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martedì 30 marzo 2021

Vitti 'na Razza

A inizio marzo, l'assessore regionale alla Salute, Ruggero Razza, annunciò che gli 11mila disabili gravissimi siciliani - che avevano sottoscritto con la regione lo specifico Patto di cura - avrebbero ricevuto la vaccinazione anti Covid a domicilio con Moderna. Mio padre è uno di questi. O meglio, sarebbe stato uno di questi. L'iter prevedeva che gli assistiti non avrebbero dovuto fare alcuna richiesta o prenotazione e solo attendere di essere contattati dalle Asp (aziende sanitarie provinciali). Morale: quasi un mese dopo la direttiva di Razza è sembrata più un annuncio mediatico che non un piano concreto. Non ho i dati e sarei molto contento di essere smentito, ma informandomi con chi si trova in una situazione analoga a quella di mio padre mi pare che ben pochi abbiano usufruito di questo servizio, sulla carta straordinario. L'annuncio di Razza arrivò in realtà subito dopo la pesante denuncia del comitato 'Siamo handicappati, no cretini', il cui succo era "vaccinano tutti ma non i disabili gravi e chi li assiste". E allora magicamente arrivò la direttiva. Fino a dieci giorni fa, però, secondo quanto diceva lo stesso comitato, ancora non c'era un elenco chiaro dei caregiver, appunto gli assistenti familiari.
Com'è andata a finire? Mio padre ha fatto il vaccino questa mattina, ma con Pfizer e dopo averlo prenotato come "soggetto estremamente vulnerabile", peraltro dopo un insostenibile e illogico ingorgo burocratico dovuto al rinnovo anticipato (e non comunicato) della sua tessera sanitaria, più un girone infernale e scandaloso di telefonate e email di assistenza senza risultato tra un ufficio e l'altro.
Ora il nome di Razza è diventato di dominio pubblico nazionale, essendosi dimesso dalla carica dopo lo scandalo vergognoso dei dati gonfiati che l'assessorato chiedeva di comunicare all'Iss per evitare nei mesi scorsi che la Sicilia finisse nella famigerata zona rossa. "Spalmare il numero dei morti" è quanto di più schifoso si possa sentire. Incommentabile. Restiamo nel garantismo costituzionale e non emettiamo sentenze né condanne. Ma lo schifo è indescrivibile. Soprattutto perché poi penso a tutti gli intoppi che, non solo in Sicilia chiaramente, ci sono stati nella gestione della pandemia, e di cui la campagna vaccinale è solo l'ultimo capitolo in ordine di tempo.
Dunque è bene che il destro Razza, fedelissimo del presidente Nello Musumeci, si sia dimesso, la speranza è che ora la regione si dia una mossa. Perché ce n'è Coviddi, eccome.

Màkari chista è Sicilia

Il pubblico di Rai1 è talmente fidelizzato da garantire a qualsiasi fiction vada in onda un grande successo. Màkari, la serie tratta dai romanzi di Gaetano Savatteri con protagonista il giornalista Saverio Lamanna, non è sfuggita alla regola. Ma non è solo questione di pubblico "fedele", è stata fatta bene, ben scritta, ben recitata, ben girata, bella fotografia. Insomma un prodotto di qualità. Guardando ieri l'ultimo episodio, a un certo punto ho avuto una rivelazione: contemporaneamente stavano recitando ben tre attori, tutti siciliani, che in altre occasioni, tra cinema e tv, hanno interpretato Totò Riina. Questo mi ha portato a una riflessione.
Claudio Gioè (il protagonista Lamanna), Domenico Centamore (Peppe Piccionello), Antonio Alveario (vicequestore Goratti), un palermitano, un catanese di Scordia, un messinese: tre attori molto diversi tra loro, tre attori molto bravi, protagonisti o caratteristi. Tutti e tre hanno portato sullo schermo una loro rappresentazione del boss dei boss, il più sanguinario capomafia della storia recente.
Ricordo che rimasi colpito quando Gioè, fresco di interpretazione del migliore amico di Peppino Impastato ne I cento passi, poi diede il volto a Riina nella serie Il capo dei capi, serie su cui scoppiò la solita polemica sulla legittimità o meno di dare protagonismo a un personaggio così negativo. Centamore e Alveario invece hanno interpretato Totò 'u curtu rispettivamente nella serie e nel film La mafia uccide solo d'estate, dove però la figura del boss era tratteggiata, per quanto possibile, con i toni volutamente grotteschi e (dis)umanizzanti dell'opera di Pif. Una presa in giro del capomafia spietato, in un certo senso.
Ecco la riflessione, dunque. Màkari non affronta il tema della mafia, il che non è un problema. Queste fiction dimostrano che la Sicilia, terra di letteratura e tanta finzione (e di realtà a volte inverosimile...), può essere benissimo raccontata anche senza parlare di mafia. E non perché farlo porterebbe discredito alla Trinacria. Però non è una contraddizione che quegli attori si siano cimentati in un ruolo difficile e delicato come quello di Riina. Sicuramente è una sfida attoriale importante immedesimarsi in personaggi così controversi. La Sicilia non è solo mafia, ma l'esigenza di raccontare quel drammatico fenomeno rimane indispensabile.

venerdì 15 maggio 2020

Il Carroccetto siciliano

C'è chi dice che la politica sia l'arte del possibile. Chi invece, come un mio vecchio professore all'università, che "la politica è l'arte di creare le condizioni del possibile". In Sicilia, però, la politica è talmente creativa ed estrosa da realizzare le condizioni pure dell'impossibile, o improbabile. E dunque, non essendoci mai limite a nulla, né al ridicolo né all'impossibile, la giunta regionale di centrodestra ha deciso - due anni e mezzo dopo le elezioni che videro per la prima volta eleggere un deputato regionale della Lega di Salvini - di far entrare ufficialmente il partito ex secessionista padano nel governo della Sicilia.
All'Ars, il parlamentino siciliano, la Lega conta attualmente tre deputati (in Sicilia, più che altrove, il cambio di casacca è sport assai praticato), quindi ormai aveva tutti i numeri in regola, secondo la coalizione di centrodestra guidata da Nello Musumeci, per fare il suo storico ingresso nella giunta regionale. D'altra parte, da più di un anno è vacante una poltrona: quella dell'assessore alla Cultura e all'Identità siciliana. Sì, esatto: la Lega avrà l'assessorato siciliano alla cultura. Il posto purtroppo era libero dal 10 marzo 2019, quando morì tragicamente in un incidente aereo in Etiopia l'allora assessore Sebastiano Tusa, autorevole e stimatissimo archeologo e soprintendente del Mare (preceduto per pochi mesi dal solito Vittorio Sgarbi). Finora il governatore Musumeci ha mantenuto l'interim dell'assessorato, ma evidentemente i tempi sono maturi per l'allargamento della giunta alla Lega fu Nord, rappresentata in Sicilia dal commissario, lombardo, Stefano Candiani (che tuonava spesso contro i Genovese, Micciché, Lombardo e affini, salvo poi trovarseli inevitabilmente alleati, in barba agli slogan contro la "vecchia politica"). Le opposizioni sono ovviamente insorte, non senza ironia peraltro, per questa distribuzione di posti di governo e sottogoverno in piena crisi da pandemia.
Matteo Salvini è entusiasta: "Siamo orgogliosi di entrare nella giunta del governatore Musumeci per occuparci di Beni culturali e Identità siciliana. Tra le altre cose avremo l’onore di gestire le soprintendenze provinciali e quella del Mare, i 14 parchi archeologici, con i teatri di pietra e i templi, per non parlare dei musei regionali e delle straordinarie biblioteche di Palermo, Catania e Messina. La Sicilia, con la sua storia e la sua cultura, è un vanto per l’Italia: siamo orgogliosi di entrare nel governo regionale, prima volta nella storia, per confermare le capacità amministrative delle donne e degli uomini della Lega, al servizio dei siciliani e del cambiamento". Il mantra della Lega, rispetto alla Cultura e all'Identità siciliana, è adesso la promozione dell'insegnamento del siciliano nelle scuole. Ma chi sarà questo primo assessore leghista di Sicilia? Chi metterà a disposizione "le capacità amministrative della Lega al servizio dei siciliani e del cambiamento"? Il nome più gettonato sarebbe quello di un sindaco di un piccolo comune del Messinese, Furci Siculo. Si chiama Matteo Francilia. Non un leghista della prima ora: ex Udc, già candidato a sostegno di Mario Monti, poi nel gruppo di Alfano schierato con il centrosinistra, infine approdato nelle schiere sovraniste. Curriculum politico molto siciliano...
Per la cronaca. Il 14 agosto 2018, mentre a Genova si scavava tra le macerie del ponte Morandi, a Furci Siculo Francilia sedeva alla destra di Matteo Salvini in una festosa cena leghista di ferragosto.

domenica 5 aprile 2020

#Siciliacheresiste

Un breve post dopo tanti mesi di silenzio. E riprendo a parlare nel periodo più complicato della storia italiana degli ultimi anni, sicuramente il più complicato a mia memoria personale. Dovendomene occupare a livello professionale, l'emergenza Coronavirus, l'ormai famigerato Covid-19, sta condizionando anche le mie giornate. Giornate dure per tutti.
In un periodo in cui si moltiplicano le iniziative di solidarietà e le campagne #iorestoacasa, oggi è spiccato lo spot della Barilla "Grazie Italia", con il ringraziamento a chi combatte contro il virus, ai dipendenti, all'Italia che resiste (#italiacheresiste). Io non amo generalmente gli spot della Barilla, per alcuni messaggi che trasmettono o per certe incongruenze (perché per esaltare la pasta italiana scegliere un sirtaki greco come sottofondo???), ma questo, con la voce narrante di Sophia Loren e la storica musica di Vangelis riarrangiata e la collaborazione della Scuola Holden, è diverso. E poi, mi ha colpito da siciliano la scelta di due straordinari scenari della mia terra per raccontare questa Italia che resiste (in Sicilia i positivi sono stati finora 1.994 e i decessi 116). Nello spot appena dopo uno spettacolare panorama di Firenze, al minuto 0'02'', spunta il duomo di San Giorgio nella mia Modica e subito a seguire la scenografica piazza Duomo di Siracusa. Bellezze incomparabili, come ancora Venezia e Roma, e insieme con la gente che sta lottando con il suo lavoro e con i suoi sacrifici personali contro la pandemia che ha spazzato certezze ma non ha spezzato lo spirito dell'Italia. E della Sicilia.


venerdì 31 maggio 2019

Astenuto per forza. Straniero in patria

«Se non voti, ti fai del male. Se non voti, non cambia niente». Già, hai ragione Adriano Celentano. Chiedo scusa a te e a tutti. Sono colpevole: questa volta (anche questa volta...) non ho votato. E dunque non ho il diritto di lamentarmi. Anzi. È pure colpa mia se lascio agli altri il privilegio di decidere per me il governo, il partito di maggioranza, la rappresentanza italiana all’Europarlamento. Al limite la delega si fa per l’assemblea di condominio... Alle elezioni, no.
Ma ora che mi sono preso la colpa e ho chiesto scusa pure al Molleggiato (che quelle frasi, tra l’altro, le cantò in onore del Movimento 5 Stelle), forse è arrivato il momento di spiegare perché tanti elettori italiani al momento decisivo non si presentano alle urne. Astensionismo? Disaffezione? Anti-politica? No, non solo. È come quando si parla della gente che non lavora: ci sono i disoccupati, che il lavoro comunque lo cercano; poi gli scoraggiati, e la parola dice tutto; gli inattivi invece non hanno il lavoro e non lo cercano nemmeno. Ecco, con le elezioni è la stessa cosa: c’è chi potrebbe votare e non lo fa, ma c’è anche chi vorrebbe votare ma non può.
I motivi sono logistici e burocratici, non mancherebbe sicuramente la volontà.
Basta mantenere la residenza in Sicilia ma vivere a Bologna (ancora prima a Ravenna e Milano), per ritrovarsi escluso dalla possibilità di esprimere un sacrosanto diritto-dovere come quello del voto. Quando si tratta di elezioni, la categoria del ‘fuorisede’ non ha limiti d’età. Non esiste il voto elettronico, né posso votare in un collegio diverso da quello di residenza. Solo in caso di referendum nazionali, ma con procedure macchinose e paradossali, è stato possibile votare da fuorisede. Però ho dovuto accreditarmi come rappresentante di lista, per poter entrare in un seggio lontano da casa mia. Insomma, altro che segretezza del voto...
Il Movimento 5 Stelle, quello a cui Celentano dedicò l’inno anti astensionismo, ora valuta il voto elettronico. Le soluzioni, dunque, potrebbero esistere, oltre al cambio di residenza.
Non vorrei essere costretto a emigrare ulteriormente: i miei parenti nati in Venezuela possono votare per le nostre elezioni. Loro sono italiani all’estero, io non vorrei essere considerato straniero in patria.

[Il mio primo commento pubblicato sul Quotidiano Nazionale]

sabato 3 marzo 2018

L'antimafia dei professionisti

Giusto una riflessione pre-voto, da parte di un siciliano che non potrà tornare a casa per votare.
Inutile ragionare su come andrà a finire, però. Da siciliano rilevo che, dopo le regionali di novembre, è tornato il centrodestra unito che ha quasi sempre governato la mia regione. Nell'Isola ormai la partita sembra solo tra la nuova alleanza berlusconian-salviniana e il Movimento 5 Stelle. Dunque il centrosinistra e la sinistra sono fuori gioco. Per esclusiva colpa loro. Soprattutto del Pd.
Ma la riflessione che faccio è su ciò che c'è alla sinistra di Renzi. E su un aspetto che non è quasi mai stato sottolineato abbastanza. La Sicilia ha un suo elettorato di sinistra, certo, storicamente radicato in alcune zone soprattutto. Ora, però, chi votava a sinistra (sinistra, dico, non Pd...) si è buttato sui 5 Stelle. Eppure, com'è possibile che una delle regioni meno "rosse" che ci siano in Italia abbia espresso negli ultimi cinque anni i leader delle formazioni politiche a sinistra del Pd?
Nel 2013, l'accozzaglia di Rivoluzione Civile era guidata da Antonio Ingroia, tanto improbabile come tribuno quanto "movimentato" era da pm antimafia. Come andò, si sa. Adesso c'è Liberi e Uguali, un altro puzzle non troppo ben assemblato, ancora più esplicitamente anti Pd, considerata la provenienza della maggior parte dei suoi esponenti, candidati e leader-ini. "-ini", perché il leader dovrebbe essere Pietro Grasso, uno che a oltre 70 anni, e dopo un quinquennio da seconda carica dello Stato, dice di voler mettere in gioco "il ragazzo di sinistra" che c'è in lui. Lasciando perdere le persino ovvie battutine su chi comanda davvero ("ha i baffi, è intelligente e ha la barca a vela", secondo una memorabile battuta di Benigni?), è singolare che anche Grasso sia stato un procuratore antimafia, però di livello molto più alto di Ingroia (il quale a sua volta ora si presenta con l'improbabile Lista del Popolo per la Costituzione). I due non si amano affatto, oltretutto. Uno, il giovane Antonino, è uomo di piazza e "partigiano", l'altro, l'anziano Piero, si è costruito una impeccabile carriera istituzionale, "politica".
Ecco, per due volte di fila la sinistra italiana, variegata e inconcludente, si è affidata a ex magistrati antimafia, forse proprio per l'unica ragione che sono stati magistrati antimafia... In mezzo ci metto pure le ultime regionali, con Claudio Fava che è entrato all'Ars alla guida del suo movimento Cento passi per la Sicilia. Fava è vicepresidente della commissione Antimafia.
La riflessione: sarà pure legittimo – e lo è, altroché – criticare i metodi della selezione della classe dirigente degli altri partiti e schieramenti, a partire dai 5 Stelle, ma trovo ancora più grave l'incapacità della sinistra di scegliere leader veri e attendibili, anziché sventolare bandierine e dimostrare la distanza da quel poco di elettorato che le sarebbe rimasto. Qui non ha senso rivangare le solite polemiche sui professionisti dell'antimafia, ma parlerei dell'antimafia dei professionisti...
Due ex procuratori e un membro della commissione parlamentare. Come se a rappresentare l'antimafia dovessero essere solo i nomi istituzionali e non anche quelli che la fanno ogni giorno senza clamore. In Sicilia e non solo. E come se per essere di sinistra si dovesse dichiarare platealmente la patente dell'antimafia. Antimafia lo si è, non lo si fa.
Mi ricorda la risposta di Enzo Biagi a una domanda sulla nascita del Partito Democratico: «Pensavo che tutti i partiti fossero democratici»...

sabato 18 novembre 2017

Il silenzio dei colpevoli

Uno studio dell'Università di Zurigo, pubblicato cinque anni fa sulla rivista Annals of Epidemiology, diceva che "la morte preferisce i compleanni". L'analisi, effettuata sulle statistiche di 40 anni di decessi in Svizzera (2,4 milioni di persone), arrivava alla conclusione che le morti avvenute nei giorni di compleanno sono state il 13,8% in più rispetto a qualsiasi altro giorno dell'anno. Chiedere per informazioni a William Shakespeare o Ingrid Bergman.
Perché succede? Naturalmente è fortissima la componente del caso. Ma non solo: il fattore di rischio sale al 18% tra gli ultrasessantenni, a volte legato a una serie di tendenze psicologiche che favorirebbero il decesso, soprattutto tra gli uomini e gli anziani.
Ci si lascia andare alla tristezza, pare. Oppure, al contrario, c'è la "teoria del rinvio": resistere almeno fino al giorno del proprio compleanno e poi magari abbassare le difese. Questo, scrivevano gli studiosi svizzeri, capita in generale tra le persone gravemente ammalate. E poi ci sono quelli che muoiono pochissimi giorni prima o pochissimi giorni dopo il compleanno, naturalmente.
Insomma, un po' è il caso, un po' anche le coincidenze hanno un fondamento scientifico.
Dunque: un uomo, anziano, gravemente ammalato. Degnamente e dignitosamente assistito, peraltro. Ecco, Totò Riina stava per morire il giorno del suo compleanno. E invece, lui che se ne è sempre fregato di qualsiasi regola e non ha mai avuto rispetto per nulla in vita, ha fatto a modo suo anche in punto di morte, rinviando di un giorno. Giusto in tempo per ricevere gli auguri social del figliolo. Perché alla fine i Riina si lamentano e chiedono silenzio, ora. Silenzio, cioè la parola d'ordine della filosofia mafiosa dell'omertà. Chiedono silenzio però usano Twitter e Facebook per rivendicare un orgoglio di famiglia di cui francamente faremmo un po' tutti volentieri a meno.
Io, da parte mia, non dico altro sulla morte della belva di Corleone, criminale e stragista. Vogliono il silenzio? Lo avranno, se proprio ci tengono. Una forma singolare di garantismo... Ma non è oblio. Possiamo anche non parlarne più, signori Riina-Bagarella, ma star zitti non vuol dire dimenticare. Io continuerò a ricordare tutto lo schifo che ha commesso.
E ricorderò una persona straordinaria che al contrario è morta effettivamente il giorno del suo compleanno. Si chiama don Pino Puglisi. Lui è beato, Riina invece non avrà i funerali in chiesa. Giusto così, questo è l'unico silenzio che merita un boss.

lunedì 6 novembre 2017

Status qui pro quo

Dunque, qualche domanda, per quanto retorica.
Se alle regionali in Sicilia vince il centrodestra, però per governare ha bisogno dei voti di parte del centrosinistra, la colpa è della sinistra?
Se il Movimento 5 Stelle è il primo partito ma non riesce a governare, la colpa è solo della legge elettorale?
Se il centrosinistra perde malamente (perché - spoiler - HA PERSO), la colpa è del presidente del Senato che non si è voluto candidare, facendo "perdere tempo" alla coalizione?
Se a Matteo Renzi non è mai fregato granché della Sicilia, e di buona parte del Sud in generale, la colpa è solo ed esclusivamente del Sud e della Sicilia?
Se l'anonimo candidato di centrosinistra Fabrizio Micari ha perso, la colpa è del candidato di sinistra Claudio Fava e del governatore uscente Rosario Crocetta, nonostante Micari avesse designato il suo stesso assessore al Bilancio imposto da Roma?
Perché quasi nessuno ha parlato di immigrazione in campagna elettorale, nonostante la collocazione, non solo geografica, della Sicilia?
Perché anche la mafia è rimasta il solito convitato di pietra, nonostante Nello Musumeci abbia riproposto una vecchia frase di Paolo Borsellino e la sinistra abbia candidato il vicepresidente della commissione Antimafia?
Insomma, tutte queste domande hanno già tutte una risposta abbastanza chiara, appunto retorica. Quindi è piuttosto singolare che in questo continuo ping pong, tra rimpalli di responsabilità e pretese di aver vinto (in Sicilia, più ancora che in Italia, nessuno perde mai davvero alle elezioni...), nessuno dica l'unica vera verità: è successo quel che si sapeva sarebbe successo.
Perché Musumeci sarà pure una brava persona, ma dietro c'è Gianfranco Miccichè, architetto di qualsivoglia alleanza post-elettorale in Sicilia. Cinque anni fa furono i centristi-autonomisti di Miccichè a garantire la maggioranza all'Ars al sinistro Rosario Crocetta, ora saranno i centristi-moderati di alcune liste di centrosinistra a tappare quei piccoli buchi che separano Musumeci dal governare con relativa tranquillità.
Vero che il trasformismo lo "inventò" il lombardo Depretis, ma è con l'agrigentino Francesco Crispi che raggiunse grandi e ineguagliate vette. Se dall'Ottocento la Sicilia è la terra che più di tutte codifica la logica del ribaltone, milazzismo compreso, non c'è allora da meravigliarsi se anche stavolta andrà così. D'altra parte, forse il Pd se l'è dimenticato, ma le giunte regionali dell'impresentabile Lombardo si sono rette sulla convergenza del centro-sinistra (col trattino).
Sarà la mutazione genetica, sarà la retorica nuovista del renzismo, sarà quel che si vuole, ma se il centrosinistra perde in alleanza con Angelino Alfano, è mai possibile che da quelle parti non si faccia autocritica e anzi si imputi la sconfitta ad altri, persino alla seconda carica dello Stato, per Costituzione il vicepresidente della Repubblica? L'elettorato siciliano, lo disse non troppo tempo fa lo stesso Alfano, è tendenzialmente di centrodestra. Quindi, morale finale, la colpa è della sinistra...

venerdì 3 novembre 2017

Sei gradi di separatismo

Il re Federico, l'aquila sveva, la scuola poetica, il Vespro, Ruggero II, i separatisti del Dopoguerra, il 1848, la Trinacria e le bandiere giallorosse. Persino una (bellissima) maglia di una ufficiosa nazionale di calcio.... C'è tutto questo e anche altro nella simbologia che uno dei partiti in corsa per le regionali, il movimento Siciliani liberi, prova a spendere per raccogliere voti in una terra, appunto la Sicilia, che ogni tanto riscopre, intimamente e pubblicamente, il suo animo indipendentista.
Lasciamo perdere la campagna elettorale, però. Qualche giorno fa, il nome del movimento Siciliani liberi ha avuto una piccola ribalta non solo nazionale ma persino internazionale. Il suo leader e candidato presidente della Regione, Roberto La Rosa, ha fatto sapere che se diventasse governatore darebbe «asilo politico a Carles Puigdemont (il presidente catalano destituito, ndr), assolutamente sì», anzi glielo darebbe da subito, «perché noi siamo solidali coi catalani, che come noi stanno portando avanti una lotta per l'indipendenza col metodo gandhiano».
I sicilianisti sono stati in effetti tra i primi, tra i pochissimi al mondo in verità, a riconoscere l'indipendenza catalana, insieme ad alcuni sardi e a qualche aspirante repubblica del Caucaso, come l'Abkhazia e l'Ossezia del Sud. Sul sito del movimento Siciliani liberi campeggia, tra i riferimenti storici, anche la bandiera del fu Evis, l'Esercito volontario per l'indipendenza della Sicilia creato nel febbraio 1945 da Antonio Canepa, il braccio armato fiancheggiatore del Mis (Movimento per l'Indipendenza della Sicilia). I colori di quella bandiera somigliano notevolmente alla Estelada, il vessillo separatista della Catalogna, con le stesse quattro bande rosse su fondo giallo mutuate dal simbolo della Corona d'Aragona.
Quel che è curioso è che, alla fine, appena sbarcano in Sicilia tutti i partiti nazionali riscoprono il grande mito dell'autonomia. Non ultimo Beppe Grillo che ha addirittura fatto un parallelo proprio con la Catalunya: «Il mondo va verso il decentramento, che è il futuro della democrazia. Con lo Statuto speciale qui si possono fare cose che noi in Italia non possiamo fare, qui si può sperimentare il futuro».
Morale: son tutti siciliani, con l'autonomia degli altri.

giovedì 2 novembre 2017

Liste ciniche

Facciamo così: liquidiamo, in senso buono, subito il quinto su cinque. Non ce ne voglia, non è mancanza di rispetto. Anzi. Il quinto, inteso come candidato alle elezioni regionali siciliane, è Roberto La Rosa. Autonomista, anzi indipendentista, alla testa del movimento Siciliani liberi, il quinto incomodo che prenderà circa l'1%. "Talmente piccolo che avremmo potuto anche non invitarlo", gli ha detto con sorprendente indelicatezza Lucia Annunziata durante il confronto televisivo con gli altri candidati. Comunque è giusto segnalarne la presenza. Adesso ha anche ottenuto il sostegno di parte dei Forconi, che prima sembravano orientati a schierarsi in massa con il centrodestra (quasi) unito dietro Nello Musumeci.
Dunque, almeno la candidatura di Roberto La Rosa ha il pregio della chiarezza. La faccia, il nome, il movimento, il simbolo, lo slogan. Tutto chiaro, senza particolari equivoci.
Partiamo da lui, dall'outsider, proprio perché sembra che gli altri, al contrario, vogliano lasciare qualche dubbio. Questa riflessione nasce dai manifesti elettorali dei cinque candidati presidente. E dalla centralità delle persone rispetto all'assenza dei partiti. A parte La Rosa, è singolare che il "partito" più radicato sia ormai il Movimento 5 Stelle, il cui simbolo infatti, ovviamente, campeggia sui manifesti di Giancarlo Cancelleri. In questo caso l'identificazione tra movimento e candidato-portavoce è assoluta, totale, totalizzante.
Invece mi ha colpito, forse anche perché l'ho visto di persona, il manifesto elettorale di Fabrizio Micari. Criptico, non so quanto volontariamente. Un slogan apparentemente inoffensivo ("La sfida gentile") e la totale assenza di simboli di partito. Molti ritengono che una chiave fondamentale del voto siculo risieda nella possibilità del voto disgiunto e ciò spiegherebbe la strategia di andare a intercettare delusi e disillusi di tutti gli schieramenti. Già Micari è poco conosciuto, se poi nessun simbolo di partito campeggia nei suoi manifesti... è difficile che sia identificato come il candidato del centrosinistra.
Un po' diverso, ma solo in parte, il discorso per i due candidati rimanenti, Nello Musumeci (centrodestra) e Claudio Fava (sinistra). Diverso perché sono gli unici due politici di lungo corso in lizza per la presidenza della Regione, e quindi perfettamente riconoscibili come l'uomo di destra e quello di sinistra, indipendentemente dai simboli sui loro manifesti. E quali sarebbero, poi, questi simboli?
Nessuno, nel caso dell'ex presidente della provincia di Catania. Anzi. La strategia comunicativa di Musumeci cerca platealmente di smarcarsi dalla politica dei partiti, tra hashtag, slogan efficaci per quanto contraddittori (è per esempio uno straordinario sofisma il motto #noslogan...), una furba personalizzazione. "L'unico pizzo che piace ai siciliani".
Così come Musumeci non ha simboli di partito sui suoi manifesti, anche Claudio Fava, candidato della sinistra... a sinistra del Pd. L'unico simbolo è quello della sua coalizione, "Cento passi per la Sicilia", un'altra evidente personalizzazione politica, essendo stato lui tra i soggettisti/sceneggiatori del bellissimo film di Marco Tullio Giordana su Peppino Impastato.
Morale: come sempre la Sicilia prova ad anticipare tendenze politiche nazionali. Fingendo che contino più le persone dei partiti. Quando invece lo sanno tutti che gli elettori vanno a votare soprattutto per il "loro" consigliere regionale... In quel caso sì che conta pure il simbolo del partito.

domenica 22 ottobre 2017

Capra e cavolate


Provocazione? Offesa? Gaffe? Stereotipo? "Razzismo"? Questa immagine è tutto questo e anche altro. O forse niente di tutto ciò. Che la rivista francese Auto Moto Magazine pubblichi un video di presentazione della Skoda Karoq facendo un bel giro in Sicilia, e che nel medesimo video, accompagnato dalla colonna sonora del Padrino, un omino smilzo con la fronte molto spaziosa apra il bagagliaio e mostri un uomo incaprettato e dica "In Sicilia si fa così" (la location è Corleone), beh forse vuol dire solo che i cuginetti hanno perso l'ennesima occasione per non fare una figura di merda. Noi, siciliani e italiani, abbiamo tutto il diritto di incazzarci e sentirci offesi, vilipesi, insultati.
"In Sicilia si fa così". Da noi, secondo questi francesi, si incaprettano cristiani come prassi quotidiana. Chissà che ne pensano i cèchi della Skoda a essere associati a questo contorto spot anti-italiano...
"In Sicilia si fa così". Odio rispondere ai pregiudizi con i pregiudizi. Ma ricordo ancora di aver letto, saranno passati forse 25 anni, una terribile notizia che arrivava da Le Mans: un gruppo di ragazzacci di periferia che giocava a pallone con un sacchetto di plastica con dentro il feto di una neonata. Orribile. Schifoso. Ma nessuno si sognò di dire che "in Francia si fa così". Certo, è facile la controreplica: quelle abitudini siciliane sono quelle della mafia. Già.
Ora però guardiamo quest'altra immagine. Sono i graffiti della grotta dell'Addaura, a Palermo, databili tra la fine del Paleolitico e l'inizio del Mesolitico. Non visitabili, purtroppo. La scena più discussa è quella al centro: la maggior parte delle interpretazioni, per farla breve, dice che si tratti di una scena di incaprettamento, molto probabilmente una cerimonia rituale sciamanica.
C'era la mafia nella preistoria?
Ecco, il punto è questo. L'incaprettamento (termine attestato in italiano anche nei dizionari specialistici inglesi) è questa terribile modalità di assassinio appunto tipica della mafia siciliana, che consiste nel legare la vittima in tal modo che sia essa stessa ad auto-strangolarsi... Però anche altrove, in particolare in alcune aree del Sud-Est asiatico, si utilizzano metodi di morte simili. Allo stesso modo verosimilmente derivanti da macabri forme rituali del passato, più o meno remoto.
E quindi, cari francesi, "in Sicilia si fa così"? Sapete cos'altro si fa in Sicilia? Si snobba con un assordante e plateale silenzio chi merita di essere ignorato. E io ho già parlato troppo...

sabato 23 settembre 2017

Aiutiamolo a casa loro

Per favore, smettetela di dire che l'autonomia della Sicilia è troppo, un privilegio insopportabile e insostenibile. Non è così, stando perlomeno a uno dei mini spot elettorali che spopolano sui social della Lega Nord Lombardia. No, a noi siciliani la nostra autonomia non basta, se addirittura la Lega mette in rete un video di un minuto il cui protagonista è un presunto siciliano, una macchietta che in una specie di dialetto esprime la sua volontà di votare anche lui il 22 ottobre per l'autonomia lombarda.
La scena. Interno giorno. Una biondona occhialuta e cappelluta davanti a un aperitivo rustico con tanto di ombrellino démodé nel bicchiere, e poi lui, il siculo con camicia aperta ad altezza ombelico e catenona d'oro d'ordinanza. Una coppia "mista" di mezza età, un'accoppiata grottesca meneghina/siciliano ché pare di rivedere il capolavoro di Lina Wertmüller Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto, ma solo per i pesanti e risibili stereotipi. Lei – borghesona che pretende di essere elegante – non è Mariangela Melato, lui – proletario buzzurro e ignorante – non è Giancarlo Giannini. E non solo per la discutibile qualità recitativa...
Ma questo è solo uno dei tanti video che la Lega ha preparato per il referendum di ottobre, pur omettendo – chissà perché – il logo del partito. Tutti recitati in dialetto, alcuni piuttosto discutibili, compreso quello che ironizza sul cavalcavia crollato un anno fa nel Lecchese (un morto e sei feriti). Sketch da teatro dialettale o da sagra di paese. Scene grottesche, non proprio corti d'autore.
Quindi c'è anche il siciliano da barzelletta. Che chiede alla sua "bella" dove si vota e le spiega, appunto in un improbabile siciliano, che vuole votare al referendum perché «a mia 'u travagghiu e 'u pani m'u detti 'a Lombardia». Il lavoro e il pane gliel'ha dati la Lombardia. Aiutiamolo a casa loro.

sabato 12 agosto 2017

Gli ordini di Malta

Io forse mi sbaglio, ma rimango più o meno della mia idea: tra tutti i Paesi vicini all'Italia, nostri partner europei, l'inflessibilità di Malta nella crisi migratoria fa anche un po' male. Attaccarsi a (spesso) generiche questioni di principio quasi con pignoleria, beh, lo trovo eccessivo rispetto agli sforzi enormi dell'Italia. L'impressione mi è tutto sommato rimasta pure dopo aver intervistato su Quotidiano Nazionale Carmelo Abela. Un nome che tradisce indubbiamente ascendenze siciliane ma appartiene all'attuale ministro degli Esteri della Valletta...
In un passato neanche troppo lontano, il partito laburista di Malta era storicamente filo arabo. I tempi sono cambiati. Da quattro anni i laburisti sono al governo: un partito appartenente alla famiglia del socialismo europeo (come il Pd) che batte il tasto su una gestione rigorosa dei fenomeni migratori, non solo sulla tradizionale solidarietà ‘di sinistra’. Carmelo Abela, 45 anni, in Parlamento dal 1996, è stato per tre anni ministro degli Interni. Dallo scorso giugno è passato agli Esteri. Continuando ad affrontare il dossier immigrazione. 
L’Italia ha varato nuove regole per le Ong che effettuano operazioni di soccorso nel Mediterraneo. Per esempio ‘Proactiva Open Arms’, la cui nave Golfo Azzurro è stata respinta dalle autorità maltesi. Avete deciso di essere inflessibili? Ma non è contro le regole del diritto internazionale?
«Le leggi che regolano i soccorsi e gli sbarchi sono quelle stabilite dalla Convenzione dell’Onu sul diritto del mare. Malta si adegua rigorosamente al diritto internazionale, che prevede che le persone soccorse in mare debbano essere portate nel porto sicuro più vicino. In questo caso l’Italia, a Lampedusa. Per noi non era una questione di numeri (3 migranti a bordo, ndr) o di chi ha effettuato il soccorso, ma di principio».
Però la Guardia costiera italiana insiste: i soccorsi in mare sono un obbligo. Sulle coste della Sicilia arrivano migliaia di persone che scappano da guerre, persecuzioni, povertà. 
«Naturalmente siamo d’accordo che i soccorsi siano un dovere, ma il caso della Golfo Azzurro riguardava piuttosto il rispetto del diritto internazionale, per quanto riguarda il porto di sbarco». 
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Malta è un piccolo Paese, ma è indubbiamente il vicino più prossimo dell’Italia. Ed entrambi sono Paesi membri dell’Ue. Non crede che l’Italia sia stata lasciata sola? 
«Malta è il Paese più vicino all’Italia, non solo geograficamente ma anche in termini di solidarietà. Abbiamo sempre ritenuto necessaria la relocation, la ricollocazione dei migranti, anche quando c’erano meno sbarchi di adesso. Partecipiamo con le nostre forze navali alle operazioni di Frontex in Italia e Grecia. E inoltre nel 2016 siamo stati il quarto Paese Ue per richieste d’asilo pro capite. Ne abbiamo ricevute 1.900; in proporzione è come se l’Italia ne avesse avute 265mila... Malta non ha fatto nulla per bloccare l’ingresso di migranti, non abbiamo chiuso i confini come altri Stati Ue». 
Perché tutte le navi, comprese quelle che dipendono da Ong straniere, devono raggiungere l’Italia? Non è come se Malta avesse chiuso i suoi porti, come hanno fatto Francia e Spagna? 
«Ribadisco che noi non abbiamo chiuso i porti. Né facciamo distinzioni fra Ong o altre navi. Quando si tratta di sbarcare persone soccorse in mare, ci atteniamo al diritto internazionale. Le operazioni di soccorso avvengono appena fuori dalle acque territoriali libiche; il porto più vicino non è Malta, ma Tunisi o l’Italia». 
La prima Ong ad aver firmato il codice di condotta del governo italiano è stata la maltese Moas. Che cosa ne pensa?
«Il codice è puramente una negoziazione bilaterale tra l’Italia e le Ong, nessun altro Paese è stato coinvolto. Quindi non posso commentare, a parte evidenziare che non ha alcun effetto sul modo in cui Malta adempie i suoi obblighi internazionali. Nello specifico del Moas, posso solo dire che si tratta di una Ong registrata a Malta. Ci tengo a precisare che, anche se opera da Malta, la sua nave non risulta registrata nel nostro Paese (batte bandiera del Belize, ndr)». 
Prima di essere nominato ministro degli Esteri, lei ha guidato gli Interni. Ma l’immigrazione è davvero solo una questione di sicurezza nazionale o non sarebbe meglio gestirla come un tema di politica internazionale e cooperazione? 
«Il fenomeno ha chiaramente una sua dimensione esterna e una interna. A Malta anche gli aspetti operativi ricadono nel campo della sicurezza nazionale: non avendo una guardia costiera, per i pattugliamenti vengono impiegate navi militari. Abbiamo sempre sostenuto la causa di un approccio onnicomprensivo, direi olistico, al fenomeno. Crediamo che l’immigrazione irregolare verso l’Europa debba essere controllata maggiormente e trattata secondo una linea comune a tutta la Ue, in partnership con Paesi terzi».

mercoledì 19 luglio 2017

Si fa presto a dire extracomunitari

Il 15 agosto 1474, nella mia Modica, ancora prima che gli Ebrei venissero ufficialmente cacciati dall'Europa cristiana, si verificò uno dei più gravi eccidi di ebrei della storia. Aizzati da un predicatore cattolico piuttosto invasato, i modicani di allora si mostrarono ferocemente antisemiti, massacrando almeno 360 ebrei. "Almeno": dunque verosimilmente furono molti di più... Poi arrivò appunto il 1492 e per gli ebrei non ci fu più spazio comunque.
La Menorah disegnata sul torrione di Castello Ursino, a Catania
In Sicilia non esiste più in pratica una comunità ebraica da allora, anche senza tragedie come quella di Modica. Sono passati oltre 500 anni (mezzo millennio suona anche meglio...) e nell'Isola alcuni gruppi ebraici hanno ottenuto dalle autorità cattoliche di poter convertire vecchie chiese in sinagoghe (a Palermo, per esempio). Ma la notizia è che adesso a Catania starebbe rinascendo una comunità ebraica, la prima nell'Italia meridionale dai tempi del bando di re Ferdinando e regina Isabella. "Starebbe", attenzione. Dietro l'operazione, pubblicizzata da comunicati stampa entusiastici, sembra esserci un gruppo di conservatori americani; a guidare l'aspirante comunità un avvocato catanese convertito, Baruch Triolo, che ha ottenuto dal Comune la concessione di un piano dell'International Institute for Jewish Culture. Solo che un rabbino ancora non c'è... E, soprattutto, l'operazione che tanto piace ad ambienti neo-con americani e ha trovato prevedibilmente spazio sulla stampa siciliana, al contrario è stata subito stoppata nientemeno che dalla Ucei, l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. La presidente Noemi Di Segni ha chiarito che non ci si può unilateralmente proclamare "comunità ebraica": questa può costituirsi solo sulla base dell'intesa firmata trent'anni fa dall'Ucei e dallo Stato italiano. Un soggetto privato, anche se è un'associazione che si interessa di ebraismo, non può ottenere concessioni di beni pubblici presentandosi come "comunità" senza aver interpellato i referenti istituzionali, l'Ucei e la Comunità ebraica di Napoli.
Tanti giornali hanno amplificato la notizia della costituenda comunità  ("annunci irresponsabilmente diffusi", attacca l'Ucei), mentre la dura presa di posizione di Noemi Di Segni è stata ignorata. Ricordo che nel 2010 Stefano Di Mauro, alias Isaac Ben Avraham, siculo-americano convertito ortodosso a Miami (anche Triolo è diventato ebreo lì), fece la stessa cosa a Siracusa. Ricreata una "comunità" ebraica dopo i famosi 500 anni. Ma il tutto extra-Ucei, nel novero di una non ufficiale Federazione degli ebrei del Mediterraneo. Sul sito di quest'associazione ci sono Siracusa, Taormina e, casualmente, Catania. La pagina sul capoluogo etneo risulta "in costruzione".

lunedì 10 luglio 2017

Il ponte sul Detroit

Il Movimento 5 Stelle ha scelto il suo candidato alle Regionali di novembre in Sicilia. Ovviamente è Giancarlo Cancelleri, deputato regionale uscente e già candidato nel 2012, molto vicino ai vertici nazionali. Ovviamente, perché lo sapevano tutti che sarebbe stato lui. E il voto online di qualche migliaio di iscritti M5S non poteva smentirlo. Tra l'altro, assomiglia molto a certe primarie di centrosinistra che i grillini considerano fasulle perché servono solo a certificare un'investitura decisa dall'alto... Il solito show di Beppe Grillo ha fatto solo da contorno.
Su QN ho intervistato Pietrangelo Buttafuoco, acutissimo osservatore delle cose siciliane (da noi sono talmente complesse che forse è meglio usare un termine generico...). E il quadro è, prevedibilmente, impietoso. Tra un M5S quasi certo della vittoria ma costretto a un bagno di realismo, una sinistra assente e da operetta, una destra che si è messa all'angolo. Con un elettorato che spesso pensa solo a se stesso.

La Sicilia come Detroit. «Io a Cancelleri (il neo designato candidato presidente grillino in Sicilia, ndr) l’ho detto: quando il Movimento 5 Stelle vincerà le regionali in Sicilia, dovrà copiare la procedura fatta per Detroit. Dichiarare il default». Pietrangelo Buttafuoco, giornalista e scrittore catanese, non ha dubbi che i grillini vinceranno a novembre. Né sul fatto che la Sicilia «non si può salvare».
Allora c’è poco da fare... La Sicilia è condannata?
«Il M5S è favorito, rappresenta il cambiamento. Ma come tutti i favoriti ha una responsabilità: conoscere la realtà delle cose. E chiunque arriverà dopo Rosario Crocetta farà di peggio. Non ce la farebbe neanche Mandrake! Resta solo dichiarare il default».
Peggio? E perché?
«La Sicilia non si può salvare finché c’è questo statuto speciale che accelera solo le condizioni di corruzione e degrado. Il ricatto del consenso, le clientele: è come una cisti, una metastasi».
Tutta colpa dell’autonomia?
«L’autonomia sarebbe bellissima. Di mio, io sarei indipendentista... Ma non con questa degenerazione e con un ceto politico così inadeguato».
Ecco, i politici. I grillini vinceranno anche perché gli altri...
«I vertici istituzionali nazionali sono siciliani: Mattarella al Quirinale, Grasso al Senato, Angelino Alfano alla Farnesina. E tutti sono partecipi della sofferenza politica della sinistra siciliana. Crocetta è il presidente con il buco (di bilancio) intorno... Resta la solita retorica della sinistra che non risolve i problemi ma li criminalizza».
Sta parlando di mafia?
«Non so se dire ‘per fortuna’ o ‘purtroppo’... ma la mafia è ormai l’ultimo dei problemi. C’è invece questa antimafia da operetta, retorica. Un’antimafia dalla quale, ad esempio, è sempre rimasto fuori Pietro Grasso. Che infatti ha detto di no alla proposta di candidarsi per il centrosinistra».
A sinistra cercano ancora il papa straniero.
«O è il papa straniero o alla fine ricandidano Crocetta, l’uomo dell’asse antimafia-Confindustria, quello che cambia continuamente assessori. La verità è che Renzi non ha mai considerato la Sicilia. E se vedi i renziani siciliani ti scanti (ti spaventi, ndr), ci vuole l’antitetanica! Si è creata una maionese impazzita con il renzismo. Esilarante quando hanno sondato pure Gaetano Miccichè, il banchiere, fratello di Gianfranco, quello di Forza Italia...».
E i vecchi della politica siciliana, l’usato garantito tipo Leoluca Orlando o Enzo Bianco?
«L’unico poteva essere Leoluca, un demiurgo che però ha deciso di godersi il suo lavoro a Palermo, l’ultima vera perla rimasta».
Diceva di Miccichè. La destra come sta invece? Candiderà Nello Musumeci?
«Probabile. Se Silvio Berlusconi ha rimesso tutto in mano a Miccichè vuol dire che non gli interessa più la Sicilia, quella del fu 61-0. Il fatto è che la Sicilia preoccupa molto i leader nazionali».
Perché?
«Qui le campagne elettorali sono come i concorsi pubblici: ognuno cerca la propria collocazione. Questo una volta era il granaio di Roma, ora è solo un granaio elettorale. E in tema di eccentricità non ci batte nessuno: il 61-0, Beppe Grillo che arriva a nuoto, siamo una terra particolare. Tutti i fenomeni del pittoresco si danno appuntamento qui...».
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martedì 11 aprile 2017

Cable Nostrum

Il Mediterraneo, crocevia di popoli, merci, culture e... cavi sottomarini per il traffico Internet. Il Mare Nostrum è diventato uno degli snodi globali delle connessioni veloci ed è su questa eccezionalità geografica che scommette Open Hub Med, consorzio che comprende Eolo, Equinix Italia, Fastweb, In-Site, Interoute, Italtel, Mix (Milan Internet eXchange), Retelit, Supernap Italia, VueTel Italia e Xmed. La sfida: aggregare nel Sud Italia il traffico proveniente da Nord Africa, Medio Oriente e Asia, per indirizzarlo via terra − metodo più sicuro − verso l’hub di Milano, esistente dal 2000.
La mappa dei cavi sottomarini nel Mediterraneo
(Submarine Cable Map, elaborata da TeleGeography)
Finora, spiega Valeria Rossi, general manager di Mix e presidente di Open Hub Med (Ohm), «i punti più significativi sono nel Nord Europa, Amsterdam, Francoforte o Londra, per i cavi americani», mentre l’hub del sud è Marsiglia. L’obiettivo è creare «un centro di smistamento in Sicilia, un po’ come l’area di transito internazionale all’interno di un aeroporto», non in concorrenza ma complementare al sito francese. «L’Isola è il punto di approdo più interessante, nel Mediterraneo − prosegue Rossi − passano già 15-20 cavi sottomarini». Il data center aprirà a breve nell’area di ricerca Italtel di Carini (Palermo) e rappresenta la prima sede tecnologica neutrale e indipendente nel Sud Italia. Il secondo punto sarà Bari.
Un’operazione per aumentare il traffico Internet in Italia e migliorare il posizionamento nelle comunicazioni internazionali, finora sbilanciato verso Milano. Ma non solo, spiega Rossi: «Ci sarà una ricaduta benefica per il Sud e si rafforzeranno la posizione-Italia e le imprese, attraendo investimenti». Lo dimostra Mix, intorno al quale si è sviluppato un indotto che ha contribuito a creare ricchezza. «Laddove esiste aggregazione di traffico, lì c’è sviluppo, che si crea dove ci sono infrastrutture», commenta la presidente di Ohm. Internet come le grandi opere... Lo sanno bene nel Nord Europa: tre anni fa il sindaco di Amsterdam disse per esempio che la capitale olandese ha «tre grandi hub: il porto, l’aeroporto e AmsIX», cioè il punto di aggregazione delle reti.
La scommessa è far diventare il Mediterraneo centrale nell’aggregazione e sviluppo del traffico che arriva da Sud e da Est. «Stiamo facendo quello che fecero i Romani ai tempi!», chiosa Valeria Rossi. Il Nord Africa duplica il suo traffico nell’arco di un anno, il Medio Oriente è già maturo, mentre l’Asia, in forte espansione, cerca ‘strade’ alternative alle tratte oceaniche. Oggi, infatti, oltre l’85% del traffico globale viaggia su ‘capacità bagnata’, con cavi sottomarini.

[articolo pubblicato sul supplemento Economia & Lavoro del Quotidiano Nazionale]


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giovedì 24 novembre 2016

Sicilianum

D'accordo, c'è il referendum costituzionale, ma quasi tutti concordano che la vera partita politica si riaprirà con la discussione su eventuali modifiche della legge elettorale per la Camera, l'Italicum. Il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha trovato un accordo con parte della minoranza Pd (Cuperlo): via il ballottaggio, premio alla coalizione e collegi al posto delle preferenze. La chiave è proprio il superamento del ballottaggio: così vincerebbe, con premio di maggioranza, chi dovesse arrivare primo nell'unico turno. Dunque premio alla coalizione (non al singolo partito), con tanto di probabile riedizione di larghe intese e dintorni. E senza ballottaggio, si fa dura per il Movimento 5 Stelle.
Ora, di questo di discuterà dopo il referendum. Ma intanto qualcuno è già avanti... Poteva smentirsi il laboratorio-Sicilia? No che non poteva. Così il 9 agosto scorso la Regione ha approvato una nuova legge elettorale per le amministrative – nei Comuni oltre i 15mila abitanti – che prevede il superamento del ballottaggio, l'elezione al primo turno del candidato sindaco che supera il 40% dei voti, il meccanismo del "trascinamento" (cioè il voto alla singola lista o al candidato consigliere va automaticamente all'aspirante sindaco: un incentivo a creare ampie coalizioni), consigli comunali blindati grazie al premio di maggioranza del 60% dei seggi. Insomma, si sancisce il principio dei sindaci di minoranza... Ecco la fredda cronaca dei numeri: in Sicilia il M5S amministra 8 Comuni (sui 38 totali in Italia), con questa legge avrebbe conquistato immediatamente solo Alcamo tra i "grandi". Inoltre Leoluca Orlando e Renato Accorinti non sarebbero stati eletti a Palermo e Messina.
Non è solo teoria. Domenica 27 novembre la nuova legge elettorale siciliana (i grillini l'hanno chiamata Truffarellum) troverà la sua prima applicazione concreta, con le elezioni per sindaco e consiglio comunale a Scicli. Si vota anche ad Altavilla Milicia, nel Palermitano, ma lì restano le normali regole per i comuni più piccoli. Entrambe le amministrazioni furono sciolte per mafia. Ma alla fine l'ex sindaco di Scicli, Franco Susino, è stato assolto mentre per gli altri imputati è caduta l'accusa di associazione di stampo mafioso. Detto questo, tuttavia, a Scicli si vota lo stesso.
Oltre alla novità della legge, il caso della città barocca è significativo per motivi più politici. I candidati sindaco sono cinque, tre hanno una sola lista a loro sostegno. I due contendenti principali, Rita Trovato ed Enzo Giannone, hanno invece un esercito di liste dalla loro parte. Il Pd ha rinunciato a fare le primarie e ha scelto l'avvocato Trovato, sostenuta dal centro-centrosinistra (Udc e Ncd su tutti), mentre il professor Giannone, uomo di sinistra da sempre, ambientalista, progressista, antimafia, si ritroverà anche il sostegno del movimento dei Forconi (sic) e forse di una parte di Forza Italia. Ah, il partito di Berlusconi non ha un suo candidato...
Ecco, si possono fare riforme, cambiare la Costituzione e le leggi elettorali, ma poi alla fine quello che conta è la politica. Che in Sicilia è l'arte dell'impossibile.


Aggiornamento del 28 novembre 2016. Enzo Giannone ha vinto al primo turno, con circa il 47% dei voti. Come volevasi dimostrare, la nuova legge elettorale siciliana ha avuto subito gli effetti cercati. Soglia del 40% superata, ballottaggio "scongiurato". Ma, dettaglio tutt'altro che secondario, solo il 64% degli sciclitani è andato a votare. Forse il problema non era la legge elettorale...

lunedì 12 settembre 2016

Cattività sportiva

Più di quattro anni fa, esprimevo già su questo blog la mia sostanziale contrarietà all'organizzazione dei Giochi Olimpici a Roma. Allora si parlava dell'edizione del 2020 che poi è stata assegnata a Tokyo. Il governo Monti disse di no, memore dei disastri del passato e consapevole dello stato dei conti pubblici. Nel frattempo sono cambiati i governi e i sindaci di Roma, e la Capitale è stavolta ufficialmente nella short list del Cio, insieme a Parigi, Amburgo, Budapest e Los Angeles, come città candidata a ospitare i Giochi del 2024. Giochi che la nuova giunta del Movimento 5 Stelle (ma soprattutto il vertice extraparlamentare del partito) non vuole. Tra chi auspica prove di forza del governo Renzi per scavalcare il diktat grillino e chi invece pensa che l'Italia non sia adeguata a ospitare grandi eventi del genere, tra chi dice che solo così si possono riattivare investimenti pubblici e chi al contrario fa già l'elenco degli "amici degli amici" che se ne potrebbero arricchire, insomma il dibattito è infinito, forse inconcludente. E i romani? Il Censis dice che sono in maggioranza favorevoli, tra città e provincia. Secondo altri invece non ne vogliono sentire parlare.
E allora che cosa succede nel "bel paese là dove 'l sì suona"? Succede che a dire "sì" sono di più gli altri... Tipo Roberto Maroni che, evidentemente ignorando i regolamenti del Cio, avanza un sogno olimpico per Milano in sostituzione della riluttante Roma, che prima ancora di essere grillina è pur sempre sprecona. Ma sarebbe impossibile per il 2024. E se il Cio non scegliesse Los Angeles, in virtù del nuovo criterio della rotazione dei continenti, a un'altra città europea non toccherebbe più prima del 2032. Il tempo c'è.
Ma intanto, a sparare degli improbabili "sì" si scatenano i personaggi più disparati. Sui social si legge persino di gente che propone Sibari... Oppure, e qui viene il bello, arriva Gianfranco Micciché, figliol prodigo di una Forza Italia in disarmo, che dal suo status di commissario del partito berlusconiano in Sicilia azzarda una candidatura unitaria di tutta l'Isola. Vale la pena riportare per intero il virgolettato (e smontarlo pezzo per pezzo): «Dopo il no di Grillo alle Olimpiadi, chiedo a Crocetta la candidatura di tutta la Sicilia. Il tempo c'è. Bastano un governatore serio, dei sindaci capaci e un'interlocuzione costante e qualificata col governo nazionale. Del resto, a Trapani portammo la Coppa America e ci prendevano per pazzi. Solo che la nostra poi si è rivelata una sana e lucida follia ed è cambiata una città; quella di Grillo e company è follia pura».
Lo sanno tutti che a ospitare i Giochi Olimpici si candidano singole città, non regioni o chissà che altro. Per questo nel 2009 non fu accolta la pur bella e suggestiva candidatura congiunta di Hiroshima e Nagasaki per il 2020. Se quella di Micciché è una provocazione, come molti hanno commentato sbrigativamente, è provocazione inutile, fine a se stessa, tanto per buttarla in caciara e in schermaglie politiche da Bar Sport. Micciché aveva sfidato Crocetta alle regionali del 2012 e non ricordo di aver sentito parlare di Olimpiadi siciliane come elemento caratterizzante di alcun programma elettorale... I riferimenti al "governatore serio" e a "un'interlocuzione costante e qualificata col governo nazionale" sono solo punzecchiature in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Però intanto pure il segretario provinciale del Pd di Palermo, Carmelo Miceli, avanza il subentro del capoluogo siciliano al posto di Roma. Quanto sia attrezzata la città, non saprei: aspirava a essere Capitale europea dello sport 2016 ma le è stata preferita Praga.
Infine, la Coppa America. Un bell'evento, le regate 8 e 9 della Louis Vuitton Cup a Trapani. Era il 2005. Però le inchieste giudiziarie hanno parlato di appalti pilotati dalle cosche legate a Matteo Messina Denaro, di corruzione, di soldi intascati senza completare o nemmeno iniziare i lavori, di politici di spicco coinvolti, come l'ex presidente della Provincia ed ex sottosegretario nel governo Berlusconi, Antonio D'Ali. Parte del porto fu pure sequestrata. E non basta: il primo "grande evento" della Protezione civile targata Guido Bertolaso fu proprio la manifestazione velistica a Trapani. Il sistema degli appalti e delle deroghe eccezionali partì da lì. Bertolaso era pure commissario straordinario designato dal governo Berlusconi ad hoc per l'evento. A Trapani, da allora, esiste una via dei Grandi Eventi (sic), dedicata in un battibaleno a quelle due settimane scarse di regate. Poche ore per deliberare, mentre le vittime di mafia hanno dovuto attendere anche vent'anni per vedersi riconoscere un briciolo di memoria. Altro che "sana e lucida follia"...

domenica 15 maggio 2016

Quando eravamo emiri

Il progetto risale in realtà ad almeno un paio d'anni fa, ma io l'ho scoperto solo da pochi giorni, dopo che è stato rilanciato da Rivista Studio. Amo l'Africa, amo la Sicilia, amo la storia e amo la geografia, quindi il progetto Alkebu-Lan dell'artista svedese Nikolaj Cyon mi è piaciuto subito. "Alkebu-Lan", in arabo, vuol dire "Terra dei Neri", appunto l'appellativo con cui Cyon indica l'Africa in questa sua opera. Un'opera che solo apparentemente è una semplice mappa.
La domanda di Cyon è: come sarebbe stata l'Africa (anzi, la "Terra dei Neri") se non fosse stata colonizzata dalle potenze europee? Il nome scelto da Cyon è la risposta. Sarebbe stato un continente con decine e decine di nazioni piccole o piccolissime, a parte sei macro-Stati, che più o meno sarebbero corrisposti agli attuali Algeria-Marocco (il Maghreb), Egitto, Etiopia, Mali e (i due) Congo. E la lingua dominante, nell'Africa che sarebbe potuta essere senza la conferenza di Berlino del 1884-'85, è appunto l'arabo. Califfati, sultanati, emirati: buona parte di quel continente a-coloniale avrebbe parlato arabo. Un imperialismo di altra matrice...
Nessun confine sarebbe coinciso con quelli tracciati a tavolino al tempo della "scramble for Africa". Il criterio scelto da Cyon è l'uniformità linguistica-culturale (utilizzando anche gli studi dell'Unesco in materia), insieme ai confini naturali. Quello che salta agli occhi di "noi" europei è che la dominazione araba avrebbe fatto diventare "africane" anche la Spagna (parte del colosso maghrebino), la Sicilia, Sardegna e Corsica e persino Frassineto (alias Farakhshanīṭ) a due passi da Saint-Tropez.
Nel bel progetto di Cyon la mappa è ribaltata, proprio per distorcere la percezione eurocentrica: il Nord e il Sud si scambiano i ruoli, e così la Sicilia finisce all'estremità meridionale della Terra dei Neri. Terroni anche in quel caso...! Si chiama Ṣiqilliyya Imārat, emirato di Sicilia. Che peraltro è davvero esistito, come è noto. La differenza, adesso, è che grazie a Cyon la storia alternativa riconosce finalmente quello che persino la geologia dice da qualche era: la Sicilia è Europa, è Mediterraneo, è Africa. Forse anche Asia.

lunedì 11 aprile 2016

Sicily Papers

La vicenda dei Panama Papers è solo all'inizio, stando ai numeri. L'inchiesta del pool Icij (International Consortium of Investigative Journalists), diffusa in Italia dall'Espresso, parla di 800 italiani in mezzo alle migliaia di clienti che da tutto il mondo si sono serviti dello studio Mossack & Fonseca per aprire società offshore in decine di paradisi fiscali.
I primi 100 nomi diffusi finora (naturalmente l'Espresso ha tutto l'interesse a centellinarli...) spaziano da Barbara D'Urso a Carlo Verdone a Montezemolo allo stilista Valentino. Insomma qualche nome noto c'è già, tra jet set e finanza e politica. Altri ne verranno. Ma quelli che mi interessano sono i primi nomi siciliani. Perché in alcuni casi emergerebbero pure intrecci di mafia e corruzione, garantismo permettendo...
C'è per esempio Angelo Zito, barese di origine ma condannato per mafia a Palermo: secondo la sentenza definitiva era diventato il tesoriere del clan di Brancaccio, quello dei fratelli stragisti Graviano. Zito, trapiantato in Lussemburgo, gestiva ingenti investimenti all'estero dei capimafia. E poi ha continuato a manovrare società nei paradisi fiscali.
C'è pure, in qualche modo, il nome di Massimo Ciancimino, o meglio quello del fiscalista romano Gianluca Apolloni. Con lui organizzò la presunta frode fiscale da 30 milioni che gli è costata l'arresto nel 2013.
E poi Christian e Pietro (alias Peter) Palazzolo, figli di quel Vito Roberto condannato come grande riciclatore di Cosa Nostra negli anni d'oro del traffico d'eroina. Secondo la sentenza definitiva, frutto del grande impegno di Giovanni Falcone, il finanziere "lavorava" per Riina e Provenzano. Palazzolo senior fu arrestato nel 1984 ed evase nel 1986 dalla Svizzera, per poi rifugiarsi in Sudafrica dove diventerà il ricchissimo Robert von Palace Kolbatschenko (a certa mafia piace molto la teatralità, ndr), magnate nel settore minerario. E al business dell'oro e dei diamanti fanno riferimento le offshore di Christian e Peter Palazzolo. Una generazione dopo, dunque, i figli dei boss sono uomini d'affari intercontinentali. Palazzolo/von Palace è stato arrestato nel 2012 a Bangkok, dopo che il Sudafrica si è sempre opposto all'estradizione in Italia. Sul suo sito Internet (sì, il "suo sito Internet"...), Palazzolo si rivolge in inglese alle autorità italiane come ai suoi "detrattori". E si presenta così: «La storia di Vito Roberto Palazzolo, che per oltre un quarto di secolo ha sofferto per l'arbitraria ingiustizia dello Stato italiano». Dice che non c'è reato e che è tutto un complotto. Mi aspetto analoghe repliche da parte dei figli.
Poi c'è il finanziere Simone Cimino, noto nell'Isola per aver tentato nel 2010 di rilevare lo stabilimento Fiat di Termini Imerese (voleva farci le auto elettriche con gli indiani di Reva) e fondatore del fondo Cape Sicilia con la Regione allora guidata da Totò Cuffaro, e pure imputato a Milano per manipolazione del mercato. Dice che nella scatola offshore di Panama non sono transitati soldi.
Ci sono poi i fratelli siracusani Carlo e Alfio Fazio, nell'elenco come "imprenditori del settore marittimo". Si dicono immediatamente estranei alle vicende panamensi. Entrambi siedono nel comitato portuale di Augusta. Sì, Augusta, la propaggine dell'inchiesta sul petrolio in Basilicata e regnum di Gianluca Gemelli, ex dell'ex ministro Guidi. Dei Fazio si è parlato l'anno scorso perché avrebbero proposto di investire 20 milioni per realizzare il porto turistico di Augusta.
Altri interessanti legami di famiglia sono quelli del catanese Francesco Corallo. Il padre Tanino fu un pioniere del "turismo dei giochi", fondando negli anni Settanta il primo albergo-casinò nell'isola caraibica di Sint Marteen. Finì pure in carcere come affiliato del clan Santapaola. Francesco invece aveva ottenuto nel 2004 dal governo Berlusconi la ricchissima concessione statale per le slot machine. Dieci anni dopo la Corte dei Conti ha condannato la sua società, Bplus Giocolegale (sic), a risarcire 335 milioni allo Stato italiano. Tra gli ultimi business che aveva in mente, aprire una banca-cassaforte a Dubai.
Catanese e legato alle scommesse è anche Giovanni Luca "Gianluca" Impellizzeri. I tifosi del Modica, del Misterbianco, della Leonzio e del Palazzolo lo conoscevano come "Re Leone", nella sua precedente vita di calciatore semiprofessionista. Nella lista dei Panama Papers figura invece come "agente di scommesse online".
L'anno scorso era finito pure agli arresti domiciliari nell'inchiesta sulle partite truccate del Catania Calcio in serie B (quella che coinvolge anche l'ex patron rossazzurro Antonino Pulvirenti): Impellizzeri era considerato il finanziatore degli incontri venduti. Ora è tornato libero, ma con obbligo di firma in Questura. A Catania, non a Panama...