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sabato 17 gennaio 2015

Cuffaro non è Grasso

Urge subito un nuovo presidente della Repubblica.
Ma subito davvero. Mica per la fretta delle riforme, né per garantire la famigerata stabilità. Né tantomeno per un bisogno spasmodico di moniti quirinalizi. No. Vorrei che qualcuno vada a sedersi il prima possibile su quella bella poltrona sul Colle più alto di Roma, perché c'è da (pre)occuparsi subito di questioni molto spinose. Come alcune richieste di grazia, per esempio. La notizia di questi giorni è che ne sia arrivata una firmata Salvatore, detto Totò, Cuffaro. Anche se in realtà la richiesta sarebbe partita l'anno scorso dalla madre dell'ex presidente della Regione Siciliana ormai da quattro anni a Rebibbia per favoreggiamento alla mafia.
Gli restano in teoria tre anni di carcere – nella pratica tra meno di un anno uscirà per i benefici di legge – e ha già fallito la carta dell'affidamento ai servizi sociali (a ottobre 2013: la Cassazione disse di no). Ora la via della grazia, dalla quale però, affettuosamente e rispettosamente nei confronti della mamma, Totò si dissocia. «Disobbedisco», ha detto.
Sarebbe stato comunque interessante l'iter della grazia. La posizione di Totò, infatti, andrebbe infatti nuovamente al vaglio della procura generale di Palermo, il distretto giudiziario nel quale fu promulgata quella condanna, definitiva dal 22 gennaio 2011. Quindi passerebbe per le mani del procuratore Roberto Scarpinato. Tuttavia c'è un'altra indagine a carico di Cuffaro ancora in corso, quella per truffa aggravata e corruzione nel caso dei contratti stipulati tra la Regione e la banca giapponese Nomura. Si parla del 2003, l'accusa è di aver fatto "finanza creativa" con un danno erariale di 175 milioni per le casse siciliane.
Nonostante gli sconti per buona condotta (si dice che sia un detenuto modello), Cuffaro dovrebbe dunque restare a Rebibbia. Ma il problema vero è un altro, e qui si torna al punto iniziale, l'urgenza di un presidente. Perché io, onestamente, non me lo immaginerei il presidente reggente a esaminare la richiesta di Cuffaro. Il presidente reggente, vale a dire Pietro Grasso, lo stesso Pietro Grasso, non un omonimo, che lo fece condannare per favoreggiamento aggravato. Poi si parla di conflitto d'interessi... E se salisse proprio lui al Quirinale? Cosa potrebbe dire Totò? Ma mi faccia il piacere!

domenica 28 dicembre 2014

Il quirinabile

Flashback #1
Il 18 aprile 2013, il presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, svela il mistero: è stato lui a votare l'unica scheda con il nome di Pietro Grasso, presidente del Senato, per il Quirinale. «Una persona che può rompere gli schemi, un nome di ampie convergenze nella società civile», diceva Crocetta. Il resto è storia. Ma ora che Napolitano dovrebbe lasciare definitivamente, nella partita del toto-nomi quello di Grasso, seconda carica dello Stato, non è affatto fuori dai giochi.
I bookmakers inglesi non lo danno tra i più quotati, ma lui c'è. Il metodo pure. Grasso ha commesso diversi errori a Palazzo Madama, ma il pregio, paradossalmente, è stato quello di aver scontentato quasi tutti. Ha pagato la scarsa esperienza politica, certo. Ma la decina di voti che prese dai senatori del Movimento 5 Stelle, indignati all'idea di non poter bloccare la scalata di Schifani per i veti via blog, dimostra che potrebbe far breccia anche fuori dalla maggioranza. Una soluzione di garanzia, si direbbe. Lo so, ai grillini duri e puri, ai travagliani, ai movimentisti dell'antimafia, Grasso non piace troppo. Solita questione di potere e di diverse idee su come si debbano fare magistratura e lotta alla criminalità. Intanto però, lui, che ha fatto pure il maxiprocesso, annovera tra i successi suoi (e dell'antimafia) la condanna di Cuffaro. Ottenuta con realismo e senza troppi voli pindarici. Con meno clamore di un concorso esterno, ma con la maggiore concretezza di un favoreggiamento. Anche questo è metodo. Oltre al fatto, tutt'altro che secondario, che lui la magistratura l'ha lasciata definitivamente per dedicarsi alla politica. Una scelta al di là delle aspettative.
Flashback #2
Un presidente della Repubblica deve essere anche popolare, cosa che in verità Napolitano è stato pochissimo, così preso tra la sua aristocrazia politica e la seriosità del ruolo di "produttore di moniti". Una quarantina di anni fa Grasso giocò invece a calcio, nella palermitana Bacigalupo, "creatura" nientemeno che di Marcello Dell'Utri. Squadra allenata anche da Zeman (che guarda caso, prima di incantare Foggia, avrebbe cominciato negli anni '80 la scalata italiana con tre belle stagioni nell'agrigentina Licata, paese natale di Grasso). Pietro giocava da mediano.
Oggi si scatena sui social network. Dalla ricerca TweetPolitics risulta il primo politico non leader di partito per il ritmo di crescita dei suoi followers. Su Twitter tifa Palermo, parla di temi sociali, ricorda il fascino che emanava Virna Lisi, pubblica foto, polemizza con i senatori 5 Stelle. Lui, ex procuratore, quindi uomo d'attacco per professione, con i suoi critici più severi gioca sempre di difesa, in contropiede e passa al contrattacco, da buon mediano di spinta, appunto. Dando del "tu" ai vari Morra, Bottici, Lezzi. Alcune sue uscite naïf in Aula lo rendono persino simpatico.
Il primo giorno della legislatura presentò la sua proposta di legge anticorruzione. Il secondo è stato eletto presidente del Senato. A capodanno compirà 70 anni. Portati comunque bene. Grasso è la dimostrazione di cosa potrebbe fare Zeman se curasse meglio la fase difensiva.

mercoledì 29 ottobre 2014

Trattare con sufficienza

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Trattativa s. f. [der. di trattatista]. - (polit., giur.) [fase preparatoria di un contratto, di un accordo e sim., nella quale se ne concorda la forma definitiva: aprire una t.; le t. sono fallite] ≈ contrattazione, negoziato, negoziazione, [riguardante cose venali e tirando sul prezzo] mercanteggiamento. ‖ patteggiamento.
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Dato che le parole sono importanti, affidiamoci all'efficace dizionario dei sinonimi e contrari della Treccani, che così spiega il significato della parola "trattativa". Dunque Stato e mafia, stando alla lingua italiana, avrebbero contrattato, mercanteggiato, patteggiato. Ai tribunali tocca portare la questione dal piano linguistico a quello giudiziario. Che ci sia stato, in forme mutevoli nel tempo (e nello spazio), un confronto continuo tra le istituzioni e la mafia è purtroppo un fatto accertato dalla storia, ma il processo sulla cosiddetta "trattativa Stato-mafia" è questione ben più complessa, in un Paese in cui è già difficile la definizione del reato di concorso esterno in associazione mafiosa.
Come spesso accade, ci si divide in due tifoserie opposte, come se non potesse esistere una mezza misura, che tutto è tranne cerchiobottismo, a voler essere onesti. Esiste, è esistita, a certi livelli continuerà a esistere una contrattazione (per usare uno dei sinonimi della Treccani) tra la criminalità organizzata e i poteri istituzionali. Ma mi riservo il diritto di nutrire grossi dubbi e perplessità su quella curiosa forma di giustizialismo che finisce per solidarizzare con boss pluricondannati e al contrario estremizzare un'equazione testimone=colpevole.
Sull'operato di Napolitano al Quirinale io ho più cose da ridire che non giudizi positivi, quindi non sono passibile di intelligenza col nemico. Però ieri mi è capitato di intervistare il costituzionalista Stefano Ceccanti, docente alla Sapienza ed ex senatore Pd (già mio docente a Bologna). Per lui l'interrogatorio al presidente della Repubblica rientra perfettamente nel recinto della legge, anche se il processo palermitano è di una irrimediabile fumosità. Chi pensava dunque di inchiodare il Colle ha probabilmente fallito (il capo dello Stato ha sostanzialmente ribadito cose già dette nel 1993). E la stessa vicenda giudiziaria perde credibilità. Ma intanto hanno ottenuto di interrogare Napolitano a casa sua, eh.

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lunedì 13 ottobre 2014

I Grandi Ufficiali dell'antimafia

Maria Falcone, sorella di Giovanni e cognata di Francesca, presidente della Fondazione a loro dedicata, è da oggi Grande Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (Omri). Se lo merita, perché si tratta di una persona che si è sempre impegnata, soprattutto nelle scuole, per la legalità e la memoria e l'antimafia. L'onorificenza è stata conferita dal presidente Napolitano di sua personale iniziativa.
Il nome della professoressa Falcone si aggiunge alla sfilza di decine e decine di personaggi vari ed eventuali ai quali Napolitano (e ovviamente i suoi predecessori) hanno riconosciuto medaglie e coccarde e titoli. Niente di male, fa parte delle prerogative dei capi dello Stato; anzi, qualcuno potrebbe far notare sagacemente che è una delle principali prerogative, più che l'interventismo nella vita politica nazionale. Certo, fa riflettere questa "democrazia dell'onorificenza". Un bel titolo non si nega a nessuno, che siano parenti di vittime di mafia, piccoli eroi quotidiani, campioni dello sport, stelle dello spettacolo (l'ultimo Grande Ufficiale prima della signora Falcone, lo scorso 24 luglio, era stato Peppe Tornatore, per dire), suore, prefetti, ex politici, Letizia Moratti, tutti i leader sindacali, artisti di fama mondiale o semplici cittadini. Ecco che Maria Falcone, sorella di una medaglia d'oro al valor civile, va benissimo, a maggior ragione.
Ma siccome io sono anche un po' cialtrone, noto che una delle ultime uscite pubbliche, se non proprio l'ultima, della sorella di Giovanni risale al 9 ottobre. Una dichiarazione, peraltro condivisibile, nella quale attaccava e definiva "una cosa vergognosa" il tweet con cui Sabina Guzzanti si è permessa di esprimere solidarietà a Riina e Bagarella per i loro "diritti negati" relativamente alla deposizione di Napolitano nel processo sulla trattativa Stato-mafia. La professoressa diceva: «Si difendono i diritti di queste persone e non quelli dei magistrati che hanno emesso la sentenza, quelli del Capo dello Stato e dello Stato che rappresenta. È una cosa obbrobriosa, per la quale non bastano gli aggettivi dispregiativi». Una difesa in piena regola di Napolitano, quattro giorni prima della cerimonia al Quirinale...
Non voglio pensare male, né fare alcuna polemica, sono solo coincidenze. In questa contorta vicenda processuale, le cose sono già andate troppo oltre, a partire da uno squallido scambio di reciproche accuse: da una parte i movimentisti (e movimentati), tipo Ingroia e Salvatore Borsellino e la Guzzanti e Travaglio e i fan di Massimo Ciancimino, dall'altra gli istituzionali, quelli che "Napolitano ha già detto che non ricorda e quindi va bene così", tra cui la stessa Maria Falcone. Lo spettacolo peggiore è proprio l'insulto incrociato tra i portatori di due diversi modi di intendere la condizione di "parente di vittime di mafia", per arrivare all'apoteosi dello schifo con i battibecchi a sfondo politico-partitico. Ingroia, commissario straordinario all'abolenda provincia di Trapani su nomina crocettiana, non accetta che Maria Falcone lo critichi per aver strumentalizzato i nomi di Giovanni e Paolo per far politica: piuttosto è lei (che incidentalmente però si chiama Falcone, ndr) a sfruttare quel cognome, dice lui. Aggiungendo che non le è andata neanche tanto bene: la professoressa nel 1999 tentò invano la via di Strasburgo con i Verdi e poi più volte il suo nome è stato associato senza esiti al Pd. Poco male, almeno è Grande Ufficiale.

venerdì 14 febbraio 2014

Premio di consolazione

2.748,09 chilometri. Duemila-settecento-quarantotto-virgola-zero-nove. Quasi tremila chilometri, in linea d'aria molto teorica, separano Lampedusa (LMP) da Oslo (OSL). Una bella distanza. Sono agli antipodi d'Europa, l'isoletta siciliana in mezzo al Mediterraneo e la capitale della Norvegia. Non esiste – ovviamente, direi... – un collegamento diretto tra le due località. In aereo, sempre con quella distanza teorica, ci vorrebbero più di tre ore e mezza: ma un volo diretto appunto non c'è, e con gli scali a Palermo, Roma e Zurigo di ore ce ne vogliono più di 15. Un po' come andare dall'altra parte dell'Oceano. Da Cala Francese a Gardermoen (che poi, tra l'altro, vuol dire "recinto"...) è un viaggio intercontinentale. Non solo in senso figurato.
Perché sottolineare allora questa lontananza che non dice nulla di nuovo? Perché nelle ultime settimane le parole "Lampedusa" e "Oslo" sono finite spesso nella stessa frase. E la frase è la fatidica candidatura dell'isola al premio Nobel per la Pace. Lodevole iniziativa che, con una raccolta firme e petizioni online, promosse dall'Espresso con l'autorevole e credibile appello di Fabrizio Gatti, ha decretato, da parte degli italiani, che Lampedusa meriti di finire sul tavolo del Comitato norvegese. Lampedusa merita rispetto e il riconoscimento di un grande impegno dei suoi cittadini, della sua amministrazione, della sua gente, pure dei suoi turisti, di fronte a quella che soprattutto la mia categoria si ostina a chiamare "emergenza immigrazione".
Da questo modesto blog – non sono altro che uno scribacchino, un pennivendolo, un giornalaio – vorrei solo far notare due cose. La prima: la candidatura al Nobel più "politico", in sostanza, non vuol dire nulla. Basta che ci sia qualche docente di diritto o di scienze politiche, parlamentari o membri di governi a proporla, e la candidatura può arrivare a Oslo. Essere tra i nomi suggeriti non significa affatto che ci sia una reale opportunità di vincere il premio. Anche perché ufficialmente non esiste la categoria "nominato al premio Nobel per la Pace". Sta al Comitato decidere. E tra le 25 istituzioni che hanno vinto finora non c'è mai stata una città... L'unico italiano, per la cronaca e la storia, è stato il giornalista e patriota Ernesto Teodoro Moneta, premiato nel 1907.
Speranze naufragate
Ma il punto più importante è il secondo. Al di là del premio di un milione e mezzo di dollari, perché dovrebbe essere fondamentale che il sindaco Giusi Nicolini trovi un modo per volare a Oslo, superando quella distanza incolmabile, e ritirare quel premio? Ripeto, Lampedusa merita rispetto, ma forse più che i riconoscimenti dovremmo tributarle riconoscenza. Insomma, comprendo che governo e parlamento vogliano richiamare le istituzioni internazionali alle loro responsabilità, ma oltre a coinvolgere Bruxelles, Strasburgo, Oslo, Ginevra, New York, Tripoli, il Vaticano e un'altra mezza dozzina di città nel mondo, sarebbe ora che anche Roma torni a fare il suo lavoro. Non la sto buttando in politica. Però prima di "elemosinare" (lo virgoletto perché non voglio essere irrispettoso) qualcosa ai nobeliani norvegesi, dovremmo ricordarci, noi italiani che dei lampedusani siamo connazionali, che nel 2004 abbiamo dedicato all'isola un nastro o una coccarda – tanto per limitarci ai premi e alle cerimonie. Il 2 luglio l'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferiva al Comune di Lampedusa e Linosa la medaglia d'oro al valore civile. Cito testualmente le motivazioni:
L'Amministrazione comunale affrontava ed offriva un lodevole contributo al superamento delle innumerevoli difficoltà legate all'ondata di sbarchi clandestini di cittadini extracomunitari, impegnando i propri apparati socio-assistenziali e considerevoli risorse economiche. La popolazione tutta dava testimonianza dei più elevati sentimenti di umana solidarietà ed accoglienza verso gli immigrati, riscuotendo l'incondizionata ammirazione e gratitudine del Paese. 2001/2003 Lampedusa e Linosa
Dunque stiamo parlando di dieci anni fa. Poi nel 2012 Giorgio Napolitano ha elargito medaglie d'argento ai Carabinieri, alla Guardia Costiera, ai Vigili del Fuoco, all'Aeronautica e alla Guardia di Finanza. Anche loro, effettivamente, meritevoli nella gestione di quella "emergenza". Ormai le medaglie sono andate, conferite e raccolte in qualche bacheca. Ma non significa che l'Italia abbia esaurito il suo ruolo e i suoi compiti, mettendosi a posto la coscienza, lavandola con un nastrino tricolore e un pezzettino di metallo pregiato.
Oslo è lontana e non fa neanche parte dell'Unione Europea. Quella stessa Ue che ha preferito coltivare una strana politica estera e dare soldi alle Fiji, alle Samoa o a Barbados. Dimenticando magari altre isolette meno esotiche.

martedì 11 giugno 2013

La découverte de l'eau chaude

Qualcuno dica per favore al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di stare attento quando va in vacanza. Ogni anno, ogni estate, il capo dello Stato e donna Clio se ne vanno a Stromboli, nelle isole Eolie. E io, giustamente, li invidio. Però qualche giorno fa scopro che il quotidiano francese Libération stila un elenco di spiagge da evitare assolutamente. «Non tutte le spiagge rispondono al cliché delle cartoline», e fin qui siamo d'accordo. Ma nel loro «giro del mondo dei posti che non vi raccomandiamo», i colleghi francesi ci informano che, tra litorali infestati da meduse velenose, isole stra-popolate di uccelli marini e spiagge sorvolate a bassissima quota da Boeing in atterraggio, anche Stromboli merita di essere segnalata tra «le più improbabili».
Pourquoi? Per le lingue di fuoco del vulcano, quelle della Sciara, che quando raggiungono il mare portano la temperatura dell'acqua a 90 gradi. Beh, mi sembra un motivo inappuntabile. Mi chiedo solo perché l'unica spiaggia italiana da evitare sia proprio quella di Stromboli, la cui unica colpa è essere uno dei vulcani attivi più importanti al mondo (non a caso geologi e vulcanologi hanno classificato a livello internazionale la "fase stromboliana" per descrivere l'attività eruttiva esplosiva di media intensità con lancio di lapilli e ceneri).
Immediatamente penso a tutti i litorali cementificati, a quelli inquinati, agli scarichi industriali, alle mucillagini e ad altre amenità che caratterizzano molti chilometri di coste italiane.
La guida di Libération non ha sicuramente la pretesa di essere "scientifica" e riconosco anche una certa ironia in alcune descrizioni. Mi lascia solo perplesso, ripeto, che ci sia Stromboli. Non per puro campanilismo siculo. Certe colate laviche in Islanda o alle Hawaii possono essere pure più pericolose, temo.
L'ultima eruzione tragica dello Stromboli è quella del 1930: 5 morti e decine di feriti. Pare che allora, come già nel 1919, le esplosioni furono causate da infiltrazioni di acqua marina nel camino vulcanico (al contrario di quanto avvertono da Libé, fu l'acqua a entrare in contatto con il magma e non viceversa!, ndr).
Il monito di Libération è rivolto, ça va sans dire, al turista che, intelligente e avveduto, vuole scegliere con oculatezza la spiaggia ideale per le sue vacanze. Dubito infatti che dalla Francia si siano preoccupati dei disservizi e dei disagi con cui hanno a che fare quelli che a Stromboli ci vivono. Immagino che sull'isola, in particolare nel piccolo borgo di Ginostra, siano disposti a barattare un po' di acqua rovente con meno problemi logistici quotidiani, tipo le difficoltà nei collegamenti marittimi, la sospensione di certi servizi (postali, medici e idrici, per esempio), persino le messe razionate perché la chiesa è ancora da restaurare. O, per restare a Ginostra, gli impianti elettrici vecchi che costringono i pochi residenti a continui blackout. E così qualche settimana fa alcuni ginostrani si sono rivolti addirittura alla cancelliera tedesca Angela Merkel, pregandola di portare all'Unione Europea le istanze del borgo. No, amici francesi, non è un sussulto estremo di europeismo, è che a Ginostra il 20% degli abitanti (10 su 50) è tedesco, di quei nordici che a Stromboli sono arrivati nonostante l'acqua calda. Sempre lì, a Ginostra, fino all'autunno scorso, il problema era la mancanza di una sezione elettorale per i 37 elettori del borgo, che solo dalle politiche 2013 hanno potuto votare senza doversi spostare in barca da un'altra parte dell'isola.
Stiamo parlando comunque dell'isola che fece da sfondo a uno dei classici del neorealismo italiano, Stromboli terra di Dio, di Roberto Rossellini con Ingrid Bergman (1950). A quel tempo, al massimo, la temperatura molto alta che avrebbe sconsigliato di fare un giro da quelle parti era dovuta piuttosto alla guerra tra la Bergman e Anna Magnani che si fece soffiare dalla diva svedese l'uomo (Rossellini appunto) e il ruolo di protagonista e per ripicca montò a Lipari la produzione di Vulcano di William Dieterle... ("guerra" che fece ri-scoprire le Eolie come mèta turistica, en passant)
Se poi a Libération non sono cinefili e preferiscono la letteratura, ricordiamo che già nel 1864 il loro connazionale Jules Verne ambientò a Stromboli la conclusione di Viaggio al centro della terra.
Un po' di rispetto, colleghi transalpini. Sapete come lo chiamano i suoi abitanti, lo Stromboli? Iddu, Lui. E pazienza se erutta e l'acqua si fa troppo calda ogni tanto. Come direbbe lo zio di Johnny Stecchino, «iè la natura».

sabato 27 ottobre 2012

(L')Ora e sempre Spampinato

Quarant'anni fa veniva ammazzato Giovanni Spampinato, giovane giornalista di Ragusa. Una storia di mafia, di trame segrete, di traffici illeciti svelati da un cronista caparbio. «Una storia emblematica, al pari di quelle di Peppino Impastato e Giancarlo Siani», mi ha detto Carlo Ruta, in un'intervista pubblicata su Affaritaliani. Eppure pochi conoscono la vicenda di Spampinato. Che invece merita di essere ricordata. Perché dimostra che la mafia c'è stata (e c'è) anche a Ragusa. Perché Giovanni è uno dei nove giornalisti uccisi dalle mafie in Italia. Perché mafia vuol dire anche intrecci tra poteri, istituzionali, informali e occulti. Perché fare giornalismo d'inchiesta in un certo modo significa disturbare connivenze e complicità, dare fastidio a chi si crede intoccabile.
Mi ha sempre colpito che a Giovanni Spampinato, morto qualche settimana prima di compiere 26 anni, il tesserino da pubblicista sia arrivato postumo. Era stato lasciato solo.
Perché ricordarlo? Perché non succeda più che quando si entra in una libreria e si chiede il libro di Alberto Spampinato, quirinalista dell'Ansa (C'erano bei cani ma molto seri. Storia di mio fratello Giovanni ucciso per aver scritto troppo), rispondano «Spampinato il cantante (Vincenzo, cantautore catanese, ndr)? Ma è un romanzo?».

Ecco il pezzo pubblicato su Affaritaliani, con l'intervista in cui Carlo Ruta ripercorre la storia di Giovanni Spampinato.

«Qui ci sono i fili dell’alta tensione, chi li tocca muore. E Giovanni aveva toccato quei fili». Giovanni è Spampinato e i fili mortali sono le trame, gli intrecci e le connivenze tra poteri occulti e istituzioni che il giovane giornalista de L’Ora aveva scoperto prima di morire, ucciso il 27 ottobre di 40 anni fa a Ragusa. A parlare è Carlo Ruta, giornalista, blogger e saggista, che ricorda la figura di Spampinato, morto poche settimane prima del suo 26esimo compleanno. Ruta si è occupato della vicenda soprattutto tra il 2002 e il 2005, nel 2008 ha pubblicato Segreto di mafia. Il delitto Spampinato e i coni d’ombra di Cosa Nostra. Il suo interesse gli è costato decine di querele, quasi tutte vinte, più l’assurda condanna per stampa clandestina, ora annullata dalla Cassazione, che comunque l’ha costretto a chiudere il suo blog di informazione Accade in Sicilia. Una storia complessa, quella di Spampinato, un caso a lungo sconosciuto in Italia, di cui ancora si parla poco. «Eppure è una storia emblematica, al pari di quelle di Peppino Impastato e Giancarlo Siani». 

Chi era Giovanni Spampinato?
«Era una persona molto colta, un laureando in filosofia. Non era un giornalista d’assalto e velleitario, come lo hanno voluto descrivere alcuni, non voleva fare gli scoop a tutti i costi. Era una bravissima persona, senza quei grilli per la testa di cui parlano i giornali “moderati”».
In che senso giornali moderati”?
«La stampa in Sicilia ha un orientamento moderato, in alcuni casi quasi reazionario. E parte di quell’opinione pubblica non si è mai affezionata all’idea che il delitto Spampinato sia mafioso, ma tende a registrare il fatto come una storia privata, viene fatto passare come una reazione sconsiderata dell’uccisore».
Come andarono allora le cose? Qual è la storia di Giovanni Spampinato e della sua morte?
«Spampinato fu ucciso il 27 ottobre 1972 da Roberto Campria, figlio dell’allora presidente del Tribunale di Ragusa. Probabilmente Campria era coinvolto in traffici di oggetti d’arte e reperti archeologici. Giovanni indagava anche su questo e sulla morte di un complice di Campria, l’imprenditore Angelo Tumino».
Perché è considerato un delitto di mafia?
«Il fatto è che quell’area, il sudest siciliano, è il paradiso fiscale della mafia, qui ci sono i fili dell’alta tensione e chi li tocca muore. Spampinato aveva provato a svelare quei traffici, il contrabbando di armi e di sigarette, il mercato illegale dell’arte e gli intrecci tra l’eversione nera, i colonnelli greci e la criminalità mafiosa. Ma di quelle cose non si doveva parlare e dunque Giovanni era una spina nel fianco».
Alberto Spampinato, fratello di Giovanni, dopo che nel 2007 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferì il premio Saint Vincent” alla memoria, aveva scritto che quelle trame occulte e quelle connivenze effettivamente erano mafiose.
«Infatti Giovanni Spampinato aveva fatto molte inchieste su quelle illegalità diffuse, sul terrorismo di estrema destra, sulla mafia, sui traffici. Forse il delitto non è di quelli mafiosi “classici”, ma è il contesto, di impunità e complicità a vari livelli, a essere mafioso».
In cosa consistevano queste complicità?
«In sede giudiziaria non furono presi in considerazione alcuni testimoni che avrebbero svelato che quella notte, sul luogo del delitto, non c’era solo Campria. Non si tratta ormai di arrivare alla verità giudiziaria, ma perlomeno a quella storica. Io ho parlato di omissioni nell’inchiesta e per questo c’è stato un accanimento: presentavano tre querele in tre tribunali sullo stesso articolo, più una quarta civile. La rimozione della vicenda Spampinato è partita subito, appena dopo il processo a Campria, che peraltro, tra sconti vari e semi-infermità, ha fatto 5-6 anni di carcere. E parliamo degli anni in cui il carcere di Ragusa era soprannominato “Hotel Bristol”. Non è un caso se molti boss mafiosi premevano per farsi portare lì».
La provincia di Ragusa è stata sempre considerata babba, senza mafia. Ma la storia di Spampinato sembrerebbe smentire questa convinzione.
«La mafia non è solo quella militare, che pure qui c’è stata. Io temevo la mafia, ma non conoscevo i metodi e l’aggressività dei poteri forti. Tutti si sentono intimiditi e ricattati, e questo è tipico di un contesto mafioso».
Che cosa significa oggi ricordare Giovanni Spampinato?
«Io ho cominciato a occuparmi della sua storia dieci anni fa, nel trentennale della morte, grazie agli articoli che aveva raccolto Etrio Fidora, ex direttore de L’Ora. C’era questo senso evidente di rimozione, non se ne doveva parlare. Qui siamo nel “cono d’ombra” di Cosa Nostra, dove tutto deve restare nascosto, segreto, coperto. Tra Vittoria e Gela ci sono state stragi di mafia persino più pesanti che a Palermo: nonostante questo, bisogna rimuovere completamente. Ancora oggi, come ai tempi di Giovanni, chi fa inchieste e analisi di un certo profilo, tocca quei pericolosi fili dell’alta tensione. E la vicenda della sala stampa del comune di Ragusa, inaugurata nel 1995 e intitolata a Giovanni, ma chiusa per lungo tempo e riaperta pochi mesi fa, dimostra che la memoria di Spampinato è pesante e dà ancora fastidio».

domenica 26 giugno 2011

Ustica: i resti sono venuti a galla. Ma la verità?

Il 27 giugno è il trentunesimo anniversario della strage di Ustica. C'è una parola che sento ripetere da decenni: verità. La parola che meno si adatta a questa storia, in verità. Nessuno ha davvero interesse a che si sappia la verità su Ustica e su tutte le altre stragi di quegli anni. Il Presidente della Repubblica diceva l'anno scorso, prima del trentennale, che a Ustica ci furono "opacità da parte di corpi dello Stato, intenti eversivi, forse anche intrighi internazionali". Anche Napolitano sa che gli intrighi internazionali ci furono, altrimenti non staremmo ancora qui a parlarne e a invocare la fine dei segreti di stato e dei silenzi e depistaggi, politici e militari.
Per tutta la sua vita il picconatore Cossiga - pace all'anima sua - si è divertito a cambiare idea e opinione sulle responsabilità della strage, negando prima l'azione militare come causa dell'esplosione del DC-9 Itavia in viaggio da Bologna a Palermo, finendo poi per accogliere l'ipotesi del missile francese. C'era di mezzo Gheddafi, si è sempre detto. Non è cambiato granché, Gheddafi è ancora (di nuovo...) il nemico, cui Italia, Francia, Stati Uniti, la Nato insomma, hanno dichiarato guerra. E ora la Nato dovrà decidere se accogliere la richiesta di rogatoria della Procura di Roma sull'identificazione di quattro aerei militari nei cieli italiani e siciliani. Cieli sempre molto affollati.
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Storia complessa, dunque. Andrea Purgatori, sul Corriere della Sera, spiega i potenziali sviluppi e le difficoltà di una svolta che potrebbe essere decisiva. Mentre però il solito Carlo Giovanardi insiste sulla tesi della bomba a bordo. E l'Aeronautica respinge le accuse di depistaggio a tal punto da far cambiare, per insistenza del generale Lamberto Bertolucci (capo di stato maggiore all'epoca della strage), il depliant informativo del Museo per la memoria di Ustica, a Bologna.
Scoperchiare il vaso delle responsabilità e dei segreti rischia di restare un tentativo vano, un impegno sulla carta. Di certo c'è solo che gli 81 morti (un quinto minorenni) sono considerati vittime del terrorismo. A leggere l'elenco, spiccano cognomi ripetuti: famiglie distrutte dal terrorismo, che sia militare, "comune" o di Stato. Famiglie distrutte dal terrorismo, come 46 giorni dopo, alla stazione di Bologna.