Dunque, qualche domanda, per quanto retorica.
Se alle regionali in Sicilia vince il centrodestra, però per governare ha bisogno dei voti di parte del centrosinistra, la colpa è della sinistra?
Se il Movimento 5 Stelle è il primo partito ma non riesce a governare, la colpa è solo della legge elettorale?
Se il centrosinistra perde malamente (perché - spoiler - HA PERSO), la colpa è del presidente del Senato che non si è voluto candidare, facendo "perdere tempo" alla coalizione?
Se a Matteo Renzi non è mai fregato granché della Sicilia, e di buona parte del Sud in generale, la colpa è solo ed esclusivamente del Sud e della Sicilia?
Se l'anonimo candidato di centrosinistra Fabrizio Micari ha perso, la colpa è del candidato di sinistra Claudio Fava e del governatore uscente Rosario Crocetta, nonostante Micari avesse designato il suo stesso assessore al Bilancio imposto da Roma?
Perché quasi nessuno ha parlato di immigrazione in campagna elettorale, nonostante la collocazione, non solo geografica, della Sicilia?
Perché anche la mafia è rimasta il solito convitato di pietra, nonostante Nello Musumeci abbia riproposto una vecchia frase di Paolo Borsellino e la sinistra abbia candidato il vicepresidente della commissione Antimafia?
Insomma, tutte queste domande hanno già tutte una risposta abbastanza chiara, appunto retorica. Quindi è piuttosto singolare che in questo continuo ping pong, tra rimpalli di responsabilità e pretese di aver vinto (in Sicilia, più ancora che in Italia, nessuno perde mai davvero alle elezioni...), nessuno dica l'unica vera verità: è successo quel che si sapeva sarebbe successo.
Perché Musumeci sarà pure una brava persona, ma dietro c'è Gianfranco Miccichè, architetto di qualsivoglia alleanza post-elettorale in Sicilia. Cinque anni fa furono i centristi-autonomisti di Miccichè a garantire la maggioranza all'Ars al sinistro Rosario Crocetta, ora saranno i centristi-moderati di alcune liste di centrosinistra a tappare quei piccoli buchi che separano Musumeci dal governare con relativa tranquillità.
Vero che il trasformismo lo "inventò" il lombardo Depretis, ma è con l'agrigentino Francesco Crispi che raggiunse grandi e ineguagliate vette. Se dall'Ottocento la Sicilia è la terra che più di tutte codifica la logica del ribaltone, milazzismo compreso, non c'è allora da meravigliarsi se anche stavolta andrà così. D'altra parte, forse il Pd se l'è dimenticato, ma le giunte regionali dell'impresentabile Lombardo si sono rette sulla convergenza del centro-sinistra (col trattino).
Sarà la mutazione genetica, sarà la retorica nuovista del renzismo, sarà quel che si vuole, ma se il centrosinistra perde in alleanza con Angelino Alfano, è mai possibile che da quelle parti non si faccia autocritica e anzi si imputi la sconfitta ad altri, persino alla seconda carica dello Stato, per Costituzione il vicepresidente della Repubblica? L'elettorato siciliano, lo disse non troppo tempo fa lo stesso Alfano, è tendenzialmente di centrodestra. Quindi, morale finale, la colpa è della sinistra...
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lunedì 6 novembre 2017
giovedì 2 novembre 2017
Liste ciniche
Facciamo così: liquidiamo, in senso buono, subito il quinto su cinque. Non ce ne voglia, non è mancanza di rispetto. Anzi. Il quinto, inteso come candidato alle elezioni regionali siciliane, è Roberto La Rosa. Autonomista, anzi indipendentista, alla testa del movimento Siciliani liberi, il quinto incomodo che prenderà circa l'1%. "Talmente piccolo che avremmo potuto anche non invitarlo", gli ha detto con sorprendente indelicatezza Lucia Annunziata durante il confronto televisivo con gli altri candidati. Comunque è giusto segnalarne la presenza. Adesso ha anche ottenuto il sostegno di parte dei Forconi, che prima sembravano orientati a schierarsi in massa con il centrodestra (quasi) unito dietro Nello Musumeci.
Dunque, almeno la candidatura di Roberto La Rosa ha il pregio della chiarezza. La faccia, il nome, il movimento, il simbolo, lo slogan. Tutto chiaro, senza particolari equivoci.

Partiamo da lui, dall'outsider, proprio perché sembra che gli altri, al contrario, vogliano lasciare qualche dubbio. Questa riflessione nasce dai manifesti elettorali dei cinque candidati presidente. E dalla centralità delle persone rispetto all'assenza dei partiti. A parte La Rosa, è singolare che il "partito" più radicato sia ormai il Movimento 5 Stelle, il cui simbolo infatti, ovviamente, campeggia sui manifesti di Giancarlo Cancelleri. In questo caso l'identificazione tra movimento e candidato-portavoce è assoluta, totale, totalizzante.Invece mi ha colpito, forse anche perché l'ho visto di persona, il manifesto elettorale di Fabrizio Micari. Criptico, non so quanto volontariamente. Un slogan apparentemente inoffensivo ("La sfida gentile") e la totale assenza di simboli di partito. Molti ritengono che una chiave fondamentale del voto siculo risieda nella possibilità del voto disgiunto e ciò spiegherebbe la strategia di andare a intercettare delusi e disillusi di tutti gli schieramenti. Già Micari è poco conosciuto, se poi nessun simbolo di partito campeggia nei suoi manifesti... è difficile che sia identificato come il candidato del centrosinistra.

Un po' diverso, ma solo in parte, il discorso per i due candidati rimanenti, Nello Musumeci (centrodestra) e Claudio Fava (sinistra). Diverso perché sono gli unici due politici di lungo corso in lizza per la presidenza della Regione, e quindi perfettamente riconoscibili come l'uomo di destra e quello di sinistra, indipendentemente dai simboli sui loro manifesti. E quali sarebbero, poi, questi simboli?
Nessuno, nel caso dell'ex presidente della provincia di Catania. Anzi. La strategia comunicativa di Musumeci cerca platealmente di smarcarsi dalla politica dei partiti, tra hashtag, slogan efficaci per quanto contraddittori (è per esempio uno straordinario sofisma il motto #noslogan...), una furba personalizzazione. "L'unico pizzo che piace ai siciliani".Così come Musumeci non ha simboli di partito sui suoi manifesti, anche Claudio Fava, candidato della sinistra... a sinistra del Pd. L'unico simbolo è quello della sua coalizione, "Cento passi per la Sicilia", un'altra evidente personalizzazione politica, essendo stato lui tra i soggettisti/sceneggiatori del bellissimo film di Marco Tullio Giordana su Peppino Impastato.
Morale: come sempre la Sicilia prova ad anticipare tendenze politiche nazionali. Fingendo che contino più le persone dei partiti. Quando invece lo sanno tutti che gli elettori vanno a votare soprattutto per il "loro" consigliere regionale... In quel caso sì che conta pure il simbolo del partito.
domenica 29 ottobre 2017
Beppe Grasso e Pietro Grillo
Diceva Beppe Grillo, correva l'anno 2013, intorno a metà marzo, che la candidatura di Pietro Grasso a presidente del Senato era una "trappola" del Pd per il Movimento 5 Stelle. La linea ufficiale degli inflessibili pentastellati, appena entrati nelle stanze del potere politico nazionale, era di non votare nessuno, ma 18 senatori si ribellarono all'idea che potesse essere confermato alla seconda carica dello Stato il forzista Renato Schifani. I più duri, in questo senso, furono alcuni senatori siciliani. Che ora, guarda caso, non stanno più dentro il M5S ma sono finiti a sinistra...
Per Grillo era allora più importante il rispetto pedissequo dei dettami del blog, per la politica era ancora presto. Ora invece, riassumendo quattro anni e mezzo di giravolte e contraddizioni, pare che la politica sia più importante. Chiamatela politica, oppure realismo, oppure persino Realpolitik, ma alla fine anche Grillo e i suoi sembrano essersi resi conto che non esiste solo la virtualità della presunta democrazia diretta del web. Con le elezioni regionali alle porte in Sicilia, il Movimento 5 Stelle sembra aver aperto la caccia ai voti di sinistra o centro-sinistra che il Pd, in teoria perlomeno, dovrebbe perdere dopo l'abbandono del presidente del Senato, appunto quel Pietro Grasso più volte attaccato sul sacro blog, in una sorta di lotta tra fazioni dell'antimafia, e definito financo «grigio funzionario governativo incaricato di fare del regolamento [del Senato] stracci per la polvere».
Il travaso di voti dal Pd verso sinistra è nell'ordine delle cose già da prima dell'uscita di Grasso dal partito, vuoi per la gestione delle candidature vuoi per l'eredità dell'improbabile presidenza Crocetta. Ma è indubbio che qualcuno potrebbe avvantaggiarsi dalla mossa di Grasso, e tra i grillini si spera di rubare questi eventuali voti di delusi all'altro candidato che potrebbe intercettarli, cioè Claudio Fava con le sue liste di sinistra contrapposte al Pd. E questo perché al Movimento rischia di venir meno il grande bacino di voti del centrodestra...
Naturale evoluzione: dall'antipolitica all'antimafia all'antitesi. Di se stessi.
Per Grillo era allora più importante il rispetto pedissequo dei dettami del blog, per la politica era ancora presto. Ora invece, riassumendo quattro anni e mezzo di giravolte e contraddizioni, pare che la politica sia più importante. Chiamatela politica, oppure realismo, oppure persino Realpolitik, ma alla fine anche Grillo e i suoi sembrano essersi resi conto che non esiste solo la virtualità della presunta democrazia diretta del web. Con le elezioni regionali alle porte in Sicilia, il Movimento 5 Stelle sembra aver aperto la caccia ai voti di sinistra o centro-sinistra che il Pd, in teoria perlomeno, dovrebbe perdere dopo l'abbandono del presidente del Senato, appunto quel Pietro Grasso più volte attaccato sul sacro blog, in una sorta di lotta tra fazioni dell'antimafia, e definito financo «grigio funzionario governativo incaricato di fare del regolamento [del Senato] stracci per la polvere».
Il travaso di voti dal Pd verso sinistra è nell'ordine delle cose già da prima dell'uscita di Grasso dal partito, vuoi per la gestione delle candidature vuoi per l'eredità dell'improbabile presidenza Crocetta. Ma è indubbio che qualcuno potrebbe avvantaggiarsi dalla mossa di Grasso, e tra i grillini si spera di rubare questi eventuali voti di delusi all'altro candidato che potrebbe intercettarli, cioè Claudio Fava con le sue liste di sinistra contrapposte al Pd. E questo perché al Movimento rischia di venir meno il grande bacino di voti del centrodestra...
Naturale evoluzione: dall'antipolitica all'antimafia all'antitesi. Di se stessi.
martedì 29 agosto 2017
Scusate per l'interruzione
Da giorni mi risuonano martellanti in testa questi versi: «il loro capo Ottavio Navarra / è stato eletto adesso sta a Roma / si è comprato un vestito decente / ma dentro ha ancora più rabbia di prima». Sono versi di una canzone dei Modena City Ramblers, La banda del sogno interrotto, dedicata a "una Sicilia che non c'è" (dall'album La grande famiglia, 1996). Quelle parole insistono nella mia mente da quando ho letto il nome di Ottavio Navarra, fondatore dell'omonima casa editrice, nelle recenti cronache politiche siciliane. È lui il candidato di Rifondazione comunista e Possibile a presidente della Regione. E non intende fare un passo indietro (a meno di improbabili unità ritrovate), dopo le solite manfrine a sinistra, tra Pd+alfaniani, crocettiani, bersaniani, dalemiani, pisapiani, convergenze di qui e di là, candidature alternative come quelle di Claudio Fava per conto di Mdp. Insomma: il solito bestiario di correnti, sigle, antipatie che anima la sinistra italiana (anche quella, in forma di partito, con la 'S' maiuscola...), in Sicilia esplode come attività magmatica.
E qui tornano le parole dei Modena City Ramblers. Chi è Ottavio Navarra? Di chi era "capo"? Quella canzone, spiegò il gruppo, era "dedicata a dei ragazzi di Palermo, conosciuti alla festa di Cuore nel '93, che malgrado le avversità continuano a lottare...". Navarra, originario della provincia di Trapani, è stato uno dei fondatori della Pantera, il movimento studentesco che dall'autunno 1989 si è esteso dalla facoltà di Lettere di Palermo al resto delle università italiane. Ottavio era uno dei leader di quel "nuovo '68". Tante battaglie politiche e civili, è stato anche corrispondente de L'Ora da Marsala, giovanissimo è stato eletto in Parlamento con i Democratici di Sinistra. Nel 1994, a 28 anni. E, appunto, «si è comprato un vestito decente / ma dentro ha ancora più rabbia di prima».
L'esperienza romana durerà poco ma poi inizierà quella regionale all'Ars, comunale a Marsala, e nella segreteria dei Ds al fianco, guarda un po', di Claudio Fava... Poi basta politica partitica, via con la scommessa della casa editrice e avanti con l'impegno sociale e culturale antimafia. Ora invece un ritorno inatteso su una scena politica dove il contrario dei sogni interrotti è una realtà da incubo.
Il quadro era chiaro già ai Modena City Ramblers. Ventuno anni fa.
E qui tornano le parole dei Modena City Ramblers. Chi è Ottavio Navarra? Di chi era "capo"? Quella canzone, spiegò il gruppo, era "dedicata a dei ragazzi di Palermo, conosciuti alla festa di Cuore nel '93, che malgrado le avversità continuano a lottare...". Navarra, originario della provincia di Trapani, è stato uno dei fondatori della Pantera, il movimento studentesco che dall'autunno 1989 si è esteso dalla facoltà di Lettere di Palermo al resto delle università italiane. Ottavio era uno dei leader di quel "nuovo '68". Tante battaglie politiche e civili, è stato anche corrispondente de L'Ora da Marsala, giovanissimo è stato eletto in Parlamento con i Democratici di Sinistra. Nel 1994, a 28 anni. E, appunto, «si è comprato un vestito decente / ma dentro ha ancora più rabbia di prima».
L'esperienza romana durerà poco ma poi inizierà quella regionale all'Ars, comunale a Marsala, e nella segreteria dei Ds al fianco, guarda un po', di Claudio Fava... Poi basta politica partitica, via con la scommessa della casa editrice e avanti con l'impegno sociale e culturale antimafia. Ora invece un ritorno inatteso su una scena politica dove il contrario dei sogni interrotti è una realtà da incubo.
Il quadro era chiaro già ai Modena City Ramblers. Ventuno anni fa.
Hanno sfilato in manifestazione, / raccolto distratta solidarietà / hanno pianto Falcone e gli altri, / hanno guardato sbarcare i parà / volantinato Zen e Acquasanta / e non so quanti altri quartieri / intanto il governo ha sbloccato gli appalti / e la mafia riapre i cantieri /
Non so se noi ne avremo il coraggio, / se prenderemo la via del nord / o meglio ancora via dalle palle, / fare in culo a tutti voi / perché nella banda del sogno interrotto / non sono molti i fortunati / sono in tutto quaranta persone / di cui trentotto disoccupati
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