Visualizzazione post con etichetta tribunale. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta tribunale. Mostra tutti i post

giovedì 26 maggio 2011

Siamo tutti clandestini

Oggi è stata resa nota la sentenza della Corte d'Appello di Catania che ha condannato Carlo Ruta per stampa clandestina. La storia risale al 2004, quando il procuratore di Ragusa Agostino Fera lo denunciò per ciò che aveva scritto sul suo blog. Un blog, non un giornale. La sentenza del 2008 era assurda: il tribunale di Modica equiparava un blog a un giornale cartaceo quotidiano. Quindi per poter scrivere le sue inchieste sul caso Spampinato, Carlo Ruta avrebbe dovuto registrare il blog come testata in tribunale. Eppure il blog non era aggiornato periodicamente, requisito fondamentale di una testata registrata. Ora la conferma della condanna in appello rischia di fare giurisprudenza: pubblicare un blog può essere considerato stampa clandestina. E questo è il primo caso che viene punito un reato previsto nel 1948.
Segnalo qui l'articolo che ho scritto per La Sestina, quotidiano online della Scuola di Giornalismo "Walter Tobagi" di Milano. Aggiungo con un pizzico di orgoglio (professionale) che questa è la prima intervista rilasciata da Carlo Ruta dopo la condanna in appello.

La legge stampa risale al 1948, quando ancora c’erano solo giornali e radio. Prevedeva – e prevede tuttora – il reato di stampa clandestina, mai riconosciuto prima del 2008. In quell’anno, il giornalista, storico e blogger siciliano Carlo Ruta è stato condannato dal Tribunale di Modica per aver pubblicato sul suo blog documentazioni sul caso di Giovanni Spampinato, giornalista ucciso dalla mafia a Ragusa nel 1972.
Il procuratore di Ragusa Agostino Fera aveva denunciato Ruta perché si riteneva danneggiato dall’attività di accadeinsicilia.it, sito ormai inesistente. La sentenza di primo grado, che aveva suscitato polemiche e proteste nel mondo politico e sul web, equiparava un blog a un giornale cartaceo quotidiano, che dunque doveva essere registrato presso il tribunale. In realtà il sito di Carlo Ruta non era aggiornato con regolarità periodica. Il 2 maggio scorso la Corte d’Appello di Catania ha confermato la sentenza di primo grado, ma la notizia è stata diffusa solo oggi, giovedì 26 maggio. Un giudizio di merito che fa giurisprudenza.
«È una sentenza liberticida che non colpisce solo me personalmente, riguarda tutto il web che vuole fare informazione in un certo modo», dice Carlo Ruta. Il reato è ormai andato in prescrizione ma Ruta annuncia il ricorso in Cassazione: «Si tratta di una questione di interesse generale, per la quale chiederemo alla Suprema Corte un giudizio di legittimità». Il giornalista vede nella condanna in appello un “intento intimidatorio” contro la libertà di stampa e informazione. «Casi di chiusura di siti web d’informazione sono successi solo in Cina, Birmania e a Cuba», ricorda Ruta. «Questa è una decisione unica a livello europeo. In Italia non esiste un singolo caso di applicazione del reato di stampa clandestina, neanche sul cartaceo». Altrimenti, sottolinea il giornalista, sarebbero a rischio centinaia di pubblicazioni, addirittura i bollettini parrocchiali.

martedì 22 marzo 2011

La fitta Cassazione dell'ingiuria

Ora provate a dare del "mafioso" a un siciliano. Provateci. Vedrete cosa vi si scatenerà contro. E non è una minaccia mafiosa. Quando l'offesa e l'ingiuria si basano sugli stereotipi più scontati e datati... beh, almeno un po' di fantasia, suvvia. Dire a un siciliano "sei un mafioso" per offenderlo, è come dare del camorrista a un campano, 'ndranghetista a un calabrese, sequestratore a un sardo. Sto estremizzando, è un paradosso, spero si capisca. Se uno prova a darmi del mafioso, me la prendo molto seriamente, beninteso. Ma ora è arrivata una chiara sentenza della Cassazione a togliere ogni dubbio. Lo so, di sentenze strane e curiose la Suprema Corte ne ha offerte tante negli ultimi anni. Però questa volta si è superata, nel senso buono. Offendere qualcuno dandogli del "mafioso" costituisce reato di ingiuria.
Andiamo con ordine. Il fatto risale al 2006, quando una signora di Pistoia offese i suoi vicini, originari di Palermo, con i quali aveva da anni una causa civile per un appezzamento di terreno. La donna, incontrando la vicina e il marito, disse davanti ad altre persone: «Delinquenti, lei e suo marito. Sono solo dei mafiosi». Apriti cielo. La coppia si sente denigrata, perché l'offesa nasce solo da un pregiudizio "etnico" (il virgolettato è mio e si prega di rafforzarlo in lettura, ndr). Insomma, ha detto così solo perché sono siciliani. Siciliani onesti e incensurati, ricordano giustamente i legali della coppia. La donna, denunciata ai carabinieri, viene condannata per ingiuria e diffamazione dal giudice di pace e dal tribunale di Pistoia. La signora presenta ricorso ma la Cassazione lo rigetta, conferma le sentenze precedenti e afferma il principio che quell'insulto costituisce reato di ingiuria (o diffamazione, quando la parola è pronunciata davanti ad altre persone).
Al Palazzaccio di Roma non hanno avuto dubbi. Mafioso sarà lei.

mercoledì 29 dicembre 2010

Chista è 'a zita

«Papà è andato via di casa oggi / Ha detto che non sarebbe mai più tornato / Non sarebbe mai stato la seconda scelta di nessuno / Solo perché mamma ha un'amica particolare»

Nicosia, provincia di Enna, non la capitale di Cipro: il locale tribunale prende una decisione che potrebbe costituire un precedente importante nell'affidamento dei figli di coppie separate. Tutto nasce dal ricorso di un uomo di un paesino dell'ennese, che chiedeva l'affidamento esclusivo dei figli piccoli, perché la moglie avrebbe una relazione extraconiugale... con un'altra donna.
Il ricorso è stato respinto, la motivazione del marito è irrilevante: l'omosessualità della signora - "laddove non comporti pregiudizio per la prole" - non costituisce dunque ostacolo all'affido condiviso, i bambini potranno stare anche in casa da lei. Contano i comportamenti in concreto, non l'orientamento sessuale.
Il giudice Alessandro Dagnino ha comunque sottolineato che l'atteggiamento del marito tradito non va inteso come discriminatorio nei confronti della (ex) moglie, anzi in questa fase è "umanamente comprensibile per il disagio conseguente al fallimento dell'unione matrimoniale, tenuto conto del contesto sociale di un piccolo centro".
L'ordinanza sembra progressista, in un certo senso, ma io mi chiedo: e se la donna avesse avuto un amante, anziché un'amante?
«Ma la mamma adesso ha una ragazza, caro mio»
P.S. Per i non bilingue o comunque per i nati a nord dello Stretto, la zita è la fidanzata, la promessa sposa. Questa è la fidanzata, chi la vuole se la sposi. Se ti va bene è così, sennò niente.