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venerdì 3 novembre 2017

Sei gradi di separatismo

Il re Federico, l'aquila sveva, la scuola poetica, il Vespro, Ruggero II, i separatisti del Dopoguerra, il 1848, la Trinacria e le bandiere giallorosse. Persino una (bellissima) maglia di una ufficiosa nazionale di calcio.... C'è tutto questo e anche altro nella simbologia che uno dei partiti in corsa per le regionali, il movimento Siciliani liberi, prova a spendere per raccogliere voti in una terra, appunto la Sicilia, che ogni tanto riscopre, intimamente e pubblicamente, il suo animo indipendentista.
Lasciamo perdere la campagna elettorale, però. Qualche giorno fa, il nome del movimento Siciliani liberi ha avuto una piccola ribalta non solo nazionale ma persino internazionale. Il suo leader e candidato presidente della Regione, Roberto La Rosa, ha fatto sapere che se diventasse governatore darebbe «asilo politico a Carles Puigdemont (il presidente catalano destituito, ndr), assolutamente sì», anzi glielo darebbe da subito, «perché noi siamo solidali coi catalani, che come noi stanno portando avanti una lotta per l'indipendenza col metodo gandhiano».
I sicilianisti sono stati in effetti tra i primi, tra i pochissimi al mondo in verità, a riconoscere l'indipendenza catalana, insieme ad alcuni sardi e a qualche aspirante repubblica del Caucaso, come l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud. Sul sito del movimento Siciliani liberi campeggia, tra i riferimenti storici, anche la bandiera del fu Evis, l'Esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia creato nel febbraio 1945 da Antonio Canepa, il braccio armato fiancheggiatore del Mis (Movimento per l'Indipendenza della Sicilia). I colori di quella bandiera somigliano notevolmente alla Estelada, il vessillo separatista della Catalogna, con le stesse quattro bande rosse su fondo giallo mutuate dal simbolo della Corona d'Aragona.
Quel che è curioso è che, alla fine, appena sbarcano in Sicilia tutti i partiti nazionali riscoprono il grande mito dell'autonomia. Non ultimo Beppe Grillo che ha addirittura fatto un parallelo proprio con la Catalunya: «Il mondo va verso il decentramento, che è il futuro della democrazia. Con lo Statuto speciale qui si possono fare cose che noi in Italia non possiamo fare, qui si può sperimentare il futuro».
Morale: son tutti siciliani, con l'autonomia degli altri.

domenica 29 ottobre 2017

Beppe Grasso e Pietro Grillo

Diceva Beppe Grillo, correva l'anno 2013, intorno a metà marzo, che la candidatura di Pietro Grasso a presidente del Senato era una "trappola" del Pd per il Movimento 5 Stelle. La linea ufficiale degli inflessibili pentastellati, appena entrati nelle stanze del potere politico nazionale, era di non votare nessuno, ma 18 senatori si ribellarono all'idea che potesse essere confermato alla seconda carica dello Stato il forzista Renato Schifani. I più duri, in questo senso, furono alcuni senatori siciliani. Che ora, guarda caso, non stanno più dentro il M5S ma sono finiti a sinistra...
Per Grillo era allora più importante il rispetto pedissequo dei dettami del blog, per la politica era ancora presto. Ora invece, riassumendo quattro anni e mezzo di giravolte e contraddizioni, pare che la politica sia più importante. Chiamatela politica, oppure realismo, oppure persino Realpolitik, ma alla fine anche Grillo e i suoi sembrano essersi resi conto che non esiste solo la virtualità della presunta democrazia diretta del web. Con le elezioni regionali alle porte in Sicilia, il Movimento 5 Stelle sembra aver aperto la caccia ai voti di sinistra o centro-sinistra che il Pd, in teoria perlomeno, dovrebbe perdere dopo l'abbandono del presidente del Senato, appunto quel Pietro Grasso più volte attaccato sul sacro blog, in una sorta di lotta tra fazioni dell'antimafia, e definito financo «grigio funzionario governativo incaricato di fare del regolamento [del Senato] stracci per la polvere».
Il travaso di voti dal Pd verso sinistra è nell'ordine delle cose già da prima dell'uscita di Grasso dal partito, vuoi per la gestione delle candidature vuoi per l'eredità dell'improbabile presidenza Crocetta. Ma è indubbio che qualcuno potrebbe avvantaggiarsi dalla mossa di Grasso, e tra i grillini si spera di rubare questi eventuali voti di delusi all'altro candidato che potrebbe intercettarli, cioè Claudio Fava con le sue liste di sinistra contrapposte al Pd. E questo perché al Movimento rischia di venir meno il grande bacino di voti del centrodestra...
Naturale evoluzione: dall'antipolitica all'antimafia all'antitesi. Di se stessi.

lunedì 10 luglio 2017

Il ponte sul Detroit

Il Movimento 5 Stelle ha scelto il suo candidato alle Regionali di novembre in Sicilia. Ovviamente è Giancarlo Cancelleri, deputato regionale uscente e già candidato nel 2012, molto vicino ai vertici nazionali. Ovviamente, perché lo sapevano tutti che sarebbe stato lui. E il voto online di qualche migliaio di iscritti M5S non poteva smentirlo. Tra l'altro, assomiglia molto a certe primarie di centrosinistra che i grillini considerano fasulle perché servono solo a certificare un'investitura decisa dall'alto... Il solito show di Beppe Grillo ha fatto solo da contorno.
Su QN ho intervistato Pietrangelo Buttafuoco, acutissimo osservatore delle cose siciliane (da noi sono talmente complesse che forse è meglio usare un termine generico...). E il quadro è, prevedibilmente, impietoso. Tra un M5S quasi certo della vittoria ma costretto a un bagno di realismo, una sinistra assente e da operetta, una destra che si è messa all'angolo. Con un elettorato che spesso pensa solo a se stesso.

La Sicilia come Detroit. «Io a Cancelleri (il neo designato candidato presidente grillino in Sicilia, ndr) l’ho detto: quando il Movimento 5 Stelle vincerà le regionali in Sicilia, dovrà copiare la procedura fatta per Detroit. Dichiarare il default». Pietrangelo Buttafuoco, giornalista e scrittore catanese, non ha dubbi che i grillini vinceranno a novembre. Né sul fatto che la Sicilia «non si può salvare».
Allora c’è poco da fare... La Sicilia è condannata?
«Il M5S è favorito, rappresenta il cambiamento. Ma come tutti i favoriti ha una responsabilità: conoscere la realtà delle cose. E chiunque arriverà dopo Rosario Crocetta farà di peggio. Non ce la farebbe neanche Mandrake! Resta solo dichiarare il default».
Peggio? E perché?
«La Sicilia non si può salvare finché c’è questo statuto speciale che accelera solo le condizioni di corruzione e degrado. Il ricatto del consenso, le clientele: è come una cisti, una metastasi».
Tutta colpa dell’autonomia?
«L’autonomia sarebbe bellissima. Di mio, io sarei indipendentista... Ma non con questa degenerazione e con un ceto politico così inadeguato».
Ecco, i politici. I grillini vinceranno anche perché gli altri...
«I vertici istituzionali nazionali sono siciliani: Mattarella al Quirinale, Grasso al Senato, Angelino Alfano alla Farnesina. E tutti sono partecipi della sofferenza politica della sinistra siciliana. Crocetta è il presidente con il buco (di bilancio) intorno... Resta la solita retorica della sinistra che non risolve i problemi ma li criminalizza».
Sta parlando di mafia?
«Non so se dire ‘per fortuna’ o ‘purtroppo’... ma la mafia è ormai l’ultimo dei problemi. C’è invece questa antimafia da operetta, retorica. Un’antimafia dalla quale, ad esempio, è sempre rimasto fuori Pietro Grasso. Che infatti ha detto di no alla proposta di candidarsi per il centrosinistra».
A sinistra cercano ancora il papa straniero.
«O è il papa straniero o alla fine ricandidano Crocetta, l’uomo dell’asse antimafia-Confindustria, quello che cambia continuamente assessori. La verità è che Renzi non ha mai considerato la Sicilia. E se vedi i renziani siciliani ti scanti (ti spaventi, ndr), ci vuole l’antitetanica! Si è creata una maionese impazzita con il renzismo. Esilarante quando hanno sondato pure Gaetano Miccichè, il banchiere, fratello di Gianfranco, quello di Forza Italia...».
E i vecchi della politica siciliana, l’usato garantito tipo Leoluca Orlando o Enzo Bianco?
«L’unico poteva essere Leoluca, un demiurgo che però ha deciso di godersi il suo lavoro a Palermo, l’ultima vera perla rimasta».
Diceva di Miccichè. La destra come sta invece? Candiderà Nello Musumeci?
«Probabile. Se Silvio Berlusconi ha rimesso tutto in mano a Miccichè vuol dire che non gli interessa più la Sicilia, quella del fu 61-0. Il fatto è che la Sicilia preoccupa molto i leader nazionali».
Perché?
«Qui le campagne elettorali sono come i concorsi pubblici: ognuno cerca la propria collocazione. Questo una volta era il granaio di Roma, ora è solo un granaio elettorale. E in tema di eccentricità non ci batte nessuno: il 61-0, Beppe Grillo che arriva a nuoto, siamo una terra particolare. Tutti i fenomeni del pittoresco si danno appuntamento qui...».
- clicca per ingrandire -

lunedì 12 settembre 2016

Cattività sportiva

Più di quattro anni fa, esprimevo già su questo blog la mia sostanziale contrarietà all'organizzazione dei Giochi Olimpici a Roma. Allora si parlava dell'edizione del 2020 che poi è stata assegnata a Tokyo. Il governo Monti disse di no, memore dei disastri del passato e consapevole dello stato dei conti pubblici. Nel frattempo sono cambiati i governi e i sindaci di Roma, e la Capitale è stavolta ufficialmente nella short list del Cio, insieme a Parigi, Amburgo, Budapest e Los Angeles, come città candidata a ospitare i Giochi del 2024. Giochi che la nuova giunta del Movimento 5 Stelle (ma soprattutto il vertice extraparlamentare del partito) non vuole. Tra chi auspica prove di forza del governo Renzi per scavalcare il diktat grillino e chi invece pensa che l'Italia non sia adeguata a ospitare grandi eventi del genere, tra chi dice che solo così si possono riattivare investimenti pubblici e chi al contrario fa già l'elenco degli "amici degli amici" che se ne potrebbero arricchire, insomma il dibattito è infinito, forse inconcludente. E i romani? Il Censis dice che sono in maggioranza favorevoli, tra città e provincia. Secondo altri invece non ne vogliono sentire parlare.
E allora che cosa succede nel "bel paese là dove 'l sì suona"? Succede che a dire "sì" sono di più gli altri... Tipo Roberto Maroni che, evidentemente ignorando i regolamenti del Cio, avanza un sogno olimpico per Milano in sostituzione della riluttante Roma, che prima ancora di essere grillina è pur sempre sprecona. Ma sarebbe impossibile per il 2024. E se il Cio non scegliesse Los Angeles, in virtù del nuovo criterio della rotazione dei continenti, a un'altra città europea non toccherebbe più prima del 2032. Il tempo c'è.
Ma intanto, a sparare degli improbabili "sì" si scatenano i personaggi più disparati. Sui social si legge persino di gente che propone Sibari... Oppure, e qui viene il bello, arriva Gianfranco Micciché, figliol prodigo di una Forza Italia in disarmo, che dal suo status di commissario del partito berlusconiano in Sicilia azzarda una candidatura unitaria di tutta l'Isola. Vale la pena riportare per intero il virgolettato (e smontarlo pezzo per pezzo): «Dopo il no di Grillo alle Olimpiadi, chiedo a Crocetta la candidatura di tutta la Sicilia. Il tempo c'è. Bastano un governatore serio, dei sindaci capaci e un'interlocuzione costante e qualificata col governo nazionale. Del resto, a Trapani portammo la Coppa America e ci prendevano per pazzi. Solo che la nostra poi si è rivelata una sana e lucida follia ed è cambiata una città; quella di Grillo e company è follia pura».
Lo sanno tutti che a ospitare i Giochi Olimpici si candidano singole città, non regioni o chissà che altro. Per questo nel 2009 non fu accolta la pur bella e suggestiva candidatura congiunta di Hiroshima e Nagasaki per il 2020. Se quella di Micciché è una provocazione, come molti hanno commentato sbrigativamente, è provocazione inutile, fine a se stessa, tanto per buttarla in caciara e in schermaglie politiche da Bar Sport. Micciché aveva sfidato Crocetta alle regionali del 2012 e non ricordo di aver sentito parlare di Olimpiadi siciliane come elemento caratterizzante di alcun programma elettorale... I riferimenti al "governatore serio" e a "un'interlocuzione costante e qualificata col governo nazionale" sono solo punzecchiature in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Però intanto pure il segretario provinciale del Pd di Palermo, Carmelo Miceli, avanza il subentro del capoluogo siciliano al posto di Roma. Quanto sia attrezzata la città, non saprei: aspirava a essere Capitale europea dello sport 2016 ma le è stata preferita Praga.
Infine, la Coppa America. Un bell'evento, le regate 8 e 9 della Louis Vuitton Cup a Trapani. Era il 2005. Però le inchieste giudiziarie hanno parlato di appalti pilotati dalle cosche legate a Matteo Messina Denaro, di corruzione, di soldi intascati senza completare o nemmeno iniziare i lavori, di politici di spicco coinvolti, come l'ex presidente della Provincia ed ex sottosegretario nel governo Berlusconi, Antonio D'Ali. Parte del porto fu pure sequestrata. E non basta: il primo "grande evento" della Protezione civile targata Guido Bertolaso fu proprio la manifestazione velistica a Trapani. Il sistema degli appalti e delle deroghe eccezionali partì da lì. Bertolaso era pure commissario straordinario designato dal governo Berlusconi ad hoc per l'evento. A Trapani, da allora, esiste una via dei Grandi Eventi (sic), dedicata in un battibaleno a quelle due settimane scarse di regate. Poche ore per deliberare, mentre le vittime di mafia hanno dovuto attendere anche vent'anni per vedersi riconoscere un briciolo di memoria. Altro che "sana e lucida follia"...

martedì 2 dicembre 2014

Saro Tommasi

Non ricordo bene, era il 2005 oppure il 2006. A Firenze, nel polo scientifico universitario di Santa Marta, vidi per la prima volta Rosario Crocetta. Era ancora sindaco di Gela e in quell'occasione parlava, in un'auletta poco affollata ma con un pubblico giovane e molto interessato, di mafia e antimafia. L'incontro era organizzato con la Fondazione Caponnetto e c'era anche Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione familiari vittime della strage di via dei Georgofili. Io andai con mia sorella. Eravamo in pochi, in effetti.
A un certo punto, un ragazzo chiese a Crocetta quanto fosse difficile vivere sotto scorta, e soprattutto quanto questo influisse sulla sua vita familiare. Insomma, Crocetta, ma non si rende conto che con le sue battaglie mette in difficoltà anche i suoi cari? Sì, Crocetta ne era e ne è profondamente consapevole. Saro parlò però di sua mamma, i suoi affetti erano lei. Lo sapevamo benissimo tutti che Crocetta è omosessuale, io sinceramente non mi aspettavo che dicesse qualcosa tipo "eh sì, mi spiace per il mio fidanzato". No, non lo disse. E non dovrebbe dirlo, in un mondo normale. Fatti suoi.
Ecco, ho sempre trovato viscido e squallido che si facesse ricorso alle scelte private di Crocetta per screditarne l'azione politica e sociale. Di difetti l'uomo ne ha tanti, politicamente parlando, a partire da una certa voglia di esercitare e mantenere il potere nonostante tutto. E a me – che non l'ho votato – interessa questo, casomai.
Invece vedo che ultimamente l'orientamento sessuale di Crocetta è entrato di diritto nel novero dei motivi per cui criticarlo. Ricordo solo Beppe Grillo che l'ha definito «uno che ormai non si sa cosa sia, da tutti i punti di vista». Chissà quali punti di vista stesse esaurendo Grillo nella sua veloce disamina... E poi ci sono le ultime esternazioni mediatiche. Prima quella dell'assessore all'Urbanistica della Regione Lombardia, Viviana Beccalossi di Fratelli d'Italia. «Frocetta, prendi del Valium! Ma vuoi stare zitto? Hai queste crisi isteriche un po' femminili». Non c'è peggior maschilista di certe donne. La signora Beccalossi, poi, alle cronache politiche è nota perché nel 2003, in campagna elettorale a Brescia, il suo allora leader Silvio Berlusconi disse «Forza Viviana! Fagliela vedere». Lei disse di non essersene accorta "lì per lì".
Ma al di là del sessismo omofobico di una donna di destra tutta d'un pezzo, ieri si è fatta segnalare un'altra perla. L'autrice – perché anche in questo caso si tratta di una donna, guarda un po' – è Sara Tommasi. Purtroppo sì. Ecco la lezioncina di una donna che ha avuto qualche problema anche con la sua sessualità:
Eh vabbè, le cose dunque stanno così. C'era più coerenza nel sentirsi rappresentati da presidenti di Regione indagati o condannati per reati di mafia? Nulla contro Sara Tommasi – che pure ha continuato a ribadire che stava solo scherzando e non c'è nulla di male a dire certe cose. Semplicemente mi diverte, paradossalmente, la bassezza del livello dialettico, retorico e propagandistico cui siamo arrivati. Soprattutto mi fa sorridere amaramente che la ragazza di Terni è la naturale evoluzione di un pensiero lungo secoli, da D. H. Lawrence agli altri scrittori del Grand Tour, da Vitaliano Brancati a Lando Buzzanca, dalla commedia sexy al delitto d'onore, dall'omofobia di paese agli stereotipi sessuali di una bassissima antropologia d'accatto, dall'alta letteratura alle battute da terza elementare. Povera Sara, povero Saro. Poveri noi.

mercoledì 2 aprile 2014

Te la do io la Sicilia

Non era un pesce d'aprile. Non scherzava, nonostante la sua professione, in origine, dovrebbe essere quella di far ridere. Insomma era tutto vero: ieri Beppe Grillo ha iniziato il suo tour teatrale a Catania. Al teatro Metropolitan (dove io vidi un concerto di Elio e le Storie Tese, a proposito di analisti seri della realtà italiana...; ma in origine lo spettacolo era previsto nel più capiente PalaCatania, dove invece vidi per la prima volta Francesco Guccini), con biglietti da 20 euro in su. Tutto esaurito.
Da quando l'ex-di-nuovo-comico aveva annunciato questa sua nuova tournée, casualmente chiamata "Te la do io l'Europa", mi aveva incuriosito che avesse scelto proprio la Sicilia per la prima data. Diciamo che ha un particolare rapporto con la mia terra, non solo per averla raggiunta a nuoto. Non ricordo, nella pur roboante antologia grillesca da campagna elettorale, toni così sarcastici e cattivi come quelli utilizzati spesso dal leader del Movimento 5 Stelle nei confronti della Sicilia e dei siciliani. Quando fece campagna per le Regionali del 2012, la sua battuta fu «trovare 80 incensurati da candidare da queste parti è stato molto difficile». Bah. Ieri durante lo spettacolo anti-euro, anti-Renzi, anti-banche, anti-tutto, ha detto pure che avrebbe meritato una platea di 35mila persone, non solo un teatro pieno, per tutto quello che ha fatto per la Sicilia. Bah. E poi, tanto per restare al tema della serata e della tournée primaverile, «cos'è l'Europa? Voi siete in Sicilia, avete già i vostri problemi». Grazie per l'informazione, direi.
In Sicilia Beppe Grillo ha un grandissimo seguito, e parlo soprattutto del versante politico. Già nel 2008, quando il MoVimento era di là a venire, l'agglomerato di liste civiche riunite sotto l'insegna Amici di Beppe Grillo candidava Sonia Alfano alla presidenza della Regione: prese il 2,44%. Ora invece in Sicilia è davvero il primo partito. Beppe, o Peppe che dir si voglia, avrà pure avuto difficoltà a trovare gli incensurati da mettere in lista, però nel 2012 il M5S riuscì a farne eleggere 15 all'Ars, il parlamentino regionale siciliano. Uno se ne è andato, o meglio è stato espulso (per questione di soldi): Antonio Venturino, vicepresidente dell'Assemblea e oggi esponente del Psi di Riccardo Nencini.
Peppe è la nostra bandiera (Dagospia)
In Parlamento, sono 13 i deputati grillini (compreso il presidente del gruppo Riccardo Nuti, quello che si candidò a sindaco di Palermo aggiungendo al suo nome "detto Grillo"...) e 4 i senatori, dopo aver cacciato i "dissidenti" Fabrizio Bocchino e Francesco Campanella: alla Camera il M5S è il primo partito siciliano (34,5% nel collegio 1, quello occidentale, e 32,7% nel 2, cioè la Sicilia orientale), a Palazzo Madama, con il 29,5%, arriva solo dopo l'allora corazzata berlusconiana. Ma tra dissidenti, critici e gente che ogni tanto scuote il capo e smentisce il capo, la Sicilia ha dato anche dispiaceri a Grillo, a cominciare da quei senatori che onestamente non ne volevano sapere di bloccare l'elezione di Pietro Grasso alla presidenza di Palazzo Madama: Renato Schifani proprio non l'avrebbero potuto digerire... (né giustificarlo ai loro elettori). Ecco perché pure in Sicilia ci vogliono i fedelissimi: la capolista alle Europee, la ricercatrice Paola Sobbrio, infatti vanta persino l'endorsement ufficiale – e contestato – di Nuti. E poi ci sono tanti consiglieri comunali in giro per la Trinacria, più Federico Piccitto, primo cittadino di Ragusa, secondo sindaco a 5 Stelle di un capoluogo di provincia dopo l'altro Federico, Pizzarotti a Parma. Certo, per completezza va registrato qualche fallimento, perché anche sotto il cielo pentastellato qualche astro ogni tanto si appanna. Vedi Messina, per esempio.
Ecco, Messina. Che per Grillo vuol dire soprattutto Ponte sullo Stretto. «Ma se per millenni Sicilia e Calabria sono state divise ci sarà stato un motivo?», diceva nella primavera del 2005. Questa sì che era una battuta.

venerdì 21 giugno 2013

Meno male che Silvio c'era

[In questi giorni sto pensando molto a Milazzo. No, non la città. Mi piace, da lì si prendono le navi per le Eolie, bello il borgo vecchio, il castello, il promontorio: per carità, nulla da ridire – raffinerie a parte, naturalmente. Ma non è "la" Milazzo, è "il" Milazzo. Un cognome, non un nome di città. Milazzo, Silvio Milazzo]
Una croce sopra Milazzo
Silvio Milazzo fu un politico di una certa rilevanza per la Sicilia e non solo. Se ancora oggi si dice con parecchia approssimazione che la Sicilia è un "laboratorio politico", beh, qualche responsabilità ce l'ha proprio lui, l'esponente Dc di Caltagirone che nel 1958 lanciò una sfida al suo stesso partito con un'operazione che, semplicemente, è passata alla storia come milazzismo. Come molti "-ismi", anche questo termine porta con sé accezioni negative e controverse. Il 30 ottobre 1958 Milazzo fu eletto presidente della Regione con i voti all'Ars dei partiti di destra e di sinistra, contro il candidato ufficiale indicato dai vertici della Dc, allora guidata da Amintore Fanfani.
Nel suo primo governo fece la mossa sorprendente: mise insieme esponenti del Pci e del Msi, comunisti e post-fascisti alleati "in nome dei superiori interessi dei siciliani", come dissero il segretario regionale comunista Emanuele Macaluso e il capogruppo missino all'Ars Dino Grammatico. Milazzo fu espulso dalla Dc e formò un nuovo partito, l'Unione Siciliana Cristiano Sociale (USCS), che ottenne 10 deputati all'Ars nelle elezioni regionali del 1959. L'esperienza del milazzismo finì presto: dopo le elezioni, il 12 agosto 1959 il presidente Milazzo formò un secondo governo, dove però non entrò più il Msi. C'erano le sinistre, i monarchici, i vertici di Sicindustria, allora guidata da Domenico La Cavera. Per non farsi mancare nulla, i "tecnici di laboratorio" misero tra gli ingredienti pure esponenti vicini alla mafia. Scandali, tentativi di corruzione, compravendita di parlamentari (sì, stiamo parlando del 1959...): ecco come e perché finì male l'avventura donchisciottesca di Silvio Milazzo.
La premessa è stata lunga, adesso bisogna spiegare perché penso a lui e alla sua operazione. Innanzitutto mi preme sottolineare che qualche anno fa don Mimì La Cavera ebbe a dire che il vero erede di Milazzo si chiama Raffaele Lombardo: il suo autonomismo, in fondo, altro non sarebbe (sarebbe...) che la prosecuzione di quella politica "in nome dei superiori interessi dei siciliani". Poi, e qui veniamo al punto, da qualche giorno in Sicilia è venuta fuori un'operazione che ha un vago sapore di milazzismo. La notizia è che al ballottaggio a Ragusa è arrivato il candidato del Movimento 5 Stelle Federico Piccitto, una boccata d'ossigeno in questo momento un po' complicato per la creatura politica di Beppe Grillo. E per provare a vincere, Piccitto rompe il tabù e per la prima volta il M5S si allea con altre liste. Primo e unico caso italiano. Apparentamento con alcune liste civiche, ma poi a Piccitto è arrivato pure il sostegno – non richiesto ma non rifiutato, a quanto pare – di Sel e La Destra. Cioè dei "comunisti" e dei "post-fascisti" (semplifico, lo so, ma le virgolette le hanno inventate apposta, ndr).
Due considerazioni. Beppe Grillo ha gridato all'inciucio perché l'altro candidato, Giovanni Cosentini, ex cuffariano già vicesindaco con il centrodestra, corre per Udc e Pd e si è apparentato con il Pdl. Tecnicamente, le larghe intese riproposte anche all'estremo sud della Sicilia. Grillo certifica un dato di fatto, innegabile. Come è un dato di fatto che qualcuno tra i 5 Stelle inizi a guardare oltre. Forse troppo?
Quello che a Ragusa si fa al ballottaggio, invece a Messina non si è voluto fare al primo turno, in ossequio alle rigide e non emendabili regole del MoVimento. Renato Accorinti, il pacifista e storico leader No Ponte arrivato a sorpresa al ballottaggio, aveva chiesto al M5S di correre insieme, tanto il programma e le istanze erano molto simili. La risposta fu negativa, perché Accorinti aveva nella sua lista esponenti verdi, ex Idv, rifondaroli, persino autonomisti. Lui ha preso il 23%, la candidata grillina il 2,87.

[P.S. Per la cronaca, il sindaco della città di Milazzo, Carmelo Pino, già uomo di Forza Italia, nel 2010 è stato eletto al ballottaggio con l'apparentamento tra le sue liste civiche riconducibili al cosiddetto Pdl Sicilia di allora (l'ala vicina ai finiani e a Micciché), il Pd e gli autonomisti di Raffaele Lombardo. Milazzo, milazzismo.]

Aggiornamento del 24 giugno 2013. Sorpresa – ma fino a un certo punto. A Ragusa ha vinto Piccitto del M5S e a Messina il no global Accorinti. Il laboratorio-Sicilia colpisce ancora? Forse. O più semplicemente perde il Pd che si allea con il centrodestra e con gli eredi della stagione cuffariana, in un malriuscito esperimento di milazzismo del Terzo millennio. Vincono i candidati che rompono con quegli schemi, evidentemente. Piccitto vince perché si è alleato con altri esponenti della "società civile" contro l'abdicazione del Pd, non per la discesa salvifica di Grillo a Ragusa. E Accorinti vince contro tutti, forse persino contro se stesso, dato che non avrà la maggioranza in consiglio comunale. Il messaggio, se ce n'è uno, farebbero bene a leggerlo dalle parti del Pd. Alla voce "larghe intese" e dintorni.

lunedì 26 novembre 2012

Bar a 5 Stelle

Sono appena arrivati all’Ars e sono già agguerriti e battaglieri. I consiglieri regionali del Movimento 5 Stelle, capitanati dal portavoce Giancarlo Cancelleri, candidato alla presidenza della Regione, denunciano «i privilegi a sbafo per gli “onorevoli”». A cominciare dal listino prezzi del bar di Palazzo dei Normanni, che nulla hanno da invidiare ai tanto discussi prezzi della buvette del Senato a Roma.
Una colazione completa – cappuccino, cornetto e spremuta – costa solo 2 euro, ma se ci si limita a un caffè al bancone i deputati siciliani se la cavano con 45 centesimi. Meno di quanto costi il caffè in certi distributori. Prezzi molto più bassi di quelli del mercato corrente, persino in una terra, la Sicilia, dove il costo della vita è più basso che altrove. Il bando prevede infatti testualmente che i prezzi devono essere «ribassati del 35% rispetto alla media dei prezzi di listino, consigliati dalle associazioni di categoria più rappresentative operanti nella piazza di Palermo, aggiornati alla stipulazione del contratto».
«Con 11 euro circa – scrivono i 5 Stelle sul sito siciliano del movimento – viene servito un pranzo luculliano con antipasto, primo, secondo, frutta e caffè. Per coprire quei prezzi ribassati è prevista una quota fissa di 31.000 euro oltre Iva, pagata mensilmente». Indovinate, conclude la nota di Francesco Lupo, attivista di Palermo, «chi paga la differenza».
Il problema non è solo nei prezzi agevolati offerti ai deputati del più antico parlamento d’Europa. Ci sono anche i cosiddetti “graditi”, denunciano i 5 Stelle. Si tratta dei camerieri o banconisti che, al momento della stipula del contratto (con la ditta che vince l’appalto), hanno raggiunto «una continuità lavorativa di almeno 10 anni, ancorché con diversi appaltatori» all’interno dell’Ars. Sembrerebbero lavoratori assidui da almeno 10 anni. E invece, questi “graditi” percepiscono un doppio stipendio rispetto ai loro colleghi pur svolgendo le stesse mansioni, in base a un “premio di gradimento” (di qui il nome). Oltre allo stipendio della ditta appaltante, possono percepire anche 14 mensilità aggiuntive del valore di 1.800 euro (dato aggiornato in misura al 100% della variazione Istat).
Alla faccia del caffè.

Il menù del bar alla buvette dell'Ars.
Si risparmia anche sull'ortografia

[articolo pubblicato su Affaritaliani.it]