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domenica 10 settembre 2017

Grazie che ha bevuto

Uno può leggere libri impegnati, guardare film d'autore, ascoltare musica di buon livello, ma poi alla fine, senza neanche scomodare l'alto-e-basso, Umberto Eco e la riscoperta delle culture e sottoculture pop, ci si diverte tutti con il trash, il grottesco, il comico demenziale. Tutti. Quando una decina di anni fa noi siciliani (ma non solo) scoprimmo tra le pieghe di una tv privata di Agrigento le mirabolanti e improbabili imprese, politiche e "culturali", di un barbiere che si chiamava Giovanni Bivona, ci sentimmo paradossalmente investiti del privilegio di avere finalmente anche noi il nostro "eroe" popolare-popolano-populista-pop. Era tutto finto e per questo ci piaceva, ma forse non solo per questo.
Partiamo purtroppo dalla fine. Da quel "si chiamava Giovanni Bivona". Verbo al passato perché Giovanni Bivona, ad appena 55 anni, è morto per una brutta malattia. E quando muoiono i giullari, le maschere comiche, persino le macchiette, c'è un pizzico di tristezza in più. Anche perché Bivona, che di mestiere faceva davvero il barbiere (regalava perle di saggezza nel suo salone in via Dante ad Agrigento), era sicuramente genuino e buono nella sua pur grossolana ignoranza che lo rendeva simpatico; e buono come sanno essere solo i buoni che si fanno prendere in giro e non si prendono sul serio.


«La politica è triste. Facciamola diventare allegra». «Protestiamo. Protestiamo. E protestiamo!». «Grazie che ho bevuto!». I tormentoni dello spot elettorale della primavera 2006 ormai li conoscono tutti. Si guadagnarono notorietà anche in tv e radio nazionali, che presero a sfottere l'approssimazione di Bivona senza rendersi conto che, in fondo, era lui a sfottere, più o meno consapevolmente, una certa retorica. Prese un discreto pacchetto di voti ma non fu eletto a quelle elezioni provinciali, candidato della lista Patto per la Sicilia, una delle tante para-autonomiste di quella stagione politica nell'Isola. Ma poi è diventato una piccola star, grazie all'intuito furbo di Angelo Ruoppolo e Lelio Castaldo di Teleacras, che lo lanciarono nel ruolo di improbabile e divertente commentatore dei temi più disparati, persino nella sua spassosa "rubrica e-letteraria" in cui smontava Dante, Leopardi o Shakespeare, lui che si era comunque autodefinito "Maestro di vita". Spettacolare nella pubblicità di un negozio di pelletteria, in cui sfoggiava una scarpa su una spalla. Surreale come Dalì a spasso con un formichiere per le strade di Parigi...
Inutile elencare tutte le imprese di Giovanni Bivona, ne è pieno YouTube. Ma è proprio su questo che voglio concentrare questo piccolo e inutile mio ricordo. Bivona è diventato famoso soprattutto con il passaparola. Ancora non eravamo del tutto schiavi dei social network e la voce - quasi carbonara - circolava su forum e blog, o più semplicemente tra amici (reali e non virtuali); c'era pure chi suggeriva di scaricare i suoi video su eMule! Non c'erano influencer a consigliare i suoi video, né twitstar a sponsorizzarlo, ma nemmeno finì nel tritacarne della Gialappa's, per dire.
In questa specie di preistoria Giovanni Bivona ha fatto quasi tutto da solo. E ci ha rallegrati con la sua protesta, altro che i grillini. Beviamo alla sua salute. Grazie.

giovedì 24 settembre 2015

La casetta delle lettere

La letteratura è la dimostrazione che la vita da sola non basta. In Sicilia più che altrove. Ma da sole le parole non bastano e ci vuole qualcosa di concreto, anche per il visitatore che voglia fare della letteratura ragione del suo viaggio. Un tour che scavi nelle memorie, le più intime. Come quelle custodite nelle case dei grandi nomi della letteratura della Trinacria.
In principio fu il Caos. Non si può che partire da qui, da Luigi Pirandello. Nella terra che vanta ben due premi Nobel, è lui il padre nobile di un tour letterario che si rispetti. Padre nobile e «figlio del Caos». Il Caos, appunto: la contrada di campagna, ad Agrigento, nella quale Pirandello nacque nel 1867. «Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano di argille azzurre sul mare africano». Il pino non è più in piedi, ma riposa adagiato lì vicino, vittima del tempo, del maltempo e dei mala tempora. Ma la casa continua a macinare record di visite. Come un’ultima propaggine della Valle dei Templi, un tempio essa stessa.
Non è un tempio, ma una discreta casa adagiata nel presepe di stradine del centro storico di Modica, invece, l’abitazione natale dell’altro Nobel siculo, Salvatore Quasimodo, geometra ermetico entrato nell’Olimpo delle lettere da figlio di ferroviere (una vecchia e sgrammaticata lapide in pietra gli attribuiva pure un inesistente ‘Nobel per la Poesia’). Qui nacque nel 1901, ma andò via presto da «esule involontario». Sotto il costone dominato dal Castello dei Conti, in via Posterla, il museo custodisce libri, scritti e arredi originali. E vi risuona la voce del poeta.
Ma non tutto è visitabile, purtroppo. Le case di Leonardo Sciascia, a Racalmuto (Agrigento), sono state messe in vendita, per mancanza di fondi. Le amministrazioni locali hanno proposto una colletta e scritto pure al governo nazionale. Il turista deve solo sperare: intanto può camminare insieme a Sciascia, sul corso principale del paese. Lui è lì, in bronzo, svelto, sigaretta in mano, a gettare l’ennesimo sguardo su bellezze e brutture della vita. In attesa di ritrovare, forse, la via di casa.
Contorta anche la via di casa per Giovanni Verga. Nato a Catania. Anzi no: alcuni lo vogliono nato a Vizzini e solo registrato all’anagrafe catanese. Dunque una casa-museo all’ombra dell’Etna e un’altra, dedicata all’immaginario verghiano, proprio a Vizzini. Non male, per il maestro del verismo...
Di case ne aveva tante il nobile Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Le atmosfere del Gattopardo sono custodite nei saloni di palazzi sontuosi, castelli e ville Liberty. Partendo da Santa Margherita Belìce (Agrigento) dove spicca Palazzo Filangeri di Cutò – casa della madre e oggi sede del Comune e del Museo del Gattopardo – fino a Villa Piccolo, a Capo d’Orlando, sulla costa tirrenica messinese. Qui, dai cugini, confidava Tomasi, «ritrovo non soltanto la ‘Sacra Famiglia’ della mia infanzia, ma una traccia, affievolita, certo, ma indubitabile, della mia fanciullezza a Santa Margherita e perciò mi piace tanto andarvi». Era la casa di Lucio Piccolo, poeta esoterico: Ezra Pound spese per i suoi versi un impegnativo «magnificent».
E magnifica è anche l’ultima, colorata tappa di questo tour. A Marzamemi, estremo sud dell’Isola, delizioso borgo che fu di pescatori e tonnare. Nessuna casa-museo, solo una casetta, rossa con finestre gialle e verdi, adagiata su un isolotto. Ci veniva spesso Vitaliano Brancati, ospite del cugino. Non si può visitare. Ma ammirare sì, lì, quasi alla confluenza tra due mari, come una metafora della Sicilia e delle sue letterature.

[articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale]


P.S. Nell'originale ho commesso un'imprecisione, che correggo com'è giusto: sulla vecchia lapide a casa Quasimodo non c'era scritto "quì". L'errore è un altro – peggiore. Passi infatti l'ortografia, ma sbagliare l'intestazione del Nobel... Mi sono evidentemente confuso con un altro accento sbagliato. Càpita. L'importante è averla capìta.


martedì 2 giugno 2015

Lillo e il vago biondo

Sembra un nome da cartone animato o da sketch comico, Lillo. O un vezzeggiativo infantile. Invece no. Ad Agrigento è diffusissimo: è il diminutivo di Calogero, terzo nome maschile più gettonato a Girgenti. E Lillo, cioè Calogero, si chiama anche il nuovo sindaco all'ombra della Valle dei Templi. In questa tornata di elezioni amministrative in giro per l'Italia, infatti, c'erano anche delle comunali in Sicilia. Gli occhi erano puntati su Enna, patria indiscussa del "rosso" Mirello Crisafulli (che a sorpresa va al ballottaggio), o sulla Gela del governatore Crocetta (il suo fedelissimo Fasulo se la vedrà al secondo turno con il grillino Messinese), ma anche sulla città che probabilmente più di tutte rappresenta i paradossi, le contraddizioni e le ipocrisie della Sicilia. Appunto Agrigento, che respira arie pirandelliane, echi del Gattopardo e ironie sciasciane, per non dire degli intrighi à la Camilleri.
E allora partiamo proprio dal papà del commissario Montalbano, per spiegare chi è il nuovo sindaco di Agrigento. Calogero Firetto, detto Lillo, classe 1965, era fino a una trentina di giorni fa il sindaco di Porto Empedocle, appunto patria del suo amico Camilleri (che di secondo nome, en passant, fa Calogero), nonché deputato regionale dell'Udc. Nel 2011, da uscente di centrodestra, era stato rieletto primo cittadino con il 93,31% (sic!), sconfiggendo il povero Paolo Ferrara dell'Italia dei Valori. Ed è forse proprio da lì, da quel trionfo bulgaro, che parte la rincorsa al comune di Agrigento, perlomeno nelle forme politiche. Infatti nel 2011 lo sostenevano (in ordine di voti): la lista civica Città Nuova, Udc, Mpa, Forza del Sud, Fli, Pd, le civiche Lista Sole e Sicilia Vera. Anticipatore delle larghe intese in stile montiano: un debole centrosinistra insieme all'effimero Terzo Polo. Nel 2015, per correre ad Agrigento, Firetto si è dimesso da sindaco di Porto Empedocle il 30 aprile, per poi ribadire ancora l'alleanza tra Pd e partiti di centro (in primis l'Ncd del compaesano Angelino Alfano). Ha vinto con il 59% dei voti.
Ma il bello viene prima, in realtà. Perché Firetto ha costruito la sua vittoria in appena un mese, chiamato in extremis dal Pd a guidare una coalizione di centrosinistra che con un tafazzismo di livello superiore aveva deciso di farsi guidare da un uomo di Forza Italia, Silvio Alessi. Poi Alessi è stato scaricato: l'atto di trasformismo era troppo pure per gli standard siciliani. Alla fine è spuntato il nome vincente di Lillo. Che ha sconfitto, guarda caso, proprio Alessi (oltre a un leghista veneto, tale Marcolin), finito alla testa di liste civiche chiaramente di centrodestra. Non è il caso di chiamarne una "Forza Silvio" e poi negare la vicinanza al mondo berlusconiano... Insomma, ricapitolando: Alessi aveva stravinto le contestate primarie di centrosinistra pur venendo da destra, poi il Pd lo ha gentilmente messo alla porta, dunque è stato arruolato il democristiano Firetto per portare voti moderati e utilissimi a spazzare l'ipotesi Alessi sindaco.
Lillo Firetto, laurea in economia e commercio, "quadro multinazionale" (come recita la sua scheda sul sito dell'Ars), più che vaga somiglianza con Gianni Cuperlo, amministrerà per i prossimi cinque anni la città dei Templi, ennesimo sindaco centrista a siglare una scomoda pax democratica. Di lui l'empedoclino Camilleri dice: «È un innovatore intelligente». Quando la realtà supera la letteratura.

martedì 24 marzo 2015

Torna a casa Alessi

Io me lo ricordo bene quando nacque il Pd. Nel 2007 ero a Firenze all'ultimo congresso, quello di scioglimento, dei Democratici di Sinistra. Una delle principali critiche che venivano mosse allora era che il Partito Democratico stava nascendo come una fusione a freddo tra due partiti, appunto i Ds e la Margherita. Ho sempre sottoscritto l'obiezione e, nonostante i risibili tentativi di negare che i partiti fondatori fossero solo l'erede del Pci-Pds e uno dei tanti nipotini della Balena bianca, quando vedo come è finito il Pd di adesso, mi sembra che la vecchia critica rimanga sempre attuale. Soprattutto perché, a qualche anno di distanza, la situazione è degenerata.
Naturalmente lo spunto è il caso di Agrigento con le sue grottesche primarie per il candidato sindaco. Non uso termini come "assurdo" né "incredibile" o simili. Perché ormai, e non lo dico per rassegnato fatalismo terrone, di incredibile e assurdo nella politica siciliana rimane ben poco. Nel senso che anche le più strane situazioni rispondono alle logiche del potere. E così è persino comprensibile che il Pd (tanto quello della "Ditta", quanto quello che twitta), pur di vincere e governare, a più livelli, finisca per accettare e anzi sponsorizzare alleanze indifendibili, glissando su Silvio Alessi, presidente dell'Akragas, legato a Forza Italia e sospinto dai voti degli elettori di centrodestra verso la vittoria delle primarie di centrosinistra. Alessi è lo stesso che due anni fa ringraziò pubblicamente il compaesano Angelino Alfano, senza il cui interessamento la locale squadra di calcio non avrebbe ottenuto la sponsorizzazione dell'Enel. Senza buttarla sui soliti cliché della Sicilia irredimibile sciasciana, dei paradossi pirandelliani o del famigerato laboratorio politico, quello che è successo all'ombra dei templi (d'altronde, il più importante si chiama "della Concordia") è la conferma di ciò che quel partito, che nasceva sotto lo stereotipo della formazione progressista-ma-anche-moderata, è ormai da qualche anno. Una macchina elettorale oliata solo per vincere. In cui la parola "sinistra" provoca reazioni allergiche, o perlomeno fastidi. E basta con questa vecchia politica, gli stereotipi, i luoghi comuni, bla bla bla, sembrano ripetere i nostri eroi democratici. La politica è cambiata. Le ideologie sono morte. Silvio Alessi è legittimamente il candidato sindaco del centrosinistra ad Agrigento, e può continuare a raccontare la favoletta dell'esponente della società civile su cui convergono voti e sostegno dei partiti. Lo confermano le dichiarazioni del presidente della Regione Crocetta, peraltro, secondo cui ad Agrigento «Forza Italia è spaccata in due e non alleata del Pd». Parole e concetti che neppure un renziano di ferro, finanche Renzi stesso...
Nella città che ha avuto per sette anni un sindaco eletto in una spuria coalizione di centro-centrosinistra, Marco Zambuto, riconfermato dopo passaggi vari tra Udc e Pdl, infine approdato al Pd renziano, di cui è diventato uomo di punta nell'Isola (presidente dell'assemblea regionale del partito; a sorpresa trombato alle Europee; dimessosi da sindaco per una condanna a due mesi e 20 giorni per abuso d'ufficio, poi annullata in Appello), ecco, in una città così Alessi è la perfetta prosecuzione del Pd con altri mezzi. Con buona pace di von Clausewitz.

mercoledì 9 maggio 2012

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Provare a capire qualcosa delle elezioni in Sicilia rischia sempre di diventare un esercizio talmente complicato da risultare persino inutile. Già le primarie di Palermo avevano fatto parlare tutta Italia e i commenti non erano certo dei migliori. Un centrosinistra spaccato (ma questa non è una notizia, in Sicilia e altrove), a tal punto che l'investitura da candidato se l'era presa l'outsider Fabrizio Ferrandelli contro la favorita Rita Borsellino. Poi invece Leoluca Orlando che si candida 24 ore dopo averlo negato (ribadendolo in aramaico, diceva). E ora dopo il primo turno l'ex sindaco della Primavera, "il professore", sembra lanciato verso l'ennesima riconferma, sempre che riesca a vincere al ballottaggio proprio contro Ferrandelli. Cacciato dall'Idv da Orlando, peraltro. Vabbè, non parlo volutamente del centrodestra: difficile trovare qualcuno ben disposto a fare da vittima sacrificale pronta a immolarsi sulle ceneri del fallimento di Diego Cammarata.
Come se non bastasse, c'è stata la vicenda delle percentuali incerte. Che ha interessato tutta la Sicilia e non solo Palermo. Caos nel conteggio dei voti, si è detto, un problema di errore di interpretazione della legge regionale (il sito elettorale della Regione comunque "non è attualmente consultabile per aggiornamento dati", al momento in cui scrivo).
Oltre a Palermo, si votava in altri 146 comuni siciliani, due dei quali capoluoghi, Trapani e Agrigento. Lo so che parlando della Sicilia e del suo rapporto con il potere, mafia a parte, è facile tirare in ballo il solito Gattopardo e il-cambiare-tutto-per-non-cambiare-niente. A me non piace citare quella che è ormai diventata una frase fatta, però in effetti vedendo quello che è successo nei tre capoluoghi siciliani al voto, mi sembra proprio che le cose siano andate così. L'eventuale elezione di Orlando è sicuramente un fatto imprevisto (ma non imprevedibile), eppure stiamo parlando di uno che ha già fatto il sindaco per 12 anni. Di nuovo c'è che oggi è il candidato della sinistra...
Poi c'è Agrigento. Dove il sindaco uscente Marco Zambuto è avanti al primo turno e al ballottaggio se la vedrà con il candidato del Pdl Salvatore Pennica. Zambuto è quello che presentandosi con l'Udeur si fece votare cinque anni fa dal centrosinistra e passò subito dopo al centrodestra, cioè fece una giunta centrista, tra rimpasti e mezzi ribaltoni. Ora si è candidato con l'Udc. Sindaco uscente che può sperare nella riconferma, dunque. Forse ci voleva davvero Fonziu Purtusu per una ventata di novità.
E infine Trapani. Qui il sindaco uscente Girolamo Fazio non si poteva ricandidare, ma ha fatto la sua bella lista in appoggio all'aspirante sindaco del Pdl Vito Damiano. Risultato: la sua lista è la seconda più votata, lui rientrerà in consiglio comunale e Damiano andrà al ballottaggio con l'ex deputato di Forza Italia Giuseppe Maurici. Fazio, tanto per intenderci, è quello che si è fatto propaganda con la riscrittura della Genesi in suo onore recitata da bambini trapanesi.
Certo, il 61-0 sembra ormai davvero un evento storico sbiadito. Ma se questa è la Sicilia dei laboratori politici, mi sa che di test bisognerà ancora farne tanti.

Aggiornamento del 22 maggio 2012. Breve, secco, inequivocabile. Al ballottaggio hanno vinto Orlando a Palermo, Zambuto ad Agrigento, Damiano – cioè Fazio – a Trapani. Niente di nuovo sul fronte (della Sicilia) occidentale.

mercoledì 4 aprile 2012

Per soldi o per Errore?

Con tutto il rispetto e l'affetto (sconfinato) per Fonziu Purtusu, era ovvio che la sua non fosse una candidatura seria. Qualcuno c'ha creduto davvero, evidentemente gli difettava la conoscenza del personaggio. Così i "veri" candidati alla poltrona di sindaco di Agrigento sono sei. Anzi no, cinque. Erano sei fino a questa mattina. Poi Angelo Errore si è ritirato, neanche una settimana dopo aver annunciato l'intenzione di correre. Un forfait sul quale vale la pena ragionare un po'.
Tre sarebbero i motivi della decisione: «Primo, il costo della politica. Non posso rinunciare all'indennità del mio mandato e poi assistere a questo scempio di sperpero di soldi per la campagna elettorale. Secondo, la crisi dei partiti, perché i singoli porteranno ulteriori problemi. Terzo, il ruolo della città, destinata a diventare un segmento povero del B&B». Vado in ordine sparso. Il secondo è di difficile comprensione, non l'ho capito, anche se ho studiato scienze politiche. Il terzo è un cruccio vero di Errore: la colpa è di chi ha tradito il progetto di fare di Agrigento il terzo polo turistico di Sicilia (dopo Taormina e Cefalù), favorendo piuttosto la costruzione di alberghi a Sciacca. Campanilismo turistico, vabbè. Il primo è chiaramente il punto più interessante. Quando si parla di costi della politica, evidentemente, bisogna mettere in conto anche le spese per le campagne elettorali. Errore, con il suo "Movimento Azzurro", non ha troppi soldi da spendere. Lui lascia la campagna elettorale e il movimento – un'associazione ambientalista – lo segue a ruota, sciogliendosi. Non so come intenda farlo, ma Errore insiste sulla partecipazione del suo gruppo alla governance della città. Boh.
Un Errore di gioventù
Così i candidati, in rigoroso ordine alfabetico, rimangono: Giuseppe Arnone, Giampiero Carta, Mariella Lo Bello, Salvatore Pennica e Marco Zambuto. In una città in cui il sindaco uscente, Zambuto, era stato eletto col centrosinistra per passare il giorno dopo dall'altra parte, le schermaglie di Errore non sono forse troppo diverse dalle farse di Fonziu Purtusu.
Ah, dimenticavo. Angelo Errore, 74 anni, deputato regionale della Democrazia Cristiana dal 1981 al 1996, è stato già sindaco di Agrigento. Dal 1976 al 1979. Quando evidentemente candidarsi costava poco.

lunedì 19 marzo 2012

A' tiempu 'i votazioni, ogni Purtusu è vocazioni

So già come andrà a finire. Farà la fine di Giovanni Bivona a suo tempo, o dell'altro suo complice, Angelo Ruoppolo. E dietro sempre il patrocinio nascosto di quel furbastro della comunicazione televisiva, giornalistica e politica che risponde al nome di Lelio Castaldo. I siciliani, e soprattutto gli agrigentini, sanno di cosa parlo. Mi sa che potrebbe essere arrivato il momento di Fonziu Purtusu. O Fofò Purtusu. Comunque Alfonso Restivo.
Quando vedi che certi personaggi che hai scoperto anni fa diventano finalmente "patrimonio comune" (eh, Internet...), cominci a farti qualche domanda. Cosa sa, o meglio saprà, la gente di Fonziu Purtusu ora che rischia di diventare famoso? I siti de la Repubblica e del Corriere dello Sport hanno rilanciato il video - l'ennesimo - con cui Fonziu annuncia di volersi candidare a sindaco di Agrigento. Dico subito che non è vero, non è mai stato vero. Ancora una volta è una meravigliosa trovata di Teleacras, la tv girgentina che vede Restivo-Purtusu tra i suoi personaggi di punta, insieme al "maestro di vita" Bivona e al molesto e iperbolico conduttore di tg Ruoppolo. Il barbiere sgrammaticato che finge di capirne di letteratura (e che però alle elezioni si candidò davvero) e l'anchorman dalla voce stridula sono già diventati personaggi di culto sulla Rete e su certe radio. Fonziu non ancora, ma adesso la platea se l'è presa pure lui.
Alfonso Restivo, classe 1937, è stato falegname, campanaro della cattedrale di Agrigento, è sempre in prima fila nelle manifestazioni folkloristiche e religiose, spesso vestito da paladino di Francia (la sua mania, è in pratica il leitmotiv dei suoi finti programmi elettorali), su Teleacras fa la parte dell'opinionista sportivo. Tifoso e mascotte ufficiale dell'Akragas, la locale squadra di calcio, si ostina a chiamare la tv "Teleakragas". O forse mutua semplicemente il nome greco della città, chissà.
La prima volta che millantò in video la candidatura a sindaco, lo fece sotto le insegne del "Partito Paladino Crociato - Lavoro, Giustizia, Libertà", ora invece è il turno della lista "Paladini per Agrigento" (Ppa). E sul web spopolano i video dei messaggi autogestiti, presenti e passati, con i suoi improbabili programmi elettorali. Demolire la cattedrale per farci un grattacielo, buttare giù il Tempio della Concordia per un centro commerciale, portare l'Akragas in Coppa dei Campioni (sic). Persino un busto di Totò Riina in piazza... Ovvio che dietro c'è una regia divertita e dissacrante, è tutto estremo, assurdo, munnizza. Ma in fondo è solo la parodia di certa politica che invece esiste sul serio. E a noi tutto sommato piace così.
Ma quello che ci piace di più (il plurale è un omaggio all'amico Peppe Candido, pioniere nella scoperta dell'istrione paladino, ndr) è il Fonziu attore. Cioè, quando Fonziu è attore dichiarato, non solo quando finge qualcosa che non è, tipo il candidato sindaco. Purtusu, quando era ancora Alfonso Restivo, ha fatto da comparsa a qualche film, ma il suo apice l'ha toccato con una sitcom rarissima, scritta e diretta da un bravissimo regista agrigentino, Massimo Puglisi. Da lui siamo riusciti tre anni fa ad avere quel documento eccezionale, «un film girato bene, consapevole della propria demenzialità», come ebbe a chiosare quel geniaccio di Ciro Ascione, che gentilmente ospita il capolavoro sul sito di Trashopolis. Il film, anzi "telefilm comico", si chiama La Provola, ovvia parodia de La Piovra. Grazie all'intelligenza di Puglisi si scherza sulla mafia. Forse potranno non piacere le risate esagerate da sitcom, ma anche quello è fatto con intento parodistico.
Chissà che in futuro non si realizzi la profezia di Massimo Puglisi e davvero «un giorno i bambini a carnevale si vestiranno di Fonziu Purtusu».

venerdì 1 luglio 2011

L'Angelino custode, segretario e tuttofare

Niente burocrazia, per favore. Mica abbiamo tempo da perdere. Le nomine si fanno per acclamazione. Quindi Angelino Alfano diventa segretario politico del Pdl in pochi secondi. «Gli organizzatori del Pdl hanno previsto da statuto una votazione che prevede i due terzi, ma io da presidente e fondatore del partito vi propongo l'elezione di Alfano con questo applauso, a suffragio generale», Berlusconi dixit al Consiglio nazionale del suo partito. Basta con le burocrazie interne, facciamo presto, siamo il governo (e anche il partito) del fare. Un solo voto contrario su 1.107, quello del consigliere friulano Antonio Pedicini.
L'Angelino e il santino
Dunque Angelino, il giovane Angelino, il quarantenne Angelino, il ministro Angelino, il "mai menzognero" (cit.) Angelino, il giornalista pubblicista Angelino, l'avvocato Angelino, è da oggi il segretario Angelino. A 19 anni è diventato pubblicista, a 24 è stato eletto consigliere provinciale ad Agrigento, a 26 deputato all'Ars (il più giovane di quella legislatura), dal 1998 al 2001 capogruppo regionale di Forza Italia, a 31 anni eletto per la prima volta alla Camera, a 37 anni e mezzo è il più giovane ministro della Giustizia della storia repubblicana. Giovane, ma da un po' studia da leader. E a 40 diventa il più giovane segretario politico della storia del Pdl. Come dite, è il primo? Ah. E chiede pure che sia il "partito degli onesti"? Ah.

venerdì 24 giugno 2011

Molto casinò per nulla...

La sede del vecchio Kursaal a Taormina
Berlusconi l'aveva detto: per rilanciare Lampedusa, ci porteremo un casinò. Come se quella fosse l'urgenza più impellente tra gli investimenti turistici nell'isoletta delle Pelagie. Però è ormai consueto tirare fuori la proposta-casinò come opportunità di crescita per la Sicilia. Da moltissimi anni (io lo sento dire da quando sono piccolo) si parla della riapertura della storica casa da gioco nella splendida Taormina. Adesso il deputato regionale Giuseppe Arena (Mpa) ha presentato un disegno di legge per l'apertura di sei casinò in altrettante località turistiche siciliane. Oltre alla "solita" Taormina e la stessa Lampedusa, in lizza ci sono Agrigento, Catania, Cefalù e Pantelleria. I sindaci e gli assessori di questi comuni sembrano tutti d'accordo. Vale la pena citare per esteso le parole di Arena in conferenza stampa: «È ora di smetterla con i pregiudizi, le ipocrisie, e i falsi moralismi. Non si può continuare ad offendere l’intelligenza dei siciliani con la solita stucchevole barzelletta che i casinò in Sicilia non potranno mai essere realizzati a causa delle infiltrazioni mafiose e del riciclaggio di denaro a meno che qualcuno non pensi operazione assai ardita di relegare il fenomeno mafioso solo entro i confini di casa nostra. Le mafie e le attività criminali sono i mali del secolo e sono purtroppo presenti in tutto il pianeta, eppure il mondo è pieno di casinò». Giuseppe Arena dà anche un po' di numeri: 21 in Slovenia, 13 in Spagna (tutti dentro gli alberghi), 9 in Portogallo, 185 in Francia, 78 in Germania, 18 in Austria, 9 in Belgio, «senza contare la dirimpettaia Malta, che tanto invidiamo» (cit.).
Io non mi sento offeso, in realtà, né ho mai creduto alla favoletta (altro che barzelletta) della mafia solo siciliana. La questione-casinò è vecchia e non ho nessuna competenza specifica. Non amo affatto l'idea della casa da gioco come fonte di sviluppo turistico dell'Isola. Non direi proprio che alla Sicilia manchino risorse direi quasi "materie prime" per organizzare una decente economia turistica. Certo, bisogna pure curarle le proprie ricchezze turistiche... Al limite, i casinò potrebbero essere qualcosa in più, ma non l'unico investimento. Peraltro noto la singolare coincidenza dell'annuncio di Arena con la decisione unanime della Camera di accordare un regime di esenzione fiscale per i privati e le aziende a Lampedusa finché non viene risolta la cosiddetta "emergenza" immigrazione. I responsabili e i gestori dei casinò precisano comunque che il riciclaggio di denaro è praticamente impossibile.
Fatto sta che per Arena questa "straordinaria occasione di sviluppo" è stata spesso negata dai governi nazionali, soprattutto quello attuale «da sempre ostile alla nostra terra e oggi più che mai prigioniero delle logiche e delle lobby del nord». Coi casinò si potrebbe riparare dunque a questo torto subìto dai siciliani e finalmente la Sicilia si allineerebbe alle altre regioni italiane che hanno case da gioco. Sanremo, Campione d'Italia, Venezia, Saint-Vincent, Bagni di Lucca (riaperto nel 2009, primo automatizzato al mondo): ecco, grazie ai casinò la Sicilia si allineerà alla Liguria, la Lombardia, il Veneto, la Valle d'Aosta e la Toscana. Ma a cosa si allinea, alla profonda crisi del casinò nell'exclave di Campione? O alle solite insistenti voci sul riciclaggio, per quanto negato o ricondotto alla logica del "mal comune"?
La tanto invidiata dirimpettaia Malta non sfugge a tutto ciò, almeno da quanto risulta da qualche seria inchiesta delle procure italiane. Mettiamoci pure la situazione particolare a San Marino. Da più di cinquant'anni la Repubblica del Titano si è impegnata a non aprire case da gioco, ma nel 2007 è stato creato un Ente di Stato sammarinese dei Giochi, preludio alla riapertura di un casinò. Però toccherà all'Italia decidere, dato che esiste un accordo tra i due Paesi sul divieto del gioco d'azzardo legale a San Marino. Dovrà decidere quindi lo stesso Stato, l'Italia, che non ha leggi chiare e univoche sulle sue case da gioco, a tal punto che un'altra regione a statuto speciale, il Friuli-Venezia Giulia, ha provato invano, bloccata dalla Corte Costituzionale a creare in autonomia nuovi casinò sul suo territorio.
Si faranno o no questi casinò in Sicilia, dunque? Le scommesse sono aperte, fate il vostro gioco.

giovedì 9 giugno 2011

Acqua, acqua delle mie brame...

Se anche l'acqua diventa terreno di scontro e contrapposizione ideologica e retorica, questo la dice lunga sullo stato di questo Paese. Al referendum del 12 e 13 giugno io voterò "sì", per l'abolizione delle norme del decreto Ronchi che permettono di affidare anche ai privati la gestione - non la proprietà - del servizio idrico e prevedono che le tariffe siano determinate in base al capitale investito. Non si tratta di privatizzare del tutto l'acqua, ma io appartengo alla schiera di quelli che preferisce che l'acqua rimanga davvero un bene pubblico, un bene comune ed essenziale su cui non speculare o fare profitti. Conosco le ragioni dell'una e dell'altra parte e rispetto tutte le idee e le posizioni. Poi è lecito che a destra e a sinistra (perché tanto sempre lì andiamo a finire), e tra le associazioni dei consumatori, ci siano distinguo e posizioni diverse. A me basterebbe in realtà che la mia intenzione di votare "sì" sia rispettata dagli amanti del mercato e del liberismo tanto quanto è legittima la loro idea che il privato salverà la gestione dell'acqua in Italia. Che ci siano disservizi nel pubblico, specie al sud, è cosa nota. Invece al nord ci sono ottimi esempi di efficienza. Ecco perché c'è il referendum: si vota sì o no, astenersi è legittimo ma la propaganda per il non-voto è vigliacca.
Ma qui vorrei dire un paio di cose sull'acqua in Sicilia. Nella mia regione, su nove Ato idrici provinciali sei sono a gestione privata. Una lezione interessante per chi ha deciso di votare "no". Nel 2007 l'allora presidente della Regione Totò Cuffaro varò la privatizzazione dell'acqua. Le proteste non mancarono, neanche a destra e nello stesso partito di Cuffaro, l'Udc. Sindaci, consiglieri, deputati, comitati, semplici cittadini si unirono nella lotta contro l'affidamento della gestione ai privati. Non nego che in alcuni casi ci fosse una chiara strumentalizzazione politica. I sindaci "ribelli" però ci sono ancora. Dall'Ato di Palermo ora arriva ad alcuni di loro un avvertimento: chi non ha ancora voluto conferire l'acqua alla società di gestione, se ne assumerà le responsabilità. A Catania c'è la Servizi idrici Spa, illegittima perché ottenne l'appalto senza gare e fuori tempo massimo: la società è bloccata ma i costi di gestione sono aumentati. La Acque Potabili Siciliane (Aps) riceveva contributi regionali in caso di mancati utili, ma ora non li riceve più ed è in liquidazione. Come succede in questi casi, oltre a "capitalizzare i profitti" si devono anche "socializzare le perdite". Traduzione: per coprire il deficit di Aps, i soldi dovrebbero metterli i comuni. Otto milioni di euro. Per non parlare dei costi di trattamento (cloro) e dello stato degli acquedotti siciliani: ogni anno si perde più della metà dell'acqua della rete regionale.
La situazione peggiore è sicuramente quella della provincia di Agrigento. La Girgenti Acque vinse la gara nel 2007 ma da allora non ci sono stati investimenti. Nota bene: si dice che l'affidamento al privato serve per migliorare l'offerta dei servizi. Invece ad Agrigento il servizio è sempre peggio. Tra l'altro la gara per la provincia girgentina fu indetta alle ore 23 del 23 dicembre 2007. Si sapeva già chi avrebbe partecipato, e dunque vinto? Prendiamo il comune di Bivona. Da lì partono 250 litri d'acqua al secondo verso il capoluogo, dove però "l'oro blu" viene erogato tre ore al giorno, ogni tre giorni e per una tariffa tra le più care d'Italia: 450 euro l'anno. L'acqua dunque ci sarebbe pure in provincia. E anche buona. Altrimenti non si spiegherebbe perché la Nestlé ha trovato la sua bella miniera sui monti Sicani a Santo Stefano Quisquina. Lì c'è la sorgente Santa Rosalia. Che ora è l'acqua Nestlé Vera Santa Rosalia. Nel 2007 la Regione Siciliana ha concesso alla multinazionale di aumentare la produzione fino a 250 milioni di litri in cinque anni. Prima c'era la Platani Rossini srl, acquisita dalla San Pellegrino, a sua volta controllata dalla Nestlé. Il problema è che quell'acqua - buonissima - finisce imbottigliata con il marchio di Nestlé Vera e non negli acquedotti agrigentini. Gli stessi comuni del circondario di Santo Stefano, che quell'acqua la bevevano già prima dell'arrivo della multinazionale, ora vedranno quelle falde sempre meno ricche. E comunque quell'acqua è stata lanciata a un prezzo competitivo, 33 centesimi a bottiglia. Sommando la spesa, in un anno una famiglia agrigentina media spenderebbe circa 900 euro all'anno. Il doppio della tariffa stabilita dalla Girgenti Acque. Privata, come la Nestlé.

lunedì 28 febbraio 2011

Fuoriclasse, fuorigioco, fuorilegge

Sui campi di calcio di provincia, nelle serie minori e dilettantistiche, succede un po' di tutto. E la Sicilia non sfugge alla regola, naturalmente. Violenze, scontri, polemiche, arbitri inseguiti... Ad Agrigento e dintorni - ma è sicuramente solo un caso - si concentrano i casi più interessanti. Che non riguardano solo i tifosi o gli ultrà, ma anche giocatori e dirigenti. Stavolta tocca a Gaetano Sferrazza, 19enne dell'Akragas, la squadra del capoluogo in Eccellenza. Sferrazza è stato squalificato già a novembre per due anni, per aver dato un calcio a un guardalinee. E non giocava neppure, era in panchina. Oltre alla squalifica, ora si è beccato pure il Daspo e dovrà firmare per due anni in Questura a ogni partita dell'Akragas. La notizia non è nuovissima né originale, ma vale la pena spendere qualche riga su Sferrazza. Anzi sugli Sferrazza.
Il calciatore dell'Akragas è infatti il nipote di Gioacchino Sferrazza, ex presidente ma de facto ancora padrone della squadra. Sferrazza senior è un personaggio che ha sempre trovato il modo di farsi notare, a modo suo. Nel settembre 2009 ha dedicato una vittoria al boss Nicola Ribisi, arrestato qualche giorno prima. Per questo è stato rinviato a giudizio due mesi fa per istigazione a delinquere. E un anno fa è stato deferito per aver fatto indossare ai suoi calciatori maglie con il suo volto al posto dello sponsor, in segno di solidarietà. Pochi giorni fa, poi, ha minacciato di ritirare la squadra - tanto è a rischio radiazione, se continua così.
Anche in questo caso, quando si dice che la prima educazione si apprende in famiglia...