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mercoledì 18 settembre 2024

L'era il gran visir de tücc i terun

Immaginate un bambino siciliano di 7 anni. Con i capelli corti e gli occhi a palla. Timido. Ero io. Ma quando avevo sette anni all'improvviso vidi che un'altra faccia siciliana con i capelli corti e gli occhi a palla diventò la più famosa del mondo. Avevo 7 anni nel 1990. La faccia era quella, ovviamente, di Totò Schillaci. La sua faccia l'avevo incrociata qualche volta in tv quando mio nonno guardava le partite del Messina. Ma nelle "notti magiche" del Mondiale del '90 quella faccia era dappertutto. E soprattutto quegli occhi.
Io li conosco quegli occhi, li ho visti mille volte in Sicilia, sono gli occhi di una persona buona. Per questo, non solo per quella fugace estate del sogno e del mito, sono molto triste che Schillaci non ci sia più. Come adesso ripenso con un pizzico di malinconia a quella scena del 16 gennaio 2023 che allora fece sorridere, quando Totò si trovava alla clinica La Maddalena di Palermo, quella dove fu arrestato Matteo Messina Denaro, e disse "sembrava un manicomio, una scena da Far West". Era lì per curarsi dal tumore...
Totò Schillaci era uno di noi, uno comune, venuto fuori dal nulla, che incarnava la proverbiale scalata del piccolo uomo del Sud a colpi di sacrifici, talento, caparbietà, ma anche sentimento e incredulità. Quando era alla Juventus si diceva intimidito di dover giocare tutte le domeniche davanti agli Agnelli. Dimostrava così che avere carattere ed essere umili non sono in contraddizione. Tra l'altro fu lui, indirettamente, a farmi restare per anni con un dubbio: ma perché lui si chiama Totò ed è Salvatore, mentre quell'altro Totò, il Principe napoletano, era Antonio? Differenze territoriali, scoprii. Non dico poi la sorpresa da adulto quando ho scoperto l'esistenza di un pittore del Rinascimento ferrarese noto come Maestro dagli occhi spalancati. Non nego che mi feci una risatina: ma il Maestro dagli occhi spalancati è Totò Schillaci! Addio, artista. Anzi, gran visir de tücc i terun.



giovedì 21 giugno 2018

Palermo vince per Manifesta superiorità

Manifesta è la biennale d'arte contemporanea "nomade" con sede ad Amsterdam, ma che ogni due anni ha luogo in una città diversa d'Europa. E per il 2018, dal 16 giugno al 4 novembre, la città europea in questione è anche la capitale italiana della cultura: Palermo. Il weekend scorso ero lì, all'anteprima di Manifesta 12 per stampa e professionisti del settore. Da siciliano e da profano frequentatore dell'arte contemporanea, sono rimasto travolto dalla contraddittoria bellezza che Palermo - una delle poche vere capitali rimaste in Italia... - ha offerto alle migliaia di persone arrivate da tutto il mondo. Se non fosse per un furto da 15mila euro nella notte tra domenica e lunedì al Teatro Garibaldi, quartier generale di Manifesta 12, Palermo è riuscita in quel weekend a scrollarsi di dosso cliché e pregiudizi, offrendo invece la sua dolente ricchezza e il fascino della sua decadenza alle sperimentazioni dell'arte.
L'Orto Botanico, lo splendido Palazzo Forcella De Seta alla Kalsa, i palazzi Butera e Trinacria (quello dove Falcone e Borsellino furono immortalati sorridenti da Tony Gentile), l'Oratorio di San Lorenzo, Palazzo Ajutamicristo, Palazzo Costantino, l'Archivio di Stato alla Gancia... L'elenco sarà sempre incompleto: la città di Palermo, per evidente merito di uno sforzo lungimirante dell'amministrazione, ha presentato al pubblico i suoi gioielli, anche le sue ferite. Certi luoghi non erano praticamente fruibili fino alla settimana scorsa, ora invece ospitano una delle più importanti manifestazioni culturali d'Europa. Persino le periferie come lo Zen o le propaggini dimenticate di Costa Sud sono dentro il programma di Manifesta 12, al di là del salotto buono della città.
Orto Botanico
Santa Maria dello Spasimo
Oratorio dei Peccatori
Palazzo Costantino
Palazzo Forcella De Seta
Chiesa dei Santi Euno e Giuliano
Palazzo Ajutamicristo
Piazza Magione
Palazzo Butera
Inutile dire che qualcosa è forse da rivedere (troppi eventi collaterali non sempre ben comunicati, sovrapposizione di eventi e performance, qualche intoppo organizzativo soprattutto nel weekend inaugurale), ma anche alla Biennale di Venezia non è tutto sempre così perfetto. Di certo c'è che i luoghi sono incredibili, talvolta più interessanti delle opere che ospitano. Ma comunque alcuni interventi artistici sono notevoli. Il duo Masbedo, per esempio, all'Archivio di Stato e a Palazzo Costantino. O gli interventi urbani-agricoli di Cooking Sections. O Alberto Baraya e le sue teche di piante artificiali all'Orto. O Uriel Orlow a Palazzo Butera che parte da tre alberi simbolo della Sicilia - il pino di San Benedetto a Palermo, il ficus di Falcone, l'ulivo dell'armistizio di Cassibile - per raccontare la voglia di questa terra di essere sempre viva, nonostante tutto. O la performance trascinante di Marinella Senatore, tra balli di bambini, percussionisti, canti e acrobazie, bandiere e gonfaloni: una processione rumorosa per le vie di Palermo che ha spiazzato persino i palermitani abituati al traffico... E così via, in un confuso e parziale elenco.
Nella città dei mercati, dei paradossi, dei clacson, delle urla, delle urla e dei festoni, c'è spazio per tutti, anche durante Manifesta. "Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza". Effettivamente il tema di questa dodicesima edizione della biennale nomade è cucito su misura per Palermo. Ma in realtà forse solo a Palermo gli organizzatori olandesi avrebbero potuto trovare il terreno fertile per raccontare cosa vuol dire oggi accogliere, coltivare, far crescere, senza differenze. E senza paura di continuare a essere "tutto porto", come dice il nome greco della città.
Se volete capire i fenomeni geopolitici, sociali ed ecologici di oggi, andate in quel crocevia che è Palermo. Una città che è capitale che è arte contemporanea.

Cooking Sections, @Giardino dei Giusti

Marinella Senatore, Palermo Procession, @Chiesa dei Santi Euno e Giuliano

Marinella Senatore, Palermo Procession

Masbedo, Protocollo no. 90/6, @Archivio di Stato alla Gancia

Masbedo, Videomobile, @Palazzo Costantino

Patricia Kaersenhout, The Soul of Salt, @Palazzo Forcella De Seta

Peng! Collective, Call-A-Spy, @Palazzo Ajutamicristo

Rayyane Tabet, Steel Rings, @Palazzo Ajutamicristo

martedì 29 agosto 2017

Scusate per l'interruzione

Da giorni mi risuonano martellanti in testa questi versi: «il loro capo Ottavio Navarra / è stato eletto adesso sta a Roma / si è comprato un vestito decente / ma dentro ha ancora più rabbia di prima». Sono versi di una canzone dei Modena City Ramblers, La banda del sogno interrotto, dedicata a "una Sicilia che non c'è" (dall'album La grande famiglia, 1996). Quelle parole insistono nella mia mente da quando ho letto il nome di Ottavio Navarra, fondatore dell'omonima casa editrice, nelle recenti cronache politiche siciliane. È lui il candidato di Rifondazione comunista e Possibile a presidente della Regione. E non intende fare un passo indietro (a meno di improbabili unità ritrovate), dopo le solite manfrine a sinistra, tra Pd+alfaniani, crocettiani, bersaniani, dalemiani, pisapiani, convergenze di qui e di là, candidature alternative come quelle di Claudio Fava per conto di Mdp. Insomma: il solito bestiario di correnti, sigle, antipatie che anima la sinistra italiana (anche quella, in forma di partito, con la 'S' maiuscola...), in Sicilia esplode come attività magmatica.
E qui tornano le parole dei Modena City Ramblers. Chi è Ottavio Navarra? Di chi era "capo"? Quella canzone, spiegò il gruppo, era "dedicata a dei ragazzi di Palermo, conosciuti alla festa di Cuore nel '93, che malgrado le avversità continuano a lottare...". Navarra, originario della provincia di Trapani, è stato uno dei fondatori della Pantera, il movimento studentesco che dall'autunno 1989 si è esteso dalla facoltà di Lettere di Palermo al resto delle università italiane. Ottavio era uno dei leader di quel "nuovo '68". Tante battaglie politiche e civili, è stato anche corrispondente de L'Ora da Marsala, giovanissimo è stato eletto in Parlamento con i Democratici di Sinistra. Nel 1994, a 28 anni. E, appunto, «si è comprato un vestito decente / ma dentro ha ancora più rabbia di prima».
L'esperienza romana durerà poco ma poi inizierà quella regionale all'Ars, comunale a Marsala, e nella segreteria dei Ds al fianco, guarda un po', di Claudio Fava... Poi basta politica partitica, via con la scommessa della casa editrice e avanti con l'impegno sociale e culturale antimafia. Ora invece un ritorno inatteso su una scena politica dove il contrario dei sogni interrotti è una realtà da incubo.
Il quadro era chiaro già ai Modena City Ramblers. Ventuno anni fa.
Hanno sfilato in manifestazione, / raccolto distratta solidarietà / hanno pianto Falcone e gli altri, / hanno guardato sbarcare i parà / volantinato Zen e Acquasanta / e non so quanti altri quartieri / intanto il governo ha sbloccato gli appalti / e la mafia riapre i cantieri /
Non so se noi ne avremo il coraggio, / se prenderemo la via del nord / o meglio ancora via dalle palle, / fare in culo a tutti voi / perché nella banda del sogno interrotto / non sono molti i fortunati / sono in tutto quaranta persone / di cui trentotto disoccupati

lunedì 5 dicembre 2016

Il residente della Repubblica

Sergio Mattarella è stato eletto presidente della Repubblica il 3 febbraio 2015, poco meno di due anni fa. Sergio Mattarella è stato deputato a Roma dal 12 luglio 1983 al 28 aprile 2008, poco meno di 25 anni. Sergio Mattarella ha avuto nella sua carriera sei incarichi di governo. Sergio Mattarella è stato giudice costituzionale per tre anni e mezzo.
Che invidia... da più di 30 anni vive a Roma. E ora fa un mestiere certamente prestigioso!
Sergio Mattarella nel suo seggio elettorale a Palermo
Ma poi, in pieno svolgimento del referendum costituzionale, guardo il Tgr Sicilia delle 14 e tra le notizie d'apertura spicca: "il presidente Mattarella ha votato a Palermo, nella scuola Giuseppe Piazzi, vicino a casa sua in via della Libertà 66" (dove la mafia uccise il fratello Piersanti). Cosa??? Il presidente della Repubblica, carriera trentennale nella Capitale, è ancora residente in Sicilia?
Sergio Mattarella è ufficialmente il mio mito mite. Ancora adesso, nell'incertezza post referendum (e la Sicilia, en passant, è stata con la Sardegna la regione più decisa sul No: oltre il 70%) che riguarderà soprattutto lo stesso Mattarella, il composto e discreto giurista palermitano mi suscita un moto di ammirazione, stupore, forse persino tenerezza.
Mattarella, insomma, è un fuorisede... Anche io sono rientrato in Sicilia per votare, anche io, dopo 14 anni di permanenza fuori dalla mia terra girovagando per il Nord Italia, ho per ora mantenuto la residenza qui. Ma il Presidente no, non me l'aspettavo proprio. Ero troppo abituato all'idea di Napolitano residente superstar dell'esclusivo rione Monti. E pure Berlusconi nel 2013 aveva preso la residenza a Roma, tanto per dire.
Eccoli i paradossi dell'Italia. Ai fuorisede, siano studenti o lavoratori (io sono stato entrambe le cose), non è permesso votare fuori dal loro comune di residenza. E sono tanti. Ricordo ancora perfettamente il Nichi Express del 2005 e il Rita Express del 2006: ero a Bologna e tantissimi giovani partirono così verso la Puglia e la Sicilia, con treni a tariffe speciali, per poter esercitare il loro diritto di voto nei paesi d'origine. Nichi era Vendola, Rita era Borsellino, per correttezza.
E poi? Fuorisede in Italia e all'estero, compresi gli Erasmus, non residenti in un altro Stato ma lì solo temporaneamente, costretti a spendere per un sacrosanto diritto di partecipazione. Esiste l'escamotage, ormai lo sanno tutti, è legale, non c'è nulla di male: fare richiesta come rappresentanti di lista, in caso di consultazioni come i referendum. Io l'ho fatto due volte, 2006 e 2011, Ravenna e Milano. Ma non me lo sarei visto mai Sergio Mattarella in un seggio romano con la spilletta di un comitato del Sì o del No...
Però almeno si è fatto un weekend a casa, in famiglia, come un vero fuorisede del Sud. Prima di tornare al lavoro. E che lavoro...

martedì 5 aprile 2016

La Lega non Gambia mai

Il Gambia è il più piccolo Paese del continente africano, quasi interamente circondato dal territorio del Senegal. Il suo presidente-tiranno, Yahya Jammeh, al potere dal 1994, ha dichiarato nel dicembre scorso che il Paese sarà una Repubblica islamica (come l'Iran o la Mauritania o l'Afghanistan). E come tutti gli Stati africani governati dai "dinosauri", anche dal Gambia in tanti cercano di scappare.
Yusupha Susso è uno di questi. Ha 21 anni ma era minorenne quando si è sobbarcato la traversata del deserto e del Mediterraneo ed è arrivato in Italia, a Palermo. Qui studia all'alberghiero e fa da interprete per la Prefettura, si occupa di musica e collabora con sindacati e gruppi antimafia. "Amico dei poliziotti", viene definito. Insomma, un profilo che manda in tilt le menti xenofobe...
Yusupha è in coma farmacologico, sparato alla testa in pieno centro da un pluripregiudicato palermitano della zona di Ballarò, tale Emanuele Rubino, 28 anni. Insieme a due connazionali è stato aggredito da questo branco: la Questura parla di "prepotenza più che di razzismo". Mi pare un inutile sofisma. Yusupha Susso è stato colpito e ridotto in fin di vita perché aveva osato chiedere più rispetto e reagito agli insulti di mafiosetti – prepotenti e razzisti.
Ma questo non è bastato. Perché per certi novelli leghisti sbarcati pure loro in Sicilia (qui, come nel resto del Sud, si chiamano "Noi con Salvini": poi uno si lamenta dei partiti leaderistici...) è sufficiente leggere "Africa", "rissa", "sparatoria", "ferito", "migranti", nella stessa frase e subito ribaltare la verità a uso e consumo della più becera propaganda razzista e prepotente. Così Francesco Vozza, leader cittadino del movimento e fino all'anno scorso responsabile palermitano di CasaPound, non ha trovato di meglio che scrivere su Facebook: «La Palermo eccitante e sicura di Orlando (il sindaco Leoluca, ndr): dei #migranti se le danno di santa ragione e parte pure un colpo di pistola. Un giovane è in fin di vita».
Tutto falso: dei #migranti sono stati aggrediti da un gruppo di delinquenti italiani, e il giovane in fin di vita è un ventenne africano. Solo dopo un po' Vozza si è deciso a cambiare versione: «Ecco quello che è accaduto, sabato scorso, nel centro storico di ‪#‎Palermo‬: scoppia una ‪#‎rissa‬ tra ‪#‎migranti‬ e ‪#‎palermitani‬. Alla fine parte un colpo di ‪#‎pistola‬, sparato da un palermitano, che ferisce alla testa un migrante. Chi continua a dire che Palermo è una città "eccitante e sicura", ha dei gravi problemi!». Gli hashtag ora abbondano e ci sarebbero da correggere un po' di imprecisioni. Il giovane in fin di vita è scomparso?
Ma il leader salviniano a Palermo, che intanto incassa una selva di commenti tipo "si ammazzino tra di loro" o auspici di "forni", alla fine resta della sua idea. L'episodio diventa solo pretesto per questioni politiche locali... «I sinistri, sostenitori di Orlando, vorrebbero che mi scusassi con loro, perché sarei razzista, fascista, leghista. Poveretti, hanno bisogno di cure e d’affetto!».
No. Sa chi ha bisogno di cure, Vozza? Un certo Yusupha Susso, 21 anni, ragazzo del Gambia, in coma per un'aggressione mafiosa e razzista nel cuore della sua (e nostra) bella città. Soprattutto ha bisogno di un po' di affetto.

sabato 12 dicembre 2015

Felice Natività

Alla Biennale di Venezia del 2013, l'artista vietnamita Danh Vo presentò un'installazione in cui, tra le altre cose, c'erano lo "scheletro" della chiesa cattolica di Hoang Ly, risalente al periodo coloniale, e di fronte una grande cornice in legno (230 x 197 x 3). Ma non era un telaio qualsiasi: aveva ancora microscopici frammenti di tela, fino al 1969 aveva ospitato la Natività con i santi Lorenzo e Francesco d'Assisi, opera di Caravaggio conservata nell'Oratorio di San Lorenzo a Palermo. Fino al 1969, però.
Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre di quell'anno, infatti, il capolavoro di Caravaggio fu rubato. Pare dalla mafia, che ammazza anche arte e cultura, come l'Isis: se ne è parlato in tanti processi, addirittura si diceva che venisse esposto nei summit con Riina, presunta arma di ricatto contro Andreotti. Ancora oggi è tra i dieci quadri più "ricercati" al mondo; ha un valore di mercato superiore ai 20 milioni di dollari. L'episodio fornì a Sciascia lo spunto per il suo ultimo racconto, Una storia semplice.
Danh Vo dunque ne espose il telaio vuoto, grido d'allarme e di dolore, ma anche un potente richiamo al dovere della memoria.
Dopo 46 anni, la Natività palermitana torna (purtroppo solo virtualmente) al suo posto. Lo studio Factum Arte di Madrid ha creato infatti un clone, un Caravaggio 2.0 che replica fedelmente l'opera rubata. Punto di partenza una diapositiva a colori del '57. Il progetto è di Sky. La sostituzione virtuale non basta, chiaro, ma almeno prova a restituire sensazioni ed emozioni che la mafia ha calpestato. Sicuramente un'operazione simbolica. C'erano anche il presidente Mattarella e il neo vescovo Corrado Lorefice, alla prima uscita istituzionale.
Il quadro di Michelangelo Merisi riproduceva il tema sacro per eccellenza ma raffigurando personaggi ordinari, poveri, emarginati, spontanei. Evocazione di una Chiesa diversa e popolare. Un messaggio potentemente antimafia...

venerdì 11 dicembre 2015

Mani in alto

Churchill a Villa Politi, Siracusa
Nel 1955, quando aveva 80 anni, Winston Churchill venne in vacanza in Sicilia, meta privilegiata per i britannici di rango. Era aprile e si era appena dimesso. «Tutta la Gran Bretagna pensa che questo sarà il suo vero primo assaggio di riposo», scrivevano i giornali dell'epoca. L'obiettivo del vecchio baronetto è «semplicemente di sedersi sotto il sole». Chissà che opinione avrà maturato in quei soggiorni sotto il sole siciliano, lui che già definì l'Italia "ventre molle dell'Europa"... Considerando pure che il suo nome è stato spesso intrecciato, a torto o a ragione, con evidenze storiche ma anche sotto millanterie fantasiose, al progetto separatista siculo.
Me lo chiedo perché a Churchill sono stati attribuiti aforismi, frasi argute, battute di spirito, giudizi sprezzanti come solo un vero British man può fare. E una delle più celebri è anche quella più politica: «La democrazia è la peggior forma di governo possibile, eccezion fatta per tutte le altre». Ecco, è vero che 2+2 non fa sempre 4 (come notava tra gli altri il connazionale George Orwell, la cui ultima pubblicazione, nel 1949, fu una recensione delle memorie di Churchill...), ma mi è venuto in mente quello stra-citato e abusato aforisma sulla democrazia alla notizia che ormai persino la mafia siciliana si è adeguata al "peggior sistema di governo".
La cosca palermitana di Santa Maria di Gesù, già mandamento di Stefano Bontate, infatti, dopo decenni di designazione dei vertici dall'alto, ha scelto la via delle elezioni. Metodo semplice, senza premi di maggioranza, resti, sbarramenti, coalizioni e percentuali: per alzata di mano. Trasparenza assoluta nelle stanze del potere criminale. Altro che franchi tiratori e brogli...
Giuseppe Greco ha vinto le elezioni mafiose,
con il metodo "greco" per antonomasia...
Tecnicamente si chiama chirotonia (dal greco χειροτονία, "estensione di mano"). L'alzata di mano come metodo elettorale, in uso fin dalla Atene di Pericle, continua ad avere sostenitori insospettabili. Anche se allora poteva votare solo chi godeva pienamente di tutti i diritti civili... Dunque la chirotonia è la peggior forma di voto, eccezion fatta per tutte le altre che non piacciono ai mafiosi. Il ballottaggio, comunque, non era previsto.

sabato 5 dicembre 2015

Radical shit

«Vecchioni, Vecchioni... / Già il nome che hai avuto in sorte, Vecchioni, ma non ti dice niente? / E continui a rubarmi giorno dopo giorno, anno dopo anno... / E io a concederteli questi anni e sai perché? / Ogni anno che passa, mi piace vedere la tua faccia da viaggiatore di commercio / che ha scoperto al casello che c'è lo sciopero e non si paga / e fa la faccia seria ma dentro... ride»
(Blumùn, 1993, concepita in spiaggia a Mondello, Palermo; "Dio" è Gene Gnocchi)
Ma sì, alla fine dobbiamo dire che ha ragione Roberto Vecchioni. «Sicilia, sei un'isola di merda». Il dono della chiarezza e della sintesi che solo certi intellettuali possono permettersi. Ma sì, d'altra parte quella storia del finto spinello del 1977 e i conseguenti ingiusti quattro giorni di galera a Marsala nel '79 gli devono essere rimasti dentro, e un po' di rancore lo si perdona pure agli uomini di lettere. Ma sì, davvero a Palermo e dintorni e Sicilia tutta il casco in motorino non è manco un optional, un'opzione da prendere in considerazione. Ma sì, è vero che i nostri gioielli artistici, storici, architettonici, culturali, noi siciliani li lasciamo abbandonati e incolti. Ma sì, le coste deturpate... Ma sì, la Sicilia che si butta via... Ma sì, non abbiamo «capito il senso dell'esistenza con gli altri». Anche se siamo «la razza più intelligente che esista al mondo».
Mah. Altro che "ma sì"... Da siciliano che pure è via dalla sua terra da molti anni, sentire giustificazioni a colpi di "provocazione d'amore" mi sembra paradossale. E non perché siano false le cose negative che Vecchioni e chiunque altro sono perfettamente in grado di notare. No.
Quando il professor cantautor Vecchioni Roberto Michele Massimo da Carate Brianza si trovò a fine gennaio di quest'anno "sul luogo del delitto", cioè Marsala (che gli ispirò Lettera da Marsala e la bellissima Signor giudice: una volta Vecchioni mi piaceva tanto...), disse ad altri giovani: «Non si può affrontare questa disgrazia e gioia che è la vita senza avere come riferimento la classicità». Eccolo, il prof di greco e latino.
Ma ecco anche i motivi per cui tutto ciò è paradossale. E perché rido quando qualcuno bacchetta noi siciliani che ci sentiamo offesi. Tre punti, brevi e sintetici come i giudizi tranchant di Vecchioni all'università di Palermo:
  1. Le razze non esistono. Falso storico e scientifico definitivamente sputtanato. E parlare di "razza intelligente" è assurdo tanto quanto dire "Sicilia isola di merda". Una retromarcia goffa che non si confà a chi ha riscritto Pessoa, Evtušenko e Saffo.
  2. «Dovrei dire che siete la culla della Magna Grecia? Ma la storia antica, la poesia antica, la filosofia antica hanno insegnato a tutto il mondo cos'è l'originalità della vita, la bellezza, la verità, la non paura degli altri. In Sicilia questo non c'è». No, infatti, non lo dica. Non serve. Perché noi la bellezza la conosciamo, siamo originali e non abbiamo paura degli altri. A differenza di certi suoi conterranei. E poi: ma non diceva che l'unica arma che abbiamo è la classicità? Ah, a esser pignoli, la Sicilia non era tecnicamente Magna Grecia. Errore da matita rossa, prof.
  3. I motorini? Il casco? Il traffico? Una critica a metà tra Johnny Stecchino e le signore della Palermo bene, per le quali il problema erano le scorte dei giudici con le loro sirene spiegate, non la mafia.
Ma sì, ha ragione il professor Vecchioni che insegna "Forme di poesia in musica" all'università di Pavia. Ma sì, in realtà è proprio come dice lui: la Sicilia fa schifo per tanti motivi, e dirlo con rabbia e crudezza può essere catullianamente una forte dichiarazione d'amore. Salvo dirlo forse alla platea sbagliata. Il sindaco Leoluca Orlando lo difende? Bene, allora sarebbe stato meglio sfogarsi con politici e istituzioni. Ma sì, facciamoci dare lezioni.
Una lezioncina però, umilmente, con la modestia della "razza più intelligente del mondo", ce la permettiamo pure noi: se crede davvero a quel che dice, prof, poi non dica a Pippo Baudo che «è stato un qui pro quo». Quella sì che è una giustificazione di merda.

mercoledì 28 ottobre 2015

Palermo val bene una messa

Ieri a mezzogiorno le campane della chiesa madre di san Pietro a Modica suonavano a festa. Credo che non aspettassero altro che l'ufficialità, dopo giorni di indiscrezioni che in realtà nessuno avrebbe potuto smentire. Don Corrado Lorefice, 53 anni, è dunque il nuovo arcivescovo di Palermo. Una notizia che ha suscitato nei miei compaesani (ero a Modica proprio ieri, peraltro) reazioni positive, orgogliose. D'altra parte, sentire il nome della tua città tra le prime 3-4 notizie di tutti i tg nazionali e sulle pagine principali dei giornali, non è cosa da tutti i giorni. A meno che non si parli del cioccolato all'Expo, del campione olimpico di scherma Giorgio Avola o del cantautore del futuro Giovanni Caccamo...
Non conosco personalmente don Corrado, ma sapevo già del suo impegno sociale, antimafia, di Libera, di don Pino Puglisi (afferisce peraltro a san Pietro la Casa Don Puglisi, una delle più dinamiche realtà sociali della città di Modica), degli scritti su don Dossetti. Un prete giovane e "impegnato", un semplice parroco, perfetto in accoppiata con don Matteo Zuppi, nuovo vescovo di Bologna, prete dei poveri in una curia tradizionalmente "rigorosa" (diciamolo: conservatrice). Ecco, un mio compaesano (originario di Ispica, in realtà) guiderà la diocesi più importante della Sicilia, mentre nella città in cui vivo adesso tocca a un outsider che arriva dalla Comunità di Sant'Egidio.
Da osservatore laico, per quel che ne capisco e nella parzialità delle mie idee, mi fa piacere. Un altro coup de théâtre di papa Francesco!
Con i neo-arcivescovi Lorefice e Zuppi, ho scoperto, condivido l'interesse per le vicende del Nord Kivu, la più martoriata delle regioni congolesi. Potevo immaginarlo, anzi lo speravo, a proposito di don Corrado: la parrocchia di san Pietro, gemellata con Lukanga, è stato uno dei nuclei storici da cui partì nel 1988 l'esperienza del gemellaggio tra la diocesi di Noto e quella di Butembo-Beni. Proprio a Lukanga, quando era vicerettore del seminario di Noto, don Corrado Lorefice portò i seminaristi a fare gli esercizi spirituali... E un mese fa era a Muhanga, nella missione in mezzo a montagne e boschi del piemontese don Giovanni Piumatti e della missionaria modicana Concetta Petriliggieri, dove io ho imparato molte cose, sull'Africa e non solo.
Io, per concludere su un prete che non conosco di persona, prendo a prestito le parole di un prete che invece ho conosciuto, appunto padre Piumatti: «Don Corrado il mese scorso era qua a Muhanga. Anche i ragazzi, le mamme e i giovani hanno avuto la stessa impressione: non sembra un sacerdote eccezionale. Ha doti umane semplici e profonde che contengono una fede seria, visibili a Muhanga come a san Pietro di Modica. Ora, che papa Francesco, la Chiesa, lo scelga come Vescovo di Palermo, Arcivescovo!, scavalcando le prassi comuni, mentre gli apostoli discutono fra di loro per strada… o nei corridoi, è questo il fatto eccezionale». Grazie Padiri. Sono sicuro che monsignor Lorefice saprà trasmettere a Palermo la sua umana (stra)ordinarietà, nel nome di don Puglisi, del beato Pino che in tanti ora vorrebbero, giustamente, compatrono della capitale siciliana (e intanto un discepolo di don Puglisi, monsignor Carmelo Cuttitta, da Palermo andrà a fare il vescovo a Ragusa). Un bel cambiamento, nella "Sagunto espugnata" di cui parlava il cardinale Pappalardo...

domenica 5 luglio 2015

Chi va a Palermo e non passa da Monreale...

Sincretismo vuol dire "fusione di dottrine di origine diversa, sia nella sfera delle credenze religiose sia in quella delle concezioni filosofiche", dice la Treccani. Indica dunque la contaminazione, anche in senso culturale. E infatti il "sincretismo culturale" è la ragione ufficiale per cui l'Unesco ha deciso di inscrivere nella lista del patrimonio dell'Umanità Palermo arabo-normanna e le cattedrali di Cefalù e Monreale. Non esiste in nessun altro luogo al mondo un sincretismo così: arabi e normanni insieme! Il Mediterraneo e l'Europa del Nord condensati in una grande contaminazione, un mix che ha trovato l'apoteosi nell'architettura palermitana del XII secolo.
L'itinerario Unesco comprende nove monumenti, di cui sette solo a Palermo: Palazzo Reale (cioè Palazzo dei Normanni, sede dell'Ars, finalmente senza lo scempio delle auto parcheggiate) con la Cappella Palatina, la chiesa di San Giovanni degli Eremiti e quella di Santa Maria dell'Ammiraglio (nota come chiesa della Martorana, quella della frutta di marzapane), la chiesa di San Cataldo, la cattedrale, il palazzo della Zisa, ponte dell'Ammiraglio. E poi, infine, ci sono le cattedrali, con i rispettivi chiostri, di Cefalù e Monreale. Così i turisti di tutto il mondo scopriranno il senso di uno dei più famosi proverbi siciliani: cu' va a Palermu e nun va a Murriali si nni parti sceccu (asino) e torna maiali. Adesso non ci sono più scuse: bisogna andare a Palermo, a Monreale e pure a Cefalù, a constatare come la Sicilia abbia costruito la sua grandezza culturale in un invidiabile "imbastardimento". A noi la purezza della razza è sempre sembrata una colossale truffa, dalle contaminazioni è nata un'identità (una sola?...) irripetibile.
Queste le motivazioni dell'Unesco:
Un esempio di sincretismo socio-culturale nell'Isola tra le culture dell'Occidente, dell'Islam e bizantina, che hanno dato vita a nuovi concetti di spazio, architettura e arte. Questi monumenti testimoniano inoltre la proficua coesistenza tra persone di diverse origini e religioni (musulmani, bizantini, latini, ebrei, lombardi e francesi).
La cattedrale di Monreale
Così sono saliti a sette i siti Unesco in Sicilia, e quelli italiani diventano 51. Record mondiale.
Ricordano le enciclopedie che "sincretismo" letteralmente voleva dire "coalizione dei Cretesi". Abitualmente a Creta non andavano d'accordo, erano sempre in lotta tra di loro, ma poi quando c'era da combattere contro un nemico comune riuscivano a dimenticare i contrasti. Ecco, non siamo a Creta, però questo risultato, banalmente ma non troppo, rappresenta alla perfezione cosa siamo in grado di fare quando ci mettiamo d'accordo. Contro il nemico comune che spesso siamo noi stessi. E naturalmente la battaglia è solo all'inizio.

sabato 30 maggio 2015

Patrimonio d'interesse

Qual è la "regione che vanta il Patrimonio Unesco più ricco d’Italia"? Non ho dubbi: rispondo sempre "la Sicilia". Ieri però ho vacillato, perché uno spot radiofonico mi ha rivelato che i campioni dell'Unesco d'Italia sono in realtà i lombardi. Così pare, così dice la Regione Lombardia. E in effetti i numeri non mentono: Lombardia batte Sicilia 10 a 8, tra siti (9 lombardi, 6 siciliani) e patrimoni immateriali dell'Umanità (la Trinacria ne ha due, la Rosa camuna uno).
Ma il punto è un altro. Quattro dei nove siti Unesco lombardi sono in realtà condivisi con altre regioni italiane e addirittura con Stati esteri (la Svizzera). Quindi, a rigor di logica molto pignola, i numeri cambiano. Figurarsi però se ha senso fare campanilismi su temi così universali. Anzi, da siciliano che ha vissuto due anni a Milano, devo riconoscere un grande merito: quello spot ufficiale pubblicizzava la festa della Regione Lombardia (29 maggio, celebrazione della battaglia di Legnano), e la bravura dei lombardi è proprio quella di saper promuovere con serietà "la regione che vanta il Patrimonio Unesco più ricco d’Italia".
Mentre la Sicilia, regione che vanterebbe un grandissimo patrimonio, tutto suo, da condividere con il resto del mondo e dell'Umanità, continua a peccare. Cementificazione, speculazione edilizia e industriale, degrado ambientale, vandalismo, sciatteria istituzionale, insensibilità politica: ci proviamo in tutti i modi a mettere a repentaglio il nostro immenso "heritage" (non solo Unesco).
Perciò ho tirato finalmente un sospiro di sollievo, quando ho letto che il Tar Sicilia ha respinto un ricorso assurdo e ignobile presentato da alcuni dipendenti dell'Assemblea Regionale Siciliana (la famigerata Ars, il nostro parlamentino regionale) contro la pedonalizzazione dell'area di Palazzo dei Normanni. Ricorso contro: il Comune di Palermo, la Fondazione Federico II e l'Unesco Sicilia (sic!). La pedonalizzazione priverebbe i solerti e indefessi dipendenti regionali del parcheggio davanti all'Ars. Ah, naturalmente, vietare quello spazio al traffico automobilistico è necessario al riconoscimento del "percorso Arabo-Normanno" (con il palazzo dell'Ars e la Cappella Palatina) candidato a diventare patrimonio Unesco.
Adesso fortunatamente il Tar ha bocciato questa ottusa presa di posizione. Però con motivazioni perlomeno parziali e incomplete, che puntano su questioni molto locali. I giudici dicono: non esiste un "diritto al parcheggio" per i dipendenti regionali, «semmai può non essere facilmente spiegabile come mai un provvedimento di tal genere (la pedonalizzazione, ndr) non sia stato adottato precedentemente». Insomma, il Comune avrebbe dovuto pensarci prima. Ma il Tar non accenna all'Unesco. Anche perché lo sanno tutti che la vera piaga di Palermo è il traffico...

sabato 23 maggio 2015

Gli eroi son tutti giovani e belli

La mafia è nemica della bellezza. Giovanni e Francesca Falcone erano una bella coppia. Ma solo ora, a 23 anni di distanza, mi sono reso conto di quanto fossero – pardon, siano – belli anche Vito, Rocco e Antonio. Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, i tre poliziotti della scorta di Falcone uccisi il 23 maggio 1992, anche loro a Capaci, anche loro sotto la devastante violenza del tritolo mafioso. Begli sguardi, bellissimi sorrisi. La mafia ha ammazzato questa bellezza. Erano giovani padri, mariti, fidanzati, al massimo trentenni.
 Vito                        Rocco                      Antonio
Detesto la retorica "istituzionale" in queste occasioni; se proprio deve esserci retorica, che sia quella delle emozioni, quella che mi porto dietro da quando ho 9 anni. E che mi toglie il respiro ogni volta che guardo le foto di quelle persone così belle e sorridenti. In particolare il largo sorriso di Vito Schifani oggi mi ha dato una scossa. Perché ho pensato a Rosaria, la moglie, quella bellissima e caparbia ragazza di 22 anni (Vito ne aveva 27, il figlio Emanuele "Manù" – ora nella Guardia di Finanza – era nato da appena 4 mesi) di cui tutti ricordiamo le frasi rivolte ai mafiosi durante i funerali. «Vi perdono, ma inginocchiatevi».
Ho pensato a un'altra foto, uno stupendo ritratto di Rosaria. In bianco e nero, lei a lutto, bella, giovane, di una serenità dolente. La foto è della grandissima Letizia Battaglia. Vidi quella foto, in originale, esposta (non capii mai fino in fondo il perché...) alla mostra immagini inquietanti / disquieting images alla Triennale di Milano a fine 2010, curata da Germano Celant e Melissa Harris. In mezzo a foto di violenza, morte, orrori e stranezze, spiccava anche quel ritratto. La cui forza dirompente, a suo modo "inquietante", stava negli occhi chiusi della giovane Rosaria. Lo stesso sguardo timido ma forte e intenso che faceva sorridere l'innamoratissimo – e bellissimo – Vito.

sabato 25 aprile 2015

Vittima dell'errorismo

«La colpa della morte di Giovanni Lo Porto è dei terroristi». Penso e ripenso da due giorni a questa cosa. La notizia dell'uccisione del cooperante palermitano in Pakistan, durante un'azione armata degli Stati Uniti, mi ha provocato rabbia e disgusto. Senza anti-americanismi di maniera. Mi ha fatto rabbia sapere che un nostro connazionale, e pure uno dei migliori, rapito tre anni fa da al Qaeda, sia morto per colpa di un bombardamento alla cieca, per una prova di forza fine a se stessa, un atto di machismo, l'idea che si debba parlare solo il linguaggio delle armi. Rabbia e disgusto, perché la notizia l'abbiamo saputa, noi italiani, in ritardo e con la solita impotenza: il presidente americano Obama ce l'ha comunicato a fatto avvenuto, eravamo all'oscuro di tutto. Come quando nel 2012 Franco Lamolinara, ostaggio in Nigeria, morì in un blitz sproporzionato degli incursori britannici: l'Italia non ne sapeva nulla. E non parliamo di Nicola Calipari...
Ma, ripeto, lasciamo da parte ogni facile e fuorviante sentimento anti-americano. Il problema è un altro, o meglio sono tanti altri i problemi. Giovanni "Giancarlo" Lo Porto non era un volontario, non era uno sprovveduto, non era un avventuriero. Si mettano il cuore in pace quelli che hanno questa opinione di chi fa cooperazione internazionale e non indossa una divisa. Lo Porto è stato ammazzato da uomo inerme, perché il suo lavoro non prevede armi o uso della forza, nemmeno quella "istituzionalizzata" dietro il paravento dell'uniforme.
E qui arriviamo al punto di partenza. Quel virgolettato ("la colpa è di al Qaeda") è del presidente del Consiglio Matteo Renzi. Che si è accontentato naturalmente delle condoglianze americane di rito, dell'ammissione di responsabilità di Obama ed evidentemente dell'ineluttabilità della morte di un italiano perbene in un teatro di guerra, violenza e povertà. Lo stesso premier, però, ha ritenuto di dover sottolineare che la vera colpa ce l'hanno i terroristi che tenevano in ostaggio Giancarlo Lo Porto. Un sofisma totalmente inutile, del quale suppongo che la famiglia del cooperante possa fare benissimo a meno. Alla madre, che dignitosamente chiede di essere lasciata in pace con il suo dolore, non cambia nulla, immagino: suo figlio era sotto sequestro, lei è perfettamente consapevole delle colpe dei qaedisti.
Io mi faccio solo una domanda: Renzi intende dire che Giancarlo è da considerare "vittima del terrorismo", dunque destinatario dei benefici di legge e pensionistici? Domanda provocatoria, cinica e maliziosa, volutamente. Ma il rispetto dovuto a Lo Porto impone chiarezza, non parole gettate al vento come un drone, magari nel vuoto di un'aula parlamentare sorda, cieca, ipocrita.

mercoledì 15 aprile 2015

A19. Colpita e affondata

Risale a molti anni fa l'ultima volta che ho percorso la A19, l'autostrada che collega Palermo e Catania, dunque potrei avere dei ricordi appannati e inesatti, ma per quel che mi riguarda l'ho sempre considerata una strada decisamente inadeguata. E sono sempre stato convinto che non costituisse quell'asse strategico che ci si potrebbe immaginare. Poco trafficata, pochissimo curata, quasi priva di servizi (soprattutto in direzione Catania-Palermo), una lunga sequela di bassi viadotti e piloni a cavallo di letti perlopiù asciutti di fiumi in un paesaggio siciliano da stereotipo, svincoli praticamente nel nulla. Insomma, una strada alla quale difficilmente si potrebbe dare il titolo di "autostrada". Ma tant'è, assomiglia alla vecchia A3 (anche se, paradossalmente, checché se ne dica, la Salerno-Reggio è migliorata: ciò non toglie che sia nuovamente bloccata per il crollo, tragico e mortale, di un viadotto...).
Proprio il crollo di un viadotto, l'Himera, vicino a Scillato nel Palermitano, ha fatto scoprire più o meno l'esistenza di quell'autostrada nata male. Quei trecento metri di strada travolta da una frana hanno portato la A19 sotto i riflettori. E si è parlato di "Sicilia divisa in due". Io ho parecchi dubbi. Dubbi, non certezze. Sensazioni, non prove. Però, percorrendo più spesso la A18 (Messina-Catania-Siracusa, prossimamente estesa fino a Gela) e la A20 (Messina-Palermo), ho un'idea mia della differenza tra le tre principali arterie autostradali della Sicilia. Rispetto alle altre due, la A19 non ha pedaggio, è gratis (e questa è spesso la scusa per lasciare le infrastrutture semi-abbandonate...), e non è gestita dal Consorzio per le Autostrade Siciliane, il Cas, bensì dall'Anas. Proprio come la famigerata autostrada dall'altra parte dello Stretto. E infatti se ne sta parlando per gli scandali legati alle gestioni dell'Anas di Pietro Ciucci, lo stesso uomo che Berlusconi volle alla guida della società Stretto di Messina Spa. I piloni di Scillato sono il pretesto. Ciucci si dimetterà ma non ne uscirà con le ossa rotte.
Di rotto c'è invece molto in Sicilia, proprio su quell'asse Palermo-Catania. Perché quello che fa amaramente sorridere, rispetto agli allarmi sulla "Sicilia divisa in due", è che per l'Isola questa situazione contingente è solo un peggioramento di una realtà già consolidata. Le truffe, pubbliche e private, sulle costruzioni e le infrastrutture tutto sono tranne che nuove. I crolli idem. Le frane e gli smottamenti, figurarsi. Ci vorranno, pare, due anni per ricostruire tutto il ponte crollato a Scillato, e tre mesi almeno per la bretella d'emergenza. Per costi milionari. Dunque, nel frattempo, si ipotizzano altri modi per ripristinare minimi collegamenti tra i due capoluoghi.
Il sindaco di Catania, Enzo Bianco, e la società di gestione dell'aeroporto di Palermo, Gesap, hanno fatto appello alle compagnie aeree per istituire "al volo" collegamenti tra Punta Raisi e Fontanarossa. Interessante che il primo interlocutore preso in considerazione sia stato Ryanair. Soluzioni low cost? Eppure ora anche Alitalia si è detta disponibile. Negli anni '60-'70, per la cronaca, con l'autostrada ancora in costruzione, Palermo e Catania erano unite dai Fokker turboelica dell'Itavia (antenata della compagnia di bandiera): il volo durava mezzora.
E queste sono le "fantasie". Finiamo con la cruda realtà, che cancella le ipocrisie. Qualcosa di concreto è stato fatto: un treno in più PA-CT (orario: 17.29-20.30) e un altro CT-PA (orario: 5.28-8.39). Un intervento di emergenza che ha a malapena raddoppiato i servizi – diretti – precedenti. Sì, perché in ogni caso, prima del crollo di Scillato, c'era un solo treno da Palermo a Catania (orario: 6.33-9.51) e uno da Catania a Palermo (orario: 15.21-18.40). Adesso sono due e due... Come due sono le considerazioni, a uso e consumo delle prefiche della "Sicilia divisa in due": ci vogliono più di tre ore sui 240 chilometri della linea, elettrificata dagli anni Novanta; i treni non diretti, con cambio a Messina, ci mettono 5 (cinque) ore e 20 (venti) minuti. Se questi sono i treni, peccato che non c'è un traghetto...

domenica 12 aprile 2015

Esattori di volo

"Al mondo di sicuro ci sono solo la morte e le tasse", diceva Benjamin Franklin. In Italia è un po' diverso: sicuramente ci sono le tasse, ma non si sa mai quali... Così, mentre una certa propaganda governativa, para-governativa, filo-governativa, racconta di una manovra finanziaria senza tasse, in realtà si scopre che il Def 2015 potrebbe prevedere l'introduzione di una nuova tassa di transito negli aeroporti e nei porti (a carico dei passeggeri non residenti, fino a 4 euro per andata e ritorno) per coprire i tagli – quelli sì sicuri – del governo ai Comuni.
Il discorso, pare graditissimo al sindaco di Roma Ignazio Marino, si applicherebbe nei territori delle nuove città metropolitane. Sulla carta (costituzionale) sarebbero dieci, tutte nelle regioni ordinarie. Ma ce ne dovrebbero essere anche tre nella mia Sicilia, stando alle ultime mosse legislative della Regione. Palermo, Catania e Messina, dunque. Prima, in teoria, ciascuna città metropolitana sicula coincideva solo con il territorio comunale dei rispettivi capoluoghi, mentre le recenti modifiche hanno fatto sì che si sovrapporranno completamente "metropoli" e vecchie province. Così, la nuova Sicilia non avrà più nove province, bensì – probabilmente – sei liberi consorzi di Comuni e tre città metropolitane. Il paradosso, per esempio, è che alcuni comuni (non catanesi) avevano scelto di aderire al libero consorzio di Catania anziché alla città metropolitana etnea – nella sua forma originaria, mentre adesso sembrano costretti a farsi inglobare nella macro-area.
La tassa di cui si vocifera dunque riguarderebbe anche scali aerei e marittimi delle tre metropoli siciliane. Aeroporto di Palermo (Punta Raisi), aeroporto di Catania (Fontanarossa), porto di Palermo, porto di Catania e porto di Messina. Quello che mi sembra curioso e che potrebbe portare ai soliti paradossi siculo-italiani, è che l'aeroporto di Palermo ricade tecnicamente nel territorio comunale di Cinisi (il paese di Peppino Impastato) e solo grazie alle recenti modifiche di legge è ufficialmente "palermitano". Così come, e qui andiamo proprio su terreni ancora più scivolosi e singolari, sarebbe interessante capire se realmente Reggio Calabria e Messina hanno intenzione di proseguire sulla strada, ipotizzata già da qualche anno, di integrarsi in un'unica città metropolitana a cavallo dello Stretto. In quel caso, immagino che un messinese che sbarca all'aeroporto dello Stretto (sic) di Reggio non la paga la tassa sui viaggiatori, no?
Insomma, la solita situazione indefinita all'italiana – o alla siciliana. Mi aspetto a questo punto un ulteriore boom dei collegamenti delle compagnie low cost verso gli scali di Trapani (Birgi: in parte la pista ricade in territorio di Marsala, per la cronaca) e di Comiso. Il governo potrebbe chiamarla "tassa Ryanair". D'altra parte, anche i gufi volano.

sabato 28 marzo 2015

L'importanza di chiamarsi Franco

I cugini di mio padre, venezuelani ma figli di siciliani emigrati lì negli anni '60-'70, possono votare alle elezioni italiane. E votano anche in Venezuela. Per i loro connazionali, sono "italiani" (detto anche con tono critico); per gli altri italiani, per i siciliani, per i loro parenti, sono gli "americani", i venezuelani. Anzi, a Modica il loro Paese è universalmente noto come "Americazuela". Un intreccio di nomi, nazionalità, identità. Ogni tanto ricordo di essere laureato in Antropologia culturale e quindi mi tornano alla mente certi concetti sul senso di appartenenza e sull'identità nazionale. Discorsi antropologici, non sociologici, mi preme sottolinearlo.
Una volta giocavano come oriundi Altafini, Angelillo e Sivori...
E così penso un po' a quei parenti lontani tutte le volte che si riapre il dibattito sugli oriundi, sugli italiani-stranieri. Per decenni la parola oriundi è stata quasi bandita. Il suo più cospicuo e immediato utilizzo è nell'ambito dello sport, soprattutto del calcio (la nostra nazionale di calcio a 5 è composta quasi interamente da brasiliani). Ecco, di oriundi non se n'è parlato per un po', dopo le sconfitte della nazionale italiana di calcio negli anni Sessanta: giocavamo da far schifo, ma la ben nota e sempre attuale tendenza a trovare capri espiatori portò a identificare in quei calciatori sudamericani naturalizzati italiani (in virtù di lontane parentele) i colpevoli degli insuccessi dei Mondiali 1962 e '66 (così come però erano stati artefici dei trionfi degli anni Trenta). Poi sono passati 40 anni e Marcello Lippi rinverdì la tradizione puntando sull'argentino Camoranesi, che si indispettiva quando gli si chiedeva perché non cantasse l'inno di Mameli.
Il discorso, in realtà, è molto complesso. Altro che sport. Continua a esserci di mezzo l'arretrata legislazione italiana sulla cittadinanza, quella che assegna ai legami di sangue il primato per rilasciare presunte patenti di italianità. Lo ius sanguinis. Qui non si tratta di buttarla in polemica tra chi è favorevole a concedere la cittadinanza a chiunque nasca in Italia (applicazione estensiva dello ius soli) e chi invece difende ancora, più o meno consapevolmente, un principio di paradossale autarchia: italiano è solo chi "ha sangue italiano". In breve e semplificando: chi nasce in Italia da famiglia straniera deve aspettare la maggiore età per poter diventare eventualmente italiano, mentre chi è figlio o nipote o pronipote di italiani emigrati può vantare la cittadinanza tricolore. Gli "italiani nel mondo" valgono più delle "seconde generazioni".
La premessa è lunga. Arriviamo al punto. Il ct della nazionale di calcio, Antonio Conte, ha convocato due oriundi per le prossime partite: l'argentino Franco Damián Vázquez e il brasiliano Éder Citadin Martins, uno del Palermo, l'altro della Sampdoria. Giocatori discreti, nient'affatto dei campioni, tantomeno dei fenomeni. Anzi. La cifra comune agli oriundi del Ventunesimo secolo è una certa mediocrità. Lo stesso Camoranesi era un discreto calciatore che giocava con l'Italia perché la nazionale argentina lo ignorava. Così come tutti (TUTTI) gli altri oriundi degli anni Duemila, in maglia azzurra perché scartati dalle rispettive nazionali. Da Amauri a Paletta, da Thiago Motta agli ultimi arrivati. Mentre i vari Balotelli & co. (Okaka e Ogbonna, tra gli altri), i Black Italians a cui dedicai la mia tesi di laurea, devono inevitabilmente combattere con i pregiudizi e gli stereotipi e il razzismo strisciante, Eder diventa italiano in virtù di un bisnonno e Vazquez per la mamma veneta. Le rispettive squadre sono contente: così si liberano pure posti da extracomunitari...
Non c'è niente da fare, il fenomeno degli oriundi continuerà. Con buona pace delle critiche di Roberto Mancini, allenatore dell'Inter: una squadra piena zeppa di stranieri, che, ai tempi della prima esperienza nerazzurra dello stesso Mancio, raggiungeva il minimo legale di italiani in rosa grazie a qualche oriundo sudamericano. E ora lui si lamenta perché dice che con la nazionale dovrebbero giocare solo quelli nati in Italia. Coerente, perlomeno: ha lanciato lui Balotelli. Gli risponde Conte: la nazionale francese è piena di africani. Non ho parole... Agghiaggiande, direbbe lo stesso ct. Africani?!? Tutti francesi, tutti nati in Francia (tranne il "congolese" Mandanda). Di africano hanno le origini, sempre che questo voglia dire qualcosa. Anche il "suo" Paul Pogba allora è africano? Ma per favore. Questo, checché ne dicano i benpensanti, si chiama razzismo.
Il "palermitano" Vazquez dunque potrebbe giocare da italiano, mentre il connazionale e compagno di squadra Paulo Dybala, decisamente più forte, crede nella chiamata della nazionale argentina. Pazienza per la nonna napoletana (e i parenti di origine polacca, peraltro). Intanto, però, tifosi e giornalisti palermitani e siciliani esultano perché dopo due anni c'è un rosanero in nazionale. L'ultimo era stato Federico Balzaretti, torinese oriundo di Pezzana, Vercelli.

martedì 3 marzo 2015

Commercio all'ingrasso

Non più di venti giorni fa esprimeva giudizi netti sull'operato della giunta comunale di Palermo: Leoluca Orlando ha fatto alcune cose positive, ha buoni e cattivi assessori, ma lo stato del settore del commercio è drammatico. Così diceva qualche settimana fa Roberto Helg, presidente della Camera di Commercio e di Confcommercio del capoluogo-capitale. Helg, cognome perlomeno curioso per un palermitano, è da decenni un pezzo da novanta, uno che può dunque permettersi anche giudizi "politici" sulla sua città, ché poi è molto più di una città.
La notizia dell'arresto di Helg in flagranza di reato, per aver intascato una tangente da 100mila euro da un commerciante ristoratore all'aeroporto di Palermo, a Punta Raisi (dedicato, ricordiamolo, a Falcone e Borsellino...), è una di quelle che aprono scenari inquietanti. Perché il tentativo di giustificazione da parte di Helg – «L'ho fatto per bisogno, ho la casa pignorata» – è quasi peggio del fatto in sé, gravissimo. Ai vertici palermitani delle associazioni del commercio, settore tra i più vulnerabili e soggetti a pressioni e minacce, da circa 18 anni (28 aprile 1997) c'è lui, inamovibile, per cinque mandati consecutivi e incontrastati. Eppure l'imprenditore del settore "articoli da regalo", diplomato con la media del 7+, Cavaliere del Lavoro, per un decennio console onorario della Slovacchia in Sicilia, aveva dichiarato fallimento a fine 2012 e nonostante questo è rimasto in sella. E voleva approfittare della sua posizione (è anche vicepresidente della Gesap, l'ente di gestione dello scalo di Palermo). Ora il suo avvocato chiede i domiciliari, perché avrebbe problemi di salute.
Ma il punto è un altro. L'anno scorso Helg, al premio intitolato a Libero Grassi, ammoniva che «racket e usura potranno essere sconfitti solo se le vittime denunceranno e collaboreranno con le istituzioni». Appunto quello che ha fatto il pasticciere dell'aeroporto. E a fine 2014 Helg polemizzava con Giuseppe Todaro di Confindustria e Addiopizzo, negando che il 90% dei commercianti palermitani paga il pizzo. Quello che colpisce dunque è il pericoloso e scivoloso binario di incoerenza (se non molto peggio) su cui viaggiano questi nuovi interpreti della svolta legalitaria delle associazioni di categoria in Sicilia. Quanto ci si può fidare di certi proclami? Duole fare questa domanda, ma è d'obbligo. La Camera di Commercio a guida Helg ha adottato nel 2014 un piano triennale di prevenzione della corruzione, con tanto di sportelli della legalità. Però, una volta che si è trovato in "condizione di bisogno", Helg ha optato per l'estorsione aggravata. «Caro estortore», scriveva Libero Grassi prima di morire...

venerdì 30 gennaio 2015

A colpi di Mattarellum

[Vabbè, alla fine né Anna FinocchiaroPietro Grasso sono diventati presidenti della Repubblica... Ma tocca lo stesso, per la prima volta nella storia, a un siciliano. Sergio Mattarella.
Ecco il mio ritratto del capo dello Stato, pubblicato sul Quotidiano Nazionale]

«In confronto a Sergio Mattarella, Arnaldo Forlani era un movimentista». E se a dirlo è Ciriaco De Mita, che di Mattarella è stato lo sponsor politico in quel groviglio di correnti che era la Dc degli anni Ottanta, allora c’è da credergli. Mattarella è schivo, sobrio, forse persino gelido: «Mostrate allegria!», scherzava qualche tempo fa l’enigmista Stefano Bartezzaghi anagrammando il suo nome. Insomma, Sergio Mattarella da Palermo, classe 1941 fu Bernardo, è così. Calmo, pacato e rigoroso (o rigido?). A tal punto che il suo grido di battaglia nella campagna elettorale per le turbolente elezioni del 2001, quelle del trionfo berlusconiano, era «molto è stato fatto, ma molto resta da fare». Lui comunque fu eletto. In un collegio ‘straniero’, in Trentino. «Non possiamo venire a sapere dal Giornale di Sicilia che uno si candida qui», insorsero a Trento.
«La mia azione politica è sempre e comunque provvisoria», diceva l’uomo che ha dato, suo malgrado, il nome a una legge elettorale, il Mattarellum. Il politologo Sartori voleva essere ironico con quel latino. Ma alla politica, a un certo punto, Sergio ha dovuto dedicare la sua vita. Il 6 gennaio 1980 gli muore tra le braccia il fratello Piersanti, presidente della Regione Sicilia. Ucciso dalla mafia. È un legame forte, quello di ‘Sergiuzzu’ e Piersanti: «Ci confidavamo su tutto». Dopo la strage di via Libertà, De Mita lo manda a Palermo a rinnovare quella Dc siciliana che con la mafia aveva convissuto per lungo tempo. Persino papà Bernardo, dominus della politica isolana, dieci volte ministro, era stato molto chiacchierato: sempre assolto da ogni accusa, comunque (avvocato era l’onorevole Giovanni Leone, futuro capo dello Stato, per la cronaca). Piersanti era morto perché voleva rompere quei legami. Anche se fu lui l’artefice della prima elezione di don Vito Ciancimino a sindaco di Palermo, nel 1970. E l’opera di rinnovamento di Sergio parte proprio dal Comune: Leoluca Orlando, l’uomo della ‘primavera palermitana’, è una sua creatura.
Poi il salto romano: in Parlamento dal 1983 al 2008, sette legislature ininterrotte. Supera indenne anche la tempesta di Tangentopoli, trasformando la Dc nel Partito popolare. E sarà ancora lui a battezzare la nascente Margherita e a firmare il manifesto che dà vita al Pd. Venticinque anni di Parlamento, ministro in governi diversissimi, da Andreotti a D’Alema. Con il Divo Giulio si occupa di istruzione, almeno fino al 1990, quando – ed è questo il primo vero sussulto, a quasi 50 anni – si dimette per protesta contro la fiducia sulla legge Mammì che avrebbe sanato la situazione di illegalità delle tv di Berlusconi.
Prima di dimettersi aveva avuto il tempo di appoggiare, da buon cattolico, la battaglia del Vaticano contro il tour di Madonna: «Un’offesa al buongusto». Ma il conto aperto ce l’ha proprio con il Cavaliere e il centrodestra. Quando Buttiglione critica pesantemente gli ex democristiani che vanno a sinistra, lui risponde con inedita ironia: «El general golpista Roquito Butillone...». E fu «un incubo irrazionale» vedere Forza Italia nel Ppe insieme a lui.
Con il líder máximo D’Alema (di cui è stato anche vicepremier) andrà invece alla Difesa. Abolisce la leva obbligatoria e nel 1999 aderisce convintamente alla guerra in Kosovo. Si guadagna la stima degli americani. Ma il suo biglietto da visita internazionale si ferma qui. Il curriculum nazionale invece è ricco: «la poltrona più bella è quella della Corte costituzionale», diceva poco tempo fa. Per arrivare nel 2011 alla Consulta fu decisivo il voto di una giovane neo mamma, Marianna Madia. Bernardo Giorgio, figlio di Sergio e allievo dell’altro ‘quirinabile’ Sabino Cassese, oggi è uomo di punta dello staff del ministro Madia.

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