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martedì 19 settembre 2017

Nathan, abbiamo un problema

«Alcuni migranti in fuga dalla guerra raggiungono un'isola nel Mediterraneo. La prima settimana ne arrivano 100, poi ogni settimana il loro numero aumenta del 10 per cento». Accanto, la foto di un gommone carico di persone. Sembra una cronaca fredda, meccanica, cinica del fenomeno dell'immigrazione. Certo, "migranti in fuga dalla guerra" non è propriamente corretto, sarebbe stato più preciso "profughi", ma sui giornali si fa spesso confusione (talvolta volutamente). Come dite? Non è un articolo di giornale? Ah.
In effetti il testo continua. Si chiede «per quante volte viene moltiplicata una quantità quando aumenta del 10%?». Parla di «serie geometriche». Invita a «dedurre il numero totale di migranti giunti sull'isola dopo otto settimane, arrotondando all'unità». Affronta l'argomento come un fatto puramente matematico. E questo è, il testo.
Ma far diventare un simile dramma l'argomento di un problema di matematica per un libro del liceo, mi sembra quantomeno fuori luogo. Come fu vergognoso che due anni fa, su un libro di fisica in Italia, si chiedesse agli studenti liceali di calcolare l'impatto di un sasso dal cavalcavia su un'auto. Il problema di matematica è invece in un manuale della casa editrice Nathan per le scuole francesi. E qui sarebbe da chiedersi se il "cuginetto" che ha elaborato con dovizia di particolari tecnici e professionali il problema 93, a pagina 34 del manuale riservato all'ultima classe degli indirizzi economico-sociale e letterario, sia stato davvero così ingenuo (naïf?) o abbia sottovalutato le conseguenze di una gaffe del genere. "L'isola nel Mediterraneo" è indubbiamente Lampedusa; dubito si tratti della Malta intransigente che respinge navi con a bordo tre migranti...
Dopo le proteste e le polemiche, Nathan ha fatto mea culpa, ha ritirato il testo e dice che lo sostituirà gratuitamente. Speriamo si limitino ai soliti problemi sulla spesa al mercato. "Ahmed vende mele e arance...".

sabato 12 agosto 2017

Gli ordini di Malta

Io forse mi sbaglio, ma rimango più o meno della mia idea: tra tutti i Paesi vicini all'Italia, nostri partner europei, l'inflessibilità di Malta nella crisi migratoria fa anche un po' male. Attaccarsi a (spesso) generiche questioni di principio quasi con pignoleria, beh, lo trovo eccessivo rispetto agli sforzi enormi dell'Italia. L'impressione mi è tutto sommato rimasta pure dopo aver intervistato su Quotidiano Nazionale Carmelo Abela. Un nome che tradisce indubbiamente ascendenze siciliane ma appartiene all'attuale ministro degli Esteri della Valletta...
In un passato neanche troppo lontano, il partito laburista di Malta era storicamente filo arabo. I tempi sono cambiati. Da quattro anni i laburisti sono al governo: un partito appartenente alla famiglia del socialismo europeo (come il Pd) che batte il tasto su una gestione rigorosa dei fenomeni migratori, non solo sulla tradizionale solidarietà ‘di sinistra’. Carmelo Abela, 45 anni, in Parlamento dal 1996, è stato per tre anni ministro degli Interni. Dallo scorso giugno è passato agli Esteri. Continuando ad affrontare il dossier immigrazione. 
L’Italia ha varato nuove regole per le Ong che effettuano operazioni di soccorso nel Mediterraneo. Per esempio ‘Proactiva Open Arms’, la cui nave Golfo Azzurro è stata respinta dalle autorità maltesi. Avete deciso di essere inflessibili? Ma non è contro le regole del diritto internazionale?
«Le leggi che regolano i soccorsi e gli sbarchi sono quelle stabilite dalla Convenzione dell’Onu sul diritto del mare. Malta si adegua rigorosamente al diritto internazionale, che prevede che le persone soccorse in mare debbano essere portate nel porto sicuro più vicino. In questo caso l’Italia, a Lampedusa. Per noi non era una questione di numeri (3 migranti a bordo, ndr) o di chi ha effettuato il soccorso, ma di principio».
Però la Guardia costiera italiana insiste: i soccorsi in mare sono un obbligo. Sulle coste della Sicilia arrivano migliaia di persone che scappano da guerre, persecuzioni, povertà. 
«Naturalmente siamo d’accordo che i soccorsi siano un dovere, ma il caso della Golfo Azzurro riguardava piuttosto il rispetto del diritto internazionale, per quanto riguarda il porto di sbarco». 
- clicca per ingrandire - 
Malta è un piccolo Paese, ma è indubbiamente il vicino più prossimo dell’Italia. Ed entrambi sono Paesi membri dell’Ue. Non crede che l’Italia sia stata lasciata sola? 
«Malta è il Paese più vicino all’Italia, non solo geograficamente ma anche in termini di solidarietà. Abbiamo sempre ritenuto necessaria la relocation, la ricollocazione dei migranti, anche quando c’erano meno sbarchi di adesso. Partecipiamo con le nostre forze navali alle operazioni di Frontex in Italia e Grecia. E inoltre nel 2016 siamo stati il quarto Paese Ue per richieste d’asilo pro capite. Ne abbiamo ricevute 1.900; in proporzione è come se l’Italia ne avesse avute 265mila... Malta non ha fatto nulla per bloccare l’ingresso di migranti, non abbiamo chiuso i confini come altri Stati Ue». 
Perché tutte le navi, comprese quelle che dipendono da Ong straniere, devono raggiungere l’Italia? Non è come se Malta avesse chiuso i suoi porti, come hanno fatto Francia e Spagna? 
«Ribadisco che noi non abbiamo chiuso i porti. Né facciamo distinzioni fra Ong o altre navi. Quando si tratta di sbarcare persone soccorse in mare, ci atteniamo al diritto internazionale. Le operazioni di soccorso avvengono appena fuori dalle acque territoriali libiche; il porto più vicino non è Malta, ma Tunisi o l’Italia». 
La prima Ong ad aver firmato il codice di condotta del governo italiano è stata la maltese Moas. Che cosa ne pensa?
«Il codice è puramente una negoziazione bilaterale tra l’Italia e le Ong, nessun altro Paese è stato coinvolto. Quindi non posso commentare, a parte evidenziare che non ha alcun effetto sul modo in cui Malta adempie i suoi obblighi internazionali. Nello specifico del Moas, posso solo dire che si tratta di una Ong registrata a Malta. Ci tengo a precisare che, anche se opera da Malta, la sua nave non risulta registrata nel nostro Paese (batte bandiera del Belize, ndr)». 
Prima di essere nominato ministro degli Esteri, lei ha guidato gli Interni. Ma l’immigrazione è davvero solo una questione di sicurezza nazionale o non sarebbe meglio gestirla come un tema di politica internazionale e cooperazione? 
«Il fenomeno ha chiaramente una sua dimensione esterna e una interna. A Malta anche gli aspetti operativi ricadono nel campo della sicurezza nazionale: non avendo una guardia costiera, per i pattugliamenti vengono impiegate navi militari. Abbiamo sempre sostenuto la causa di un approccio onnicomprensivo, direi olistico, al fenomeno. Crediamo che l’immigrazione irregolare verso l’Europa debba essere controllata maggiormente e trattata secondo una linea comune a tutta la Ue, in partnership con Paesi terzi».

martedì 13 giugno 2017

Hey Giusi

Di Giusi Nicolini ho sempre avuto una buona opinione. Per questo sono rimasto colpito dalla sua netta sconfitta alle elezioni comunali (solo terza a Lampedusa, da sindaco uscente). Una sconfitta per la quale molti hanno tifato, perché non è sembrato vero poter dire che la gente, quella che vota (peraltro con affluenza molto alta), boccia l'accoglienza dei migranti, che un sindaco dovrebbe preoccuparsi più dei bisogni dei suoi concittadini e così via. Proprio perché sono sorpreso, però, vorrei provare a capire, o solo constatare, i motivi di questo flop. La Nicolini è entrata da poco nella segreteria nazionale del Pd, Matteo Renzi ne ha fatto una facile e comoda bandiera. E forse questo non deve aver convinto troppo proprio chi da un sindaco pretende risposte ai bisogni concreti e quotidiani (l'acqua, la benzina troppo cara, l'elettricità – c'è stato un blackout anche durante lo spoglio delle schede). Strumentalizzazione? Forse sì, forse no. Fatto sta che in campagna elettorale si è parlato praticamente solo dei premi e riconoscimenti internazionali per Giusi Nicolini (ultimo quello dell'Unesco). L'accusa degli oppositori è che lei abbia pensato principalmente alla sua immagine. Lei, che comunque c'ha sempre messo la faccia come nessun altro, replica di aver "portato il nome di Lampedusa nel mondo". Il buon nome, aggiungo io.
Ma chi sono davvero i suoi avversari? La questione non è solo politica né solo legata al tema immigrazione. Passi per la solita ex senatrice leghista Angela Maraventano, fan della "zona franca" per Lampedusa (ha preso solo il 6%), e passi anche per il grillino – ma candidato con lista civica – Filippo Mannino che l'ha pure superata (lui oltre il 28, lei al 24%). Il punto è che ha vinto Salvatore "Totò" Martello, che torna sindaco più di 15 anni dopo l'ultima volta (ha superato il 40% con la sua lista Susemuni, cioè "alziamoci"): volto storico della sinistra a Lampedusa e Linosa, anti renziano, artefice del trionfo di Gianni Cuperlo sull'arcipelago alle primarie del 2013, albergatore e leader dei pescatori, legato all'assessore regionale all'Agricoltura e pesca, Antonello Cracolici (Pd). Insomma, Giusi Nicolini ha perso contro il fuoco amico di una parte del Pd... Forse l'endorsement renziano, platealmente rappresentato dal ministro Luca Lotti in trasferta a Lampedusa con la scusa di inaugurare il nuovo campo da calcio, non è stato una mossa azzeccata. Certo, la Nicolini rivendica di non aver mai pensato solo a se stessa, altrimenti avrebbe accettato ben altre proposte politiche, come la candidatura alle Europee 2014, da lei onorevolmente respinta al mittente. Lo stesso mittente che però mi aspetto possa presentarle altre offerte, chissà...
L'immigrazione, si diceva. Quasi tutti hanno interpretato la sconfitta di Giusi Nicolini come la sconfessione della sua linea morbida. Ma è davvero così? Il neo eletto Martello ha messo subito le mani avanti: «Le nostre braccia restano aperte, ma vogliamo prima sapere quali sono le regole date». Parole più o meno di circostanza. Epperò con lui è schierato anche Pietro Bartolo, il medico-eroe del Fuocoammare di Gianfranco Rosi. Anche Bartolo è un critico della Nicolini, e non si può certo dire che sul tema immigrazione sia insensibile e cinico... D'altra parte, l'ormai ex sindaca ribatte che il dottor Bartolo è stato assessore di Martello e persino di quel Bernardino De Rubeis, primo cittadino dal 2007 al 2012 per il centrodestra, che aveva la Maraventano come vice e che il tribunale di Agrigento ha condannato a sette anni per una storia di tangenti.
Insomma, in fondo tutto sembra risolversi in uno scontro personale e/o politico che poco ha a che vedere con il tema caldo che a destra viene identificato come l'unica ragione della sconfitta di Giusi Nicolini. Ciò a cui nessuno ha pensato, in pratica, è che anche in una bella storia come quella del sindaco ambientalista, antimafia e pro accoglienza ci possa essere un triste epilogo fatto di veleni, accuse incrociate, sospetti e antipatie, presunti "poteri forti" (spettro agitato da alcuni sostenitori della Nicolini). Quello che però mi ha colpito più di ogni cosa è la frase con cui la sindaca uscente ha liquidato le critiche di Totò Martello. Rifiutandosi di replicargli direttamente, ma sottolineando che la sua priorità era ormai solo svuotare la stanza del sindaco e «fotocopiare carte a mia tutela». Frase sibillina ma non troppo...

venerdì 22 gennaio 2016

Giusi de Beauvoir

Giusi Nicolini è una "leonessa". Lo dicono e scrivono in tanti. Una bella figura di combattente civile per i diritti e la dignità, esponente di una politica che dovrebbe tornare a farsi qualche domanda, oltre a millantare presunte risposte. Da quando è stata eletta, il sindaco di Lampedusa è anche un pungolo alla sedicente sinistra italiana. E infatti io sono ancora qui ad applaudirla per aver rifiutato nel 2014 la candidatura sicura alle Europee con il Pd.
Due settimane fa a Giusi Nicolini sono stati riconosciuti ancora una volta i suoi meriti, stavolta a Parigi. Ha ottenuto il Prix Simone de Beauvoir pour la liberté des femmes, arrivato alla sua nona edizione (nel 2013 aveva vinto Malala). L'autorevole giuria l'ha premiata per la sua «azione coraggiosa e pionieristica a favore dei migranti e dei rifugiati» e lei ha, con il consueto piglio da "leonessa", richiamato l'Europa e l'Occidente intero alle proprie responsabilità.
Giusi Nicolini mi piace molto ed è per questo che mi fa molto piacere che l'edizione italiana di Global Voices, la rete internazionale di giornalismo partecipativo, mi abbia contattato per un mio vecchio post sul sindaco di Lampedusa e Linosa. Post citato nell'articolo di Abdoulaye Bah, anche lui gran personaggio: ultrasettantenne di origine guineana, ha lavorato per anni all'Onu, militante radicale, è finito persino in Habemus Papam di Nanni Moretti (faceva il cardinale dello Zambia!). Grazie ad Abdoulaye Bah e a Global Voices. E naturalmente grazie a Giusi Nicolini.

domenica 15 marzo 2015

Ubi Mayor

«Il sindaco di Lampedusa è un eroe». Giusi Nicolini è eroica. E a dirlo è una persona che ha avuto modo di conoscerla e di apprezzarne l'operato. Lo ha detto Jorge Mario Bergoglio, alias papa Francesco, intervistato un paio di giorni fa in Messico. «Si è giocata tutto, a costo di trasformare l'isola da terra di turismo a terra di ospitalità», ha riconosciuto il pontefice, nonostante ciò voglia dire che «si fanno meno soldi». Insomma, Giusi Nicolini, sindaco dal 7 maggio 2012 al posto dell'uscente De Rubeis, esponente Udc con il vicesindaco leghista Maraventano (così, giusto per ricordare le alleanze di "ieri"...), ha operato una rivoluzione, né più né meno. E il gesuita argentino non è l'unico a dirlo («Grazie a papa Francesco, Lampedusa è spina nel fianco dei potenti», ha commentato lei).
Alcune settimane fa è stata pubblicata la classifica del 2014 World Mayor Prize, in pratica la graduatoria dei migliori sindaci del mondo, stilata ogni due anni dalla City Mayors Foundation, un think tank internazionale dedicato alla promozione del buongoverno a livello locale. A vincere è stato il primo cittadino di Calgary, in Canada, Naheed Nenshi, 43 anni, musulmano, originario di Zanzibar. Una storia di integrazione ed estensione dei diritti che ha fatto bene anche alla sua città, amministrata da 5 anni. Nella stessa classifica, quindi, non è un caso che sia presente pure Giusi Nicolini, nella top ten, insieme a greci, statunitensi, indonesiani, filippini, tedeschi, belgi, venezuelani e turchi. Un giro del mondo all'insegna della buona politica. Giusi (anzi, Giusy, per gli analisti di City Mayors), dunque, è nona su dieci in questa prestigiosa classifica. Il prestigio è la conferma del buon lavoro svolto a Lampedusa.
Traduco e cito testualmente le motivazioni:
Giuseppina Nicolini è sindaco di Lampedusa e Linosa, in Italia, dal maggio 2012. È stata eletta dopo aver sconfitto altri quattro candidati, compreso il sindaco uscente. In passato è stata anche vicesindaco, eletta per la prima volta a 23 anni (sindaco era il professor Giovanni Fragapane, del Pci, e lei lo sostituì tra il 1983 e l'84 quando lui fu vittima di un attentato, un accoltellamento che lo ridusse in fin di vita, ndr). Nonostante amministri una piccola comunità su due isole, il sindaco Nicolini è diventata nota a livello internazionale per il gran numero di migranti che arrivano a Lampedusa dal Nord Africa e dal Medio Oriente. La popolazione delle due isole siciliane di Lampedusa e Linosa è normalmente di 6-7mila persone. Il totale aumenta di volta in volta per il gran numero di profughi in arrivo, molti scampati per un pelo all'annegamento e traumatizzati. Dopo il naufragio dell'ottobre 2013, che ha finalmente suscitato un'attenzione internazionale, centinaia di cadaveri furono portati a Lampedusa. Nel suo impegno a richiamare l'attenzione sull'emergenza, il sindaco ha chiesto più aiuto ai vivi e più dignità per i morti. Il cimitero di Lampedusa ormai è pieno, ha detto. Il sindaco e la sua comunità sono stati elogiati da papa Francesco (quando il pontefice ha visitato Lampedusa) per i loro valori umani. Nicolini è nata nel 1961 e si è occupata di protezione dell'ambiente, dell'agricoltura e dell'artigianato. Durante decenni di impegno civile e politico, il sindaco Nicolini ha ottenuto grandi successi per l'ambiente scontrandosi con opposizioni anche violente. In particolare ha salvato la famosa spiaggia dei Conigli dagli speculatori. In alcune delle sue campagne, si è scontrata con gli interessi della mafia. È conosciuta come la "Leonessa". Giusi Nicolini ritiene che Lampedusa dovrebbe essere la porta d'accesso, non la frontiera dell'Europa. Le sue priorità per le isole sono servizi di navigazione più veloci verso la Sicilia, la costruzione di impianti di desalinizzazione per garantire acqua potabile e sicura, e più sviluppo sostenibile che rispetti l'ambiente, per attirare, dice lei, "turismo di qualità".

venerdì 9 gennaio 2015

Ìu sugnu Charlie

#JeSuisCharlie
Sono stato in Francia tre volte, due a Parigi, poche settimane in tutto. Charlie Hebdo lo conosco, ma non l'ho mai letto. Forse preferivo Le Canard enchaîné. Perché il punto di partenza è questo: in Francia, il nostro cugino antipatico ma che ci somiglia e a cui in fondo vogliamo bene, la satira è una cosa seria. In Italia ce la sogniamo un'offerta del genere. La questione non è solo editoriale, ma culturale, sociale, politica. Al di là della cronaca e del dolore.
Ecco perché è semplicemente urticante l'ipocrisia e l'incoerenza di molti italiani (anche miei colleghi...) che adesso gridano alla libertà di stampa-espressione-satira, dopo anni e anni di censure striscianti e prese di posizione tranchant contro giornalismo e dintorni. Ma la mia non è una inutile e risibile difesa d'ufficio della categoria, spesso indifendibile. Dio – uno qualsiasi – ce ne scampi e liberi. Mi fa però schifo la solidarietà pelosa agli irriverenti francesi da parte di chi non ha esitato altre volte a buttarla sulla vecchia regola del "se l'è andata a cercare". Magari lo pensano ancora, ma ora non lo dicono. Quello che conta, per loro, è che Charlie pubblicasse vignette che sbeffeggiano l'Islam. Di quelle sul cattolicesimo, sull'ebraismo e soprattutto di quelle che sfottono la destra reazionaria e xenofoba, invece non parlano. D'altra parte, per i latini la satira era la satura lanx, il vassoio ricolmo di primizie offerto agli dèi. Dèi, al plurale.
Il cortocircuito è servito. Torniamo un po' indietro nel tempo – e nello spazio. Nel 1978 la mafia ammazza Peppino Impastato, uno di quelli che con lo spirito della satira faceva informazione contro i poteri violenti e criminali. Uno spirito libertario, politicamente connotato, che sicuramente sarebbe piaciuto a quelli di Charlie più delle varie e strumentali attestazioni di solidarietà di certe destre italiane. Nel 1996, proprio sul settimanale francese uscì un articolo, Dalla caduta del muro di Berlino alla caduta di Totò Riina (anzi, Riìna), firmato da Phil, l'ex direttore Philippe Val, e Riss, Laurent Sourrisseau, il vignettista rimasto ferito nell'assalto che ha ucciso Wolinski, Charb, Cabu, Tignous e Honoré. I due, Phil e Riss, avevano visitato il Centro Peppino Impastato e riprodussero nella vignetta una vecchia foto del gotha mafioso di Cinisi. In ricordo di Peppino, compagno di satira e di lotta.
La libertà, anche quella di sfottere, fa naturalmente paura al potere, peggio ancora a quei poteri informali e fondati sulla cieca obbedienza e sul terrore. Eppure immagino che anche Peppino, per qualche improvvisato paladino della libertà di satira di inizio 2015, potrebbe essersela "andata a cercare". Ecco, io da certi interpreti del cortocircuito mediatico e ideologico non accetterei lezioni né consigli né insegnamenti. Con una sola eccezione. Ormai non fanno altro che ripetere "abbiamo il coraggio di ripubblicare anche in Italia le vignette di Charlie Hebdo". Bene, allora beccatevi questa. Ottobre 2013. Pour ne pas oublier. Jamais.

sabato 18 ottobre 2014

Julius Ebola

L'Ebola è una cosa seria. Se c'è un motivo per cui l'Italia mi fa rabbia è l'approssimazione con cui i miei connazionali, peggio ancora quando sono pure colleghi, affrontano spesso certe questioni. La terribile malattia originaria dell'Africa sub-sahariana, fino a prova contraria, in Italia non c'è. I presunti casi che hanno scatenato solo le solite, inutile e dannose psicosi (soprattutto nella loro variante 2.0), si sono rivelati intanto episodi di altre malattie, perlopiù malaria. Ciò non toglie che l'attenzione sia e debba essere massima. Ma siccome io in Africa ci sono stato, peraltro proprio in Repubblica Democratica del Congo, il Paese in cui quel virus fu scoperto nel 1976, e ho adottato tutte le misure obbligatorie e consigliate di profilassi e prevenzione per le malattie infettive tropicali (ma dov'ero io si muore piuttosto di malaria, dissenteria, malnutrizione), mi infastidisce la sciatteria con cui si tratta l'argomento. In particolare dando voce a chi non ha competenza tecnico-scientifica in materia e finisce, a volte scientemente, per diffondere messaggi più pericolosi dello stesso virus.
Continuare ad additare la Sicilia come luogo a maggior rischio in Europa è un'operazione che comincia a farsi sospetta quando a farlo sono movimenti politici o associazioni di categoria che hanno sempre fatto del populismo, della demagogia e di un razzismo neanche tanto strisciante la loro ragion d'essere. Per non dire di quei banditi che usano i social network come cassa di risonanza delle peggiori schifezze. Come l'imbecille che due mesi fa fece quella cosa oscena su Facebook, con il post che parlava di tre casi di ebola a Lampedusa. Certo, come ti sbagli? Abitanti e istituzioni dell'isola hanno chiesto un risarcimento di 10 milioni per la pessima pubblicità. Una bufala vergognosa che però si era beccata i suoi bei 26mila "mi piace". Perché gli imbecilli non sono mai soli.
L'azienda americana Giant Microbes produce peluche a forma di batteri e virus. Sul serio.
Quello di Ebola è attualmente tutto esaurito. Loro lo chiamano "il T.Rex dei microbi"...
Non si possono agitare certezze né in un senso né nell'altro: la malattia è pericolosissima e la Sicilia si trova in una posizione di debolezza, geograficamente parlando. Epperò i casi finora conclamati, avvenuti tutti in altri Paesi europei o negli Stati Uniti, NON in Italia né figurarsi in Sicilia, riguardano gente arrivata con voli intercontinentali (anche in business class), non con carrette del mare. Guarda un po'. Allora sarebbe meglio non fare allarmismo e impegnarsi in controlli e prevenzione, per evitare di essere stupidamente impreparati quando disgraziatamente dovesse mai arrivare un malato di ebola in Sicilia. E non lasciare a razzisti e incompetenti il potere di decidere. Per questo esistono le tanto vituperate istituzioni: in Sicilia c'è una giunta regionale, per quanto traballante, e c'è un'assessore alla Salute, che si chiama Lucia Borsellino e giustamente informa i 5 milioni di siciliani (e altre decine di milioni di connazionali) che, per esempio, quello svizzero ricoverato a Palermo ha la malaria e non la EVD (Ebola virus disease). Così come ci sta pure che il presidente della Regione, Crocetta, provi a ragionare a mente fredda sulla psicosi: «Chiunque ha un banale raffreddore pensa di avere l’Ebola. Ho visto un allarme eccessivo, un vero e proprio panico. Sarebbe meglio che le persone si vaccinassero contro l’influenza così non pensano al virus in caso di influenza».
La cosa è seria, ribadisco. Parlino scienziati, medici, esperti. Tacciano razzisti, fascisti, xenofobi, allarmisti e complottisti. Parlino i ministri e le autorità. Tacciano quelli a cui non pare vero mettere insieme in un unico indistinto calderone di odio Sicilia e Africa. E tacciano quelli che scrivono «Alfano sarai processato se di ebola morirà un italiano». Se non altro perché, suvvia, la rima è riuscita proprio male.

venerdì 14 febbraio 2014

Premio di consolazione

2.748,09 chilometri. Duemila-settecento-quarantotto-virgola-zero-nove. Quasi tremila chilometri, in linea d'aria molto teorica, separano Lampedusa (LMP) da Oslo (OSL). Una bella distanza. Sono agli antipodi d'Europa, l'isoletta siciliana in mezzo al Mediterraneo e la capitale della Norvegia. Non esiste – ovviamente, direi... – un collegamento diretto tra le due località. In aereo, sempre con quella distanza teorica, ci vorrebbero più di tre ore e mezza: ma un volo diretto appunto non c'è, e con gli scali a Palermo, Roma e Zurigo di ore ce ne vogliono più di 15. Un po' come andare dall'altra parte dell'Oceano. Da Cala Francese a Gardermoen (che poi, tra l'altro, vuol dire "recinto"...) è un viaggio intercontinentale. Non solo in senso figurato.
Perché sottolineare allora questa lontananza che non dice nulla di nuovo? Perché nelle ultime settimane le parole "Lampedusa" e "Oslo" sono finite spesso nella stessa frase. E la frase è la fatidica candidatura dell'isola al premio Nobel per la Pace. Lodevole iniziativa che, con una raccolta firme e petizioni online, promosse dall'Espresso con l'autorevole e credibile appello di Fabrizio Gatti, ha decretato, da parte degli italiani, che Lampedusa meriti di finire sul tavolo del Comitato norvegese. Lampedusa merita rispetto e il riconoscimento di un grande impegno dei suoi cittadini, della sua amministrazione, della sua gente, pure dei suoi turisti, di fronte a quella che soprattutto la mia categoria si ostina a chiamare "emergenza immigrazione".
Da questo modesto blog – non sono altro che uno scribacchino, un pennivendolo, un giornalaio – vorrei solo far notare due cose. La prima: la candidatura al Nobel più "politico", in sostanza, non vuol dire nulla. Basta che ci sia qualche docente di diritto o di scienze politiche, parlamentari o membri di governi a proporla, e la candidatura può arrivare a Oslo. Essere tra i nomi suggeriti non significa affatto che ci sia una reale opportunità di vincere il premio. Anche perché ufficialmente non esiste la categoria "nominato al premio Nobel per la Pace". Sta al Comitato decidere. E tra le 25 istituzioni che hanno vinto finora non c'è mai stata una città... L'unico italiano, per la cronaca e la storia, è stato il giornalista e patriota Ernesto Teodoro Moneta, premiato nel 1907.
Speranze naufragate
Ma il punto più importante è il secondo. Al di là del premio di un milione e mezzo di dollari, perché dovrebbe essere fondamentale che il sindaco Giusi Nicolini trovi un modo per volare a Oslo, superando quella distanza incolmabile, e ritirare quel premio? Ripeto, Lampedusa merita rispetto, ma forse più che i riconoscimenti dovremmo tributarle riconoscenza. Insomma, comprendo che governo e parlamento vogliano richiamare le istituzioni internazionali alle loro responsabilità, ma oltre a coinvolgere Bruxelles, Strasburgo, Oslo, Ginevra, New York, Tripoli, il Vaticano e un'altra mezza dozzina di città nel mondo, sarebbe ora che anche Roma torni a fare il suo lavoro. Non la sto buttando in politica. Però prima di "elemosinare" (lo virgoletto perché non voglio essere irrispettoso) qualcosa ai nobeliani norvegesi, dovremmo ricordarci, noi italiani che dei lampedusani siamo connazionali, che nel 2004 abbiamo dedicato all'isola un nastro o una coccarda – tanto per limitarci ai premi e alle cerimonie. Il 2 luglio l'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferiva al Comune di Lampedusa e Linosa la medaglia d'oro al valore civile. Cito testualmente le motivazioni:
L'Amministrazione comunale affrontava ed offriva un lodevole contributo al superamento delle innumerevoli difficoltà legate all'ondata di sbarchi clandestini di cittadini extracomunitari, impegnando i propri apparati socio-assistenziali e considerevoli risorse economiche. La popolazione tutta dava testimonianza dei più elevati sentimenti di umana solidarietà ed accoglienza verso gli immigrati, riscuotendo l'incondizionata ammirazione e gratitudine del Paese. 2001/2003 Lampedusa e Linosa
Dunque stiamo parlando di dieci anni fa. Poi nel 2012 Giorgio Napolitano ha elargito medaglie d'argento ai Carabinieri, alla Guardia Costiera, ai Vigili del Fuoco, all'Aeronautica e alla Guardia di Finanza. Anche loro, effettivamente, meritevoli nella gestione di quella "emergenza". Ormai le medaglie sono andate, conferite e raccolte in qualche bacheca. Ma non significa che l'Italia abbia esaurito il suo ruolo e i suoi compiti, mettendosi a posto la coscienza, lavandola con un nastrino tricolore e un pezzettino di metallo pregiato.
Oslo è lontana e non fa neanche parte dell'Unione Europea. Quella stessa Ue che ha preferito coltivare una strana politica estera e dare soldi alle Fiji, alle Samoa o a Barbados. Dimenticando magari altre isolette meno esotiche.

lunedì 15 luglio 2013

In vino caritas

Non sono un vaticanista, da osservatore laico delle vicende di Chiesa mi tiro fuori dalle analisi dotte e mi limito a dire che la visita di Papa Francesco a Lampedusa è stata molto importante e significativa. Ne parlo con una settimana di ritardo per uno spunto che ho ricevuto un paio di giorni fa. Un comunicato stampa in cui veniva esplicitato un aspetto curioso e interessante del primo viaggio di Bergoglio.
Alcuni giornali ne hanno già parlato: il menù del pranzo del Papa. In verità, il comunicato si riferiva al vino! Era delle Cantine Settesoli, la più grande azienda vitivinicola siciliana e tra le maggiori cooperative del Sud Italia, di Menfi, provincia di Agrigento. Il Papa ha sorseggiato Grillo (bianco) e il doc Nero d'Avola (rosso).
Si sa che Francesco mangia poco, ma pare, dalle parole della chef Rosaria Di Maggio del resort Costa House, che abbia assaggiato e gradito. Lo capisco pure, con un menù del genere: tortino di melanzane all'araba (ideato ad hoc: pomodoro, finocchietto, uvetta, pinoli, triglie, pistacchio, mollica al basilico), couscous di verdure, calamari ripieni, caponata, ricciola gratinata al croccante di pistacchio, carpaccio di pesce spada affumicato con melone cantalupo. Di Maggio dice che Su Santidad ha voluto la cassata come dolce. Chissà cosa avrebbe potuto proporgli invece l'ex vicesindaco leghista Angela Maraventano, proprietaria di un ristorante a Lampedusa, "Il Saraceno" (sic)...
Ora, al di là dell'invidia e dell'acquolina che mi sono sorte all'istante, è giusto notare le contaminazioni, il senso di "integrazione", e anche il legame con il territorio. Dieta mediterranea in piena regola. Il Papa avrà sicuramente apprezzato, lui che cucinava per sé quando stava a Buenos Aires. E poi è comprensibile la soddisfazione di Settesoli, un'azienda che dà lavoro a migliaia di persone, ha 2.000 soci, produce 24 milioni di bottiglie di vino all'anno e fattura quasi 50 milioni di euro. Beh, nel comunicato forse si sono lasciati prendere la mano a parlare di "enogastronomia a Km zero" nel piatto lampedusano di Bergoglio...
Il presidente attuale della cooperativa è Vito Varvaro, manager palermitano con esperienze passate da amministratore delegato di Procter&Gamble e un posto tuttora nei cda di Piaggio e Tod's, e addirittura tesoriere di Save the Children, oltre che docente alla Luiss. Insomma, un alto profilo dirigenziale e gestionale. Varvaro è subentrato nel 2011 al barone Diego Planeta, eletto nel cda esattamente 40 anni prima e poi divenuto presidente nel 1973. Un nome, anzi un cognome, che dice molto a chi conosce l'enologia siciliana: tra le altre cose, infatti, è lo zio di Alessio Planeta, uno dei fondatori dell'omonima casa vinicola di Menfi, marito della deputata montiana Gea Schirò.
Tutto ciò per dire che il vino è cosa seria. Sono lontani i tempi in cui le uve siciliane partivano in autobotte per "tagliare" i nobili prodotti dei cugini d'Oltralpe. Ora nell'Isola ci sono una Docg (il Cerasuolo di Vittoria) e 25 Doc, più 7 Igt. Per non dire delle aziende siciliane leader nella produzione di vino da messa, tanto per restare in tema. Vino di qualità, dunque, che si comincia a vendere anche all'estero, su nuovi mercati.
Compreso il Canada, dove qualche vino siculo – come proprio i Planeta – si conosce già, ma dove ci sarebbe ancora molto da fare. Ed è per questo che la Camera di commercio italiana in British Columbia (la zona di Vancouver, in pratica) organizzerà dei tour mirati, chiamati Flavours of Sicily, per spingere eventuali investitori canadesi a fare acquisti tra le vigne della Trinacria. Dalla foglia d'acero a quella di vite. Pare sia un pallino del direttore del Marketing and Business Development. Che si chiama Alex Martyniak, cognome che non tradisce origini propriamente italiane. Però un legame con l'Italia, lavoro a parte, ce l'ha comunque. E qui, peraltro, si chiude il cerchio: dice di essere lontano nipote di Karol Wojtyla.

sabato 16 giugno 2012

Isolani isolati #8

Dici Lampedusa e ti vengono in mente tante cose. Sappiamo benissimo quali. Se parliamo di politica, è quasi inevitabile pensare alla Lega Nord. Solo in Sicilia (e in Italia) può succedere che il partito nordista sia riuscito a sfondare nel comune più meridionale. Alle elezioni di maggio, però, il sindaco uscente Bernardino De Rubeis - che si presentava con le liste "Dino il Sindaco Buono" e "Tre Isole... un Cuore" ed era sostenuto dalla pasionaria leghista Angela Maraventano - è stato sconfitto. Addirittura è arrivato quarto, con il 17,5% dei voti, preceduto anche da altri due ex sindaci, Bruno Siragusa e Totò Martello, oltre che dal nuovo primo cittadino. Che si chiama Giusi Nicolini, storica esponente di Legambiente.
Cambiano i sindaci, com'è anche normale che sia, ma restano disagi e problemi. Il comune di Lampedusa comprende tutto l'arcipelago delle Pelagie, dunque anche Linosa e Lampione (appunto tre isole, come nella lista di De Rubeis). L'ultima è piccolissima e disabitata, ma a Linosa un po' di gente ci vive. E anche lì i problemi e i disagi non mancano. Non bastasse la frequenza irregolare della nave che porta a Lampedusa e Porto Empedocle, ci si mette adesso anche la mancanza di benzina sull'isoletta. In realtà il carburante a Linosa manca da molto tempo: la precedente giunta aveva concesso il suolo pubblico a una ditta palermitana, la Cusumano, per costruire - con le procedure speciali riservate alle opere di pubblica utilità - un distributore di benzina, che c'è ma non funziona.
Ora i cittadini di Linosa protestano, radunando le loro auto davanti alla delegazione comunale e chiudendo i negozi, e denunciano i disagi che rischiano di peggiorare con l'arrivo dell'estate. Anche perché l'alternativa è fare rifornimento a Lampedusa, dove la benzina costa due euro al litro. E pure il neosindaco Nicolini si fa portavoce delle lamentele dei linosani: «Se Cusumano non è realmente interessato a quel punto vendita, ha il dovere di dirlo chiaramente e noi ci muoveremo di conseguenza per garantire l'erogazione di un servizio di pubblica utilità». Nicolini dice anche altro: «Va garantito l'accesso ai rifornimenti. Sarebbe estremamente grave se l'idea del distributore si rivelasse un'ennesima presa in giro nei confronti di una comunità piegata per tanti anni dall'isolamento, dalla crisi e dall'abbandono». Come sempre, vanno risolti prima i problemi quotidiani, poi si può pensare ai progetti ambiziosi. Il sindaco di Legambiente si dice «convinta che Linosa debba puntare per il futuro sulla mobilità sostenibile». Ha ragione. Al momento è insostenibile.

venerdì 24 giugno 2011

Molto casinò per nulla...

La sede del vecchio Kursaal a Taormina
Berlusconi l'aveva detto: per rilanciare Lampedusa, ci porteremo un casinò. Come se quella fosse l'urgenza più impellente tra gli investimenti turistici nell'isoletta delle Pelagie. Però è ormai consueto tirare fuori la proposta-casinò come opportunità di crescita per la Sicilia. Da moltissimi anni (io lo sento dire da quando sono piccolo) si parla della riapertura della storica casa da gioco nella splendida Taormina. Adesso il deputato regionale Giuseppe Arena (Mpa) ha presentato un disegno di legge per l'apertura di sei casinò in altrettante località turistiche siciliane. Oltre alla "solita" Taormina e la stessa Lampedusa, in lizza ci sono Agrigento, Catania, Cefalù e Pantelleria. I sindaci e gli assessori di questi comuni sembrano tutti d'accordo. Vale la pena citare per esteso le parole di Arena in conferenza stampa: «È ora di smetterla con i pregiudizi, le ipocrisie, e i falsi moralismi. Non si può continuare ad offendere l’intelligenza dei siciliani con la solita stucchevole barzelletta che i casinò in Sicilia non potranno mai essere realizzati a causa delle infiltrazioni mafiose e del riciclaggio di denaro a meno che qualcuno non pensi operazione assai ardita di relegare il fenomeno mafioso solo entro i confini di casa nostra. Le mafie e le attività criminali sono i mali del secolo e sono purtroppo presenti in tutto il pianeta, eppure il mondo è pieno di casinò». Giuseppe Arena dà anche un po' di numeri: 21 in Slovenia, 13 in Spagna (tutti dentro gli alberghi), 9 in Portogallo, 185 in Francia, 78 in Germania, 18 in Austria, 9 in Belgio, «senza contare la dirimpettaia Malta, che tanto invidiamo» (cit.).
Io non mi sento offeso, in realtà, né ho mai creduto alla favoletta (altro che barzelletta) della mafia solo siciliana. La questione-casinò è vecchia e non ho nessuna competenza specifica. Non amo affatto l'idea della casa da gioco come fonte di sviluppo turistico dell'Isola. Non direi proprio che alla Sicilia manchino risorse direi quasi "materie prime" per organizzare una decente economia turistica. Certo, bisogna pure curarle le proprie ricchezze turistiche... Al limite, i casinò potrebbero essere qualcosa in più, ma non l'unico investimento. Peraltro noto la singolare coincidenza dell'annuncio di Arena con la decisione unanime della Camera di accordare un regime di esenzione fiscale per i privati e le aziende a Lampedusa finché non viene risolta la cosiddetta "emergenza" immigrazione. I responsabili e i gestori dei casinò precisano comunque che il riciclaggio di denaro è praticamente impossibile.
Fatto sta che per Arena questa "straordinaria occasione di sviluppo" è stata spesso negata dai governi nazionali, soprattutto quello attuale «da sempre ostile alla nostra terra e oggi più che mai prigioniero delle logiche e delle lobby del nord». Coi casinò si potrebbe riparare dunque a questo torto subìto dai siciliani e finalmente la Sicilia si allineerebbe alle altre regioni italiane che hanno case da gioco. Sanremo, Campione d'Italia, Venezia, Saint-Vincent, Bagni di Lucca (riaperto nel 2009, primo automatizzato al mondo): ecco, grazie ai casinò la Sicilia si allineerà alla Liguria, la Lombardia, il Veneto, la Valle d'Aosta e la Toscana. Ma a cosa si allinea, alla profonda crisi del casinò nell'exclave di Campione? O alle solite insistenti voci sul riciclaggio, per quanto negato o ricondotto alla logica del "mal comune"?
La tanto invidiata dirimpettaia Malta non sfugge a tutto ciò, almeno da quanto risulta da qualche seria inchiesta delle procure italiane. Mettiamoci pure la situazione particolare a San Marino. Da più di cinquant'anni la Repubblica del Titano si è impegnata a non aprire case da gioco, ma nel 2007 è stato creato un Ente di Stato sammarinese dei Giochi, preludio alla riapertura di un casinò. Però toccherà all'Italia decidere, dato che esiste un accordo tra i due Paesi sul divieto del gioco d'azzardo legale a San Marino. Dovrà decidere quindi lo stesso Stato, l'Italia, che non ha leggi chiare e univoche sulle sue case da gioco, a tal punto che un'altra regione a statuto speciale, il Friuli-Venezia Giulia, ha provato invano, bloccata dalla Corte Costituzionale a creare in autonomia nuovi casinò sul suo territorio.
Si faranno o no questi casinò in Sicilia, dunque? Le scommesse sono aperte, fate il vostro gioco.

martedì 14 giugno 2011

Isolani isolati #6

Spesso viene minacciato, non sempre viene messo in pratica. Lo "sciopero del voto" è un segnale forte, che una comunità stanca, delusa e arrabbiata lancia a chi di dovere. Nel giorno in cui il quorum del referendum viene raggiunto e la soglia del 50%+1 viene superata come non accadeva da anni, un'eccezione all'entusiasmo referendario si impone per il suo valore simbolico. Gli abitanti del comune di Lampedusa e Linosa, che comprende le due isole delle Pelagie, hanno deciso di disertare le urne in massa. Solo il 27,33% degli elettori lampedusani e linosani ha votato sui quattro quesiti nazionali. Lo avevano detto: se il governo non farà nulla di concreto per la popolazione, i seggi rimarranno vuoti. L'emergenza (chiamiamola così...) immigrazione ha fatto crollare le prenotazioni turistiche e dunque la maggiore voce dell'economia dell'arcipelago. Al di là dei confronti con gli altri comuni agrigentini (a Sambuca di Sicilia ha votato il 72% degli elettori, per esempio), la considerazione che mi viene spontanea è un'altra. Vero che non votando al referendum, paradossalmente un favore al governo l'avrebbero pure fatto, ma gli abitanti delle Pelagie non si sono fatti suggestionare dalle promesse inverosimili, soprattutto quelle del presidente del Consiglio. E hanno protestato civilmente, con una rinuncia importante, come qualcuno aveva già fatto per le Europee del 2009. È un monito alle istituzioni. Evidentemente la situazione è meno rosea di quella dipinta da Franco Gabrielli, erede di Bertolaso alla Protezione Civile, secondo cui, meno di una settimana fa, «Lampedusa è ok. E non fa più notizia...». A Lampedusa e Linosa molte cose sono ko, e fanno sempre notizia.

domenica 24 aprile 2011

L'altro 25 Aprile

Nell'anno in cui la festa della Liberazione e il lunedì di pasquetta coincidono, quando tutti si dannano per aver perso un giorno di festa, mentre in molti si rammaricano per dover rinunciare a una bella scampagnata (ma ne approfittano per abbuffarsi a Pasqua), a Lampedusa il 25 Aprile si celebra in modo diverso. Almeno la Cgil siciliana ha deciso di celebrarlo in maniera particolare. Magari per qualcuno sarà una scelta troppo "politica", ma in un periodo in cui i revisionismi non fanno quasi più notizia, forse è meno retorica di altre l'idea di ricordare una delle date fondative della nostra storia (nell'anno del 150° dell'Unità) portando un fiore sulle tombe dei "morti senza nome" nel cimitero dell'isola. Un fiore per i migranti morti nelle disperate traversate nel Canale di Sicilia.
Di politico naturalmente qualcosa c'è. Per Antonio Riolo, segretario regionale del sindacato "rosso", i migranti che muoiono per raggiungere le Pelagie sono «anche vittime del rigurgito neo-fascista e capitalista che investe l'Europa». Parole forti, ma non fuori luogo nell'isoletta che si è ritrovata a far da palcoscenico alla farsa di Borghezio e Marine Le Pen.

sabato 16 aprile 2011

Lo sfregio delle Due Sicilie

In attesa dei casinò, dei campi da golf e del premio Nobel, Lampedusa sembrava pronta ad accogliere eventi importanti di portata mondiale. Probabilmente qualcuno pensava di "risarcire" così l'isola dai problemi e le difficoltà della solita emergenza migratoria. Il ministro dell'Agricoltura, Saverio Romano, aveva fissato a Lampedusa la sede del summit Unesco sulla dieta mediterranea. La pratica alimentare è diventata "patrimonio immateriale dell'umanità" (insieme ai pupi siciliani e al canto a tenore sardo) e l'Italia deve organizzare l'evento. Ma Lampedusa non c'entrava nulla.
La sede prevista era Pollica, il paese del Cilento del sindaco-pescatore Angelo Vassallo, ucciso il 5 settembre scorso dalla camorra. Dunque in Campania, non in Sicilia. La dieta mediterranea è nata proprio lì, teorizzata e messa a punto dallo scienziato statunitense Ancel Keys, che a Pollica (frazione Pioppi) visse 28 anni studiando l'alimentazione locale. L'iscrizione nell'Unesco era tra l'altro uno dei grandi sogni e progetti di Vassallo, sogno realizzato due mesi dopo la sua morte. Insomma, trasferire il summit da un'altra parte era troppo, un'offesa a Vassallo. E questo non lo dico io o qualche oppositore politico di Romano. Il primo a scagliarsi contro l'assurda decisione è stato Edmondo Cirielli, nome noto ai più per l'omonima legge sulla prescrizione, oggi presidente della provincia di Salerno e presidente della Commissione Difesa della Camera.
Cirielli non ce l'ha con Lampedusa, anzi ritiene che il governo deve impegnarsi per il territorio dell'isola ma senza penalizzare altri. Ce l'ha invece un po' di più con Romano, minacciando addirittura una mozione di sfiducia individuale contro il ministro responsabile. Tutto rientrato, comunque: Romano smentisce l'ipotesi di trasferimento, anche se i suoi virgolettati dicevano altro. Il summit si farà a Pollica. E Cirielli ora è soddisfatto.
Anche la Fondazione Angelo Vassallo se l'era presa, e con piena ragione: calpestata la decisione dell'Unesco e la memoria del sindaco antimafia. Lo stesso sindaco che il predecessore di Romano, Giancarlo Galan, a febbraio aveva onorato a Pollica, intitolandogli il centro studi sulla dieta mediterranea e riconoscendo tutto il suo merito nell'iscrizione nel patrimonio dell'umanità.
Umanità, signor ministro, vuol dire tutti. E Vassallo è patrimonio di tutti.

lunedì 14 marzo 2011

Turisti fuori stagione a Lampedusa

Non bastavano gli sbarchi. Non bastavano le indagini. Non bastavano i disagi. No, Lampedusa aveva proprio bisogno di visite eccellenti. Per non sentirsi abbandonata e dimenticata, l'isola non poteva fare a meno della visita di Marine Le Pen e Mario Borghezio. Tanto la Lega era già arrivata a Lampedusa da tempo, infatti si aspettava che ad accompagnare i due eurodeputati ci fosse pure il vicesindaco Angela Maraventano (ristoratrice marchigiana a Lampedusa, vice di Bernardino De Rubeis a più riprese, senatrice padana eletta in Emilia-Romagna: la globalizzazione in una sola persona, leghista). La senatrice non ha potuto esserci, ma sicuramente il duo sa come cavarsela. E cosa ci vengono a fare Mario&Marine nelle Pelagie? Ovvio, a vedere come vanno le cose nell'isola, a visitare il Cpt-Cie-o-quello-che-è di contrada Imbriacola e a incontrare il sindaco De Rubeis. Borghezio non è neanche nuovo a queste gitarelle, stranamente gli fanno trovare i centri per immigrati sempre in ordine. Certo, gran tempismo il sindaco: prima si fa indagare per istigazione all'odio razziale, ora accoglie la candidata del Front National alle presidenziali francesi 2012 in compagnia dell'uomo che agli stessi xenofobi transalpini insegnava i trucchi per continuare a propagandare razzismo senza sembrare razzisti.
Un collega di partito di Borghezio (e della senatrice Maraventano), che incidentalmente guida il Viminale e si chiama Roberto Maroni, pensa che la Le Pen ne approfitterà per farsi campagna per le elezioni francesi. Sai quanti voti raccoglie a Lampedusa la bionda Marine?!? Poi se propone di assistere i migranti in mare senza farli (anzi, per non farli) sbarcare sull'isola... Ministro Maroni, non si preoccupi, Marine Le Pen dice di condividere la posizione della Lega sull'immigrazione, anche lei se la prende perché la stampa italiana li dipinge come razzisti, xenofobi e antisemiti.
Se davvero Marine Le Pen di Jean-Marie da Neuilly-sur-Seine è venuta a cercare voti, chissà se ha letto lo striscione con cui l'hanno accolta all'aeroporto. In francese, quindi una nazionalista sciovinista (ma non razzista, eh) come lei dovrebbe capirlo: "Liberté, egalité, fraternité : aussi pour les sans-papier". Pure Borghezio sa il francese, quindi gli risparmio la traduzione.


mercoledì 2 marzo 2011

6.001 indagati

Ancora sbarchi a Lampedusa. E questa non è più una notizia. Invece fa notizia che la magistratura abbia iscritto nel registro degli indagati per immigrazione clandestina (ah, la Bossi-Fini...) i seimila finora arrivati nell'isola. Ma perché non si dica che si fa torto a qualcuno, anche il sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis, ha un fascicolo aperto a suo nome per istigazione all'odio razziale. La colpa, aver emanato un'ordinanza contro "accattonaggio e comportamenti non decorosi" delle migliaia di migranti per le stradine dell'isola. De Rubeis si difende dicendo che l'ordinanza è rivolta in realtà a tutti, italiani e stranieri. Sarà, ma non è così strumentale legarla all'emergenza migratoria. D'altra parte, la popolazione lampedusana è stanca e ha grandi difficoltà a vivere serenamente in una terra che sembra abbandonata a se stessa, dove comunque è forte il senso di ospitalità. Forse manca semplicemente un po' di buonsenso. Atti dovuti (obbligatorietà dell'azione penale), per carità, ma è legittimo il dubbio che non siano la soluzione migliore al momento. Certo è che viene da riflettere sulla separazione dei poteri: il parlamento si occupa (non è ironico) di altro, il governo manco a dirlo, quindi resta la magistratura. Ah, sempre questi giudici...

mercoledì 16 febbraio 2011

Isolani isolati #3

La Sicilia, l'isola più grande del Mediterraneo, è circondata da quattordici isole minori abitate e decine di isolotti e scogli. Paradisi per i turisti, gioielli della natura, ma difficili e scomode da vivere per chi ci abita tutto l'anno. Dalle sette Eolie, alle Egadi, Ustica, dalle Pelagie a Pantelleria, i disservizi sono tanti e rendono davvero complicata la vita di persone teoricamente molto invidiate.
Parliamo di Lampedusa. Sicuramente l'isola siciliana più conosciuta, e soprattutto per demeriti. Non suoi. L'approdo principale dell'immigrazione dal Nordafrica. E a nulla serve O' Scia', il festival organizzato ogni anno da Claudio Baglioni, proprietario di una villa già abusiva. Come prima di lui Mimmo Modugno.
Ora aumentano gli sbarchi dalla Tunisia e la situazione è di nuovo al collasso. Gli abitanti si sentono abbandonati, "i veri extracomunitari". Nonostante l'emergenza (chiamiamola così) e alcuni piccoli casi di cronaca legati alla presenza degli immigrati, i lampedusani protestano più per altri motivi. Gasolio, elettricità, trasporti costano il 30% in più che nel resto d'Italia e l'attività dei pescatori è in ginocchio. Non conviene neanche morire, dicono con cinica ironia: di solito ci si va a curare al Civico di Palermo e costa troppo riportare la salma sull'isola. Invece si pagano tasse alte sull'acqua e sui rifiuti. Il piano regolatore non c'è, un piano di fabbricazione risale al 1974 e le pratiche di condono edilizio si accumulano. E in estate il depuratore non funziona.
Gli isolani però sono persone solidali e di buon cuore e hanno sempre cercato di aiutare il più possibile gli immigrati. Che infatti hanno pure organizzato un corteo per ringraziarli: "Grz Lampedusa" e "Viva l'Italia".
Viva l'Italia, nell'isola che vanta un vicesindaco leghista...

lunedì 14 febbraio 2011

Cercando un'altra Tunisia

Tunisia, Algeria, Egitto, il Nordafrica è in subbuglio e la gente scappa. A Lampedusa arrivano migliaia di profughi. Sì, profughi, non immigrati, non clandestini, né extracomunitari d'antan. Profughi, perché scappano da paesi, nello specifico la Tunisia, dove cadono regimi e la piazza si anima di rivolte. Non saranno tutti richiedenti asilo, ma una buona parte potenzialmente sì. Le istituzioni italiane - nazionali e regionali - tinte di verde parlano di "esodo biblico" e si dicono abbandonate dall'Europa. E dire che Lampedusa è la più padana tra le desolate lande terrone... Ministri che reclamano l'impiego della polizia italiana per fermare il flusso dei tunisini in fuga, ma poi dicono che devono essere garantite le protezioni di legge. Eh certo, sono le convenzioni internazionali a prevederlo, aggiungo io. Da Tunisi, almeno, rispondono che non ci pensano nemmeno ai poliziotti italiani, che la proposta è "inaccettabile", che Maroni è esponente di una "estrema destra razzista". Poi smorzano i toni, ma ribadiscono di non tollerare interferenze con le vicende interne della Tunisia. Cecilia Malmström, commissario Ue agli Affari interni, parla addirittura di un'Italia che rifiuta l'aiuto europeo, il Viminale smentisce.
E in tutto questo, la Sicilia è lì, al centro del Mediterraneo. Punto d'approdo e focolaio di polemiche. E in Sicilia verranno Maroni e Berlusconi a vedere di persona come vanno le cose. Si prepara il controesodo?

lunedì 13 dicembre 2010

Radio Padania Sicula

Partiamo dalla geografia. Modica e altre zone della provincia di Ragusa si trovano poco più a sud di Tunisi. La vicinanza è tale che non è strano ascoltare ogni tanto le radio tunisine e maltesi. Invece è un po' più strano, quasi inspiegabile, che nel circondario modicano si sentano da qualche tempo le frequenze di una radio oggettivamente improbabile nella provincia più meridionale d’Italia. Anche se il segnale non è “pulito”, sintonizzandosi sui 93.90 MHz, l’ascoltatore proverà la sorpresa di imbattersi in propaganda anti-immigrati, attacchi antimeridionali e dialetti del Nord Italia. In provincia di Ragusa è arrivata Radio Padania Libera (RPL), l’emittente di partito della Lega Nord.
Come pubblicizza anche sul suo sito, Radio Padania trasmette in Sicilia nell’isola di Lampedusa, ma lì la Lega è sbarcata anche politicamente: il vicesindaco è la senatrice del Carroccio Angela Maraventano. Una nuova frequenza è spuntata anche a Palermo. Eppure nel resto della regione la radio leghista spopola, anche se ufficialmente non esiste.
La spiegazione sta tutta in una piccola norma inserita nella finanziaria del 2001, secondo governo Berlusconi. Grazie a un emendamento presentato dal fondatore dell’emittente, il deputato leghista Davide Caparini, Radio Padania Libera può attivare quasi liberamente nuovi impianti fm sul territorio nazionale senza chiedere preventive licenze al ministero o agli ispettorati regionali, purché non interferiscano con frequenze già esistenti.
Radio Padania è considerata una emittente “di servizio” e “comunitaria”, cioè non commerciale e utile alla comunità, come altre radio appartenenti ad associazioni o a fondazioni culturali, politiche o religiose. Radio Padania può dunque occupare nuove frequenze nazionali per completare la sua copertura, in deroga alla normativa vigente. L'altra grande beneficiaria è Radio Maria.
Accesso facile facile alle frequenze “terrone”, dunque. Ma non si comprende apparentemente il perché. Solo apparentemente. La norma prevede che dopo novanta giorni dall’attivazione dei nuovi impianti, le emittenti radiofoniche comunitarie diventano a tutti gli effetti “autorizzate”, cioè proprietarie della frequenza, che possono rivendere o scambiare anche da subito. Ecco perché RPL ha effettuato quello che il suo stesso amministratore delegato, il senatore lumbard Cesare Bossetti, ha definito “shopping meridionale”. Radio Padania conserva in effetti le frequenze per poco tempo, solo alcune settimane, permutandole con altre radio, ma anche vendendole ai network nazionali commerciali che per legge non possono acquisire impianti e frequenze: Radio 101 (gruppo Mondadori), RTL, Radio Italia, Radio Dimensione Suono, Radio Montecarlo.
Solo il tempo – ma non bisognerà attendere troppo, evidentemente – saprà dire quanto ancora si potrà “godere” in provincia di Ragusa delle trasmissioni radiofoniche padane, ascoltare i consigli dell’Automobile Club Padano, informarsi con i notiziari in una imprecisata lingua del Nord, o semplicemente accodarsi alle telefonate degli ascoltatori che augurano “buona Padania a tutti”.
Forse meglio il radiogiornale di Tunisi o di Malta.