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mercoledì 18 settembre 2024

L'era il gran visir de tücc i terun

Immaginate un bambino siciliano di 7 anni. Con i capelli corti e gli occhi a palla. Timido. Ero io. Ma quando avevo sette anni all'improvviso vidi che un'altra faccia siciliana con i capelli corti e gli occhi a palla diventò la più famosa del mondo. Avevo 7 anni nel 1990. La faccia era quella, ovviamente, di Totò Schillaci. La sua faccia l'avevo incrociata qualche volta in tv quando mio nonno guardava le partite del Messina. Ma nelle "notti magiche" del Mondiale del '90 quella faccia era dappertutto. E soprattutto quegli occhi.
Io li conosco quegli occhi, li ho visti mille volte in Sicilia, sono gli occhi di una persona buona. Per questo, non solo per quella fugace estate del sogno e del mito, sono molto triste che Schillaci non ci sia più. Come adesso ripenso con un pizzico di malinconia a quella scena del 16 gennaio 2023 che allora fece sorridere, quando Totò si trovava alla clinica La Maddalena di Palermo, quella dove fu arrestato Matteo Messina Denaro, e disse "sembrava un manicomio, una scena da Far West". Era lì per curarsi dal tumore...
Totò Schillaci era uno di noi, uno comune, venuto fuori dal nulla, che incarnava la proverbiale scalata del piccolo uomo del Sud a colpi di sacrifici, talento, caparbietà, ma anche sentimento e incredulità. Quando era alla Juventus si diceva intimidito di dover giocare tutte le domeniche davanti agli Agnelli. Dimostrava così che avere carattere ed essere umili non sono in contraddizione. Tra l'altro fu lui, indirettamente, a farmi restare per anni con un dubbio: ma perché lui si chiama Totò ed è Salvatore, mentre quell'altro Totò, il Principe napoletano, era Antonio? Differenze territoriali, scoprii. Non dico poi la sorpresa da adulto quando ho scoperto l'esistenza di un pittore del Rinascimento ferrarese noto come Maestro dagli occhi spalancati. Non nego che mi feci una risatina: ma il Maestro dagli occhi spalancati è Totò Schillaci! Addio, artista. Anzi, gran visir de tücc i terun.



sabato 28 marzo 2015

L'importanza di chiamarsi Franco

I cugini di mio padre, venezuelani ma figli di siciliani emigrati lì negli anni '60-'70, possono votare alle elezioni italiane. E votano anche in Venezuela. Per i loro connazionali, sono "italiani" (detto anche con tono critico); per gli altri italiani, per i siciliani, per i loro parenti, sono gli "americani", i venezuelani. Anzi, a Modica il loro Paese è universalmente noto come "Americazuela". Un intreccio di nomi, nazionalità, identità. Ogni tanto ricordo di essere laureato in Antropologia culturale e quindi mi tornano alla mente certi concetti sul senso di appartenenza e sull'identità nazionale. Discorsi antropologici, non sociologici, mi preme sottolinearlo.
Una volta giocavano come oriundi Altafini, Angelillo e Sivori...
E così penso un po' a quei parenti lontani tutte le volte che si riapre il dibattito sugli oriundi, sugli italiani-stranieri. Per decenni la parola oriundi è stata quasi bandita. Il suo più cospicuo e immediato utilizzo è nell'ambito dello sport, soprattutto del calcio (la nostra nazionale di calcio a 5 è composta quasi interamente da brasiliani). Ecco, di oriundi non se n'è parlato per un po', dopo le sconfitte della nazionale italiana di calcio negli anni Sessanta: giocavamo da far schifo, ma la ben nota e sempre attuale tendenza a trovare capri espiatori portò a identificare in quei calciatori sudamericani naturalizzati italiani (in virtù di lontane parentele) i colpevoli degli insuccessi dei Mondiali 1962 e '66 (così come però erano stati artefici dei trionfi degli anni Trenta). Poi sono passati 40 anni e Marcello Lippi rinverdì la tradizione puntando sull'argentino Camoranesi, che si indispettiva quando gli si chiedeva perché non cantasse l'inno di Mameli.
Il discorso, in realtà, è molto complesso. Altro che sport. Continua a esserci di mezzo l'arretrata legislazione italiana sulla cittadinanza, quella che assegna ai legami di sangue il primato per rilasciare presunte patenti di italianità. Lo ius sanguinis. Qui non si tratta di buttarla in polemica tra chi è favorevole a concedere la cittadinanza a chiunque nasca in Italia (applicazione estensiva dello ius soli) e chi invece difende ancora, più o meno consapevolmente, un principio di paradossale autarchia: italiano è solo chi "ha sangue italiano". In breve e semplificando: chi nasce in Italia da famiglia straniera deve aspettare la maggiore età per poter diventare eventualmente italiano, mentre chi è figlio o nipote o pronipote di italiani emigrati può vantare la cittadinanza tricolore. Gli "italiani nel mondo" valgono più delle "seconde generazioni".
La premessa è lunga. Arriviamo al punto. Il ct della nazionale di calcio, Antonio Conte, ha convocato due oriundi per le prossime partite: l'argentino Franco Damián Vázquez e il brasiliano Éder Citadin Martins, uno del Palermo, l'altro della Sampdoria. Giocatori discreti, nient'affatto dei campioni, tantomeno dei fenomeni. Anzi. La cifra comune agli oriundi del Ventunesimo secolo è una certa mediocrità. Lo stesso Camoranesi era un discreto calciatore che giocava con l'Italia perché la nazionale argentina lo ignorava. Così come tutti (TUTTI) gli altri oriundi degli anni Duemila, in maglia azzurra perché scartati dalle rispettive nazionali. Da Amauri a Paletta, da Thiago Motta agli ultimi arrivati. Mentre i vari Balotelli & co. (Okaka e Ogbonna, tra gli altri), i Black Italians a cui dedicai la mia tesi di laurea, devono inevitabilmente combattere con i pregiudizi e gli stereotipi e il razzismo strisciante, Eder diventa italiano in virtù di un bisnonno e Vazquez per la mamma veneta. Le rispettive squadre sono contente: così si liberano pure posti da extracomunitari...
Non c'è niente da fare, il fenomeno degli oriundi continuerà. Con buona pace delle critiche di Roberto Mancini, allenatore dell'Inter: una squadra piena zeppa di stranieri, che, ai tempi della prima esperienza nerazzurra dello stesso Mancio, raggiungeva il minimo legale di italiani in rosa grazie a qualche oriundo sudamericano. E ora lui si lamenta perché dice che con la nazionale dovrebbero giocare solo quelli nati in Italia. Coerente, perlomeno: ha lanciato lui Balotelli. Gli risponde Conte: la nazionale francese è piena di africani. Non ho parole... Agghiaggiande, direbbe lo stesso ct. Africani?!? Tutti francesi, tutti nati in Francia (tranne il "congolese" Mandanda). Di africano hanno le origini, sempre che questo voglia dire qualcosa. Anche il "suo" Paul Pogba allora è africano? Ma per favore. Questo, checché ne dicano i benpensanti, si chiama razzismo.
Il "palermitano" Vazquez dunque potrebbe giocare da italiano, mentre il connazionale e compagno di squadra Paulo Dybala, decisamente più forte, crede nella chiamata della nazionale argentina. Pazienza per la nonna napoletana (e i parenti di origine polacca, peraltro). Intanto, però, tifosi e giornalisti palermitani e siciliani esultano perché dopo due anni c'è un rosanero in nazionale. L'ultimo era stato Federico Balzaretti, torinese oriundo di Pezzana, Vercelli.

sabato 29 giugno 2013

Fango Unchained

Buongiorno Fabrizio Miccoli,

volevo solo dirle qualche parola, giusto per non sottrarmi ai miei doveri di siciliano incazzato.
Mi chiedevo una cosa: ma in questi giorni ha avuto modo di parlare con il suo amico Mauro Lauricella? Da una settimana ho un pensiero. Lei mi sta sembrando il classico ragazzo buono e sfigato che però vuole apparire "figo" e per questo si fa le sopracciglia strane, si riempie di tatuaggi e soprattutto cerca di emulare l'amico furbo, scaltro, un po' bulletto. Non so perché, ma mi immagino la scena di lei che per non sfigurare davanti all'amico (l'amicizia è un valore importante e credo che lei voglia davvero bene a Lauricella) si ritrova a comportarsi come un aspirante bullo di periferia. E insulta Giovanni Falcone.
Non è per offenderla, anzi io sono uno di quelli che ha sempre apprezzato il Fabrizio Miccoli calciatore e non solo. Ho creduto che lei fosse diverso dagli altri, ho applaudito le sue giocate e i suoi comportamenti. La dedica agli operai di Termini Imerese dopo il gol alla Juve, l'ammirazione per Che Guevara, le lacrime quando segna contro il "suo" Lecce.
Ecco, le lacrime. Il problema, Miccoli, è che quando lei era nel San Donato in Salento e in procinto di finire nelle giovanili del Milan, cioè nel 1992, io ero un po' più piccolo di lei (tifavo già Milan) e le lacrime me le sono portate dietro, sin da allora e per vent'anni e passa, perché ammazzarono quel Falcone che lei, forse per compiacere le sue amicizie palermitane, ha imparato a offendere e insultare. E pensi che Falcone era uno sportivo, credeva nei valori di lealtà e formativi dello sport, prima palestra per imparare il rispetto delle regole. Immagino pure che simpatizzasse per il Palermo, lui che era nato alla Kalsa, lo stesso quartiere del suo amico Lauricella.
Guardi, non sono un pm, né un giudice, né un inquisitore. Sono garantista, non tocca a me condannarla. Dico solo che mi dispiace per la sua stupidità: non è un alibi, è la sua aggravante piuttosto. Come non è un'attenuante il suo stupido datore di lavoro.
Lei chiede scusa a tutti, a cominciare dalla sua famiglia. Ha due figli, di nove e cinque anni, e dice di volerli far crescere nella legalità. Io avevo nove anni quando morì Falcone: vivevo già nel valore della legalità. Spero che non sia stata questa sua pessima figura a farle scoprire l'esigenza di dare un insegnamento importante a Swami e Diego. Ha anche mandato a Repubblica un messaggio idealmente indirizzato a Falcone. Complimenti per la stupidità da "10" (senza lode).
Poi magari abbiamo frainteso le intercettazioni e invece di "fango" lei diceva qualcosa di più esotico, in linea con il suo estro: chessò, mango, tango, Django. Oppure il suo era solo un consiglio per un tour alla riscoperta del patrimonio vegetale della città: prima l'albero di Falcone, poi le palme, i ficus dell'Orto botanico, il parco della Favorita, le erbacce sui ruderi dei quartieri abbandonati, la malapianta. No scusi, quest'ultima non è una specie vegetale, è quell'erba cattiva che si chiama mafia. Che prospera tanto nel fango, peraltro.
Una volta vedeva sugli spalti striscioni contro il 41-bis, ora sente i tifosi che cantano "chi non salta un mafioso è". Non se l'aspettava, eh? Fa parte della natura umana. Succede. Professionisti della mafia e dilettanti dell'antimafia, più gli improvvisati (mafiosi e anti-mafiosi) della domenica pomeriggio. Salvo anticipi e posticipi, naturalmente.
Scelga lei da che parte stare. Tanto si parlerà ancora delle sue lacrime, del "fango", delle intercettazioni e del suo pentimento. Lei ci ha distorto e poi estorto la realtà – e non solo quella. Ma noi siciliani siamo fatti così, ci facciamo conquistare da chiunque. Greci, romani, arabi, normanni, spagnoli, francesi, piemontesi e americani. Ci mancava solo uno stupido salentino. Adesso anche lei è cosa nostra.

Voglia gradire la mia più sincera e profonda delusione. Addio.

mercoledì 6 giugno 2012

AbBarwuahti

Mario Balotelli non è siciliano. Io sono un sostenitore dello ius soli, e il fatto che Supermario sia nato a Palermo per me vuol dire semplicemente che lui è italiano. Stop, non ne faccio una questione troppo locale o localistica. Al limite, dico che Mario è bresciano, perché lì è cresciuto, dopo l'adozione dei Balotelli. Il fatto è che io ancora adesso sento alcuni palermitani rivendicare la "compaesanità" con il campione del Manchester City. Lui mi sta simpatico, non lo nascondo, ho sempre trovato eccessive ed esagerate le posizioni – spesso per partito preso – nei suoi confronti. Ma, a parte questo, parlare di lui in questo blog in effetti può sembrare forzato. Il suo legame con la Sicilia è quello della nascita, quasi casuale, a Palermo.
La Sicilia però, che lo si voglia o no, è Italia. E Mario Balotelli è italiano. A pochi giorni dall'inizio degli Europei, che in teoria dovrebbero finalmente consacrarlo, l'attaccante rimane sempre al centro dell'attenzione. Non parlo soltanto degli inesauribili tabloid inglesi. Ieri in molti hanno fatto notare l'eccesso e/o difetto di political correctness del Corriere della Sera che ha colorato di nero la sagoma di Balotelli nella formazione che dovrebbe scendere in campo per la prima partita contro la Spagna. Oggi l'altra novità. Ma questa è anche più seria. La notizia è partita, manco a dirlo, da un giornaletto inglese, il Daily Mail, però l'ha confermata ufficialmente anche la Uefa. Mario dovrebbe giocare col doppio cognome sulla maglia azzurra. Cioè "Balotelli Barwuah", sopra il numero 9. La Uefa dice di aver ricevuto il nome così sulla lista presentata dalla Figc. In realtà già in passato la federazione europea ha riportato quel cognome, anche in referti ufficiali. Comunque ha prevalso alla fine un po' di buonsenso, e Balotelli giocherà solo con un cognome, quello suo.
E io che credevo fossero ormai passati i tempi in cui, da minorenne sui campi di provincia, Balotelli si ritrovava sulle distinte con il solo nome "Mario": per la vita era un Balotelli ma per la legge ancora un Barwuah, e risolvevano la cosa chiamandolo solo per nome. Che poi in realtà lui non è stato mai un Barwuah (ma è normale che ora possa voler frequentare i fratelli naturali, loro sì Barwuah pure all'anagrafe).
Non me l'aspettavo, questa novità del doppio cognome. Qualcuno addirittura pensa che sia un bene, contro il razzismo. Sarò scemo io, ma a me sembra proprio il contrario. Così non si fa altro che sottolineare che questo ragazzone bresciano ha origini ghanesi. Origini che nessuno può negare, ovvio, ma che è fuori luogo richiamare in questo modo. Ho l'impressione che così si faccia solo un "favore" a certi razzisti da stadio, a cominciare da quelli di casa nostra, quelli che – bontà loro – ci tengono a farci sapere che "non esistono negri italiani". Mi chiedo se Platini, sempre molto attento alla propaganda e alle campagne mediatiche, si renda conto che una cosa del genere c'entra davvero poco con il "Respect" tanto predicato dalla sua Uefa.
Solitamente il doppio cognome evoca nobiltà, aristocrazia, sangue blu. Nel caso di Balotelli non può essere così: lui il sangue ce l'ha africano, e l'anima è siciliana, come scriveva qualcuno tempo fa.

P.S. Nota linguistica: nella Sicilia orientale il verbo abbarruàrisi significa sbigottire, abbattersi, confondersi, demoralizzarsi, scoraggiarsi. Quanto suona simile a Barwuah...
Qui non si vede, ma dovrebbe esserci un "Barwuah" da qualche parte...

giovedì 10 maggio 2012

Uefa, 'mpare!

Al ritorno del Catania calcio in serie A dopo molti anni, Brigantony dedicò una canzone, CatAcchianau, che pure io – che non tifo affatto Catania – trovo molto carina e divertente. Chissà se il maestro del trash dialettale ha pensato a un altro inno per il Catania, magari con tonalità più europee.
C'è anche il Catania, infatti, tra le 12 società italiane a cui la commissione di primo grado per le licenze Uefa ha rilasciato l'idoneità a giocare nelle coppe europee, per la stagione 2012/2013. Mi stupisce un po' vedere nella lista la Sampdoria che gioca in B (e non il Genoa), ma il dato che più mi interessa è la presenza delle due squadre siciliane di serie A. Il Palermo, nonostante i risultati non esaltanti degli ultimi anni in Uefa/Europa League, non è una sorpresa, tutto sommato si conferma. E malgrado il presidente Maurizio Zamparini favoleggi spesso del nuovo stadio, viene fuori che il Barbera è un modello di ospitalità: anche la Lazio ha indicato la Favorita come stadio per la prossima stagione europea. All'inizio della stagione ormai quasi finita, invece si era detto che il Novara avrebbe potuto giocare a Palermo se lo stadio della città piemontese non fosse stato messo a norma.
La grande novità, però, è proprio il Catania. Per la prima volta la licenza Uefa arriva anche sotto l'Etna. Arriva a Catania, sì, ma non proprio al Cibali. Una considerazione - forse tardiva - doverosa: gli stadi sono il grande problema dell'Italia calcistica. E questa non è una notizia. Ma bisogna tenerne conto. Perché se è vero che la società di Nino Pulvirenti parla di un fatto storico «che certifica ulteriormente i progressi strutturali alla base dei recenti successi sportivi, fondati sui progetti e sul lavoro», la squadra rossazzurra potrebbe finire a giocarsi le sue eventuali chance europee non al Cibali-Massimino (dove suonarono i R.E.M. e morì l'ispettore Raciti), ma a un migliaio di chilometri più a nord. A Udine. Lo stadio indicato è il Friuli di Udine. Lo stadio dell'Udinese, appunto a Udine, Friuli.
Vuoi vedere che ci voleva la Uefa per certificare l'Unità d'Italia?

giovedì 10 novembre 2011

Emme-Zeta, Esse-Esse

Quando in estate il Palermo ha comprato l'israeliano Eran Zahavi, mi sono subito chiesto se la sua esperienza italiana sarebbe stata come quella di Tal Banin o al contrario quella di Ronny Rosenthal. Israele non ha una tradizione calcistica di rilievo e in Italia ha giocato solo Banin, centrocampista del Brescia per tre stagioni, dal 1997 al 2000.
Prima di lui era toccato al centravanti Rosenthal, ma solo per qualche giorno: nel 1989 arrivò a Udine in prova, ma fu rimandato indietro, ufficialmente per problemi alla schiena. Sui muri della città friulana erano comparse però scritte antisemite e fu facile credere che quello fosse stato il motivo che convinse la società bianconera a non ingaggiare Ronny. Nel 1995 il pretore del lavoro di Udine decretò che non c'entravano motivi razziali, stabilendo comunque l'illegittimità della rottura del contratto e condannando l'Udinese a pagare 61 milioni di lire a Rosenthal per mancato guadagno.
Vabbè, nel 2010 ci sarebbe stato pure Eyal Golasa, preso dalla Lazio, ma restato a Roma solo cinque giorni, per il mancato accordo tra la società biancoceleste e il Maccabi Haifa. Non lo conto per ovvie ragioni, anche se non nascondo che mi incuriosiva l'approdo di un ragazzo israeliano al cospetto di una certa parte della tifoseria laziale. Se non altro perché ricordo le contestazioni nel 1992 contro Aron Mohamed Winter. Olandese, nero: bastò un nome di origine ebraica per scatenare il razzismo più becero.
Zahavi, arrivato dall'Hapoel Tel Aviv, è un buon calciatore; sto aspettando di capire se si tratterà dell'ennesimo colpo del Palermo a basso costo, della strategia delle plusvalenze che porta a scovare talenti oscuri, farli crescere e poi rivenderli a caro prezzo.
Compagno Zamparini?
Quando c'è di mezzo la squadra rosanero, c'è di mezzo il presidente Maurizio Zamparini. La parola più comune per definire l'imprenditore friulano è "vulcanico". Mangia-allenatori (ironia della sorte, al momento in cui scriviamo, il tecnico del Palermo si chiama Mangia, ndr), ce l'ha con molti, se non proprio con tutti. Ora si è messo in testa che il passaggio dell'argentino Javier Pastore al Psg è conseguenza di un'estorsione da parte dell'agente del calciatore.
«Una cosa simile, in ambito diverso, accade in America dove ci sono avvocati per la maggior parte di estrazione ebraica che aspettano i propri futuri clienti fuori dai tribunali e ospedali, promettendo consulenze gratuite che poi si rivelano invece con percentuali di provvigioni altissime, anche del 50%». No comment. Se non è antisemitismo questo...
Le reazioni indignate, giustamente, sono arrivate subito. Così Vittorio Pavoncello, presidente della Federazione Italiana Maccabi (l'associazione che si occupa della promozione sportiva nelle comunità ebraiche) e consigliere dell'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane con delega allo sport: "parole inaccettabili", "frase fuori luogo", "parole che disturbano molto, offendono un popolo". Pavoncello ha pure scritto a Figc e Lega Calcio, condannando «il ricorso a una facile ironia su temi delicatissimi, sui quali bisogna saper misurare le parole. Ma soprattutto sarebbe opportuno che Zamparini si limitasse a parlare di calcio o delle sue attività commerciali, senza disquisire di argomenti che alimentano razzismo e antisemitismo». Sottoscrivo in pieno. Anche perché Emmezeta è un tesserato molto in vista, non un ultrà fascista qualsiasi.
Appena arrivato alla Favorita, Eran Zahavi aveva detto di essere stato accolto benissimo dai tifosi del Palermo e infatti non si è mai sentito (né mai si sentirà) parlare di offese o insulti razziali nei suoi confronti. Mi auguro che ancora non abbia imparato l'italiano così bene da capire gli sproloqui del suo presidente.
Domanda ingenua: ma per comprare Zahavi dall'Hapoel, Zamparini non ha trattato forse con avvocati ebrei?

mercoledì 19 ottobre 2011

Ufficioso e Gentil(e)uomo

A un crujffiano (e ruffiano) come Johan Van Marten non poteva piacere, certo. Un cultore del calcio totale della perfetta "arancia meccanica" olandese degli anni Settanta prova semplicemente ribrezzo per il proverbiale catenaccio italiano. Vabbè, noi abbiamo vinto quattro mondiali e loro... Tra l'altro uno di questi mondiali, il più evocato ed evocativo, l'ha vinto proprio quello che il buon Johan non poteva sopportare.
Alt. Chi è Johan Van Marten? Il nome è talmente olandese che... non è vero. Infatti è un personaggio di fantasia, nato dalla penna di Amara Lakhous, scrittore e antropologo italo-algerino, autore del romanzo Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio. Johan, cinefilo e aspirante regista, ce l'aveva in particolare con un calciatore italiano (ecco cosa c'entrano Crujff e il mondiale del 1982). Molti si erano convinti che avesse problemi a parlare italiano quando diceva fiero «Io non sono GENTILE». Ma non era un'assurda ammissione di cattiveria e arroganza: Johan Van Marten non è gentile, nel senso che non è Gentile. Claudio Gentile.
L'adepto del Profeta del gol vedeva nel rude difensore che maltrattò Maradona ai mondiali di Spagna 1982 il simbolo peggiore dell'Italia peggiore. Giusto per sottolineare che il calcio è una cosa molto seria!
Un biondo del nord Europa contro un meridionale, molto meridionale, dalla - diciamo così - carnagione scura. Claudio Gentile, originario di Noto, quindi di stirpe sicula, in realtà è nato molto a sud di Tunisi. Gentile infatti è nato a Tripoli, figlio di quell'emigrazione italiana in Libia mediamente poco nota ai nostri connazionali. In alcuni almanacchi addirittura figura come l'unico calciatore africano in Italia negli anni Settanta - gli stessi anni, guarda un po', del calcio totale che tanto piace a Johan Van Marten. Lo fregava in effetti il colorito.
Questo aspetto, soprattutto oggi, ha un significato serio. Quando scrivevo la mia tesi in antropologia culturale sui calciatori di colore, il nome di Gentile era venuto fuori dall'analisi di un libro molto importante per la "disciplina" (virgolette obbligatorie, una vera disciplina ovviamente non esiste, ndr), La razza in campo del sociologo Mauro Valeri. Per spiegare i ritardi del calcio nell'accettare i Black Italians, Valeri scriveva che nel caso di Gentile «il colore "abbronzato" della pelle passa quasi inosservato, ma sembrerebbe quasi per non voler aprire alcuni tristi capitoli della storia italiana».
Io non credo che Gentile sia scuro perché africano e/o viceversa. Di certo oggi le sue origini meritano una particolare attenzione. L'ex ct dell'Under 21, soprannominato "Gheddafi" quando giocava, potrebbe tornare a casa. Un emigrante di ritorno, ma di lusso. A Gentile è stata infatti offerta la panchina della nazionale di calcio della nuova Libia, quella che gioca sotto la bandiera rossoneroverde e non più sotto quella verde del Colonnello. Gentile sarebbe contentissimo, ha fatto sapere, di tornare a Tripoli, "per affetto".
Certo, prima bisogna che si chiarisca la situazione nel Paese e venga arrestato Gheddafi, quello "vero". Poi si vedrà. Gentile intanto ha già detto che sarebbe interessante organizzare un'amichevole con la nazionale italiana. Insomma, sarebbe un bel riscatto per il calcio libico, dopo quel gran figlio di papà di Saadi. Il vero Gheddafi, nel calcio, rimane comunque Claudio Gentile.
E credo che pure il progressista e, a suo modo, idealista Johan Van Marten potrebbe esserne contento.

Aggiornamento del 20 ottobre 2011. Quando si dice il tempismo. Gheddafi, quello "vero", è morto. "Gheddafi", l'altro, l'allenatore, è ancora più contento all'idea di poter finire sulla panchina della Libia.
Morto un Gheddafi, se ne fa un altro.

domenica 25 settembre 2011

Pimiento Querido

Per ogni siciliano, Carrapipi è un luogo mitico, proverbiale. Nella realtà è un paesino della provincia di Enna, Valguarnera Caropepe, 8 mila abitanti. Ma nell'immaginario collettivo è un luogo sperduto, imprecisato, mai troppo ben definito. Esistono gruppi su Facebook "x tutti qll ke nn sapevano ke CARRAPIPI esiste davvero!" (cito testualmente) e tante volte il nome del paesino è diventato commedia o farsa. Nel film I due crociati, Franco Franchi era il caporale di ventura Franco di Carrapipi. E nel capolavoro di Nino Martoglio L'aria del continente, don Cola Duscio scopre con rammarico e disillusione che la sua "continentale" Milla Milord si chiama invece Concetta Cafiso: «Signuri mei, carrapipana!… 'A cuntinintali, 'a rumagnola, era di Carrapipi!».
Ricordo un ferragosto di molti anni fa con i miei e mia sorella. Eravamo andati a fare una scampagnata nei dintorni di Piazza Armerina. Dopo pranzo la curiosità ci ha spinti a fare una piccola deviazione: ma sì, il caffè andiamo a prenderlo a Carrap… ehm, Valguarnera. Volevamo prenderlo lì, giusto per dare un tocco "esotico" alla nostra gitarella. Macché, neanche un bar aperto. Era ferragosto, per carità, nulla di scandaloso, ma ci sembrò un particolare significativo.
I proprietari della Giudice Collezioni
Ecco, noi non trovammo un bar per prendere un caffè, invece il Real Madrid ci trova addirittura una sartoria che si occuperà di fornire i completi di rappresentanza ufficiali. Non c'entrano dunque le divise di gioco bianche del Real, soprannominato merengues, le meringhe, proprio per il colore della maglia. Si tratta di pantaloni e giacche eleganti che verranno indossati da Cristiano Ronaldo, Kakà e compagnia, e arriveranno dritti dritti al Bernabeu dalla Giudice Collezioni di Valguarnera. Tra giocatori, dirigenti e staff tecnico, 150 abiti confezionati su misura, pure per il settore basket. Due soci della ditta, Domenico Scribano e Giovanni Zuccalà, sono stati due volte a Madrid insieme al sarto Salvatore De Francisca per prendere le misure. Made in Italy, made in Carrapipi. Com'era ovvio, il modaiolo José Mourinho ha detto la sua sullo stile, i bottoni, i risvolti dei pantaloni, il colore, il tessuto. Però lo Special One non ha avuto nulla da dire sulla bravura e la qualità del lavoro della ditta siciliana, a cui evidentemente non mancano i tituli.
Da quando si è sparsa la notizia, i centralini della ditta sono andati in tilt. Prevedibile, ora che la Giudice Collezioni figurerà tra i fornitori ufficiali del Real. La ditta ha preso il posto della spagnola Pedro de Hierro, che invece finora aveva fornito le divise gratuitamente.
Ripensando ai bar chiusi a Caropepe, beh, nessun problema. Tanto in Spagna il caffè lo bevono con leche, con il latte. E magari lo accompagnano con due merengues.

domenica 18 settembre 2011

Il senatore nel pallone

Fabrizio Miccoli e Mauro Lauricella
È bastata una foto e si è scatenato l'inferno. Fabrizio Miccoli e i suoi rapporti con la mafia. Il capitano del Palermo, quello che piange quando segna contro il "suo" Lecce, quello con il tatuaggio del Che, quello che dedicò agli operai della tormentata Fiat di Termini Imerese una memorabile vittoria contro la Juventus, quello emarginato da Luciano Moggi. Insomma, uno dei pochi personaggi apparentemente positivi nel calcio italiano. Non bisogna essere garantisti a oltranza per pensare che una foto con il figlio di un boss non sia automaticamente una patente di mafiosità. Però il "Romario del Salento" deve chiarire la sua posizione.
Che Miccoli sia stato immortalato sulle tribune dello stadio di Palermo con l’incensurato Mauro Lauricella, figlio di Antonino "Scintilluni", il re del pizzo appena arrestato, è il segno però che c'è qualcosa di storto nel calcio – e non solo quello siciliano. Di rapporti tra calcio e mafia, tra calciatori e mafiosi, sono state riempite pagine e pagine di cronaca italiana. C'è del marcio ed è impossibile negarlo. La criminalità organizzata usa anche il calcio, soprattutto a livello locale, come strumento per il controllo del territorio e per garantirsi un certo "consenso". Salendo di categorie, si finisce nella serie A dei calciatori che hanno avuto rapporti più o meno diretti con esponenti mafiosi. In questi giorni si è scatenata una corsa a ripescare foto d'archivio e storie impolverate di calciatori fotografati con boss, di giocatori con parentele imbarazzanti, di sportivi con soci d'affari e frequentazioni degni delle attenzioni delle procure antimafia. Maradona, Cannavaro, Balotelli, Sculli e così via.

venerdì 12 agosto 2011

Happy birthday, Mr. Balotelli

Con Roberto Mancini
al Manchester City

La prima volta che ne ho sentito parlare non avevo capito bene. Era un servizio di Studio Sport e Antonio Bartolomucci parlava di questo promettente e potente attaccante della Primavera dell'Inter, un ragazzo di origine ghanese. Io, chissà perché, avevo capito "gallese". Era il 19 novembre 2007 e si diceva che poteva "far sorridere" sentire un ragazzo di colore parlare in perfetto dialetto bresciano. Non c'è nulla da fare, quando c'è di mezzo Mario Balotelli, nato Barwuah, l'equivoco o il misunderstanding (in omaggio alla sua attuale esperienza inglese) è sempre in agguato.
Io ho scoperto Mario ancora prima che "esplodesse", grazie al lavoro che dovevo fare per la mia tesi di laurea specialistica. «Black Italians e Bleus Noirs: dall'interdizione razziale all'integrazione dei calciatori di colore italiani e francesi»: una tesi in antropologia culturale sul calcio. Strano, ma vero. Per questo motivo, ho seguito Mario Balotelli via via che diventava sempre più noto, per i risultati sportivi e per le sceneggiate dentro e fuori dal campo - che stranamente sono aumentate dopo la mia laurea... Di Balotelli, e soprattutto del suo carattere, tanto si è detto e si continuerà a dire e scrivere. Non è uno sport che mi interessa. So soltanto che la sua figura è importante nel contesto di cui parlavo nella tesi: lui è adesso uno dei più famosi Black Italians nel mondo dello sport e della società. Con buona pace di quelli che hanno la faccia tosta di dire che con i loro slogan tipo "Non ci sono negri italiani" vogliono solo criticare i suoi modi antipatici e arroganti. Gli stessi modi che, tra l'altro, finiscono per giustificare le pedate di Totti.
Angelo Ogbonna, Mario Balotelli, Stefano Okaka. Italiani
Mario Barwuah è nato il 12 agosto 1990, ventuno anni fa, a Palermo. I genitori ghanesi lo hanno abbandonato in ospedale: aveva problemi di salute e a due anni è stato dato in affido alla famiglia bresciana dei Balotelli. Un affido che non si è mai tramutato in adozione, "grazie" alle arretratissime leggi italiane sull'adozione e sulla cittadinanza. La sua famiglia sono i Balotelli, non i Barwuah, eppure solo dopo i diciotto anni ha potuto finalmente utilizzare sui documenti il nome dei parenti che lo hanno accolto e cresciuto.
Parte del lavoro della mia tesi consisteva nell'analisi della stampa sportiva e di come questa trattava la presenza di "italiani neri" nel calcio. Allora non avevo ancora deciso di intraprendere la strada del giornalismo e non risparmiavo critiche a un certo linguaggio "disinvolto". Le critiche le risparmio ancora meno adesso che in quel mondo ci sono entrato pure io, comunque. Trovavo assurdo che qualche organo di stampa siciliano fosse fissato con la nascita palermitana di SuperMario. Su un supplemento de La Sicilia, Mariella Caruso ha scritto il 16 marzo 2008 che Mario ha "sangue africano, anima siciliana". Per la tesi ho intervistato la sorella di Balotelli. Che si chiama Cristina e non Abigail Barwuah, è una brava giornalista di Radio 24 e non una ragazza in cerca di notorietà come "la sorella di uno famoso". Cristina Balotelli così mi ha risposto sul tentativo di assegnare a Mario una patente di sicilianità:
«Può sembrare paradossale il fatto che si insista molto su una presunta "appartenenza a Palermo" di Mario per il solo fatto che è nato in quella città. Come dimostra anche il suo accento, Mario è cresciuto a Brescia e di Palermo ricorda ben poco perché era troppo piccolo. Se ha un certo legame con una città, questa è senz'altro Brescia»
Faccio gli auguri di buon compleanno a Mario Balotelli, non più Barwuah. E pazienza se non è siciliano come me. Mi basta che sia italiano, come me.

giovedì 4 agosto 2011

A sud di Thun

Tra Palermo e Thun ci sono 1.400 chilometri in auto. Il capoluogo siciliano e la cittadina svizzera sull'omonimo lago non sono proprio vicini. Le strade tra le due città si erano sfiorate probabilmente soltanto nel 2007, quando l'elvetico-serbo Zdravko Kuzmanović, nato proprio a Thun, era stato accostato al Palermo. Parliamo di calcio, dunque.
Partendo dalla città vicina a Berna bastano invece 600 chilometri per arrivare a Parigi. Nella capitale francese ha ormai deciso di stabilirsi Javier Pastore, il gioiellino argentino che con la maglia del Palermo aveva deliziato i tifosi non solo rosanero. Al PSG (Paris Saint-Germain), Pastore ha trovato l'ambiente ideale, sotto forma di proprietà qatariota pronta a sborsare 42 milioni di euro per accontentare i desideri di Leonardo. Il patron del Palermo, Maurizio Zamparini, discutibile per i suoi rapporti storicamente burrascosi con gli allenatori ma uomo d'affari e imprenditore furbo e capace, ha avuto la fortuna di scovare e lanciare, grazie ai direttori sportivi, talenti presi per poco e rivenduti a peso d'oro. Le chiamano plusvalenze. E in Francia già si chiedono se El Flaco valga tutti i soldi spesi per portarlo al Parc des Princes. Ma a Palermo e ovunque ci siano tifosi e simpatizzanti rosanero si spera che l'israeliano Eran Zahavi non sia "oro" solo perché questo è il significato del suo nome in ebraico...
Insieme a Pastore, dalla Favorita in direzione XVI arrondissement è partito anche il portiere-rivelazione Salvatore Sirigu. Soldi in cassa, anche se la vera preoccupazione di Zamparini rimane la costruzione di un nuovo stadio (leggi qui). Eppure, finalmente per la prima volta dopo tanti anni, al presidente friulano sembra interessare che il Palermo faccia una bella figura in Europa.
Lo spartiacque era proprio Thun. La squadra ora allenata da Stefano Pioli, qualificatasi in Europa League (l'ex Coppa Uefa) grazie alla finale di Coppa Italia, forse non è ancora ben rodata o non ha saputo reagire alle cessioni importanti. E infatti all'andata alla Favorita è finita 2-2, con un Palermo salvato solo dal capitano Miccoli e da uno dei tanti sloveni, Iličić. In Svizzera oggi altro pareggio, 1-1, ed eliminazione. Ci voleva la vittoria (magari il 2-0 profetizzato da Zamparini), sul campo in sintetico dell'Arena Thun, per andare avanti e forse garantire a Pioli un minimo di serenità. I soliti bookmakers inglesi già lo danno come il primo a "saltare" tra le panchine di serie A.

mercoledì 30 marzo 2011

Il derby non è una partita come le altre

Il 2 febbraio 2007 era il mio ventiquattresimo compleanno. Di venerdì, sono uscito con alcuni amici a bere qualcosa. Quel giorno si giocava il derby Catania-Palermo nel campionato di serie A di calcio. Non sapevo nulla del risultato né di come fosse andata la partita. Un amico a un certo punto mi ha chiesto se sapessi cosa era successo al Cibali. Di "clamoroso", quella volta, c'era il dramma degli scontri che portarono alla morte dell'ispettore di polizia Filippo Raciti. Ricordo che prima della tragica notizia, addirittura qualcuno parlava di torti arbitrali (i tifosi si erano incazzati per questo, certo...). Poi si è saputo con certezza che un poliziotto quarantenne era rimasto ucciso. Per quell'omicidio sono stati condannati in primo grado i catanesi Antonio Speziale e Daniele Micale. La vicenda giudiziaria è sicuramente molto complessa.
Di quell'orribile episodio ho un ricordo indelebile, fastidioso, sgradevole. Il funerale di Raciti, tre giorni dopo, il 5 febbraio. A Catania il 5 febbraio è probabilmente il giorno più atteso e importante dell'anno: è Sant'Agata, la festa della patrona, Aituzza, la santa che tutti amano e venerano. Feste lunghe settimane, celebrazioni sentite ed esaltanti. Ma quando c'è Sant'Agata, tutto il resto a Catania non esiste, non conta, passa in secondo piano (quando va bene). Il funerale di Filippo Raciti è stato celebrato nella cattedrale di Sant'Agata. Diretta tv, calciatori del Catania in lutto in piazza - qualcuno era sinceramente commosso. Due file di panche per i familiari in chiesa, otto per politici e autorità: i colleghi di Raciti lo hanno fatto notare con disappunto. Ma io avevo notato un'altra cosa, neanche tanto difficile da scorgere. Migliaia di persone erano lì, non per il povero ispettore capo. Ma per Sant'Agata, ça va sans dire. Ricordo in particolare una signora intervistata dalla tv nazionale sul motivo della sua presenza in piazza. Lapidaria, pragmatica, sicura come tanti altri: sono qui per la Santa. La devozione contava più dell'umana (e non dico cristiana...) pietà. In chiesa la vedova Raciti, Marisa Grasso, e la figlia Fabiana dissero cose forti e commoventi, con estrema dignità e umiltà. Chi celebrò la messa, l'arcivescovo Paolo Romeo, fresco di nomina a cardinale di Palermo, preferì evidentemente un'omelia in linea con la giornata. E con giornata intendo dire Sant'Agata. Si vede che è sembrato meglio parlare della Santa tanto amata, piuttosto che di un poliziotto morto giovane per la violenza cieca e ottusa e malata.
Ora, a più di quattro anni dal fattaccio, finalmente ai tifosi ospiti sarà permesso assistere al derby Catania-Palermo. Già all'andata ai tifosi rossazzurri era stata concessa la trasferta a Palermo, ma questa è la prima volta che dopo la morte di Raciti al Cibali-Massimino ci saranno sugli spalti i tifosi di entrambe le squadre. A Palermo c'era anche Marisa Grasso; a Catania ci sarà anche Marisa Grasso. La vedova Raciti si augura un minuto di silenzio, un piccolo gesto di rispetto per la famiglia e la polizia. Speriamo che per una volta la Sicilia risponda decentemente, almeno questa volta.
Sul rispetto e sulla memoria, vince comunque la scaramanzia. Il presidente del Catania, Antonino Pulvirenti, ha invitato il collega del Palermo, Maurizio Zamparini. Ma il presidente friulano non ci sarà. Non va mai in trasferta, anzi di solito non guarda neanche le partite del Palermo in casa.
Ha ragione, signora Grasso, meglio che i suoi figli ancora non tornino allo stadio. Qualcosa potrebbe davvero turbarli e non è il caso che corrano rischi. E non è detto che debbano temere solo i "tifosi".

lunedì 28 febbraio 2011

Fuoriclasse, fuorigioco, fuorilegge

Sui campi di calcio di provincia, nelle serie minori e dilettantistiche, succede un po' di tutto. E la Sicilia non sfugge alla regola, naturalmente. Violenze, scontri, polemiche, arbitri inseguiti... Ad Agrigento e dintorni - ma è sicuramente solo un caso - si concentrano i casi più interessanti. Che non riguardano solo i tifosi o gli ultrà, ma anche giocatori e dirigenti. Stavolta tocca a Gaetano Sferrazza, 19enne dell'Akragas, la squadra del capoluogo in Eccellenza. Sferrazza è stato squalificato già a novembre per due anni, per aver dato un calcio a un guardalinee. E non giocava neppure, era in panchina. Oltre alla squalifica, ora si è beccato pure il Daspo e dovrà firmare per due anni in Questura a ogni partita dell'Akragas. La notizia non è nuovissima né originale, ma vale la pena spendere qualche riga su Sferrazza. Anzi sugli Sferrazza.
Il calciatore dell'Akragas è infatti il nipote di Gioacchino Sferrazza, ex presidente ma de facto ancora padrone della squadra. Sferrazza senior è un personaggio che ha sempre trovato il modo di farsi notare, a modo suo. Nel settembre 2009 ha dedicato una vittoria al boss Nicola Ribisi, arrestato qualche giorno prima. Per questo è stato rinviato a giudizio due mesi fa per istigazione a delinquere. E un anno fa è stato deferito per aver fatto indossare ai suoi calciatori maglie con il suo volto al posto dello sponsor, in segno di solidarietà. Pochi giorni fa, poi, ha minacciato di ritirare la squadra - tanto è a rischio radiazione, se continua così.
Anche in questo caso, quando si dice che la prima educazione si apprende in famiglia...

mercoledì 9 febbraio 2011

Sizilien über Alles?

Tutte le volte che si gioca Italia-Germania, il pensiero corre inevitabilmente alla mitica semifinale dei mondiali di calcio Messico 1970. La partita del secolo, 4-3, i supplementari più emozionanti della storia, la targa commemorativa allo stadio Azteca. Con il tema di questo blog, in effetti non c'entrerebbe molto. Ma faccio lo stesso un paio di considerazioni (pretestuose) e riuscirò a infilarci la Sicilia. Tiè.
A quei Mondiali avrebbe dovuto partecipare il più grande calciatore siciliano della storia, Pietruzzu "u' turcu" Anastasi. Non arrivò a Ciudad con la squadra di Valcareggi a causa di un problema fisico. Non dico infortunio, perché non fu un classico infortunio calcistico. Né parlo dell'appendicite pre-Mondiale di cui si è spesso parlato ufficiosamente. Non partecipò invece per un altro motivo: uno scherzo con un massaggiatore negli spogliatoi durante il ritiro a Toluca. Fu colpito con un asciugamani bagnato ai genitali e fu costretto a operarsi d'urgenza per riparare la torsione di un "funicolo spermatico". Peccato per lui (in tutti i sensi), il catanese era fortissimo (memorabile un suo gol contro la Jugoslavia in finale degli Europei 1968).
Un altro siciliano in quel mondiale c'era, ma giocò poco, entrando solo nel secondo tempo della partita contro l'Uruguay. Il palermitano Giuseppe Furino. Quello era comunque il suo esordio assoluto con la maglia della Nazionale.
Nelle altre storiche partite tra l'Italia e la Germania, cioè finale dei mondiali 1982 e semifinale 2006, niente siciliani. Vabbè, in Spagna c'era pure Claudio Gentile, nato in Libia da una famiglia originaria di Noto.
Ma poi al massimo un giocatore del Palermo (su quattro in rosa), comunque decisivo, l'eroe del mondiale tedesco Fabio Grosso.
Stasera si gioca a Dortmund, nello stesso stadio della semifinale del 2006. Nessun siciliano, ancora tre calciatori rosanero, più la "Formica Atomica" Giovinco, torinese di padre palermitano di Bisacquino.
Ecco, questo post è stato una scusa per raccontare quanta poca Sicilia c'è stata mediamente nel calcio azzurro. Però dopo quella partita del 17 giugno 1970, il Coni regionale si inventò un "Trofeo Sicilia" di calcio. Non capisco che legame potesse esserci, intanto siamo arrivati alla 41esima edizione.
E io ho scritto un post altrettanto scollegato.

giovedì 20 gennaio 2011

Quelli che il... Daspo

Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive, Daspo. Il nome ormai è noto, lo si sente spesso.
È il provvedimento firmato dalla Questura e convalidato dal Gip dopo gli episodi di violenza negli stadi. Dunque non fa più notizia, neanche se gli scontri e i disordini succedono nelle serie minori di calcio. Però quando non coinvolge solo i "tifosi", vale la pena parlarne.
L'episodio in questione è la partita San Giovanni Gemini-Agrigentina, campionato di promozione della provincia girgentina, giocata il 19 dicembre 2010. I padroni di casa sono in vantaggio, quando gli avversari pareggiano in pieno recupero nel secondo tempo. Il gol viene contestato dai tifosi del Gemini, che però sono in buona compagnia. L'allenatore Raimondo Filippazzo e cinque calciatori (Cinà, Ballacchino, Castellini, Castiglione, Cupani: età media 22 anni) si lanciano all'inseguimento dell'arbitro, "salvato" dai carabinieri.
Da oggi non potranno più assistere per tre anni a manifestazione sportive e dovranno presentarsi alla polizia o ai carabinieri al 10° ed al 40° minuto di ogni tempo nelle giornate in cui scenderà in campo il San Giovanni Gemini. Carriera praticamente finita. Insieme a loro, il Daspo è toccato pure a tre ultrà, scalmanati più degli altri, ma soprattutto a un dirigente della squadra, Giovanni Militello. Quando l'esempio viene dall'alto...

giovedì 13 gennaio 2011

La passione della Valletta per i calciatori

La Sicilia ha due squadre di calcio in serie A, Palermo e Catania, più una manciata di formazioni nelle serie professionistiche minori. Questo non basta a scalare le graduatorie sullo sport in Italia. Eppure, qualcuno potrebbe persino vedere nella Sicilia il suo "Eldorado". Qualcuno a Malta, per esempio. L'opinione è mia, non se la prendano gli amici dell'Isola dei Cavalieri. Qualche giorno fa ho letto sul Times of Malta un articolo sulla ricerca di un tale Emren John Vella, fanatico di calcio che si preoccupa dei motivi per cui Malta non riesce a raggiungere livelli e risultati importanti nel football. Le risposte non sono poi così difficili da trovare: un Paese piccolo, poco abitato, calcio semi-professionistico (o semi-dilettantistico?), scarsi investimenti. Più interessanti le eventuali soluzioni. Già da tempo ho notato che in giro per la Rete, in molti blog, si suggerisce di far giocare qualche club maltese in Italia. L'ipotesi è stata presa in considerazione addirittura da Louis Micallef, un alto dirigente della federcalcio maltese. Vella propone che le migliori squadre maltesi vadano a giocare nelle serie minori delle leghe italiane, naturalmente in Sicilia, così i costi non sarebbero esagerati. D'altra parte le due isole sono vicine, ci vuole un'oretta di catamarano per arrivare a Malta da Pozzallo (a sud di Tunisi...).
Il modello sono evidentemente i team gallesi che giocano nei campionati inglesi, o forse il San Marino che gioca nella ex C2 italiana (ma tutte le altre squadre della Repubblica del Titano giocano nella loro piccola patria), o il Monaco nel campionato francese. Ma il livello non è lo stesso. Quasi tutti i nazionali maltesi giocano in patria, tranne un paio tra Inghilterra (ma in Championship, la serie B), Ungheria, Australia e Nuova Zelanda (sic). Ma la Sicilia è sempre all'orizzonte. Su alcuni siti maltesi si è parlato nei mesi scorsi di Vincenzo Camilleri, difensore della Juventus, ora alla Reggina, nato a Gela. Il cognome Camilleri è sul podio dei tre più diffusi nell'Isola dei Cavalieri e a La Valletta ci si chiedeva se il calciatore avesse origini maltesi e fosse eleggibile per la nazionale al 111° posto del ranking Fifa.

Aggiornamento del 26 marzo 2013. In occasione della partita di qualificazione ai Mondiali 2014 tra Malta e Italia a Ta' Qali, scopro che la nazionale maltese è scivolata addirittura al 147° posto del ranking Fifa. E sottolineo con un sorriso compiaciuto, ripensando a questo vecchio post, la presenza in campo tra i maltesi di giocatori che si chiamano Clayton Failla, Ryan Camilleri, André Schembri, Jonathan Caruana. Cognomi siculi, nomi un po' meno.

giovedì 30 dicembre 2010

Dall'Alpi alla Favorita, dall'Adriatico al Tirreno

La sempre più nutrita colonia di calciatori sloveni al Palermo - prima Iličić e Bačinović, ora anche Kurtić e Anđelković - mi ha fatto supporre maliziosamente che il presidente Maurizio Zamparini avesse qualche interesse extra-sportivo in Slovenia. Invece EmmeZeta mi ha stupito e l'ha detto proprio senza giri di parole: in Slovenia non andrebbe in vacanza (anche se è a una trentina di chilometri da casa sua), ma ha già preso contatti con alcune persone per fare affari lì. Lo ha pure dichiarato a Dnevni Slovenija, un giornale di Lubiana.
E io che credevo di pensar male...