Visualizzazione post con etichetta Catania. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Catania. Mostra tutti i post

mercoledì 19 luglio 2017

Si fa presto a dire extracomunitari

Il 15 agosto 1474, nella mia Modica, ancora prima che gli Ebrei venissero ufficialmente cacciati dall'Europa cristiana, si verificò uno dei più gravi eccidi di ebrei della storia. Aizzati da un predicatore cattolico piuttosto invasato, i modicani di allora si mostrarono ferocemente antisemiti, massacrando almeno 360 ebrei. "Almeno": dunque verosimilmente furono molti di più... Poi arrivò appunto il 1492 e per gli ebrei non ci fu più spazio comunque.
La Menorah disegnata sul torrione di Castello Ursino, a Catania
In Sicilia non esiste più in pratica una comunità ebraica da allora, anche senza tragedie come quella di Modica. Sono passati oltre 500 anni (mezzo millennio suona anche meglio...) e nell'Isola alcuni gruppi ebraici hanno ottenuto dalle autorità cattoliche di poter convertire vecchie chiese in sinagoghe (a Palermo, per esempio). Ma la notizia è che adesso a Catania starebbe rinascendo una comunità ebraica, la prima nell'Italia meridionale dai tempi del bando di re Ferdinando e regina Isabella. "Starebbe", attenzione. Dietro l'operazione, pubblicizzata da comunicati stampa entusiastici, sembra esserci un gruppo di conservatori americani; a guidare l'aspirante comunità un avvocato catanese convertito, Baruch Triolo, che ha ottenuto dal Comune la concessione di un piano dell'International Institute for Jewish Culture. Solo che un rabbino ancora non c'è... E, soprattutto, l'operazione che tanto piace ad ambienti neo-con americani e ha trovato prevedibilmente spazio sulla stampa siciliana, al contrario è stata subito stoppata nientemeno che dalla Ucei, l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. La presidente Noemi Di Segni ha chiarito che non ci si può unilateralmente proclamare "comunità ebraica": questa può costituirsi solo sulla base dell'intesa firmata trent'anni fa dall'Ucei e dallo Stato italiano. Un soggetto privato, anche se è un'associazione che si interessa di ebraismo, non può ottenere concessioni di beni pubblici presentandosi come "comunità" senza aver interpellato i referenti istituzionali, l'Ucei e la Comunità ebraica di Napoli.
Tanti giornali hanno amplificato la notizia della costituenda comunità  ("annunci irresponsabilmente diffusi", attacca l'Ucei), mentre la dura presa di posizione di Noemi Di Segni è stata ignorata. Ricordo che nel 2010 Stefano Di Mauro, alias Isaac Ben Avraham, siculo-americano convertito ortodosso a Miami (anche Triolo è diventato ebreo lì), fece la stessa cosa a Siracusa. Ricreata una "comunità" ebraica dopo i famosi 500 anni. Ma il tutto extra-Ucei, nel novero di una non ufficiale Federazione degli ebrei del Mediterraneo. Sul sito di quest'associazione ci sono Siracusa, Taormina e, casualmente, Catania. La pagina sul capoluogo etneo risulta "in costruzione".

mercoledì 15 aprile 2015

A19. Colpita e affondata

Risale a molti anni fa l'ultima volta che ho percorso la A19, l'autostrada che collega Palermo e Catania, dunque potrei avere dei ricordi appannati e inesatti, ma per quel che mi riguarda l'ho sempre considerata una strada decisamente inadeguata. E sono sempre stato convinto che non costituisse quell'asse strategico che ci si potrebbe immaginare. Poco trafficata, pochissimo curata, quasi priva di servizi (soprattutto in direzione Catania-Palermo), una lunga sequela di bassi viadotti e piloni a cavallo di letti perlopiù asciutti di fiumi in un paesaggio siciliano da stereotipo, svincoli praticamente nel nulla. Insomma, una strada alla quale difficilmente si potrebbe dare il titolo di "autostrada". Ma tant'è, assomiglia alla vecchia A3 (anche se, paradossalmente, checché se ne dica, la Salerno-Reggio è migliorata: ciò non toglie che sia nuovamente bloccata per il crollo, tragico e mortale, di un viadotto...).
Proprio il crollo di un viadotto, l'Himera, vicino a Scillato nel Palermitano, ha fatto scoprire più o meno l'esistenza di quell'autostrada nata male. Quei trecento metri di strada travolta da una frana hanno portato la A19 sotto i riflettori. E si è parlato di "Sicilia divisa in due". Io ho parecchi dubbi. Dubbi, non certezze. Sensazioni, non prove. Però, percorrendo più spesso la A18 (Messina-Catania-Siracusa, prossimamente estesa fino a Gela) e la A20 (Messina-Palermo), ho un'idea mia della differenza tra le tre principali arterie autostradali della Sicilia. Rispetto alle altre due, la A19 non ha pedaggio, è gratis (e questa è spesso la scusa per lasciare le infrastrutture semi-abbandonate...), e non è gestita dal Consorzio per le Autostrade Siciliane, il Cas, bensì dall'Anas. Proprio come la famigerata autostrada dall'altra parte dello Stretto. E infatti se ne sta parlando per gli scandali legati alle gestioni dell'Anas di Pietro Ciucci, lo stesso uomo che Berlusconi volle alla guida della società Stretto di Messina Spa. I piloni di Scillato sono il pretesto. Ciucci si dimetterà ma non ne uscirà con le ossa rotte.
Di rotto c'è invece molto in Sicilia, proprio su quell'asse Palermo-Catania. Perché quello che fa amaramente sorridere, rispetto agli allarmi sulla "Sicilia divisa in due", è che per l'Isola questa situazione contingente è solo un peggioramento di una realtà già consolidata. Le truffe, pubbliche e private, sulle costruzioni e le infrastrutture tutto sono tranne che nuove. I crolli idem. Le frane e gli smottamenti, figurarsi. Ci vorranno, pare, due anni per ricostruire tutto il ponte crollato a Scillato, e tre mesi almeno per la bretella d'emergenza. Per costi milionari. Dunque, nel frattempo, si ipotizzano altri modi per ripristinare minimi collegamenti tra i due capoluoghi.
Il sindaco di Catania, Enzo Bianco, e la società di gestione dell'aeroporto di Palermo, Gesap, hanno fatto appello alle compagnie aeree per istituire "al volo" collegamenti tra Punta Raisi e Fontanarossa. Interessante che il primo interlocutore preso in considerazione sia stato Ryanair. Soluzioni low cost? Eppure ora anche Alitalia si è detta disponibile. Negli anni '60-'70, per la cronaca, con l'autostrada ancora in costruzione, Palermo e Catania erano unite dai Fokker turboelica dell'Itavia (antenata della compagnia di bandiera): il volo durava mezzora.
E queste sono le "fantasie". Finiamo con la cruda realtà, che cancella le ipocrisie. Qualcosa di concreto è stato fatto: un treno in più PA-CT (orario: 17.29-20.30) e un altro CT-PA (orario: 5.28-8.39). Un intervento di emergenza che ha a malapena raddoppiato i servizi – diretti – precedenti. Sì, perché in ogni caso, prima del crollo di Scillato, c'era un solo treno da Palermo a Catania (orario: 6.33-9.51) e uno da Catania a Palermo (orario: 15.21-18.40). Adesso sono due e due... Come due sono le considerazioni, a uso e consumo delle prefiche della "Sicilia divisa in due": ci vogliono più di tre ore sui 240 chilometri della linea, elettrificata dagli anni Novanta; i treni non diretti, con cambio a Messina, ci mettono 5 (cinque) ore e 20 (venti) minuti. Se questi sono i treni, peccato che non c'è un traghetto...

domenica 12 aprile 2015

Esattori di volo

"Al mondo di sicuro ci sono solo la morte e le tasse", diceva Benjamin Franklin. In Italia è un po' diverso: sicuramente ci sono le tasse, ma non si sa mai quali... Così, mentre una certa propaganda governativa, para-governativa, filo-governativa, racconta di una manovra finanziaria senza tasse, in realtà si scopre che il Def 2015 potrebbe prevedere l'introduzione di una nuova tassa di transito negli aeroporti e nei porti (a carico dei passeggeri non residenti, fino a 4 euro per andata e ritorno) per coprire i tagli – quelli sì sicuri – del governo ai Comuni.
Il discorso, pare graditissimo al sindaco di Roma Ignazio Marino, si applicherebbe nei territori delle nuove città metropolitane. Sulla carta (costituzionale) sarebbero dieci, tutte nelle regioni ordinarie. Ma ce ne dovrebbero essere anche tre nella mia Sicilia, stando alle ultime mosse legislative della Regione. Palermo, Catania e Messina, dunque. Prima, in teoria, ciascuna città metropolitana sicula coincideva solo con il territorio comunale dei rispettivi capoluoghi, mentre le recenti modifiche hanno fatto sì che si sovrapporranno completamente "metropoli" e vecchie province. Così, la nuova Sicilia non avrà più nove province, bensì – probabilmente – sei liberi consorzi di Comuni e tre città metropolitane. Il paradosso, per esempio, è che alcuni comuni (non catanesi) avevano scelto di aderire al libero consorzio di Catania anziché alla città metropolitana etnea – nella sua forma originaria, mentre adesso sembrano costretti a farsi inglobare nella macro-area.
La tassa di cui si vocifera dunque riguarderebbe anche scali aerei e marittimi delle tre metropoli siciliane. Aeroporto di Palermo (Punta Raisi), aeroporto di Catania (Fontanarossa), porto di Palermo, porto di Catania e porto di Messina. Quello che mi sembra curioso e che potrebbe portare ai soliti paradossi siculo-italiani, è che l'aeroporto di Palermo ricade tecnicamente nel territorio comunale di Cinisi (il paese di Peppino Impastato) e solo grazie alle recenti modifiche di legge è ufficialmente "palermitano". Così come, e qui andiamo proprio su terreni ancora più scivolosi e singolari, sarebbe interessante capire se realmente Reggio Calabria e Messina hanno intenzione di proseguire sulla strada, ipotizzata già da qualche anno, di integrarsi in un'unica città metropolitana a cavallo dello Stretto. In quel caso, immagino che un messinese che sbarca all'aeroporto dello Stretto (sic) di Reggio non la paga la tassa sui viaggiatori, no?
Insomma, la solita situazione indefinita all'italiana – o alla siciliana. Mi aspetto a questo punto un ulteriore boom dei collegamenti delle compagnie low cost verso gli scali di Trapani (Birgi: in parte la pista ricade in territorio di Marsala, per la cronaca) e di Comiso. Il governo potrebbe chiamarla "tassa Ryanair". D'altra parte, anche i gufi volano.

lunedì 11 agosto 2014

Very normal populism

Per chi non lo sapesse, RTL vuol dire in origine Radio Trasmissioni Lombarde. Non ho mai sopportato questa emittente, e non per il significato etimologico del suo nome. Ho vissuto due anni a Milano e ho imparato ad apprezzarne gli aspetti positivi più che dileggiarne i tanti negativi (parlo della città). Quindi l'antipatia per RTL non c'entra nulla con il fatto che è milanese, figurarsi. Il modello hit radio, quello per cui vengono trasmessi, così dicono loro, solo i grandi successi, non mi è mai piaciuto. Perché se una canzone è un successo o meno lo decidono in sostanza i discografici, mica l'emittente radiofonica. Ma quello che detesto maggiormente è il "parlato". Apprezzo le radio che passano musica, preferibilmente buona, di qualità, stimolante, interessante, e non quelle in cui si fa della gran chiacchiera. RTL, per come la vedo (cioè, sento) io, è proprio agli antipodi. So che invece in molti la apprezzano. Senza impegno. Risulta la prima radio privata per ascolti. Vado dal barbiere e c'è RTL (magari nella sua versione televisiva), salgo su un pullman e si celebrano via radio le very normal people.
Ecco, ero giusto sull'autobus tra Catania e Modica, nel weekend passato al volo dalle mie parti, quando sento che dalle casse risuonano le voci di quella radio. E anche la mia vicina di posto mi sembrava ascoltasse la stessa emittente. Avrei potuto tranquillamente estraniarmi, ma a un certo punto una frase cattura il mio fastidio. "Siamo da pochi giorni qui in Sicilia e abbiamo visto così tante città in poco tempo, ché ci sembrano tutte uguali". La frase non è testuale, anche perché credo che non avrebbero mai accentato il "che"... Comunque il senso è quello. I chiacchieroni di RTL si trovano in questi giorni a Baia Samuele, un villaggio turistico di Sampieri, borgo marinaro di Scicli, quindi pienamente dalle mie parti. Ammetto che quella frase mi ha fatto sbollire una gran rabbia, oltre a confermare i miei pregiudizi pregressi. Sì, perché dopo queste parole gli speaker in questione dicono di ricordare solo Noto. Luogo comune.
Noto è bella, per carità, ma non ho difficoltà a dire che Ragusa Ibla è meglio. Per non dire di Scicli, che quei chiacchieroni ospiterà fino a fine mese. Non parlo di Modica per evitare di scadere in banalità campanilistiche.
Tutto questo per dire che non sopporto l'atteggiamento di sufficienza di chi magari conosce tutti i nomi degli atolli delle Maldive ma poi butta in un grande e indistinto calderone una delle terre più varie e affascinanti che ci siano al mondo.
Ho deciso di sfogarmi questa mattina dopo aver letto, sulla rivista di bordo del mio volo Meridiana che mi ha riportato a Bologna, alcune parole di Ornella Laneri, presidente di Confindustria Sicilia per il settore alberghi e turismo. La dottoressa Laneri, Mrs Sheraton Catania, ricordava che – al netto delle indubbie carenze dell'industria turistica, infrastrutturali e promozionali – la Sicilia vanta sei siti Unesco (su 50 totali dell'Italia), per un totale di 44 comuni dell'Isola che hanno almeno un monumento riconosciuto nella lista del patrimonio dell'Umanità. Quindi, il 12% dei siti Unesco italiani si trova in Trinacria (per la cronaca, e anche per presa conoscenza dei signori di RTL: Agrigento, Piazza Armerina, le isole Eolie, IL Val di Noto, Siracusa e Pantalica, l'Etna). Inoltre, più dell'11% dei comuni dell'Isola, in sei province su nove, ha almeno un monumento molto "meritevole".
Tutto qua. Templi greci, mosaici romani, un arcipelago vulcanico, architettura tardobarocca, necropoli neolitiche, il vulcano attivo più grande d'Europa. Eh sì, "sembrano tutte uguali"...
Ma va', meglio che mandate la pubblicità. Tanto non si nota la differenza.

mercoledì 2 aprile 2014

Te la do io la Sicilia

Non era un pesce d'aprile. Non scherzava, nonostante la sua professione, in origine, dovrebbe essere quella di far ridere. Insomma era tutto vero: ieri Beppe Grillo ha iniziato il suo tour teatrale a Catania. Al teatro Metropolitan (dove io vidi un concerto di Elio e le Storie Tese, a proposito di analisti seri della realtà italiana...; ma in origine lo spettacolo era previsto nel più capiente PalaCatania, dove invece vidi per la prima volta Francesco Guccini), con biglietti da 20 euro in su. Tutto esaurito.
Da quando l'ex-di-nuovo-comico aveva annunciato questa sua nuova tournée, casualmente chiamata "Te la do io l'Europa", mi aveva incuriosito che avesse scelto proprio la Sicilia per la prima data. Diciamo che ha un particolare rapporto con la mia terra, non solo per averla raggiunta a nuoto. Non ricordo, nella pur roboante antologia grillesca da campagna elettorale, toni così sarcastici e cattivi come quelli utilizzati spesso dal leader del Movimento 5 Stelle nei confronti della Sicilia e dei siciliani. Quando fece campagna per le Regionali del 2012, la sua battuta fu «trovare 80 incensurati da candidare da queste parti è stato molto difficile». Bah. Ieri durante lo spettacolo anti-euro, anti-Renzi, anti-banche, anti-tutto, ha detto pure che avrebbe meritato una platea di 35mila persone, non solo un teatro pieno, per tutto quello che ha fatto per la Sicilia. Bah. E poi, tanto per restare al tema della serata e della tournée primaverile, «cos'è l'Europa? Voi siete in Sicilia, avete già i vostri problemi». Grazie per l'informazione, direi.
In Sicilia Beppe Grillo ha un grandissimo seguito, e parlo soprattutto del versante politico. Già nel 2008, quando il MoVimento era di là a venire, l'agglomerato di liste civiche riunite sotto l'insegna Amici di Beppe Grillo candidava Sonia Alfano alla presidenza della Regione: prese il 2,44%. Ora invece in Sicilia è davvero il primo partito. Beppe, o Peppe che dir si voglia, avrà pure avuto difficoltà a trovare gli incensurati da mettere in lista, però nel 2012 il M5S riuscì a farne eleggere 15 all'Ars, il parlamentino regionale siciliano. Uno se ne è andato, o meglio è stato espulso (per questione di soldi): Antonio Venturino, vicepresidente dell'Assemblea e oggi esponente del Psi di Riccardo Nencini.
Peppe è la nostra bandiera (Dagospia)
In Parlamento, sono 13 i deputati grillini (compreso il presidente del gruppo Riccardo Nuti, quello che si candidò a sindaco di Palermo aggiungendo al suo nome "detto Grillo"...) e 4 i senatori, dopo aver cacciato i "dissidenti" Fabrizio Bocchino e Francesco Campanella: alla Camera il M5S è il primo partito siciliano (34,5% nel collegio 1, quello occidentale, e 32,7% nel 2, cioè la Sicilia orientale), a Palazzo Madama, con il 29,5%, arriva solo dopo l'allora corazzata berlusconiana. Ma tra dissidenti, critici e gente che ogni tanto scuote il capo e smentisce il capo, la Sicilia ha dato anche dispiaceri a Grillo, a cominciare da quei senatori che onestamente non ne volevano sapere di bloccare l'elezione di Pietro Grasso alla presidenza di Palazzo Madama: Renato Schifani proprio non l'avrebbero potuto digerire... (né giustificarlo ai loro elettori). Ecco perché pure in Sicilia ci vogliono i fedelissimi: la capolista alle Europee, la ricercatrice Paola Sobbrio, infatti vanta persino l'endorsement ufficiale – e contestato – di Nuti. E poi ci sono tanti consiglieri comunali in giro per la Trinacria, più Federico Piccitto, primo cittadino di Ragusa, secondo sindaco a 5 Stelle di un capoluogo di provincia dopo l'altro Federico, Pizzarotti a Parma. Certo, per completezza va registrato qualche fallimento, perché anche sotto il cielo pentastellato qualche astro ogni tanto si appanna. Vedi Messina, per esempio.
Ecco, Messina. Che per Grillo vuol dire soprattutto Ponte sullo Stretto. «Ma se per millenni Sicilia e Calabria sono state divise ci sarà stato un motivo?», diceva nella primavera del 2005. Questa sì che era una battuta.

domenica 5 gennaio 2014

La mafia non uccide solo d'estate

Il titolo non è una polemica sul film di Pif. Anzi, mi è piaciuto moltissimo. Solo che oggi è il trentesimo anniversario della morte di Pippo Fava. E a gennaio fa freddo pure dalle mie parti. Ah, per inciso, bravi i ragazzi di WikiMafia che sono riusciti, mettendo pressione alla Rai, a far portare in prima serata il docu-film "I ragazzi di Pippo Fava" su Rai3 (in origine l'avevano programmato al "comodo" orario delle 23.40).
Il 5 gennaio 1984 dunque la mafia catanese uccideva Giuseppe "Pippo" Fava, 58 anni, giornalista, scrittore e drammaturgo, intellettuale vero e impegnato. Sceneggiatore di Palermo or Wolfsburg, Orso d'oro al festival di Berlino nel 1980. Papà di Claudio, leader storico della sinistra siciliana. Soprattutto fondatore de I Siciliani: il ricordo che ho io di Fava, oltre alla lapide sulla casa natale nella sua bella Palazzolo Acreide, è proprio la pila di riviste in una delle librerie di casa, in camera mia.
Fava è uno dei giornalisti ammazzati dalla mafia, anche se la vulgata delle autorità e delle istituzioni catanesi di allora diceva senza dubbi che la mafia non esisteva a Catania. Come insegna pure Pif, morivano (muoiono?) tutti per questioni di fìmmini o al massimo di soldi. Movente passionale, mica il clan Santapaola, chiaro...
E invece gli affari e la ricchezza che fecero ribattezzare Catania "la Milano del sud" erano legati proprio all'intreccio di interessi e malaffare, di lobby e appalti. Era la città dei "quattro cavalieri" Costanzo, Finocchiaro, Graci e Rendo (questi ultimi due provarono pure a comprarselo, I Siciliani, per controllarlo meglio: Pippo non glielo permise). Una città in cui l'editoria è ancora oggi quasi monopolio di Mario Ciancio Sanfilippo, lo stesso che a fine anni Settanta, da editore del pomeridiano Espresso sera, non promosse direttore il bravo Fava (che intervistava boss come Genco Russo o don Calò Vizzini), perché troppo libero.
Pippo Fava, giornalista libero, morì 30 anni fa. A Catania, dove c'è la mafia. Che uccide anche fuori stagione.

martedì 10 luglio 2012

Arancina meccanica

A differenza di molti miei conterranei che ne hanno fatto una questione di principio quasi "ideologica", io gli aerei della discussa WindJet li ho presi diverse volte in passato. Essendo stato dunque un cliente della compagnia, ricevo ogni tanto email con offerte e notizie. Come tutte le altre di analogo tenore, finiscono spesso nel cestino. Ieri no, però. Ieri ne ho ricevuto una davvero particolare. E l'ho conservata.
L'inconfondibile profilo siculo
di zù Arancinu
Si tratta di una curiosa campagna di comunicazione, promossa da WindJet Mobile e dal portale Twittering Tube. Iù sugnu sicilianu!!, "lezioni semiserie di lingua siciliana e sicilianità". Con un professore d'eccezione, zù Arancinu. Ventiquattro lezioni gratuite fino al 30 giugno 2013. Un anno con proverbi, miniminagghi (indovinelli), situazioni, modi di dire, piatti e dolci tipici. Naturalmente non sto facendo pubblicità a questa iniziativa, mica Pulvirenti ha bisogno di me.
Siccome si tratta di una cosa semiseria, allora mi adeguo anche io. Anzi , o meglio ìu. Oppure ? No, non è una filastrocca. Semplicemente una constatazione linguistica. non è siciliano, è catanese. Dalle mie parti invece si dice ìu. E è messinese. E mi sono limitato alla Sicilia orientale. Questo per dire che le lezioni – appunto semiserie – non sono di siciliano ma di catanese! Infatti gli esempi riportati nel messaggio pubblicitario sono decisamente caratterizzati da un umorismo made in Etna. C'è il proverbio Cu di n'sceccu ni fa n'mulu, u primu cauciu è do so' (riporto la grafia così com'è nel messaggio): se tratti qualcuno (l'asino) come un mulo (animale di maggior valore), quindi con più rispetto, sarai ricambiato con un calcio. Saggezza molto siciliana, senza dubbio, ma credo che chiunque in Trinacria sia in grado di collocare geograficamente l'espressione "do so'". E anche chi, nella "situazione" proposta, chiede una granita con panna e si lamenta del fatto che "d'a panna ci misi sulu u ciauru" (c'è solo l'odore della panna), sembra uscito da una di quelle barzellette in dialetto che imperversano sulle tv catanesi. Ma va bene, anzi benissimo. Meglio se lezioni così le fa chi sa non prendersi sul serio.
Chi pensa che la mia sia inutile pedanteria o pignoleria (non pignolata, quella è messinese), avrà pure ragione. Ma almeno un particolare tutti i siciliani dovrebbero notarlo. L'insegnante esclusivo è zù Arancinu. Zio Arancino. Un nome che se non è catanese, perlomeno va dallo Stretto a Capo Passero. Di sicuro a Palermo non si affiderebbero mai a uno così. Lì non esistono arancini. Quella delizia che altrove tentano con inutili e spesso osceni risultati di imitare, inserita nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali (Pat) riconosciuti dal ministero dell'Agricoltura, nel capoluogo si chiama "arancina", al femminile. Si dice perché prende il nome dall'arancia, di cui replica la forma. Eppure anche a est il riferimento è il frutto simbolo dell'Isola. Solo che qui è maschile, come l'albero. E peraltro la forma è a cono. Insomma, la questione a suo modo è seria e irrisolta. Una disputa vecchissima e forse non solo campanilistica. Intanto il Traina, uno dei dizionari siciliani più importanti, già nel 1860 riporta "arancinu". Edito a Palermo, peraltro. Per Andrea Camilleri, agrigentino, quelli di Montalbano sono gli arancini, non le arancine. E lui di cibo se ne intende...
Già 1.700 persone si sono iscritte a questo corso atipico di siciliano(-catanese) via mail. Tutti aspirano a diventare siciliani "cca scorcia". Con la corteccia o con la scorza, cioè. Che poi potrebbe essere proprio la scorza d'arancia. Non d'arancina, casomai di arancino, giusto ?

giovedì 12 aprile 2012

La lattina ha l'oro in bocca

La scorsa settimana sono andato a fare un giro (per lavoro) al Mambo, il Museo d'Arte Moderna di Bologna. Dovevo fare una vox populi, immancabile tassello nella "carriera" di un giovane giornalista. Vabbè, ne ho approfittato per visitare le sale del museo, ancora non avevo visto la collezione permanente. Un'opera che mi ha colpito molto (la conoscevo già, ma vederla dal vivo è un'altra cosa) è Coca cola (particolare) di Mario Schifano del 1962. Cinquant'anni fa, e la Coca era già un simbolo. Quella liquida, intendo dire. Il quadro raffigura solo una parte del logo della bibita, ma sono sufficienti la costruzione, l'accoppiata di colori rosso-bianco e un paio di lettere per identificare senza problemi l'oggetto. Che non è solo un oggetto. Un frammento della civiltà consumistica. Un simbolo, appunto.
Ma di cosa è simbolo la Coca-Cola? Di un certo modo di fare impresa. Della globalizzazione. Dell'uniformazione dei costumi e dei consumi. Del capitalismo selvaggio, direbbero alcuni. La fortuna della Coke l'ha sempre fatta, inutile negarlo, la pubblicità. L'azienda di Atlanta ha capito da subito che l'investimento in immagine è fondamentale. E così ecco le campagne planetarie, il battage mediatico in cui la Coca, bibita di svago, viene "venduta" come bevanda familiare, gli spot natalizi eccetera. Questo tam-tam del marketing serve dunque a vendere meglio il prodotto, con risvolti a volte imprevedibili.
Prendiamo la Sicilia. Dal 1976 la Sibeg di Catania, nata nel 1959 da imprenditori già legati alla farmaceutica (ma guarda un po', come il fondatore della multinazionale John Pemberton), è la distributrice della Coca-Cola nell'Isola. Il suo lavoro di diffusione della bevanda, evidentemente, l'ha fatto bene: in un anno i siciliani consumano 20 litri pro-capite, qualche punto percentuale in più della media nazionale. [Sul web circola peraltro un dato pazzesco, 122 bottiglie a testa contro le 119 della media italiana; in pratica una ogni tre giorni. Mah, a me sembra troppo: anche se fossero tutte da 33 cl, comunque farebbero 40 litri!]
Ora la Sibeg viene incontro ai suoi amati consumatori siculi: la Coca-Cola infatti costerà di meno rispetto alle altre regioni d'Italia. Colpa del caldo, spiega Luca Busi, amministratore delegato della società: «Le temperature influiscono sul consumo pro-capite». Fosse solo questo... Lo stesso Busi ammette che c'è altro. «Dipende anche dal fatto che c'è un'organizzazione dedicata alle aspettative dei consumatori siciliani: ad esempio, abbiamo più di 75 promoter che visitano ogni settimana i nostri punti vendita».
La convenienza per le tasche dei siciliani fa parte del "piano anticrisi" presentato dalla Sibeg a Viagrande. Chiarezza sull'etichetta, sia nei supermercati che nelle botteghe alimentari, che Busi chiama "le Zie Marie". Che bello, zia Maria venderà la Coca-Cola a un prezzo più basso. E ancora ribassi nelle confezioni a 2 o a 4 bottiglie, più l'arrivo della lattina piccola da 15 cl. Tanto per dare un'idea del giro d'affari della Sibeg, piano anticrisi a parte, dalla zona industriale etnea partono ogni giorno dai 30 ai 60 autotreni, che raggiungono 32 mila negozi e supermercati in tutta la Sicilia, con un fatturato di 100 milioni di euro.
Altro che la Coca-Cola di Schifano...

venerdì 17 febbraio 2012

Sbatti l'ecomostro in prima pagina

Il no di Mario Monti alla presentazione della candidatura della città di Roma a ospitare i Giochi olimpici del 2020 è stato dovuto a ragioni economiche. Un Paese in profonda crisi non poteva permettersi di pianificare un evento così grande e costoso. Bene. Credo che sulla decisione del governo tecnico abbia pesato anche il ricordo dei fallimenti, degli ecomostri, degli scempi edilizi e delle strutture faranoiche costate milioni (già miliardi) e mai terminate in occasione di altre grandi manifestazioni sportive in Italia.
Si va dall'enorme scheletro dell'albergo Mundial a Milano alle piste e i trampolini delle Olimpiadi invernali di Torino, senza dimenticare l'immensa e incompiuta Città dello Sport di Santiago Calatrava a Tor Vergata (Roma). Pure la Sicilia ha fatto la sua "bella" parte. Nella mia regione scarseggiano le possibilità di grande sport, ma anche i casi isolati di manifestazioni sportive di rilievo sono stati caratterizzati da orrori e sprechi. Come le Universiadi del 1997, con grandi e costose incompiute a Catania, tra Nesima e Librino. Un caso eclatante è stata la gestione delle regate veliche della Louis Vuitton Cup del 2005 al porto di Trapani. Prima ancora che venisse fuori la cricca degli appalti, legata pure a grandi eventi come i mondiali di nuoto romani del 2009, il sistema delle deroghe eccezionali a favore della Protezione civile era cominciato già a Trapani. Il governo Berlusconi aveva designato Guido Bertolaso commissario straordinario, tanto per dire...
Ho scritto di questo argomento ieri sul quotidiano Lettera43 (le foto da 7 a 9 si riferiscono proprio agli scempi siciliani).

Aggiornamento dell'ultim'ora. Quasi in contemporanea con la pubblicazione di questo post, viene fuori che il presidente del Catania Calcio, Antonino Pulvirenti, ha intenzione di presentare a Comune e Provincia il progetto per il nuovo stadio della società rossazzurra. La squadra potrebbe traslocare dal Cibali a Librino. E il nuovo stadio in realtà dovrebbe sorgere dove già c'è un campo sportivo, il San Teodoro, costruito proprio ai tempi delle Universiadi ma abbandonato al degrado e all'incuria. Nel 2009 Palazzo degli Elefanti, sede del Comune, e Pulvirenti avevano già firmato una convenzione per la gestione del campo. Nulla di fatto, si è rimasti ai proclami e alle buone intenzioni. Ora si parla di due anni di lavoro e di 80-100 milioni di euro per costruire lo stadio a Librino.

giovedì 26 gennaio 2012

Via col Wind(jet)

Durante i miei anni in Emilia-Romagna, quando i biglietti aerei da Bologna costavano troppo o non avevo una grande voglia di lunghi viaggi notturni in treno o autobus, l'aeroporto di Forlì era (ora è sostanzialmente tutto spostato a Rimini) l'unica opzione praticabile. Soprattutto quando vivevo a Ravenna. Da lì prendevo un aereo WindJet e in poco più di un'ora arrivavo a Catania; il tragitto lo precorrevo spesso anche nel senso inverso.
Per molti siciliani WindJet, nata nel 2003, più che una compagnia aerea low cost è diventata un proverbio, un luogo comune, un nome da criticare a prescindere. Soprattutto nei primi anni della sua attività è stata caratterizzata da ritardi esagerati e disservizi vari, a tal punto che anche chi non era mai salito su un aereo con la livrea arancio-azzurra ne parla ancora malissimo. Io ho avuto problemi solo un paio di volte, nulla di tanto diverso da quello che mi è successo con molte altre compagnie, italiane e non. Ma il passaparola ha anche questa caratteristica, di creare opinioni e convinzioni. E così gente che probabilmente non ha mai pagato qualche decina di euro alla compagnia di Antonino Pulvirenti, proprietario tra l'altro del Catania Calcio, non ha dubbi. "Per carità, io non prenderò mai un aereo WindJet".
[per la cronaca, nel maggio 2010 con WindJet andai a Parigi Charles de Gaulle, arrivando con cinque minuti d'anticipo]
A me non interessa fare pubblicità positiva a WindJet, che intanto negli anni ha anche aumentato le tariffe e spesso propone biglietti non proprio a basso costo. Appena una ventina di giorni fa sembrava che la compagnia fosse in crisi di liquidità, con pagamenti ritardati di stipendi e Tfr. Però allo stesso tempo si parlava di una quotazione in Borsa entro il 2012, per cui WindJet potrebbe diventare la seconda società siciliana a Piazza Affari. La compagnia catanese è la sesta per quota di mercato nazionale (6,2% nel 2011), con basi operative a Catania, Palermo e Rimini, una flotta di 12 Airbus e oltre 2,8 milioni di passeggeri trasportati nel 2011.
La novità è adesso la procedura d'integrazione tra WindJet e Alitalia. Nei giorni scorsi è stato firmato un protocollo con la società di Pulvirenti (e pure con l'altra low cost Blue Panorama), per «rafforzare la dimensione industriale degli operatori, aumentarne la competitività e svilupparne la capacità di affrontare e gestire le variabili del quadro macroeconomico», recita una nota entusiasta della compagnia di bandiera salvata nel 2009. Insomma, integrazione vorrà dire moltiplicare «le opportunità per i clienti italiani e la capacità del Paese di attrarre i flussi turistici internazionali».
Parole da comunicato stampa, senza dubbio. Se però questa intesa dovesse dare vita a un nuovo monopolio, o meglio (cioè peggio...) a un cartello, sul mercato del trasporto aereo, forse i toni potrebbero essere molto meno trionfanti. E per una volta le critiche non sarebbero infondate.

Aggiornamento di agosto 2012. WindJet è praticamente fallita. E la colpa non è solo di investimenti azzardati, anche Alitalia ha le sue (grandi) responsabilità. Perché la decisione dell'Antitrust di dare il via libera all'acquisizione comportava per la compagnia di bandiera l'obbligo di cedere alcuni slot (le cosiddette "bande orarie", vale a dire il permesso ad atterrare e decollare), proprio per evitare situazioni di monopolio. Per la sempre tutelata Alitalia questo costerebbe troppo, quindi l'accordo è saltato e WindJet è avviata inesorabilmente verso una fine poco gloriosa. E soprattutto verso problemi pesanti per 800 lavoratori e per tutti gli utenti che a ridosso della settimana di ferragosto rischiano di restare a terra. Quando non si prevedevano complicazioni all'accordo, WindJet ha continuato a emettere biglietti su richiesta di Alitalia. Se dovesse finire l'avventura di Pulvirenti nel trasporto aereo, la compagnia di bandiera dovrebbe farsi carico di quei passeggeri. Per fortuna che l'abbiamo salvata dai francesi...

giovedì 22 settembre 2011

Il brusco risveglio dopo una profonda fase R.E.M.


Quando alla scuola di giornalismo "Walter Tobagi" ci hanno chiesto di scrivere qualche riga di auto-presentazione, io ho concluso la mia con questa frase:
Se riuscissi a occuparmi per lavoro delle mie passioni e dei miei interessi – compresi il Milan e i R.E.M. – sarei un giornalista molto contento
Ieri sera ero allo stadio a vedere il Milan e non bastava che la mia squadra stesse perdendo, no, doveva pure arrivarmi un sms che mi avvertiva dello scioglimento dei R.E.M., la mia band preferita. Anzi, preferita non è neanche il termine giusto: in realtà non è stato ancora coniato un aggettivo adatto a descrivere il mio amore per quella band.
Diciamo che in un certo senso non mi sono stupito troppo (però per qualche minuto sono rimasto senza parole a fissare il prato verde di San Siro...), un po' me l'aspettavo. Cioè, prima o poi sarebbe dovuto succedere, ma non credevo così presto. Eppure quando è uscito Collapse into Now, l'ultimo disco del marzo 2011, avevo pensato che qualcosa, nella meravigliosa macchina chiamata R.E.M., si fosse già rotto da tempo. Io gli Ateniesi della Georgia (né greci, né caucasici, solo americani, cioè statunitensi) li ho apprezzati sempre, anche nei momenti meno brillanti, ma è inevitabile che in più di trent'anni di carriera si incappi pure in qualche passo falso. Però sono stati un grandissimo gruppo, tra i pochi che possono vantare una vera gavetta e che non si sono mai montati la testa dopo il successo. Kurt Cobain li invidiava per come erano risuciti a gestire la fama e la pressione dello show business.
Cosa resta della chiesa di Oconee St.
Un gruppo nato il 5 aprile 1980 durante una festa di compleanno (thanks, Kathleen O'Brien) in una chiesa sconsacrata, la St. Mary's Episcopal in Oconee Street, Athens, Georgia, Stati Uniti d'America. Un gruppo che suonava pure negli strip club, davanti a una quarantina di persone. Un gruppo che si faceva in pulmino tutte le strade del sud più profondo. Un gruppo che è arrivato al successo planetario con una canzone costruita sul mandolino. Un gruppo politico, politicizzato, impegnato. Un gruppo che ha insegnato a un Paese miope che il Centro America non è solo il Nebraska. Un gruppo, un grande gruppo, soprattutto un bel gruppo di amici e musicisti. Un gruppo che poteva sciogliersi molti anni fa, quando si ritirò il batterista Bill Berry. E invece il gruppo è andato avanti, anche tra difficoltà e incertezze. Adesso, intelligenti come pochi altri, hanno capito che la vena creativa non era più quella di una volta e quindi hanno salutato con modestia e discrezione.
Insomma, di cose da dire ce ne sarebbero davvero tante, ma non voglio mettermi qui a fare il fan enciclopedico. Li amo e basta. Per di più, in questi giorni avevo caricato tutta la loro discografia sul lettore mp3. Vedi un po' le coincidenze.
Ora è il momento di giustificare un post di questo tipo su questo blog: il rapporto tra i R.E.M. e la Sicilia. E non è affatto una forzatura, non foss'altro perché stiamo parlando anche dei miei ricordi personali. Ma non solo: tutto parte da Francesco Virlinzi, dalla Catania che comprava il 70% dei dischi dei R.E.M. venduti in Italia, dal Cibali quel 6 agosto 1995 (R.E.M. + Radiohead + Flor de Mal), da Peter Buck che strimpella in incognito nei pub etnei. Erano gli anni della "Catania Seattle d'Italia", quando Mike Mills suonava in Fuori dal branco del cantautore Orazio Grillo, alias Brando. E il solito Buck produceva il bellissimo ReVisioni dei Flor, suonandoci pure: quattro pezzi erano in siciliano, tre in inglese, uno aveva Natalie Merchant, amica dei R.E.M., come meravigliosa ospite.
Io non ero ancora un ascoltatore dei R.E.M., e quindi è giusto ringraziare il carissimo e vecchio amico Giuseppe Candido che mi regalò nel 2000 il singolo di The Great Beyond, da cui è cominciata la mia militanza. E poi il film Man on the Moon, con la colonna sonora dei R.E.M. e proprio The Great Beyond, visto in proiezione unica il venerdì sera al cinema di Modica. Proiezione unica, come i film d'autore. Mettiamoci pure la ricerca spasmodica di album e singoli nei negozietti di dischi della mia città: i R.E.M. sono durati più dei negozi di musica modicani, giusto per rendere ancora onore ai ragazzi di Athens.
Ma per me il rapporto tra i R.E.M. e la Sicilia è tutto racchiuso in un episodio del 16 gennaio 2005. A Bolzano, che proprio Sicilia non è. A me è sempre piaciuta l'idea di vedere i concerti dei R.E.M. in posti curiosi e infatti quell'anno, anziché Milano, decisi di andare in Alto Adige. A gennaio, faceva anche un pochino freddo. Concerto al palazzetto del ghiaccio, tra l'altro. A un certo punto, uno striscione sugli spalti ha catturato l'attenzione di Michael Stipe: se non ricordo male, diceva "Catania is here". Michael dedicò a quella città e a una terra che amava, così disse, The One I Love. Semplicemente, quella che amo. Io e il mio amico e compagno di scorribande rock Alessandro "Alex Gallagher" Iemmolo urlammo in preda all'euforia: «Vai 'mpare!!!». Un urlo che, modestamente, è udibile anche nel bootleg di quel concerto.
Tra pochi mesi riceverò per l'ultima volta, a casa mia a Modica, il singolo natalizio che la band regala(va) agli iscritti al fanclub. Il mio ultimo, piccolo, legame personale tra i R.E.M. e la Sicilia.

lunedì 4 luglio 2011

Rosso di sangue, rosso di vergogna

Vernice rossa.
La vernice sporca, imbratta, se poi ha il colore del sangue sporca ancora di più. Mi aveva sempre colpito che l'unico oggetto, sull'autostrada per l'aeroporto di Palermo, a memoria della strage di Capaci sia stato per lungo tempo un pezzo di guard-rail dipinto (artigianalmente) di rosso. Con vernice rossa, appunto. Tre giorni dopo il 19° anniversario della strage, a Catania la vernice rossa finisce per imbrattare la memoria di Falcone. Lungo viale Ulisse, sulla circonvallazione, Addiopizzo aveva realizzato un bel murale per ricordare quella tragedia. Il volto di Giovanni era stato sfregiato, proprio con la vernice rossa. Ci sono passato accanto pochi giorni dopo quell'atto che non riesco a definire semplicemente di vandalismo. Il murale fa parte del progetto "Un muro contro la mafia", ora è stato restaurato e sarà regalato alla città di Catania. All'inaugurazione di sabato prossimo saranno presenti anche i familiari delle vittime di Capaci.

venerdì 24 giugno 2011

Molto casinò per nulla...

La sede del vecchio Kursaal a Taormina
Berlusconi l'aveva detto: per rilanciare Lampedusa, ci porteremo un casinò. Come se quella fosse l'urgenza più impellente tra gli investimenti turistici nell'isoletta delle Pelagie. Però è ormai consueto tirare fuori la proposta-casinò come opportunità di crescita per la Sicilia. Da moltissimi anni (io lo sento dire da quando sono piccolo) si parla della riapertura della storica casa da gioco nella splendida Taormina. Adesso il deputato regionale Giuseppe Arena (Mpa) ha presentato un disegno di legge per l'apertura di sei casinò in altrettante località turistiche siciliane. Oltre alla "solita" Taormina e la stessa Lampedusa, in lizza ci sono Agrigento, Catania, Cefalù e Pantelleria. I sindaci e gli assessori di questi comuni sembrano tutti d'accordo. Vale la pena citare per esteso le parole di Arena in conferenza stampa: «È ora di smetterla con i pregiudizi, le ipocrisie, e i falsi moralismi. Non si può continuare ad offendere l’intelligenza dei siciliani con la solita stucchevole barzelletta che i casinò in Sicilia non potranno mai essere realizzati a causa delle infiltrazioni mafiose e del riciclaggio di denaro a meno che qualcuno non pensi operazione assai ardita di relegare il fenomeno mafioso solo entro i confini di casa nostra. Le mafie e le attività criminali sono i mali del secolo e sono purtroppo presenti in tutto il pianeta, eppure il mondo è pieno di casinò». Giuseppe Arena dà anche un po' di numeri: 21 in Slovenia, 13 in Spagna (tutti dentro gli alberghi), 9 in Portogallo, 185 in Francia, 78 in Germania, 18 in Austria, 9 in Belgio, «senza contare la dirimpettaia Malta, che tanto invidiamo» (cit.).
Io non mi sento offeso, in realtà, né ho mai creduto alla favoletta (altro che barzelletta) della mafia solo siciliana. La questione-casinò è vecchia e non ho nessuna competenza specifica. Non amo affatto l'idea della casa da gioco come fonte di sviluppo turistico dell'Isola. Non direi proprio che alla Sicilia manchino risorse direi quasi "materie prime" per organizzare una decente economia turistica. Certo, bisogna pure curarle le proprie ricchezze turistiche... Al limite, i casinò potrebbero essere qualcosa in più, ma non l'unico investimento. Peraltro noto la singolare coincidenza dell'annuncio di Arena con la decisione unanime della Camera di accordare un regime di esenzione fiscale per i privati e le aziende a Lampedusa finché non viene risolta la cosiddetta "emergenza" immigrazione. I responsabili e i gestori dei casinò precisano comunque che il riciclaggio di denaro è praticamente impossibile.
Fatto sta che per Arena questa "straordinaria occasione di sviluppo" è stata spesso negata dai governi nazionali, soprattutto quello attuale «da sempre ostile alla nostra terra e oggi più che mai prigioniero delle logiche e delle lobby del nord». Coi casinò si potrebbe riparare dunque a questo torto subìto dai siciliani e finalmente la Sicilia si allineerebbe alle altre regioni italiane che hanno case da gioco. Sanremo, Campione d'Italia, Venezia, Saint-Vincent, Bagni di Lucca (riaperto nel 2009, primo automatizzato al mondo): ecco, grazie ai casinò la Sicilia si allineerà alla Liguria, la Lombardia, il Veneto, la Valle d'Aosta e la Toscana. Ma a cosa si allinea, alla profonda crisi del casinò nell'exclave di Campione? O alle solite insistenti voci sul riciclaggio, per quanto negato o ricondotto alla logica del "mal comune"?
La tanto invidiata dirimpettaia Malta non sfugge a tutto ciò, almeno da quanto risulta da qualche seria inchiesta delle procure italiane. Mettiamoci pure la situazione particolare a San Marino. Da più di cinquant'anni la Repubblica del Titano si è impegnata a non aprire case da gioco, ma nel 2007 è stato creato un Ente di Stato sammarinese dei Giochi, preludio alla riapertura di un casinò. Però toccherà all'Italia decidere, dato che esiste un accordo tra i due Paesi sul divieto del gioco d'azzardo legale a San Marino. Dovrà decidere quindi lo stesso Stato, l'Italia, che non ha leggi chiare e univoche sulle sue case da gioco, a tal punto che un'altra regione a statuto speciale, il Friuli-Venezia Giulia, ha provato invano, bloccata dalla Corte Costituzionale a creare in autonomia nuovi casinò sul suo territorio.
Si faranno o no questi casinò in Sicilia, dunque? Le scommesse sono aperte, fate il vostro gioco.

martedì 21 giugno 2011

No Vasco, io non ci casco

Non mi piace Vasco Rossi. E vabbè, questo è un mio problema. Vasco ha una schiera di fans fedelissimi, tanto fedeli da vedere tutti i concerti di una tourneé intera, spendendo cifre a volte spropositate. Giusto per dire, Bob Dylan io l'ho visto in concerto a 32 euro, per il cosiddetto rocker di Zocca c'è gente disposta a sborsare anche il doppio. Alla passione musicale non c'è limite, per carità. Però non sopporto la presunzione con cui Rossi si auto-accredita come grande rocker italiano, della serie "io sono io e voi non siete che un Ligabue qualsiasi". E non mi piace l'idea che c'è solo Vasco e il resto non esiste, al punto da tirare oggetti contro i gruppi che dividono con lui il palco. Chiedere informazioni agli Stereophonics.
Il cantante modenese ha un grande seguito anche in Sicilia. Il 26 giugno era previsto un concerto allo stadio San Filippo di Messina. Vasco è tipo da stadio. Per chi non conoscesse il San Filippo, la curva nord è costruita su un costone roccioso, in un'area non propriamente stabile. Il 6 maggio scorso quel muraglione è crollato, pare per una ragione incredibile: i ferri del cemento armato sarebbero stati montati addirittura al contrario! La vicenda naturalmente avrà le sue conseguenze in sede giudiziaria. Da quando il Messina calcio galleggia nelle serie dilettantistiche, quello stadio costruito ad hoc per la serie A vive soprattutto per le grandi manifestazioni come i concerti.
L'annullamento della data di Vasco è dunque un bel problema. Lo è soprattutto per chi ha già comprato il biglietto. Annullare un concerto non vuol dire cancellarlo del tutto, sennò si scatena l'ira funesta. Allora qualcuno ha cominciato a fare il nome dello stadio Cibali, Catania. Le indiscrezioni parlavano di una data sostitutiva al Massimino nel mese di settembre. Gli stadi italiani non sono di proprietà ma li gestiscono i comuni, eppure è legittimo che in questo caso anche la società di calcio interessata dica la sua. E il Catania calcio lo ha fatto con un comunicato ufficiale sul proprio sito, che riporto per intero:
«A seguito delle insistenti voci sul possibile svolgimento di un concerto di Vasco Rossi allo stadio "Angelo Massimino" nel prossimo mese di settembre, pur nella consapevolezza dello spessore artistico dell'esibizione, il Calcio Catania esprime totale dissenso. Il rifiuto scaturisce da semplici constatazioni relative ai danni economici, con riferimento ad interventi di manutenzione straordinaria del rettangolo verde, e soprattutto ai consistenti disagi di ordine sportivo che si configurerebbero qualora dovesse tenersi un concerto allo stadio durante la stagione agonistica. La normativa federale impone infatti, per l'iscrizione al Campionato di Serie A, la garanzia di un manto erboso in perfetto stato. A tal fine, volendo evitare il rischio di dover disputare in campo neutro anche una sola partita della stagione 2011/12, nell'interesse della squadra, degli sportivi, degli abbonati e della città, il Calcio Catania ribadisce con fermezza la propria contrarietà ed evidenzia l'assoluta avventatezza del semplice pensiero di poter organizzare eventi di tale portata in uno stadio di Serie A durante il campionato»
Clamoroso al Cibali... Parole di una chiarezza imbarazzante. Per quanto non nutra grandi simpatie per il Catania, condivido in pieno il rifiuto della società rossazzurra. E poi, sinceramente, voglio illudermi che al Cibali risuoni ancora il ricordo del mitico concerto di R.E.M. e Radiohead nel 1995. Altro che Vasco.

lunedì 20 giugno 2011

Il Curtigghiu dei Ministri

In siciliano il curtigghiu è il pettegolezzo, la chiacchiera fatta per sparlare. Passatempo tra i preferiti nell'Isola. La gamma di significati però è tale che il corrispettivo inglese gossip non vale altrettanto. Letteralmente è il cortile, luogo di tradizionale chiacchiericcio tra comari (e compari). In generale, l'ho sempre interpretato come il parlare fine a se stesso, giusto per dare un ricambio d'ossigeno alla bocca.
L'albero di Natale di Calderoli
Oggi mi è venuto in mente il curtigghiu, leggendo della tragicomica polemica sul trasferimento dei ministeri al nord e di una controproposta che arriva dal sud. Ecco, non ho trovato di meglio che liquidarlo come curtigghiu, chiacchiera insulsa da cortile tra comari che si punzecchiano ma poi tanto vanno a fare la spesa dallo stesso negoziante di cui stanno sparlando. A Pontida si ribadisce la richiesta di portare in Brianza tre-quattro ministeri? Lega ladrona, Roma non perdona. Ma poi basta scorrere lo Stivale fin oltre tacco e punta, ed ecco che il catanese Francesco Tanasi rilancia, manco fossimo su un tavolo verde da poker: se li portate al nord, allora i ministeri devono stare anche al sud.
Tanasi è l'attuale segretario nazionale del Codacons, è già stato presidente dell'Associazione Nazionale Consumatori, nonché leader del Movimento Politico Consumatori Italiani. Insomma, i consumatori scendono in campo per un'equa ripartizione dei dicasteri in caso di "federalismo ministeriale". Eh sì, perché Tanasi nel 2008 diede il suo sostegno (non so quanto corposo in termini elettorali) al candidato Raffaele Lombardo, poi presidente della Regione, ed evidentemente si sente anche lui autonomista. Ma il capo del Codacons non parla del sud in generale: i ministeri devono essere trasferiti in Sicilia. E già sono pronte due sedi. "Tra l'Etna e il mare, le campagne e i boschi", Catania si candida ad essere la sede ideale per l'Ambiente. Ragusa invece sarebbe perfetta per l'Agricoltura. Per puro caso, dicasteri già guidati da siciliani... Si parla di almeno 30mila firme raccolte e si confida nel sostegno dei parlamentari siciliani e meridionali.
Immagino che anche in questo caso nella Capitale dovranno lamentarsi per il tentato strappo. Che si tratti solo di una provocazione, è molto probabile. Però qualche suggerimento a Tanasi mi sento di darlo lo stesso: ci meriteremmo pure il Turismo e i Beni Culturali (c'è solo l'imbarazzo della scelta), la Difesa (tanto le basi Nato ce le abbiamo già), gli Esteri (potremmo delocalizzarli persino a Malta). E volendo anche la presidenza del Curtigghiu.

lunedì 13 giugno 2011

Trattato come uno stralcio

Forse le preghiere sono servite...
E se Lombardo la scampasse dalle accuse di concorso esterno in associazione mafiosa? Il presidente della Regione Siciliana si è sempre detto fiducioso di uscire pulito dall'inchiesta Iblis in cui era coinvolto. Ora la Procura di Catania ha stralciato la posizione di Lombardo e del fratello Angelo, deputato nazionale Mpa. Escono dunque fuori dall'inchiesta sui rapporti tra mafia e politica nel catanese. Nell'indagine dei Ros dei carabinieri, i loro nomi erano insieme a un'altra cinquantina di persone, ma i giudici di Catania hanno avocato il fascicolo ai quattro sostituti che li avevano iscritti nel registro degli indagati. Saranno ora Michelangelo Patanè, procuratore capo facente funzioni, e l'aggiunto Carmelo Zuccaro a coordinare l'inchiesta stralciata a carico dei Lombardo's. Sembrerebbe però che questa decisione sia destinata a risolversi nell'archiviazione di don Raffaè e del fratello. Perché? La valutazione sarebbe esclusivamente di natura giuridica, tutta da ricondurre alla recente sentenza di assoluzione in Cassazione per l'ex ministro Calogero Mannino. Sul concorso esterno fa giurisprudenza quella decisione dei giudici del Palazzaccio, dunque l'ipotesi di reato "non avrebbe retto in sede di giudizio".
Se Lombardo ce la fa, allora è per una questione giuridica e di procedura. Nel merito della questione, qualche "curiosità" sulla posizione dello psichiatra di Grammichele rimane comunque. Credo che anche ai suoi nuovi alleati del Pd possa interessare.

lunedì 2 maggio 2011

Leggende metropolitane

Nei miei (non tantissimi) viaggi mi è capitato di prendere più volte la metropolitana in diverse città. Ora abito a Milano e la MM la prendo tutti i giorni. Quella di Roma la ricordo come un po' sottostimata rispetto alla Capitale. In Italia ho preso persino quella di Napoli, in parte sotterranea e un po' di superficie. All'estero ricordo le 16 linee - o giù di lì - di Parigi, il bellissimo trenino di Porto e la metrò di Lisbona coi suoi colori e simboli marinari, quella di Bilbao interconnessa con l'efficiente rete regionale della Bizkaia.
Ma ce n'è un'altra, ancora in Italia, che ho preso una volta. La metropolitana di Catania. Sì, a Catania c'è la metropolitana! Oddio, chiamarla metrò è un esercizio di grande "ottimismo": 3,8 chilometri per sei stazioni complessive, tre delle quali in superficie (una è quella della stazione ferroviaria centrale). Prolungamenti sono previsti almeno fino all'aeroporto e fino all'area commerciale di Misterbianco, ma finora è in funzione solo la tratta che va dal Porto a Borgo, dove c'è l'interscambio con la Circumetnea (Fce), l'unica ferrovia siciliana a scartamento ridotto. La metropolitana è gestita tra l'altro dal commissario governativo della Fce.
Proprio il commissario, Gaetano Tafuri, ha contribuito a ricordare a tutti l'esistenza della metropolitana catanese. E quale modo migliore se non quello di inaugurare due nuovi treni dedicandoli ai briganti filoborbonici dell'Ottocento? Altro che revisionismo storico, qua siamo andati oltre. La storia la scrivono i vincitori e questo a Tafuri non piace: il banditismo sociale era un movimento reazionario (uhm, non sarebbe stato più coerente dire "rivoluzionario"?, ndr) di fronte all'invasione sabauda. Tafuri non è sicuramente il primo né l'ultimo a dire la sua in questo periodo di spinto revisionismo anti-unitario. Non è un caso che Tafuri, ex assessore al Bilancio nella giunta Scapagnini, sia un esponente dell'Mpa, partito che sulla rilettura/riscrittura della storia risorgimentale interviene spesso.
E così Tafuri omaggia Carmine Crocco, detto Donatello, brigante pugliese che secondo l'azienda è "tuttora per molti un eroe popolare". Lo storico Salvatore Lupo ricorda però che Donatello, il "Generale dei Briganti" o anche il "Generalissimo", era sicuramente il più famoso bandito dell'Italia post-unitaria ma non gli si possono attribuire motivazioni politiche.
I cinque treni già esistenti hanno invece nomi femminili. Norma, Beatrice, Elvira e Zaira, dai nomi di personaggi delle opere di Vincenzo Bellini; Rita in ricordo di Rita Privitera, giornalista (e figlia di un dipendente della Circumetnea) morta nell'attentato di Sharm el Sheyk nel 2005.
Intanto sui binari catanesi sfrecceranno (in senso figurato) Brigante e Donatello. Se in Sicilia dovesse arrivare anche l'alta velocità, spero che il revisionismo non sdogani Mafioso e Provenzano.

lunedì 11 aprile 2011

Cosa Sua

Tanto ha detto, tanto ha fatto, che alla fine l'hanno "accontentato". Raffaele Lombardo chiedeva di sapere ufficialmente se fosse indagato o meno per concorso esterno in associazione mafiosa, ora la procura di Catania gli ha notificato l'iscrizione nel registro. Insieme al fratello Angelo, parlamentare nazionale Mpa. In tutto gli indagati sono 56, compresi altri politici e amministratori di centrodestra: Udc, Pid (i centristi convertiti sulla strada di Arcore), Pdl Sicilia (la vecchia sigla degli uomini di Micciché). Le accuse sono quelle "classiche": voto di scambio, appalti, concessioni. Le cosche dei Santapaola avrebbero cercato voti per i Lombardo e per i partiti della loro coalizione, in cambio di garanzie nel controllo degli appalti e dei servizi pubblici. Il governatore sembra comunque sereno, anzi conferma la paradossale soddisfazione di leggere il suo nome nell'inchiesta: «Finalmente il deposito degli atti! Potrò così dare puntualmente conto di ogni mio comportamento e dimostrare la mia assoluta estraneità». Finisce così, secondo don Raffaè, lo stillicidio di indiscrezioni non confermate e di fughe strumentali di notizie. Avrà le sue ragioni per sentirsi tranquillo.
Ma qualcuno forse potrebbe cominciare a perderci il sonno. E non parlo solo degli indagati, a quelli ci pensano gli avvocati. Penso alle conseguenze politiche. Ora che Lombardo è ufficialmente indagato per il reato introdotto nel codice penale dalla buonanima di Pio La Torre (art. 416-bis), ora che il successore di Cuffaro frequenterà caserme e tribunali, ora che il Pdl ha finalmente un pretesto per attaccarlo con ragione (però Totò Vasa Vasa è vittima perseguitata, eh...), ora cosa farà e dirà il Pd? La giunta regionale è ancora lì, con tanto di magistrati (Russo, Chinnici) e prefetti (Giosuè Marino), ma il centrosinistra-stampella-della-maggioranza qualche domanda dovrà farsela. Il partito è spaccato tra chi, come il segretario Giuseppe Lupo, prende tempo e aspetta di vedere come si evolverà la situazione giudiziaria, chi sottolinea che il Pd romperà solo in caso di processo, chi invece, come l'ala "radicale" (pensa un po') di Enzo Bianco, chiede una seria riflessione sull'alleanza. Anche dalle parti dei futuristi la reazione è garantista: Fabio Granata, solitamente fustigatore, difende Lombardo e la sua giunta, dove spiccano nomi di provata onestà e specchiata moralità antimafia.
Per una volta, però, non sentiremo parlare di toghe rosse.

venerdì 1 aprile 2011

Catania-Seattle, andata e ritorno

Alla mia età è ancora presto per i rimpianti, ma da anni ne ho uno che purtroppo non riesco a cancellare. Domenica 6 agosto 1995 (compleanno di mia mamma) ero ancora un po' piccolo, non troppo. Avevo 12 anni e mezzo e a parte qualcosa di Beatles, Pink Floyd, Queen e cantautori italiani non ascoltavo granché. Dunque non potevo sapere minimamente chi fossero i gruppi che quel giorno, anzi quella sera, avrebbero suonato allo stadio Cibali di Catania. Tra l'altro dovevano passare altri quattro anni per saperlo, anzi capirlo.
Quella sera, Catania era al centro della scena musicale italiana, europea e forse oltre. In quegli anni la città etnea era considerata la "piccola Seattle d'Italia"; lì si ascoltavano gruppi rock e indie che altrove nella Penisola erano sconosciuti. La scena di Seattle, del grunge, della musica suonata nei locali, arrivava prima a Catania e poi a Milano. Il merito è di una persona che oggi non c'è più: Francesco Virlinzi. Nei primi anni Novanta aveva fondato la Cyclope Records, etichetta che avrebbe lanciato Carmen Consoli, Mario Venuti, Moltheni e artisti catanesi come Brando e i Flor de Mal (poi Flor). Ma il grandissimo merito di Virlinzi è stata un'amicizia. L'amicizia con i R.E.M.
Anni fa, a proposito del rapporto con l'Italia, Michael Stipe ha detto: «Non credo che i R.E.M. sarebbero oggi quello che sono senza l'entusiasmo di Francesco e dei catanesi che ci hanno fatto conoscere al resto del Paese». Se in Italia si vendevano 10mila copie di dischi dei R.E.M., settemila le avevano acquistate a Catania.
Virlinzi riuscì a portare la band di Athens sotto l'Etna. Domenica 6 agosto 1995. Ecco chi suonava quella sera. I R.E.M., pure in eccellente compagnia. Aprivano il concerto i Flor de Mal (consigli per l'ascolto: ReVisioni,1993) e dopo un gruppo inglese ancora non tanto noto. I Radiohead. Capite adesso il rimpianto?!?
Quella Catania però non c'è più, e non solo perché nel 2000 Virlinzi se n'è andato a poco più di quarant'anni. Sono cambiate molte cose, prima di tutto lo spirito. Non sono più i tempi in cui Peter Buck, il chitarrista dei R.E.M., prendeva una chitarra e si metteva a suonare - in incognito - in un pub catanese, così, per diletto. No, non sono quei tempi. Marco Pirrello, con il documentario My Hometown Catania, prova a rievocare quegli anni e quello spirito. Il docufilm è prodotto da Upress, l'associazione per la promozione del giornalismo universitario, insieme a Step1 e Radio Zammù, testate dell'ateneo catanese. Pirrello racconta il rapporto di quattro giovani band (Crabs, Narayan, Introversia, Dossi Artificiali) con la città. C'è nostalgia per quel fermento e per la concentrazione di artisti in un tempo ormai troppo lontano, ma si coglie anche una nota di speranza. Una nota rock.

mercoledì 30 marzo 2011

Il derby non è una partita come le altre

Il 2 febbraio 2007 era il mio ventiquattresimo compleanno. Di venerdì, sono uscito con alcuni amici a bere qualcosa. Quel giorno si giocava il derby Catania-Palermo nel campionato di serie A di calcio. Non sapevo nulla del risultato né di come fosse andata la partita. Un amico a un certo punto mi ha chiesto se sapessi cosa era successo al Cibali. Di "clamoroso", quella volta, c'era il dramma degli scontri che portarono alla morte dell'ispettore di polizia Filippo Raciti. Ricordo che prima della tragica notizia, addirittura qualcuno parlava di torti arbitrali (i tifosi si erano incazzati per questo, certo...). Poi si è saputo con certezza che un poliziotto quarantenne era rimasto ucciso. Per quell'omicidio sono stati condannati in primo grado i catanesi Antonio Speziale e Daniele Micale. La vicenda giudiziaria è sicuramente molto complessa.
Di quell'orribile episodio ho un ricordo indelebile, fastidioso, sgradevole. Il funerale di Raciti, tre giorni dopo, il 5 febbraio. A Catania il 5 febbraio è probabilmente il giorno più atteso e importante dell'anno: è Sant'Agata, la festa della patrona, Aituzza, la santa che tutti amano e venerano. Feste lunghe settimane, celebrazioni sentite ed esaltanti. Ma quando c'è Sant'Agata, tutto il resto a Catania non esiste, non conta, passa in secondo piano (quando va bene). Il funerale di Filippo Raciti è stato celebrato nella cattedrale di Sant'Agata. Diretta tv, calciatori del Catania in lutto in piazza - qualcuno era sinceramente commosso. Due file di panche per i familiari in chiesa, otto per politici e autorità: i colleghi di Raciti lo hanno fatto notare con disappunto. Ma io avevo notato un'altra cosa, neanche tanto difficile da scorgere. Migliaia di persone erano lì, non per il povero ispettore capo. Ma per Sant'Agata, ça va sans dire. Ricordo in particolare una signora intervistata dalla tv nazionale sul motivo della sua presenza in piazza. Lapidaria, pragmatica, sicura come tanti altri: sono qui per la Santa. La devozione contava più dell'umana (e non dico cristiana...) pietà. In chiesa la vedova Raciti, Marisa Grasso, e la figlia Fabiana dissero cose forti e commoventi, con estrema dignità e umiltà. Chi celebrò la messa, l'arcivescovo Paolo Romeo, fresco di nomina a cardinale di Palermo, preferì evidentemente un'omelia in linea con la giornata. E con giornata intendo dire Sant'Agata. Si vede che è sembrato meglio parlare della Santa tanto amata, piuttosto che di un poliziotto morto giovane per la violenza cieca e ottusa e malata.
Ora, a più di quattro anni dal fattaccio, finalmente ai tifosi ospiti sarà permesso assistere al derby Catania-Palermo. Già all'andata ai tifosi rossazzurri era stata concessa la trasferta a Palermo, ma questa è la prima volta che dopo la morte di Raciti al Cibali-Massimino ci saranno sugli spalti i tifosi di entrambe le squadre. A Palermo c'era anche Marisa Grasso; a Catania ci sarà anche Marisa Grasso. La vedova Raciti si augura un minuto di silenzio, un piccolo gesto di rispetto per la famiglia e la polizia. Speriamo che per una volta la Sicilia risponda decentemente, almeno questa volta.
Sul rispetto e sulla memoria, vince comunque la scaramanzia. Il presidente del Catania, Antonino Pulvirenti, ha invitato il collega del Palermo, Maurizio Zamparini. Ma il presidente friulano non ci sarà. Non va mai in trasferta, anzi di solito non guarda neanche le partite del Palermo in casa.
Ha ragione, signora Grasso, meglio che i suoi figli ancora non tornino allo stadio. Qualcosa potrebbe davvero turbarli e non è il caso che corrano rischi. E non è detto che debbano temere solo i "tifosi".