il primo partito, e pure con distacco. Prese il 36,7%, 525 voti, ben più della metà di tutti i voti della coalizione di centrosinistra nella cittadina. La prima uscita pubblica, dopo l'elezione, Crocetta la fece proprio a Tusa, all'Atelier dove aveva piazzato il suo quartier generale in campagna elettorale. E Rosario "Saro" Crocetta da Gela è ormai pure cittadino onorario di Tusa. Con tanti ringraziamenti per la pubblicità dal sindaco Angelo Tudisca, un avvocato ex Udc che ora figura nella direzione nazionale di Italia Unica, il movimento di Corrado Passera.

mercoledì 15 aprile 2015

A19. Colpita e affondata

Risale a molti anni fa l'ultima volta che ho percorso la A19, l'autostrada che collega Palermo e Catania, dunque potrei avere dei ricordi appannati e inesatti, ma per quel che mi riguarda l'ho sempre considerata una strada decisamente inadeguata. E sono sempre stato convinto che non costituisse quell'asse strategico che ci si potrebbe immaginare. Poco trafficata, pochissimo curata, quasi priva di servizi (soprattutto in direzione Catania-Palermo), una lunga sequela di bassi viadotti e piloni a cavallo di letti perlopiù asciutti di fiumi in un paesaggio siciliano da stereotipo, svincoli praticamente nel nulla. Insomma, una strada alla quale difficilmente si potrebbe dare il titolo di "autostrada". Ma tant'è, assomiglia alla vecchia A3 (anche se, paradossalmente, checché se ne dica, la Salerno-Reggio è migliorata: ciò non toglie che sia nuovamente bloccata per il crollo, tragico e mortale, di un viadotto...).
Proprio il crollo di un viadotto, l'Himera, vicino a Scillato nel Palermitano, ha fatto scoprire più o meno l'esistenza di quell'autostrada nata male. Quei trecento metri di strada travolta da una frana hanno portato la A19 sotto i riflettori. E si è parlato di "Sicilia divisa in due". Io ho parecchi dubbi. Dubbi, non certezze. Sensazioni, non prove. Però, percorrendo più spesso la A18 (Messina-Catania-Siracusa, prossimamente estesa fino a Gela) e la A20 (Messina-Palermo), ho un'idea mia della differenza tra le tre principali arterie autostradali della Sicilia. Rispetto alle altre due, la A19 non ha pedaggio, è gratis (e questa è spesso la scusa per lasciare le infrastrutture semi-abbandonate...), e non è gestita dal Consorzio per le Autostrade Siciliane, il Cas, bensì dall'Anas. Proprio come la famigerata autostrada dall'altra parte dello Stretto. E infatti se ne sta parlando per gli scandali legati alle gestioni dell'Anas di Pietro Ciucci, lo stesso uomo che Berlusconi volle alla guida della società Stretto di Messina Spa. I piloni di Scillato sono il pretesto. Ciucci si dimetterà ma non ne uscirà con le ossa rotte.
Di rotto c'è invece molto in Sicilia, proprio su quell'asse Palermo-Catania. Perché quello che fa amaramente sorridere, rispetto agli allarmi sulla "Sicilia divisa in due", è che per l'Isola questa situazione contingente è solo un peggioramento di una realtà già consolidata. Le truffe, pubbliche e private, sulle costruzioni e le infrastrutture tutto sono tranne che nuove. I crolli idem. Le frane e gli smottamenti, figurarsi. Ci vorranno, pare, due anni per ricostruire tutto il ponte crollato a Scillato, e tre mesi almeno per la bretella d'emergenza. Per costi milionari. Dunque, nel frattempo, si ipotizzano altri modi per ripristinare minimi collegamenti tra i due capoluoghi.
Il sindaco di Catania, Enzo Bianco, e la società di gestione dell'aeroporto di Palermo, Gesap, hanno fatto appello alle compagnie aeree per istituire "al volo" collegamenti tra Punta Raisi e Fontanarossa. Interessante che il primo interlocutore preso in considerazione sia stato Ryanair. Soluzioni low cost? Eppure ora anche Alitalia si è detta disponibile. Negli anni '60-'70, per la cronaca, con l'autostrada ancora in costruzione, Palermo e Catania erano unite dai Fokker turboelica dell'Itavia (antenata della compagnia di bandiera): il volo durava mezzora.
E queste sono le "fantasie". Finiamo con la cruda realtà, che cancella le ipocrisie. Qualcosa di concreto è stato fatto: un treno in più PA-CT (orario: 17.29-20.30) e un altro CT-PA (orario: 5.28-8.39). Un intervento di emergenza che ha a malapena raddoppiato i servizi – diretti – precedenti. Sì, perché in ogni caso, prima del crollo di Scillato, c'era un solo treno da Palermo a Catania (orario: 6.33-9.51) e uno da Catania a Palermo (orario: 15.21-18.40). Adesso sono due e due... Come due sono le considerazioni, a uso e consumo delle prefiche della "Sicilia divisa in due": ci vogliono più di tre ore sui 240 chilometri della linea, elettrificata dagli anni Novanta; i treni non diretti, con cambio a Messina, ci mettono 5 (cinque) ore e 20 (venti) minuti. Se questi sono i treni, peccato che non c'è un traghetto...

domenica 12 aprile 2015

Esattori di volo

"Al mondo di sicuro ci sono solo la morte e le tasse", diceva Benjamin Franklin. In Italia è un po' diverso: sicuramente ci sono le tasse, ma non si sa mai quali... Così, mentre una certa propaganda governativa, para-governativa, filo-governativa, racconta di una manovra finanziaria senza tasse, in realtà si scopre che il Def 2015 potrebbe prevedere l'introduzione di una nuova tassa di transito negli aeroporti e nei porti (a carico dei passeggeri non residenti, fino a 4 euro per andata e ritorno) per coprire i tagli – quelli sì sicuri – del governo ai Comuni.
Il discorso, pare graditissimo al sindaco di Roma Ignazio Marino, si applicherebbe nei territori delle nuove città metropolitane. Sulla carta (costituzionale) sarebbero dieci, tutte nelle regioni ordinarie. Ma ce ne dovrebbero essere anche tre nella mia Sicilia, stando alle ultime mosse legislative della Regione. Palermo, Catania e Messina, dunque. Prima, in teoria, ciascuna città metropolitana sicula coincideva solo con il territorio comunale dei rispettivi capoluoghi, mentre le recenti modifiche hanno fatto sì che si sovrapporranno completamente "metropoli" e vecchie province. Così, la nuova Sicilia non avrà più nove province, bensì – probabilmente – sei liberi consorzi di Comuni e tre città metropolitane. Il paradosso, per esempio, è che alcuni comuni (non catanesi) avevano scelto di aderire al libero consorzio di Catania anziché alla città metropolitana etnea – nella sua forma originaria, mentre adesso sembrano costretti a farsi inglobare nella macro-area.
La tassa di cui si vocifera dunque riguarderebbe anche scali aerei e marittimi delle tre metropoli siciliane. Aeroporto di Palermo (Punta Raisi), aeroporto di Catania (Fontanarossa), porto di Palermo, porto di Catania e porto di Messina. Quello che mi sembra curioso e che potrebbe portare ai soliti paradossi siculo-italiani, è che l'aeroporto di Palermo ricade tecnicamente nel territorio comunale di Cinisi (il paese di Peppino Impastato) e solo grazie alle recenti modifiche di legge è ufficialmente "palermitano". Così come, e qui andiamo proprio su terreni ancora più scivolosi e singolari, sarebbe interessante capire se realmente Reggio Calabria e Messina hanno intenzione di proseguire sulla strada, ipotizzata già da qualche anno, di integrarsi in un'unica città metropolitana a cavallo dello Stretto. In quel caso, immagino che un messinese che sbarca all'aeroporto dello Stretto (sic) di Reggio non la paga la tassa sui viaggiatori, no?
Insomma, la solita situazione indefinita all'italiana – o alla siciliana. Mi aspetto a questo punto un ulteriore boom dei collegamenti delle compagnie low cost verso gli scali di Trapani (Birgi: in parte la pista ricade in territorio di Marsala, per la cronaca) e di Comiso. Il governo potrebbe chiamarla "tassa Ryanair". D'altra parte, anche i gufi volano.

sabato 4 aprile 2015

La Ṣiqilliyya

Anche se siamo solo a inizio aprile, quella che sto per segnalare "rischia" di essere davvero la più bella pagina di giornale pubblicata in Italia nel 2015. Il catanese La Sicilia, uno dei due più importanti quotidiani dell'Isola (l'altro è il palermitano Giornale di Sicilia), che quest'anno celebra i suoi primi 70 anni, oggi ha pubblicato una doppia pagina, in italiano e in arabo, per ricordare, con testimonianze inedite, "la strage dei 500" migranti morti il 9 settembre 2014 nel Canale di Sicilia. Un reportage da Pozzallo «per dare un nome ai dispersi», a firma di Franca Antoci (sua l'idea: bravissima!) e la traduzione di Fethia Bouhajeb e Valentina Maci per ciò che rappresenta lo vero spirito di questo mestiere, il giornalismo, bistrattato spesso con piena ragione, ma che può offrire chiavi di lettura e riflessione. Anzi, deve, non può. E poi, a dirla tutta, le pagine sono pure belle dal punto di vista grafico. La stampa è a cura della tipografia Elle Due di Ragusa.


sabato 28 marzo 2015

L'importanza di chiamarsi Franco

I cugini di mio padre, venezuelani ma figli di siciliani emigrati lì negli anni '60-'70, possono votare alle elezioni italiane. E votano anche in Venezuela. Per i loro connazionali, sono "italiani" (detto anche con tono critico); per gli altri italiani, per i siciliani, per i loro parenti, sono gli "americani", i venezuelani. Anzi, a Modica il loro Paese è universalmente noto come "Americazuela". Un intreccio di nomi, nazionalità, identità. Ogni tanto ricordo di essere laureato in Antropologia culturale e quindi mi tornano alla mente certi concetti sul senso di appartenenza e sull'identità nazionale. Discorsi antropologici, non sociologici, mi preme sottolinearlo.
Una volta giocavano come oriundi Altafini, Angelillo e Sivori...
E così penso un po' a quei parenti lontani tutte le volte che si riapre il dibattito sugli oriundi, sugli italiani-stranieri. Per decenni la parola oriundi è stata quasi bandita. Il suo più cospicuo e immediato utilizzo è nell'ambito dello sport, soprattutto del calcio (la nostra nazionale di calcio a 5 è composta quasi interamente da brasiliani). Ecco, di oriundi non se n'è parlato per un po', dopo le sconfitte della nazionale italiana di calcio negli anni Sessanta: giocavamo da far schifo, ma la ben nota e sempre attuale tendenza a trovare capri espiatori portò a identificare in quei calciatori sudamericani naturalizzati italiani (in virtù di lontane parentele) i colpevoli degli insuccessi dei Mondiali 1962 e '66 (così come però erano stati artefici dei trionfi degli anni Trenta). Poi sono passati 40 anni e Marcello Lippi rinverdì la tradizione puntando sull'argentino Camoranesi, che si indispettiva quando gli si chiedeva perché non cantasse l'inno di Mameli.
Il discorso, in realtà, è molto complesso. Altro che sport. Continua a esserci di mezzo l'arretrata legislazione italiana sulla cittadinanza, quella che assegna ai legami di sangue il primato per rilasciare presunte patenti di italianità. Lo ius sanguinis. Qui non si tratta di buttarla in polemica tra chi è favorevole a concedere la cittadinanza a chiunque nasca in Italia (applicazione estensiva dello ius soli) e chi invece difende ancora, più o meno consapevolmente, un principio di paradossale autarchia: italiano è solo chi "ha sangue italiano". In breve e semplificando: chi nasce in Italia da famiglia straniera deve aspettare la maggiore età per poter diventare eventualmente italiano, mentre chi è figlio o nipote o pronipote di italiani emigrati può vantare la cittadinanza tricolore. Gli "italiani nel mondo" valgono più delle "seconde generazioni".
La premessa è lunga. Arriviamo al punto. Il ct della nazionale di calcio, Antonio Conte, ha convocato due oriundi per le prossime partite: l'argentino Franco Damián Vázquez e il brasiliano Éder Citadin Martins, uno del Palermo, l'altro della Sampdoria. Giocatori discreti, nient'affatto dei campioni, tantomeno dei fenomeni. Anzi. La cifra comune agli oriundi del Ventunesimo secolo è una certa mediocrità. Lo stesso Camoranesi era un discreto calciatore che giocava con l'Italia perché la nazionale argentina lo ignorava. Così come tutti (TUTTI) gli altri oriundi degli anni Duemila, in maglia azzurra perché scartati dalle rispettive nazionali. Da Amauri a Paletta, da Thiago Motta agli ultimi arrivati. Mentre i vari Balotelli & co. (Okaka e Ogbonna, tra gli altri), i Black Italians a cui dedicai la mia tesi di laurea, devono inevitabilmente combattere con i pregiudizi e gli stereotipi e il razzismo strisciante, Eder diventa italiano in virtù di un bisnonno e Vazquez per la mamma veneta. Le rispettive squadre sono contente: così si liberano pure posti da extracomunitari...
Non c'è niente da fare, il fenomeno degli oriundi continuerà. Con buona pace delle critiche di Roberto Mancini, allenatore dell'Inter: una squadra piena zeppa di stranieri, che, ai tempi della prima esperienza nerazzurra dello stesso Mancio, raggiungeva il minimo legale di italiani in rosa grazie a qualche oriundo sudamericano. E ora lui si lamenta perché dice che con la nazionale dovrebbero giocare solo quelli nati in Italia. Coerente, perlomeno: ha lanciato lui Balotelli. Gli risponde Conte: la nazionale francese è piena di africani. Non ho parole... Agghiaggiande, direbbe lo stesso ct. Africani?!? Tutti francesi, tutti nati in Francia (tranne il "congolese" Mandanda). Di africano hanno le origini, sempre che questo voglia dire qualcosa. Anche il "suo" Paul Pogba allora è africano? Ma per favore. Questo, checché ne dicano i benpensanti, si chiama razzismo.
Il "palermitano" Vazquez dunque potrebbe giocare da italiano, mentre il connazionale e compagno di squadra Paulo Dybala, decisamente più forte, crede nella chiamata della nazionale argentina. Pazienza per la nonna napoletana (e i parenti di origine polacca, peraltro). Intanto, però, tifosi e giornalisti palermitani e siciliani esultano perché dopo due anni c'è un rosanero in nazionale. L'ultimo era stato Federico Balzaretti, torinese oriundo di Pezzana, Vercelli.

venerdì 12 dicembre 2014

Tutti i nodi ferroviari vengono al pettine

Tra le peggiori linee d’Italia è sicuramente la linea Siracusa-Gela che collega due Province importanti, lunga 181 km, ma ancora non elettrificata e a binario unico e che vede, soprattutto, un solo treno diretto collegare le due città. Il numero di pendolari che frequentano questi treni inevitabilmente continua a calare, sono circa 500 al giorno di cui il 95% si muove da Modica-Pozzallo a Siracusa e viceversa. Solo nell’ultimo biennio i treni soppressi sulla linea sono stati 14. Lo stato dei treni è mediocre mentre i servizi igienici nelle stazioni sono stati chiusi, salvo qualche rara eccezione dove il servizio è gestito dal Comune in collaborazione con il bar di stazione come nel Comune di Vittoria. Le biglietterie nelle stazioni sono del tutto scomparse se si fa eccezione per le stazioni di Siracusa e Gela, con l’ultima recente chiusura di quella di Modica. Infine è da rilevare come gli attuali tempi di percorrenza dei treni in questa linea, siano addirittura superiori a quelli di 20 anni fa malgrado siano pochissimi i treni che la percorrano e siano stati realizzati interventi di miglioramento dell'infrastruttura. In più i treni circolanti tra Modica e Gela molte volte sono sostituiti interamente o parzialmente (solo per un tratto intermedio) da bus, quindi le coppie circolanti che dovrebbero essere 4 (minimo storico) per gran parte dell'anno si sono ridotte a 3.
Rapporto "Pendolaria 2014" di Legambiente. Le peggiori dieci linee ferroviarie per pendolari d'Italia. Al numero 4, così come testualmente qui sopra, c'è la Siracusa-Ragusa-Gela. Non c'è molto da dire, purtroppo. Le cose stanno come le spiega Legambiente. Io dico solo che su quella linea, nel tratto ragusano, ho viaggiato un paio di volte, ai tempi della scuola, per qualche piacevole gitarella. Perché il grande pregio di quella tratta è che attraversa paesaggi suggestivi e in alcuni punti, tra Modica e Ragusa soprattutto, è un gioiello di ingegneria, tra gallerie, avvitamenti, dislivelli arditi. Bella davvero.
A proposito di servizi igienici: alla stazione di Ragusa fotografai una ventina d'anni fa la triplice insegna all'ingresso della toilette. C'era quella ufficiale, asettica, blu, con le sagome e su scritto "wc". Poi una meno recente, "bagni". E soprattutto la più bella, vagamente liberty, da primo Novecento: "cessi". Ecco, mi pare che le condizioni generali della ferrovia iblea vadano indietro, proprio come i wc che tornano a essere cessi.
Peccato. Su quella linea si erano riposte parecchie speranze, anche in chiave turistica (nell'attesa, peraltro, di vedere ancora completata pure l'autostrada Siracusa-Gela). I rimpalli di responsabilità tra Ferrovie dello Stato e Regione Siciliana hanno fatto sì che sostanzialmente si avviasse verso il fallimento quella bella iniziativa che era il "Treno Barocco", un viaggio slow in mezzo alle terre dell'Unesco. Iniziativa selezionata anche nell'ambito di Maratonarte nel 2008: il testimonial era Luca Zingaretti e dal 2 marzo al 28 settembre di quell'anno si poté viaggiare gratis da turisti su quella linea. Costo del progetto: 354mila euro.
Quando ero piccolo mi colpì una frase letta su un catalogo Lego: ogni città che si rispetti ha la sua stazione dei treni. Avendo visto in che stato versa(va)no le ferrovie dalle mie parti, ed essendo un patito dei mattoncini, mi vennero molti dubbi... E pensare che se non ci fosse stata la stazione a Modica, non potrei vantarmi di essere compaesano di Salvatore Quasimodo. Nato a Modica solo per caso, figlio del capostazione Gaetano, siracusano.


P.S. Siccome piove sempre sul bagnato, appena qualche giorno dopo il rapporto di Legambiente risulta che per sei mesi, fino al giugno 2015, i collegamenti ferroviari tra Modica e Caltanissetta, via Gela, saranno sospesi e sostituiti da pullman, "per lavori programmati di manutenzione". Ci vogliono 4 ore di autobus da Caltanissetta a Modica...
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martedì 2 dicembre 2014

Saro Tommasi

Non ricordo bene, era il 2005 oppure il 2006. A Firenze, nel polo scientifico universitario di Santa Marta, vidi per la prima volta Rosario Crocetta. Era ancora sindaco di Gela e in quell'occasione parlava, in un'auletta poco affollata ma con un pubblico giovane e molto interessato, di mafia e antimafia. L'incontro era organizzato con la Fondazione Caponnetto e c'era anche Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione familiari vittime della strage di via dei Georgofili. Io andai con mia sorella. Eravamo in pochi, in effetti.
A un certo punto, un ragazzo chiese a Crocetta quanto fosse difficile vivere sotto scorta, e soprattutto quanto questo influisse sulla sua vita familiare. Insomma, Crocetta, ma non si rende conto che con le sue battaglie mette in difficoltà anche i suoi cari? Sì, Crocetta ne era e ne è profondamente consapevole. Saro parlò però di sua mamma, i suoi affetti erano lei. Lo sapevamo benissimo tutti che Crocetta è omosessuale, io sinceramente non mi aspettavo che dicesse qualcosa tipo "eh sì, mi spiace per il mio fidanzato". No, non lo disse. E non dovrebbe dirlo, in un mondo normale. Fatti suoi.
Ecco, ho sempre trovato viscido e squallido che si facesse ricorso alle scelte private di Crocetta per screditarne l'azione politica e sociale. Di difetti l'uomo ne ha tanti, politicamente parlando, a partire da una certa voglia di esercitare e mantenere il potere nonostante tutto. E a me – che non l'ho votato – interessa questo, casomai.
Invece vedo che ultimamente l'orientamento sessuale di Crocetta è entrato di diritto nel novero dei motivi per cui criticarlo. Ricordo solo Beppe Grillo che l'ha definito «uno che ormai non si sa cosa sia, da tutti i punti di vista». Chissà quali punti di vista stesse esaurendo Grillo nella sua veloce disamina... E poi ci sono le ultime esternazioni mediatiche. Prima quella dell'assessore all'Urbanistica della Regione Lombardia, Viviana Beccalossi di Fratelli d'Italia. «Frocetta, prendi del Valium! Ma vuoi stare zitto? Hai queste crisi isteriche un po' femminili». Non c'è peggior maschilista di certe donne. La signora Beccalossi, poi, alle cronache politiche è nota perché nel 2003, in campagna elettorale a Brescia, il suo allora leader Silvio Berlusconi disse «Forza Viviana! Fagliela vedere». Lei disse di non essersene accorta "lì per lì".
Ma al di là del sessismo omofobico di una donna di destra tutta d'un pezzo, ieri si è fatta segnalare un'altra perla. L'autrice – perché anche in questo caso si tratta di una donna, guarda un po' – è Sara Tommasi. Purtroppo sì. Ecco la lezioncina di una donna che ha avuto qualche problema anche con la sua sessualità:
Eh vabbè, le cose dunque stanno così. C'era più coerenza nel sentirsi rappresentati da presidenti di Regione indagati o condannati per reati di mafia? Nulla contro Sara Tommasi – che pure ha continuato a ribadire che stava solo scherzando e non c'è nulla di male a dire certe cose. Semplicemente mi diverte, paradossalmente, la bassezza del livello dialettico, retorico e propagandistico cui siamo arrivati. Soprattutto mi fa sorridere amaramente che la ragazza di Terni è la naturale evoluzione di un pensiero lungo secoli, da D. H. Lawrence agli altri scrittori del Grand Tour, da Vitaliano Brancati a Lando Buzzanca, dalla commedia sexy al delitto d'onore, dall'omofobia di paese agli stereotipi sessuali di una bassissima antropologia d'accatto, dall'alta letteratura alle battute da terza elementare. Povera Sara, povero Saro. Poveri noi.

venerdì 21 novembre 2014

Da qui all'Eternit

Prescrizione vuol dire far passare il tempo. La Sicilia c'ha messo 21 (VENTUNO) anni ad adeguare la legislazione regionale alle regole nazionali che avevano messo fuorilegge l'Eternit®. Un'altra faccia di quella medaglia che ci ha fatti giustamente indignare l'altro giorno per la prescrizione, appunto, della condanna nel processo Eternit a Torino.
L'amianto è ovunque, in Sicilia: sui tetti, nei vecchi serbatoi per l'acqua, nelle tubature. Dal 1955 anche l'Isola ha avuto il suo bello stabilimento di produzione di fibrocemento, l'Eternit Siciliana tra Priolo e Augusta (perché il petrolio, lì, evidentemente non bastava...), chiusa solo nel 1993, un anno dopo la messa al bando del materiale. Considerando che il mesotelioma pleurico, il grave cancro provocato dalla fibra (oltre ad altre malattie come l'asbestosi), ha un periodo di incubazione di 30 anni, ecco perché la prescrizione è un ignobile insulto al tempo. Soprattutto a quello, poco, che rimane.
Oltre a Priolo e Augusta, spiccano in Sicilia almeno altri due Sin, siti di interesse nazionale per le bonifiche, cioè Milazzo e Biancavilla. Queste sono peraltro le località dell'isola già ampiamente classificate, insieme a Gela, tra quelle a più alto rischio tumori in Italia. A Milazzo, altro luogo che già sconta la presenza del polo petrolchimico, l'incidenza del tumore alla tiroide è del 24% superiore alla media per gli uomini, addirittura del 40% per le donne. Mentre a Biancavilla si registrano eccessi di mesoteliomi e tumori della pleura.
Biancavilla mi ha sempre colpito. Storicamente ha fatto parte di quello che è stato chiamato "triangolo della morte", insieme agli altri comuni catanesi di Adrano e Paternò. Solo che in quel caso la morte era quella che arrivava col piombo (in forma di proiettile), nella faida di mafia che ha insanguinato quell'area dagli anni Ottanta. Eppure a Biancavilla, 24mila abitanti, si muore anche di amianto. Ed è atrocemente ironico il nome del paese, perché di bianco lì ci sono soprattutto le polveri velenose e mortali dell'asbesto. Il paradosso è che non ci sono fabbriche, non c'è una produzione industriale. Lì l'amianto – pazzesco – è naturale. Solo intorno a Biancavilla esiste una fibra minerale, la fluoro-edenite, di origine vulcanica (siamo alle pendici dell'Etna), che ha azione carcinogena. Le case e le strade costruite dagli anni Cinquanta in poi a Biancavilla, con i materiali estratti dalle vicine cave del monte Calvario (sic), ne erano piene. A metà degli anni Novanta si sono riscontrati aumenti di tumori, dal '98 sono partite le bonifiche.
Nello stesso giorno in cui l'Eternit andava giudiziariamente in prescrizione, l'International Agency for Research on Cancer (Iarc), agenzia intergovernativa dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), confermava con assoluta e scientifica certezza che la fluoro-edenite è cancerogena. La morte, soprattutto quella per amianto, purtroppo non si prescrive.

giovedì 20 novembre 2014

Che roba, Contessa...

Donna Gaetana era un'anticonformista. Con il sangue molto blu, certo, ma un personaggio da romanzo, di quelli anche un po' scandalosi (sposò pure un ex prete gesuita). Doña María del Rosario Cayetana Paloma Alfonsa Victoria Eugenia Fernanda Teresa Francisca de Paula Lourdes Antonia Josefa Fausta Rita Castor Dorotea Santa Esperanza Fitz-James Stuart, Silva, Falcó y Gurtubay, nome lungo, da vera aristocratica, aveva una cinquantina di titoli nobiliari, un record assoluto da Guinness. Il più importante era quello di duchessa di Alba, oltre che quello di regina del gossip, naturalmente.
Oggi, a 88 anni, la nobildonna spagnola Cayetana Fitz-James Stuart è morta. Doña Cayetana era anche, tra le tante altre cose, l'ultima a fregiarsi del titolo di conte(ssa) di Modica. Credevo che non ne esistessero più e invece le vie dell'aristocrazia sono infinite. Lei era infatti dal 1955 il ventunesimo conte, in linea di discendenza diretta da Carlos Miguel Fitz-James Stuart, ultimo conte effettivo fino al 1816 (anno della soppressione della Contea inglobata dai Borbone).
Credo che la duchessa-contessa in vita non sia mai passata da Modica. Peccato. Ora il titolo dovrebbe passare al figlio primogenito, Carlos Fitz-James Stuart, duca di Huéscar e legittimo erede della casa d'Alba. Nonché testimone di matrimonio della madre alle sue terze nozze del 2011 (sic). Di due anni più vecchio dell'ultimo marito della mamma, peraltro. Ecco, è anche per cose del genere che ci mancherà la duchessa, pardon contessa.
Chissà se il sindaco di Modica, prodigo di rifacimenti della toponomastica cittadina, ora le dedicherà una strada...

lunedì 10 novembre 2014

Disparato esotico stop

Era ora. Aspettavo finalmente una prima notizia di cronaca che portasse alla ribalta il "giovane" aeroporto di Comiso. Lì, dove prima si celebrava un militare fascista e ora un martire dell'antimafia e del pacifismo come Pio La Torre, è successa l'altroieri una cosa grottesca, o «surreale», per utilizzare le parole testuali di chi ha denunciato l'accaduto.
Dunque, circa 180 migranti, tutti africani (da Ghana, Nigeria, Gambia e Burkina Faso), erano arrivati a Comiso per essere trasferiti a Bologna (noto, per la cronaca, che ancora non c'è un collegamento di linea..., ndr). A un certo punto il comandante dell'aereo, un aereo della compagnia austriaca Lauda Air, quella di Niki Lauda (sic), si è rifiutato di partire con i migranti a bordo, perché non ha ritenuto validi i certificati medici, rilasciati dall'Asl di Agrigento e dal Cpa di Pozzallo, che attestavano che nessuno degli africani avesse malattie infettive. L'Ebola, per capirci. Insomma, non li ha fatti salire e se ne è ripartito con l'aereo vuoto. Poi c'è voluto un altro aereo, di un'altra compagnia, per accompagnare in serata i migranti alla volta di Bologna.
Ora, la vicenda è stata denunciata dal Consap, un sindacato autonomo di polizia, che però, anziché avanzare dubbi sulla correttezza dell'operato del pilota (per carità, io non ho letto i certificati, ma la malattia più plausibile mi sembra la "sindrome psicosi"), la mette sul piano, intramontabile, del populista "e io pago!".
Volare è un gioco da ragazzi...
Queste le parole di un dirigente del sindacato in Sicilia: «Tutto questo è intollerabile. Vorremmo proprio sapere se (e ci muoveremo per far presentare una interrogazione parlamentare in merito) questo viaggio a vuoto lo stanno comunque pagando i cittadini italiani. Spendiamo delle cifre inimmaginabili per questa vicenda dei migranti, ma è possibile che la spending rewiew non riguardi mai l'ambito dei migranti? Si ricordano di risparmiare solo quando si tratta di vicende inerenti la sicurezza, la salute dei cittadini o la cultura». Il problema naturalmente è l'approssimazione con cui in Italia si gestisce il sistema dell'accoglienza dei migranti «provenienti dai più disparati angoli dell'Africa», dice lo stesso Consap. Disparati, non disperati...

giovedì 9 ottobre 2014

Scacco a La Torre

Non appena venerdì scorso sono atterrato a Comiso (in arrivo da Linate), ho avuto una strana sensazione. Un bellissimo "giocattolo", pulito, ordinato, ancora immune dal caos e dalla sporcizia tipici di certi luoghi pubblici in Sicilia. Sembra un aeroporto della Lego!
Ma va davvero benissimo così, per carità. Il mio primo volo sullo scalo geograficamente più vicino a casa mia è stata un'esperienza positiva. Spero solo che si mantenga così e che funzioni sul serio, anche quando dovessero aumentare i carichi di traffico e passeggeri. Soprattutto dopo che il governo ha deciso di non chiuderlo e inserirlo nella lista degli scali "di interesse nazionale", nell'orbita di quello strategico di Catania.
Ma che non sia l'ennesimo carrozzone: a vederlo così, con i parcheggi pieni di auto (compreso quello dietro il piazzale Cittadinanza Umanitaria: sic), ho pensato che siano più i dipendenti che non gli utenti... D'altra parte, finora, ogni giorno solo una decina di aerei (su rotte italiane ed estere) tocca la lunga pista nella campagna iblea. Sempre più, comunque, degli sparuti collegamenti per Catania e Palermo che costituivano le uniche rotte della precedente vita "civile" dello scalo.
La prossima settimana non ritornerò "al nord" ancora partendo dall'aeroporto Pio La Torre, che i codici IATA identificano con la sigla "CIY". Gli orari purtroppo non sono compatibili. L'ho scoperto in questi giorni, mentre cercavo un volo per il ritorno. Pazienza.
Però non ho potuto fare a meno di sorridere (con tanto di smorfia) quando ho visto la pagina che il sito di Alitalia ha dedicato proprio alla tratta Comiso-Milano. Innanzitutto, l'ex compagnia di bandiera chiama ancora l'aeroporto "Generale Vincenzo Magliocco". Già questo basterebbe a farmi innervosire. Ma il capolavoro vero è la grafica con cui Alitalia ha voluto celebrare il nuovo collegamento.
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Una fiera dei luoghi comuni che avrebbe figurato benissimo in quella che anni fa avrebbe potuto essere la mia tesi di laurea in antropologia culturale sugli stereotipi nell'industria turistica. Non la scrissi mai, preferii concentrarmi su altri stereotipi. Vabbè, lasciamo perdere le mie strane idee... Quello che resta però è un mirabile esempio di come non riusciremo mai a spogliarci di certi pregiudizi e convinzioni. Da una parte una chiesa barocca, le palme, il carretto e poi una sensualissima donna occhialuta e cappelluta, uno stereotipo perfetto della turista del nord che si presume pronta a farsi corteggiare dai masculi terroni. Dall'altra parte, il Duomo con la Madunina, via Montenapo e due malati di shopping, eleganti e chic come solo gli hipster e i metrosexual milanesi sanno essere.
Io forse esagero, ma il contrasto è stridente. Tra il sud luminoso, che vive del suo eterno giorno soleggiato e indolente, e il nord notturno, à la page, che gode i privilegi della sua esclusività.
Chissà, forse con i "cugini" arabi di Etihad andrà meglio...
Alitalia prova almeno a riscattarsi ricordando che con Comiso si può scoprire «una città che racconta secoli di storia, con un ricco patrimonio culturale, che ha dato i natali allo scrittore Gesualdo Bufalino, Premio Campiello con il romanzo Dicerie dell'untore e Premio Strega con la sua opera Le menzogne della notte». Voglio solo ricordare che il vecchio Bufalino, che il Nord lo amava, nell'ultima intervista prima di morire, liquidò certe pretese secessioniste come "Stupidania".