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sabato 4 aprile 2015
La Ṣiqilliyya
Anche se siamo solo a inizio aprile, quella che sto per segnalare "rischia" di essere davvero la più bella pagina di giornale pubblicata in Italia nel 2015. Il catanese La Sicilia, uno dei due più importanti quotidiani dell'Isola (l'altro è il palermitano Giornale di Sicilia), che quest'anno celebra i suoi primi 70 anni, oggi ha pubblicato una doppia pagina, in italiano e in arabo, per ricordare, con testimonianze inedite, "la strage dei 500" migranti morti il 9 settembre 2014 nel Canale di Sicilia. Un reportage da Pozzallo «per dare un nome ai dispersi», a firma di Franca Antoci (sua l'idea: bravissima!) e la traduzione di Fethia Bouhajeb e Valentina Maci per ciò che rappresenta lo vero spirito di questo mestiere, il giornalismo, bistrattato spesso con piena ragione, ma che può offrire chiavi di lettura e riflessione. Anzi, deve, non può. E poi, a dirla tutta, le pagine sono pure belle dal punto di vista grafico. La stampa è a cura della tipografia Elle Due di Ragusa.
venerdì 9 gennaio 2015
Ìu sugnu Charlie
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| #JeSuisCharlie |
Ecco perché è semplicemente urticante l'ipocrisia e l'incoerenza di molti italiani (anche miei colleghi...) che adesso gridano alla libertà di stampa-espressione-satira, dopo anni e anni di censure striscianti e prese di posizione tranchant contro giornalismo e dintorni. Ma la mia non è una inutile e risibile difesa d'ufficio della categoria, spesso indifendibile. Dio – uno qualsiasi – ce ne scampi e liberi. Mi fa però schifo la solidarietà pelosa agli irriverenti francesi da parte di chi non ha esitato altre volte a buttarla sulla vecchia regola del "se l'è andata a cercare". Magari lo pensano ancora, ma ora non lo dicono. Quello che conta, per loro, è che Charlie pubblicasse vignette che sbeffeggiano l'Islam. Di quelle sul cattolicesimo, sull'ebraismo e soprattutto di quelle che sfottono la destra reazionaria e xenofoba, invece non parlano. D'altra parte, per i latini la satira era la satura lanx, il vassoio ricolmo di primizie offerto agli dèi. Dèi, al plurale.
Il cortocircuito è servito. Torniamo un po' indietro nel tempo – e nello spazio. Nel 1978 la mafia ammazza Peppino Impastato, uno di quelli che con lo spirito della satira faceva informazione contro i poteri violenti e criminali. Uno spirito libertario, politicamente connotato, che sicuramente sarebbe piaciuto a quelli di Charlie più delle varie e strumentali attestazioni di solidarietà di certe destre italiane. Nel 1996, proprio sul settimanale francese uscì un articolo, Dalla caduta del muro di Berlino alla caduta di Totò Riina (anzi, Riìna), firmato da Phil, l'ex direttore Philippe Val, e Riss, Laurent Sourrisseau, il vignettista rimasto ferito nell'assalto che ha ucciso Wolinski, Charb, Cabu, Tignous e Honoré. I due, Phil e Riss, avevano visitato il Centro Peppino Impastato e riprodussero nella vignetta una vecchia foto del gotha mafioso di Cinisi. In ricordo di Peppino, compagno di satira e di lotta.La libertà, anche quella di sfottere, fa naturalmente paura al potere, peggio ancora a quei poteri informali e fondati sulla cieca obbedienza e sul terrore. Eppure immagino che anche Peppino, per qualche improvvisato paladino della libertà di satira di inizio 2015, potrebbe essersela "andata a cercare". Ecco, io da certi interpreti del cortocircuito mediatico e ideologico non accetterei lezioni né consigli né insegnamenti. Con una sola eccezione. Ormai non fanno altro che ripetere "abbiamo il coraggio di ripubblicare anche in Italia le vignette di Charlie Hebdo". Bene, allora beccatevi questa. Ottobre 2013. Pour ne pas oublier. Jamais.
martedì 15 luglio 2014
Non vedo L'Ora
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| 2008: direttore Concita De Gregorio, pubblicità di Oliviero Toscani |
Così chi continuava a portare in tasca l'Unità, restava "fedele alla linea". Anche quando la linea stava cambiando. Altri, invece, non perdevano l'audacia e sceglievano la linea della Liberazione. O della Rinascita, perché no?La crisi profonda, cronica, dei giornali della sinistra italiana va al di là delle questioni economiche. Sembra un altro caso di tafazzismo. Dalle parti del (fu) Pci era, anzi è, così. Ma anche altrove, nel variegato e variopinto (tonalità di rossi più o meno accesi e/o sbiaditi) mondo della sinistra. Vedi l'Avanti!, per esempio: senza articolo era quello socialista di una volta, con l'articolo davanti era roba di De Gregorio e Lavitola. Ma ora la crisi ha colpito anche Europa, cioè il versante "bianco" del centrosinistra, l'ex giornale della Margherita e organo ufficiale del Pd (più o meno insieme all'Unità). Ecco: come farsi un giornale e non saperlo gestire. In pratica tutti i giornali di sinistra sembrano destinati a finire maluccio. E se per salvare l'Unità si fanno avanti Daniela Santanchè e Paola Ferrari...
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| 1958: la mafia bombardava (alcun)i giornali |
L'Ora, anzi "il l'Ora", come chiedevano i palermitani in edicola, nacque nel 1900 come Corriere politico quotidiano della Sicilia, fondato dalla famiglia Florio. Sempre progressista, tranne la forzata parentesi del Ventennio fascista. Grandi direttori, soprattutto durante "l'altro ventennio", quello del mitico Vittorio Nisticò. E poi firme pazzesche, compresi i due premi Nobel siciliani, Pirandello e Quasimodo; Guttuso, Marinetti il futurista, Verga, Rosso di San Secondo, Capuana, Matilde Serao, Consolo, Danilo Dolci e tanti altri, in una specie di antologia di letteratura. Letizia Battaglia faceva le foto. C'erano veri giornalisti, quelli della "palestra" dell'Ora, una scuola concreta e di prim'ordine (molti di loro sono diventati ormai mainstream, com'è successo al manifesto: qualcuno era comunista, avrebbe detto Gaber...). Un giornale che vanta il triste primato di tre giornalisti uccisi dalla mafia (sugli otto in totale fatti fuori da Cosa Nostra): Cosimo Cristina, Mauro De Mauro e Giovanni Spampinato, ammazzati perché cercavano la verità. Nel 1958 la mafia buttò anche una bomba in tipografia.
Perché chiuse L'Ora? Per soldi, come rischiano di dover chiudere i due organi del Pd. Ma non solo per quello. La fine del glorioso quotidiano palermitano è stata soprattutto la certificazione di un fallimento, anche politico. La colpa del Pci fu quella di non seguire l'ideale dei Florio: contribuire al riscatto sociale ed economico della Sicilia. L'errore, politico e culturale, è stato di credere che solo il Nord potesse salvare il Sud, il Sud caotico e corrotto. Stiamo aspettando. Nel frattempo la sinistra chiuderà altri giornali.
mercoledì 9 luglio 2014
A tavola con Montalbano
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| - clicca per ingrandire - |
Un arancino non è solo riso al ragù. Un cannolo non è solo cialda ripiena di ricotta. La caponata non è solo un ricco piatto di verdure. C'è tutta la Sicilia lì dentro. E lo ha capito pure Zingaretti...
Buona lettura. E anche buon appetito.
giovedì 26 giugno 2014
Forza Publitalia
Piccolo spazio pubblicità. Cioè, piccolo si fa per dire. Non so di preciso quanto costino intere pagine pubblicitarie sul Corriere della Sera, ma una memorabile pagina 28 del 18 dicembre 2012 (in requiem di Eros, gatto morto) costò 40mila euro. Quindi non credo che la pagina 26 di oggi, 26 giugno 2014, sia costata molto meno.
Una bella spesa per dire a Marcello che i suoi amici sono al suo fianco. Bel pensiero. I veri amici si vedono nel momento del bisogno. Solo che il bisogno di Marcello è un po' particolare.
Una facile ironia potrebbe far dire che la pagina in questione è un insieme di pizzini. Considerando però che l'iniziativa, partita dalla moglie e dalla segretaria, raccoglie soprattutto molte firme di amici e colleghi e collaboratori di Publitalia '80, beh, il dubbio che sia stata una campagna ben studiata, a me, rimane.
E quindi 84 messaggi di solidarietà per l'ex senatore appena rientrato dal soggiorno libanese. Non sto neanche a citarle tutte, le frasi affettuose di chi ci tiene a dire "siamo al tuo fianco, Marcello". Mi concedo solo qualche riflessione sparsa, spulciando in quella paginata.
C'è chi mi fa scoprire che già vent'anni fa la gente di Publitalia pubblicò il manifesto "Orgogliosi di lavorare con Marcello Dell'Utri". C'è chi spera di cavalcare l'onda social e lancia l'hashtag #BuonGoverno. C'è chi conia nuovi termini: Dell'Utri è vittima dell'invodio, «una sorta di squallido ma potente tutt'uno tra invidia e odio ad personam rivelatosi devastante». C'è chi ironizza sulla vicenda giudiziaria: «Colluso lui? Certo, e Rosy Bindi è Miss Universo...» (firmato Riccardo Braglia, direttore artistico della Fondazione Mantova Capitale Europea dello Spettacolo, per la cronaca). C'è chi cita Ronald Reagan (e perché non Margaret Thatcher?). C'è chi lo chiama MDU. C'è chi, come l'ex senatore forzista Massimo Palmizio, ci tiene a precisare che firma «da ex Publitalia, nessun significato politico». C'è chi lo ringrazia per aver fondato nel 1957 la Bacigalupo, società di calcio palermitana «che riuniva tutti i ceti sociali». Nel 1957 Dell'Utri aveva 16 anni. Ci giocò pure Pietro Grasso e Zeman cominciò lì la carriera.
Insomma, un profluvio di pensierini per un amico in difficoltà. Ultima annotazione. La grafica è sorprendentemente simile a quella delle pagine normali del Corriere. Ma ciò non vuol dire nulla: la pubblicità non è una scelta editoriale. Certo, è interessante che il giornale (evidentemente ben conscio della portata della notizia) abbia anche scelto, addirittura a pagina 9, nel comparto politico, di scrivere a firma Felice Cavallaro, il collaboratore "mafiologo" di via Solferino, un pezzo in cui si spiega la genesi di quella grande pagina – opportunamente accompagnata dalla dicitura «Avviso a pagamento». Il fratello gemello Alberto dice che tutto è stato organizzato a sua insaputa. Cioè Marcello non ne sapeva nulla. Al tuo fianco, a tua insaputa.
Una bella spesa per dire a Marcello che i suoi amici sono al suo fianco. Bel pensiero. I veri amici si vedono nel momento del bisogno. Solo che il bisogno di Marcello è un po' particolare.
Marcello è Dell'Utri, detenuto a Parma dal 13 giugno, condannato in via definitiva a 7 anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa. Pare che per scongiurare il suo sciopero della fame, le autorità abbiano derogato alle regole e gli concederanno più libri in cella. E poi un suo collega di partito diceva che con la cultura non si mangia...
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Una facile ironia potrebbe far dire che la pagina in questione è un insieme di pizzini. Considerando però che l'iniziativa, partita dalla moglie e dalla segretaria, raccoglie soprattutto molte firme di amici e colleghi e collaboratori di Publitalia '80, beh, il dubbio che sia stata una campagna ben studiata, a me, rimane.
E quindi 84 messaggi di solidarietà per l'ex senatore appena rientrato dal soggiorno libanese. Non sto neanche a citarle tutte, le frasi affettuose di chi ci tiene a dire "siamo al tuo fianco, Marcello". Mi concedo solo qualche riflessione sparsa, spulciando in quella paginata.
Insomma, un profluvio di pensierini per un amico in difficoltà. Ultima annotazione. La grafica è sorprendentemente simile a quella delle pagine normali del Corriere. Ma ciò non vuol dire nulla: la pubblicità non è una scelta editoriale. Certo, è interessante che il giornale (evidentemente ben conscio della portata della notizia) abbia anche scelto, addirittura a pagina 9, nel comparto politico, di scrivere a firma Felice Cavallaro, il collaboratore "mafiologo" di via Solferino, un pezzo in cui si spiega la genesi di quella grande pagina – opportunamente accompagnata dalla dicitura «Avviso a pagamento». Il fratello gemello Alberto dice che tutto è stato organizzato a sua insaputa. Cioè Marcello non ne sapeva nulla. Al tuo fianco, a tua insaputa.
martedì 18 marzo 2014
Picciotti e picciriddi
Per decenni il giornalismo italiano è stato secondo solo alla politica nella responsabilità di aver contribuito a sottovalutare la criminalità mafiosa, nonostante siano pure morti 9 colleghi per mano di Cosa Nostra e della camorra. Molta della colpa è nostra, se agli italiani è stata venduta l'idea che la mafia, tutto sommato, non fosse quello che l'antimafia andava denunciando. "Si ammazzano tra loro, chissenefrega", era in fondo la reazione sollevata di molta gente comune. Roba da criminali insomma. E poi non ammazzano mica donne e bambini, questi. La mafia "gentile", "buona", quella antica, del codice d'onore, dell'etica familiare e sociale a volte così pericolosamente coincidente con la morale cattolica. Una romanzesca mafia di galantuomini.
Come già a gennaio, quando la 'ndrangheta ammazzò il piccolo Cocò, anche adesso è una rapida corsa a ricostruire la storia dei bimbi e ragazzini uccisi dalla mafie italiane. Solo qualcuno ha sempre correttamente ricordato che non sono casi isolati. I nomi sono anche troppi, altroché. Bambini uccisi per vendetta, per sbaglio, da proiettili vaganti, perché avevano visto cose che non dovevano vedere, nelle stragi di mafia (dal treno 904 ai Georgofili), in mezzo alle faide.
Giuseppe, Paolino, Giovanni, Riccardo, Lorenzo, Benedetto, Salvatore, Letterio, Claudio, Andrea, Nadia, Caterina, Domenico, Anna, Federica, Luigi, Gioacchino, Fabio, Simonetta, Nunzio, Valentina, Annalisa, Nicola. Dal 1948 fino a poche ore fa. E spesso la firma è stata di boss di spicco. Lo stesso Totò Riina diceva che "tanti bambini muoiono a Sarajevo, perché dobbiamo preoccuparci noi di Corleone?". La mafia combatte guerre dove non esistono convenzioni internazionali, tutela dei prigionieri e cose del genere. Le regole se le fa da sola, ed è la prima a violarle. Altro che codici e princìpi morali. Allora finiamola con la doppia ipocrisia di chi ha spesso "difeso", anche inconsapevolmente, la presunta mafia d'altri tempi e poi sbraita bestemmiando contro quello stesso mito creato non sempre in buonafede.
Magari non siamo arrivati al «Legalizzare la mafia sarà la regola del Duemila» che De Gregori cantava nel 1989 (amara coincidenza quasi profetica: la canzone si intitolava Bambini venite parvulos...), ma 25 anni dopo sarebbe il momento di crescere e diventare un po' più maturi. Tutti, per rispetto a chi non ha potuto farlo.
I bambini, dunque. Ora che i giornali si sono risvegliati dal torpore che noi stessi abbiamo creato, e tutti corrono, dopo l'uccisione di un bambino di tre anni a Taranto, a ricordare e ricordarsi che in realtà la mafia i bambini li ha sempre uccisi e che il codice d'onore è una solenne minchiata inventata dai mafiosi per non apparire tali (e ci sono riusciti, visti i risultati...), non si può far altro che chiedersi appunto dove siano stati in questi lunghi decenni la politica e il giornalismo e tutti gli altri che oggi gridano all'orrore, alla barbarie, alla bestialità. E che prima si sono cullati nell'idea auto-rassicurante e (auto)assolutoria che la mafia risparmiasse i deboli.
Come già a gennaio, quando la 'ndrangheta ammazzò il piccolo Cocò, anche adesso è una rapida corsa a ricostruire la storia dei bimbi e ragazzini uccisi dalla mafie italiane. Solo qualcuno ha sempre correttamente ricordato che non sono casi isolati. I nomi sono anche troppi, altroché. Bambini uccisi per vendetta, per sbaglio, da proiettili vaganti, perché avevano visto cose che non dovevano vedere, nelle stragi di mafia (dal treno 904 ai Georgofili), in mezzo alle faide.
Giuseppe, Paolino, Giovanni, Riccardo, Lorenzo, Benedetto, Salvatore, Letterio, Claudio, Andrea, Nadia, Caterina, Domenico, Anna, Federica, Luigi, Gioacchino, Fabio, Simonetta, Nunzio, Valentina, Annalisa, Nicola. Dal 1948 fino a poche ore fa. E spesso la firma è stata di boss di spicco. Lo stesso Totò Riina diceva che "tanti bambini muoiono a Sarajevo, perché dobbiamo preoccuparci noi di Corleone?". La mafia combatte guerre dove non esistono convenzioni internazionali, tutela dei prigionieri e cose del genere. Le regole se le fa da sola, ed è la prima a violarle. Altro che codici e princìpi morali. Allora finiamola con la doppia ipocrisia di chi ha spesso "difeso", anche inconsapevolmente, la presunta mafia d'altri tempi e poi sbraita bestemmiando contro quello stesso mito creato non sempre in buonafede.
Magari non siamo arrivati al «Legalizzare la mafia sarà la regola del Duemila» che De Gregori cantava nel 1989 (amara coincidenza quasi profetica: la canzone si intitolava Bambini venite parvulos...), ma 25 anni dopo sarebbe il momento di crescere e diventare un po' più maturi. Tutti, per rispetto a chi non ha potuto farlo.
mercoledì 8 gennaio 2014
I fuochi di Barcellona
Nel 2011 è uscito per Mondadori "La mafia uccide d'estate", libro in cui l'allora ministro della Giustizia Angelino Alfano raccontava la criminalità organizzata vista con gli occhi di un siciliano uomo di governo. Il titolo è simile, molto simile, a quello del film di Pif, "La mafia uccide solo d'estate", che ha sbancato al
botteghino e anche nelle critiche. Pare sia solo di una coincidenza.
A distanza di pochi giorni, mi ritrovo a citare ancora quel titolo, sostanzialmente per dire esattamente il contrario. Pippo Fava ammazzato il 5 gennaio 1984: pieno inverno. Beppe Alfano ucciso dalla mafia barcellonese l'8 gennaio 1993: 21 anni fa, ancora pieno inverno.
L'omonimia, d'istinto, mi fa scorrere un brivido. Si chiamava Alfano come il ministro, Beppe, l'ultimo giornalista della lunga e triste lista di quelli ammazzati dalle mafie in Italia. Gennaio 1993, a metà tra le stragi di Capaci e via D'Amelio e l'ultima coda di sangue di Firenze e Milano. La mafia ha sempre ucciso, ha continuato a farlo, indipendentemente che le vittime fossero giudici, giornalisti o cittadini innocenti dilaniati dalla violenza terroristica. Mi fa rabbrividire anche che Beppe Alfano non venga incluso negli elenchi internazionali dei giornalisti uccisi per il loro lavoro.
Giuseppe Aldo Felice Alfano era di Barcellona Pozzo di Gotto, ma ha insegnato anche a Terme Vigliatore, il paese di mia madre nel messinese. Un uomo di destra, giornalista scomodo, di quelli che disturbano con le domande, le inchieste, l'impegno per la verità e per smascherare torti e malaffare. Era il corrispondente de La Sicilia, giornale che neanche si costituì parte civile al processo. Hanno vissuto a Vigliatore, gli Alfano, erano vicini di casa dei miei parenti. Mia madre ricorda ancora quando giocava con la piccola Sonia, la figlia di Beppe ora parlamentare europea ex Idv (eletta nel 2009: faccio notare che prese più voti nelle circoscrizioni Nord Ovest, Centro e Sud che non in quella, siciliana, delle Isole...) e presidente della Commissione speciale antimafia del Parlamento di Strasburgo. Singolare che Sonia Alfano sia dello stesso paese e sia stata nello stesso partito di Mimmo Scilipoti: non ho dubbi che per lei sia un sollievo non essere più dipietrista.
Beppe Alfano va ricordato per tutti i motivi che ci impone il dovere della memoria delle vittime della mafia. Condivide con altri suoi colleghi, come Giovanni Spampinato a Ragusa e Pippo Fava a Catania, un destino particolare: morire per mano di mafia in zone dove la retorica ufficiale e istituzionale ne ha sempre negato l'esistenza. Ragusa e Messina sono sempre finite relegate alla voce "provincia babba", stupida, dove stupidità è ovviamente la mancanza (solo presunta, ormai è risaputo) di quelle forme estreme e illecite di potere. Alfano è morto dopo aver scoperto che il latitante Nitto Santapaola, boss della mafia catanese, soggiornava tranquillo lì, in quell'area del messinese, e ben coperto dalla oscena miopia, scientificamente voluta e non casuale, di chi doveva vigilare, a partire dalla magistratura locale.
E quindi l'8 gennaio 1993 moriva Beppe Alfano, consapevole, come ha raccontato la figlia Sonia, che la mafia non l'avrebbe fatto arrivare vivo al 20 gennaio. Così l'avevano avvertito. Lui è andato avanti.
L'omonimia, d'istinto, mi fa scorrere un brivido. Si chiamava Alfano come il ministro, Beppe, l'ultimo giornalista della lunga e triste lista di quelli ammazzati dalle mafie in Italia. Gennaio 1993, a metà tra le stragi di Capaci e via D'Amelio e l'ultima coda di sangue di Firenze e Milano. La mafia ha sempre ucciso, ha continuato a farlo, indipendentemente che le vittime fossero giudici, giornalisti o cittadini innocenti dilaniati dalla violenza terroristica. Mi fa rabbrividire anche che Beppe Alfano non venga incluso negli elenchi internazionali dei giornalisti uccisi per il loro lavoro.
Giuseppe Aldo Felice Alfano era di Barcellona Pozzo di Gotto, ma ha insegnato anche a Terme Vigliatore, il paese di mia madre nel messinese. Un uomo di destra, giornalista scomodo, di quelli che disturbano con le domande, le inchieste, l'impegno per la verità e per smascherare torti e malaffare. Era il corrispondente de La Sicilia, giornale che neanche si costituì parte civile al processo. Hanno vissuto a Vigliatore, gli Alfano, erano vicini di casa dei miei parenti. Mia madre ricorda ancora quando giocava con la piccola Sonia, la figlia di Beppe ora parlamentare europea ex Idv (eletta nel 2009: faccio notare che prese più voti nelle circoscrizioni Nord Ovest, Centro e Sud che non in quella, siciliana, delle Isole...) e presidente della Commissione speciale antimafia del Parlamento di Strasburgo. Singolare che Sonia Alfano sia dello stesso paese e sia stata nello stesso partito di Mimmo Scilipoti: non ho dubbi che per lei sia un sollievo non essere più dipietrista.
Beppe Alfano va ricordato per tutti i motivi che ci impone il dovere della memoria delle vittime della mafia. Condivide con altri suoi colleghi, come Giovanni Spampinato a Ragusa e Pippo Fava a Catania, un destino particolare: morire per mano di mafia in zone dove la retorica ufficiale e istituzionale ne ha sempre negato l'esistenza. Ragusa e Messina sono sempre finite relegate alla voce "provincia babba", stupida, dove stupidità è ovviamente la mancanza (solo presunta, ormai è risaputo) di quelle forme estreme e illecite di potere. Alfano è morto dopo aver scoperto che il latitante Nitto Santapaola, boss della mafia catanese, soggiornava tranquillo lì, in quell'area del messinese, e ben coperto dalla oscena miopia, scientificamente voluta e non casuale, di chi doveva vigilare, a partire dalla magistratura locale.
E quindi l'8 gennaio 1993 moriva Beppe Alfano, consapevole, come ha raccontato la figlia Sonia, che la mafia non l'avrebbe fatto arrivare vivo al 20 gennaio. Così l'avevano avvertito. Lui è andato avanti.
domenica 5 gennaio 2014
La mafia non uccide solo d'estate
Il titolo non è una polemica sul film di Pif. Anzi, mi è piaciuto moltissimo. Solo che oggi è il trentesimo anniversario della morte di Pippo Fava. E a gennaio fa freddo pure dalle mie parti. Ah, per inciso, bravi i ragazzi di WikiMafia che sono riusciti, mettendo pressione alla Rai, a far portare in prima serata il docu-film "I ragazzi di Pippo Fava" su Rai3 (in origine l'avevano programmato al "comodo" orario delle 23.40).
Il 5 gennaio 1984 dunque la mafia catanese uccideva Giuseppe "Pippo" Fava, 58 anni, giornalista, scrittore e drammaturgo, intellettuale vero e impegnato. Sceneggiatore di Palermo or Wolfsburg, Orso d'oro al festival di Berlino nel 1980. Papà di Claudio, leader storico della sinistra siciliana. Soprattutto fondatore de I Siciliani: il ricordo che ho io di Fava, oltre alla lapide sulla casa natale nella sua bella Palazzolo Acreide, è proprio la pila di riviste in una delle librerie di casa, in camera mia.
Fava è uno dei giornalisti ammazzati dalla mafia, anche se la vulgata delle autorità e delle istituzioni catanesi di allora diceva senza dubbi che la mafia non esisteva a Catania. Come insegna pure Pif, morivano (muoiono?) tutti per questioni di fìmmini o al massimo di soldi. Movente passionale, mica il clan Santapaola, chiaro...
E invece gli affari e la ricchezza che fecero ribattezzare Catania "la Milano del sud" erano legati proprio all'intreccio di interessi e malaffare, di lobby e appalti. Era la città dei "quattro cavalieri" Costanzo, Finocchiaro, Graci e Rendo (questi ultimi due provarono pure a comprarselo, I Siciliani, per controllarlo meglio: Pippo non glielo permise). Una città in cui l'editoria è ancora oggi quasi monopolio di Mario Ciancio Sanfilippo, lo stesso che a fine anni Settanta, da editore del pomeridiano Espresso sera, non promosse direttore il bravo Fava (che intervistava boss come Genco Russo o don Calò Vizzini), perché troppo libero.
Pippo Fava, giornalista libero, morì 30 anni fa. A Catania, dove c'è la mafia. Che uccide anche fuori stagione.
Fava è uno dei giornalisti ammazzati dalla mafia, anche se la vulgata delle autorità e delle istituzioni catanesi di allora diceva senza dubbi che la mafia non esisteva a Catania. Come insegna pure Pif, morivano (muoiono?) tutti per questioni di fìmmini o al massimo di soldi. Movente passionale, mica il clan Santapaola, chiaro...
E invece gli affari e la ricchezza che fecero ribattezzare Catania "la Milano del sud" erano legati proprio all'intreccio di interessi e malaffare, di lobby e appalti. Era la città dei "quattro cavalieri" Costanzo, Finocchiaro, Graci e Rendo (questi ultimi due provarono pure a comprarselo, I Siciliani, per controllarlo meglio: Pippo non glielo permise). Una città in cui l'editoria è ancora oggi quasi monopolio di Mario Ciancio Sanfilippo, lo stesso che a fine anni Settanta, da editore del pomeridiano Espresso sera, non promosse direttore il bravo Fava (che intervistava boss come Genco Russo o don Calò Vizzini), perché troppo libero.
Pippo Fava, giornalista libero, morì 30 anni fa. A Catania, dove c'è la mafia. Che uccide anche fuori stagione.
domenica 29 dicembre 2013
Permesso scaduto
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| Titoli di coda |
Ora è finito. Purtroppo è stato difficile per chi lo produceva continuare a farlo al meglio compatibilmente con gli impegni (tutti lavorano, qualcuno ancora studia). Si chiude tristemente una pagina. Di giornale e di civiltà.
sabato 27 ottobre 2012
(L')Ora e sempre Spampinato
Mi ha sempre colpito che a Giovanni Spampinato, morto qualche settimana prima di compiere 26 anni, il tesserino da pubblicista sia arrivato postumo. Era stato lasciato solo.
Perché ricordarlo? Perché non succeda più che quando si entra in una libreria e si chiede il libro di Alberto Spampinato, quirinalista dell'Ansa (C'erano bei cani ma molto seri. Storia di mio fratello Giovanni ucciso per aver scritto troppo), rispondano «Spampinato il cantante (Vincenzo, cantautore catanese, ndr)? Ma è un romanzo?».
Ecco il pezzo pubblicato su Affaritaliani, con l'intervista in cui Carlo Ruta ripercorre la storia di Giovanni Spampinato.
«Qui ci sono i fili dell’alta tensione, chi li tocca muore. E Giovanni aveva toccato quei fili». Giovanni è Spampinato e i fili mortali sono le trame, gli intrecci e le connivenze tra poteri occulti e istituzioni che il giovane giornalista de L’Ora aveva scoperto prima di morire, ucciso il 27 ottobre di 40 anni fa a Ragusa. A parlare è Carlo Ruta, giornalista, blogger e saggista, che ricorda la figura di Spampinato, morto poche settimane prima del suo 26esimo compleanno. Ruta si è occupato della vicenda soprattutto tra il 2002 e il 2005, nel 2008 ha pubblicato Segreto di mafia. Il delitto Spampinato e i coni d’ombra di Cosa Nostra. Il suo interesse gli è costato decine di querele, quasi tutte vinte, più l’assurda condanna per stampa clandestina, ora annullata dalla Cassazione, che comunque l’ha costretto a chiudere il suo blog di informazione Accade in Sicilia. Una storia complessa, quella di Spampinato, un caso a lungo sconosciuto in Italia, di cui ancora si parla poco. «Eppure è una storia emblematica, al pari di quelle di Peppino Impastato e Giancarlo Siani».
Chi era Giovanni Spampinato?
«Era una persona molto colta, un laureando in filosofia. Non era un giornalista d’assalto e velleitario, come lo hanno voluto descrivere alcuni, non voleva fare gli scoop a tutti i costi. Era una bravissima persona, senza quei grilli per la testa di cui parlano i giornali “moderati”».
In che senso giornali “moderati”?
«La stampa in Sicilia ha un orientamento moderato, in alcuni casi quasi reazionario. E parte di quell’opinione pubblica non si è mai affezionata all’idea che il delitto Spampinato sia mafioso, ma tende a registrare il fatto come una storia privata, viene fatto passare come una reazione sconsiderata dell’uccisore».
Come andarono allora le cose? Qual è la storia di Giovanni Spampinato e della sua morte?
«Spampinato fu ucciso il 27 ottobre 1972 da Roberto Campria, figlio dell’allora presidente del Tribunale di Ragusa. Probabilmente Campria era coinvolto in traffici di oggetti d’arte e reperti archeologici. Giovanni indagava anche su questo e sulla morte di un complice di Campria, l’imprenditore Angelo Tumino».
«Il fatto è che quell’area, il sudest siciliano, è il paradiso fiscale della mafia, qui ci sono i fili dell’alta tensione e chi li tocca muore. Spampinato aveva provato a svelare quei traffici, il contrabbando di armi e di sigarette, il mercato illegale dell’arte e gli intrecci tra l’eversione nera, i colonnelli greci e la criminalità mafiosa. Ma di quelle cose non si doveva parlare e dunque Giovanni era una spina nel fianco».
Alberto Spampinato, fratello di Giovanni, dopo che nel 2007 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferì il “premio Saint Vincent” alla memoria, aveva scritto che quelle trame occulte e quelle connivenze effettivamente erano mafiose.
«Infatti Giovanni Spampinato aveva fatto molte inchieste su quelle illegalità diffuse, sul terrorismo di estrema destra, sulla mafia, sui traffici. Forse il delitto non è di quelli mafiosi “classici”, ma è il contesto, di impunità e complicità a vari livelli, a essere mafioso».
In cosa consistevano queste complicità?
«In sede giudiziaria non furono presi in considerazione alcuni testimoni che avrebbero svelato che quella notte, sul luogo del delitto, non c’era solo Campria. Non si tratta ormai di arrivare alla verità giudiziaria, ma perlomeno a quella storica. Io ho parlato di omissioni nell’inchiesta e per questo c’è stato un accanimento: presentavano tre querele in tre tribunali sullo stesso articolo, più una quarta civile. La rimozione della vicenda Spampinato è partita subito, appena dopo il processo a Campria, che peraltro, tra sconti vari e semi-infermità, ha fatto 5-6 anni di carcere. E parliamo degli anni in cui il carcere di Ragusa era soprannominato “Hotel Bristol”. Non è un caso se molti boss mafiosi premevano per farsi portare lì».
La provincia di Ragusa è stata sempre considerata “babba”, senza mafia. Ma la storia di Spampinato sembrerebbe smentire questa convinzione.
«La mafia non è solo quella militare, che pure qui c’è stata. Io temevo la mafia, ma non conoscevo i metodi e l’aggressività dei poteri forti. Tutti si sentono intimiditi e ricattati, e questo è tipico di un contesto mafioso».
Che cosa significa oggi ricordare Giovanni Spampinato?
«Io ho cominciato a occuparmi della sua storia dieci anni fa, nel trentennale della morte, grazie agli articoli che aveva raccolto Etrio Fidora, ex direttore de L’Ora. C’era questo senso evidente di rimozione, non se ne doveva parlare. Qui siamo nel “cono d’ombra” di Cosa Nostra, dove tutto deve restare nascosto, segreto, coperto. Tra Vittoria e Gela ci sono state stragi di mafia persino più pesanti che a Palermo: nonostante questo, bisogna rimuovere completamente. Ancora oggi, come ai tempi di Giovanni, chi fa inchieste e analisi di un certo profilo, tocca quei pericolosi fili dell’alta tensione. E la vicenda della sala stampa del comune di Ragusa, inaugurata nel 1995 e intitolata a Giovanni, ma chiusa per lungo tempo e riaperta pochi mesi fa, dimostra che la memoria di Spampinato è pesante e dà ancora fastidio».
venerdì 11 maggio 2012
E sei come non sei, nella clandestinità...
Finalmente. La Cassazione ha dato ragione a Carlo Ruta. Un blog non è una testata giornalistica, dunque non deve essere registrato al tribunale. E dunque non può essere considerato "stampa clandestina". Si chiude così una pagina molto controversa (anzi, vergognosa) del rapporto tra stampa, potere e magistratura. Carlo Ruta aveva semplicemente informato dalle pagine del suo blog Accade in Sicilia sugli intrecci tra mafia e istituzioni in provincia di Ragusa, raccontando in particolare la storia del povero Giovanni Spampinato. Un giudice, l'allora procuratore di Ragusa Agostino Fera, si era sentito diffamato e querelò Carlo. Nel 2008 il tribunale di Modica condannò in primo grado il giornalista e nel 2011 la Corte d'Appello di Catania confermò la condanna.
Ora finalmente la Suprema Corte si è espressa sulla legittimità. Che non c'è. Non erano legittime quelle condanne, cioè Carlo Ruta poteva regolarmente scrivere sul suo blog senza doverlo registrare come testata. Pazienza che gliel'hanno fatto chiudere... Il Palazzaccio «annulla senza rinvio perché il fatto non sussiste», una sentenza che in pratica mette al riparo i blogger (anche giornalisti) dalle querele di diffamazione. Fermo restando il buonsenso, naturalmente.
A Carlo comunque il buonsenso non manca. Quello è mancato sicuramente a qualcun altro. E non solo il buonsenso, a dirla tutta.
Aggiornamento del 15 settembre 2012. Pochi punti, ma chiarissimi. Sono state rese note le motivazioni della sentenza della Cassazione. La Corte Suprema ha rilevato soprattutto che «il giornale telematico non rispecchia le due condizioni ritenute essenziali ai fini della sussistenza del prodotto stampa come definito dall'art. 1 L. 47/1948 ed ossia: a) un'attività di riproduzione tipografica; b) la destinazione alla pubblicazione del risultato di tale attività». In sostanza, l’informazione che viene dal web, non solo quella che passa attraverso i blog, ma anche attraverso giornali telematici (escluse le testate che richiedano le sovvenzioni pubbliche destinate alla stampa), non può essere soggetta alle imposizioni della legge 47 del 1948.
Chiaro, in punta di diritto.
Ora finalmente la Suprema Corte si è espressa sulla legittimità. Che non c'è. Non erano legittime quelle condanne, cioè Carlo Ruta poteva regolarmente scrivere sul suo blog senza doverlo registrare come testata. Pazienza che gliel'hanno fatto chiudere... Il Palazzaccio «annulla senza rinvio perché il fatto non sussiste», una sentenza che in pratica mette al riparo i blogger (anche giornalisti) dalle querele di diffamazione. Fermo restando il buonsenso, naturalmente.
A Carlo comunque il buonsenso non manca. Quello è mancato sicuramente a qualcun altro. E non solo il buonsenso, a dirla tutta.
Aggiornamento del 15 settembre 2012. Pochi punti, ma chiarissimi. Sono state rese note le motivazioni della sentenza della Cassazione. La Corte Suprema ha rilevato soprattutto che «il giornale telematico non rispecchia le due condizioni ritenute essenziali ai fini della sussistenza del prodotto stampa come definito dall'art. 1 L. 47/1948 ed ossia: a) un'attività di riproduzione tipografica; b) la destinazione alla pubblicazione del risultato di tale attività». In sostanza, l’informazione che viene dal web, non solo quella che passa attraverso i blog, ma anche attraverso giornali telematici (escluse le testate che richiedano le sovvenzioni pubbliche destinate alla stampa), non può essere soggetta alle imposizioni della legge 47 del 1948.
Chiaro, in punta di diritto.
domenica 29 aprile 2012
Mauro Barbanera, il pirata che faceva paura ai ladroni
Quest'anno il Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia, insieme all'Associazione Ilaria Alpi, ha dedicato proprio a Rostagno il premio "Una storia ancora da raccontare". Ho partecipato. Ho scritto un pezzo sulla storia di quello strano attivista-sociologo-giornalista. Ho giocato un po' con le parole, a dirla tutta. Sono arrivato secondo.
Un racconto di contrasti, tra il bianco e nero e i colori, tra la luce e il lutto, tra la vita e la morte. Eccolo (è anche qui).
La storia di Mauro Rostagno è una storia di colori. Da raccontare un po’ a colori, un po’ in bianco e nero. È a colori il Rostagno “arancione”, quello che abbraccia le filosofie orientali e il pensiero di Osho. È arancione il Mauro che fonda la comunità Saman. È bianco e nero Mauro, quando il boss di Trapani Mariano Agate lo minaccia pubblicamente: «Diteci a chiddu ca varva e vistutu di bianco ca finissi di riri minchiati». La varva, la barba è nera, e Mauro è vestito di bianco. Quasi un’icona: un uomo venuto da lontano a vestire il bianco dell’onestà e della verità in una terra che troppo spesso tra la luce e il lutto, per dirla con Bufalino, sceglie il colore oscuro della morte e del dolore.
I colori, la luce della Sicilia, i simboli, non sono inutili nella storia e nella vita di Mauro Rostagno. Una storia e una vita che diventano siciliane trent’anni fa, ma che in fondo sono siciliane da sempre. Mauro Rostagno non è nato in Sicilia, come Danilo Dolci o Mauro De Mauro. Ma è siciliano nel cuore, “trapanese per scelta”, scelta insolita se nasci a Torino. È siciliana la sua vita, con tutte le complessità che forse solo una vita siciliana può vantare. Sociologo antimafia, come Dolci. Giornalista antimafia, come De Mauro. E ucciso dalla mafia, come De Mauro.
Tutto quello che Rostagno ha fatto prima di diventare “quello con la barba e vestito di bianco” è storia. La “s” è minuscola o maiuscola a piacimento. È la singola storia di un uomo del suo tempo e nel suo tempo, piccola e grande insieme, dunque. La politica, i movimenti, la militanza, la cultura alternativa, la contestazione, il Sessantotto, Trento e la sociologia, Lotta Continua: il Mauro Rostagno giovane è in fondo la biografia di un’intera nazione, di un’intera generazione. La sua vita è il racconto di una società che cambia, anche tra provocazioni, controversie e tensioni. Quella di Rostagno è una delle tante storie minuscole che hanno fatto l’altra Storia, quella maiuscola, grande, italiana.
Prima di Saman, la Sicilia è già entrata nella vita di Mauro. Anzi, è Mauro che entra nella vita e nella quotidianità della Sicilia e comincia già nei primi anni Settanta a rivoltare Palermo e l’Isola, all’università e in politica. Ma è chiaro che con Saman tutto cambia. Da centro di meditazione “arancione” a comunità terapeutica per il recupero dei tossicodipendenti, un’isola di serenità in un territorio martoriato, dove il dolore è nascosto sotto quel velo nero che non si può squarciare. Ma Rostagno quel velo l’ha strappato e ha provato a far brillare un po’ di bianco e di luce. Lo ha fatto anche da giornalista. E questo dovrebbe insegnare molto a chi vuole fare quel mestiere: non è eroismo, è semplice ricerca della verità. Come De Mauro prima di lui, Rostagno paga con la vita il suo lavoro, la sua missione, le denunce: muore da siciliano, lui che siciliano lo è diventato per adozione. Adozione reciproca, s’intende.
Mauro Rostagno è morto da siciliano, come quei siciliani che cercano la verità e non si fermano alla faccia delle cose, non si accontentano dei colori superficiali. Una passione, il giornalismo, non tanto un lavoro. Anche un modo per dare una seconda occasione ai ragazzi di Saman. Una terapia civile. Dagli schermi di Radio Tele Cine, la Rtc di Trapani, l’uomo con la tunica bianca e la barba nera usava tanti colori. Colorato era il suo “mestiere della parola”. Il boss Agate si sbagliava: non erano “minchiate”, quella era l’ironia con cui Mauro prendeva in giro i potenti. Faceva paura quel sorriso, la veste bianca e la barba lo rendevano un “pirata” molto temuto dai “ladroni”, Rostagno era un giustiziere buono e onesto.
Aveva solo 46 anni, il “pirata”, quando la mafia lo uccise. La mafia, quella trama nera (nera come il lutto) che ha attraversato la Storia – e le storie – d’Italia e della Sicilia. Una trama fatta di morte, depistaggi, connivenze, collusioni, trattative occulte. Appunto un fenomeno nero, oscuro, che si concede un’incursione a colori solo quando vira sul rosso, sul sangue. Il rosso, un colore acceso ma che diventa drammatico, quando sporca la veste bianca di Mauro Rostagno.
C’hanno provato in molti modi, a trovare moventi alternativi, come se fosse sconveniente ammettere che quel 26 settembre 1988 la vita e i colori vivi di Mauro Rostagno finivano sotto i colpi e la violenza della mafia. Ci sono voluti più di vent’anni prima che nel 2009 il boss Vincenzo Virga fosse arrestato come mandante dell’omicidio del sociologo-giornalista torinese per nascita e trapanese per scelta. Un epilogo a tinte solo un poco più chiare. Intanto si è detto di tutto: hanno tirato in ballo l’omicidio Calabresi, le armi in Somalia, Gladio, persino presunti moventi di droga interni a Saman.
Hanno provato a sviare le indagini, creare dubbi, macchiare la reputazione e il ricordo di Mauro Rostagno. Che era vestito di bianco, aveva la barba nera e parlava un linguaggio arcobaleno. Ed è stato macchiato di rosso, colore del sangue e della vergogna, il sangue di Mauro e la vergogna di chi lo ha ucciso e dimenticato. Ma anche il rosso dei melograni in mezzo ai quali riposa, il pirata sorridente che sconfiggeva i ladroni.
lunedì 9 gennaio 2012
Fiducia ceca
Partiamo da una doverosa premessa. Io non sono nessuno. Tanto come persona quanto come giornalista. Non sono un professionista, ma solo un praticante che piano piano si avvicina al momento in cui proverà a diventare giornalista sul serio.
Ho sempre avuto una speciale passione per la geografia. Quando ero piccolo la esprimevo con domande estenuanti sul significato delle targhe automobilistiche e soprattutto mi divertivo a riconoscere le bandiere del mondo. E, contrariamente alle convinzioni di Bart Simpson, col tempo un maschietto impara che le capitali degli Stati non sono poi così difficili...
Divagazione a parte, so da molto tempo ormai che uno Stato dell'Europa centrale chiamato Cecoslovacchia non esiste più dal 1° gennaio 1993. Leggere quel nome (quattro volte) in un articolo di giornale mi ha lasciato più che perplesso. Non ho alcun diritto di giudicare, ma so per certo che un errore del genere non mi lascerebbe alcuno scampo all'esame di Stato da giornalista. Giustamente, perché è molto grave. Mi dispiace leggerlo però, da lettore e da futuro giornalista. Il collega che l'ha scritto l'avrà fatto sicuramente in buona fede, però l'errore - grave - c'è. Ed è un peccato, perché la notizia mi aveva incuriosito. Un autoarticolato incastrato sui tornanti della strada statale 194 tra Vizzini (CT) e Monterosso Almo (RG) - uno dei tratti con obbligo di catene da neve, tra l'altro.
Non è pignoleria, la parola "Cecoslovacchia" l'ho letta qualche altra volta sulla stessa testata, Radio Trasmissioni Modica (Rtm). Le parole, anche quando sono nomi di Stati, sono importanti.
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| La bandiera della Cecoslovacchia è uguale a quella dell'attuale Repubblica Ceca. Ma la Cecoslovacchia si è sciolta nel 1993 |
Non è pignoleria, la parola "Cecoslovacchia" l'ho letta qualche altra volta sulla stessa testata, Radio Trasmissioni Modica (Rtm). Le parole, anche quando sono nomi di Stati, sono importanti.
Aggiornamento dell'ultim'ora. Sul sito di Rtm l'errore è stato corretto (dopo il mio commento - non pubblicato - in cui facevo notare l'ormai datata scomparsa della Cecoslovacchia...). Il camion ora è definito "proveniente dalla Repubblica Ceca". E se fosse stato slovacco?
giovedì 15 dicembre 2011
Cronaca nerissima
Ora, nel rapporto del Cpj ci sono pure alcuni giornalisti italiani. Ci sono giustamente Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Maria Grazia Cutuli, Enzo Baldoni. Ce ne sono anche di meno noti, freelance ma non solo. Tutti morti in terre devastate da guerre e terrorismo: Iraq, Afghanistan, Somalia, Balcani. Cronisti uccisi proprio mentre svolgevano il loro lavoro, morti proprio perché giornalisti.
Ma qualcosa non mi quadra. Non è che per essere conteggiati si debba per forza morire all'estero, vittime di terroristi sanguinari o guerriglieri senza scrupoli? Io non so se il Comitato, attivo dal 1981, abbia mai monitorato i casi di giornalisti morti anche prima del '92. Perché altrimenti l'Italia avrebbe un discreto campionario di cronisti morti da offrire alle statistiche del Cpj. Ma in realtà c'è almeno un caso, successivo all'anno da cui inizia l'analisi, che avrebbero dovuto segnare nelle loro tabelle precise e dettagliate. Se sono stati conteggiati giornalisti uccisi da criminali e terroristi in Francia o Spagna, mi piacerebbe capire perché chi è stato ammazzato dalla mafia non "merita" di far parte di questa lista.
venerdì 28 ottobre 2011
Michelino il Cianciulino
Michele Santoro sta per partire con il suo programma Servizio pubblico, trasmesso sul web e da una rete di tv locali. Anche gli spettatori siciliani potranno seguirlo. Basterà sintonizzarsi su Antenna Sicilia.
Un momento. Sono solo io a storcere un po' il naso? Antenna Sicilia è di proprietà di Mario Ciancio Sanfilippo, l'editore-direttore-imprenditore monopolista dell'informazione nella mia Regione.
Non sto mettendo in dubbio le capacità di Santoro. Però dopo essersi paragonato a Mohamed Bouazizi, il tunisino che si è dato fuoco a gennaio e ha dato il via alla Rivoluzione dei gelsomini, ora il campione autoproclamato della libertà di stampa si mette d'accordo con l'uomo che tira le fila del mondo dei media e della comunicazione in Sicilia. Un Berlusconi siciliano, posso azzardare? Uomo di grande potere, Ciancio. Potere trasversale, beninteso.
Ecco, ripeto, chi si lamenta troppo, dalle mie parti, si chiama "cianciulinu"... Mi piacciono i giochi di parole, tutto qui.
lunedì 10 ottobre 2011
Modicano, Clandestino
Ho ricevuto due mail importanti in questi giorni. Del mittente ho già parlato alcune volte su questo blog. Il messaggio è stato inviato alla mailing list de Il Clandestino - con permesso di soggiorno, il mensile di Modica dal quale tutti quelli che aspirano a diventare giornalisti avrebbero da imparare.
Perché erano importanti quelle email? I ragazzi del Clandestino hanno inviato a tutti i loro amici, collaboratori, sostenitori, due link. Link ad articoli in cui si parla di loro. E io sono molto contento di poterli rilanciare. Ma non è solo per pubblicità, né perché qualche volta il mio nome è finito nella lista dei tanti e volenterosi collaboratori del mensile.
Il primo è di Libera Informazione, la testata di Libera, l'osservatorio sull'informazione per la legalità e contro le mafie. Un articolo su un incontro a Ovada, in provincia di Alessandria. C'erano pure i ragazzi del Clandestino e Nando dalla Chiesa li ha chiamati sul palco.
Il secondo link ha a che fare proprio con dalla Chiesa. È un articolo del Fatto Quotidiano in cui si parla di questi ragazzi coraggiosi.
Io personalmente non ho da offrire chissà quale pubblicità, in confronto a Libera e Nando dalla Chiesa. Siccome però conosco l'avventura e l'impresa del Clandestino, devo aggiungere due parole. Per loro stessa ammissione, non tutti i ragazzi della redazione faranno i giornalisti da grandi. Ecco, questa è la lezione fondamentale. Fare informazione, indagare, svelare trame e misteri, raccontare un territorio con le sue ricchezze e le sue miserie quotidiane, è un dovere che va oltre una professione. Professione che tra l'altro io mi ostino a pensare prima di tutto come un mestiere. Professione, lavoro o mestiere che sia, quel che conta, comunque, è che, come dimostra un gruppetto di ventenni modicani, dire e raccontare sono verbi che possono essere coniugati anche se nella vita si vuole fare altro.
La vocazione, in fondo, non è il giornalismo, ma la verità.
È stato per caso che ho conosciuto i ragazzi del Clandestino. Li invidio e li ammiro. Sono quasi tutti più giovani di me, molto probabilmente con idee ben più chiare delle mie. Fanno giornalismo, giornalismo d'inchiesta, in una terra dove non esiste un certo modo di fare cronaca e informazione. Alla presentazione del giornale due anni e mezzo fa, ricordo, non c'era neanche un rappresentante della stampa cosiddetta "ufficiale". Certo sono scomodi. Dicono quello che gli altri omettono. Smuovono le acque torbide e lo fanno con una professionalità che molti professionisti abbeveratisi ai sacri testi della deontologia spesso dimenticano.
Perché erano importanti quelle email? I ragazzi del Clandestino hanno inviato a tutti i loro amici, collaboratori, sostenitori, due link. Link ad articoli in cui si parla di loro. E io sono molto contento di poterli rilanciare. Ma non è solo per pubblicità, né perché qualche volta il mio nome è finito nella lista dei tanti e volenterosi collaboratori del mensile.
Il primo è di Libera Informazione, la testata di Libera, l'osservatorio sull'informazione per la legalità e contro le mafie. Un articolo su un incontro a Ovada, in provincia di Alessandria. C'erano pure i ragazzi del Clandestino e Nando dalla Chiesa li ha chiamati sul palco.
Io personalmente non ho da offrire chissà quale pubblicità, in confronto a Libera e Nando dalla Chiesa. Siccome però conosco l'avventura e l'impresa del Clandestino, devo aggiungere due parole. Per loro stessa ammissione, non tutti i ragazzi della redazione faranno i giornalisti da grandi. Ecco, questa è la lezione fondamentale. Fare informazione, indagare, svelare trame e misteri, raccontare un territorio con le sue ricchezze e le sue miserie quotidiane, è un dovere che va oltre una professione. Professione che tra l'altro io mi ostino a pensare prima di tutto come un mestiere. Professione, lavoro o mestiere che sia, quel che conta, comunque, è che, come dimostra un gruppetto di ventenni modicani, dire e raccontare sono verbi che possono essere coniugati anche se nella vita si vuole fare altro.
La vocazione, in fondo, non è il giornalismo, ma la verità.
lunedì 3 ottobre 2011
That's onore
Tra l'altro, con la scusa che la giungla è selvaggia, l'uomo si è spesso attribuito il diritto di distruggere la foresta.
Qui di seguito il testo di Bruno Saetta, esperto di Internet, diritto e libertà d'informazione. Una sorta di Faq per capire che ammazzando i blog muore anche qualcos'altro.
Cosa prevede il comma 29 del ddl di riforma delle intercettazioni, sinteticamente definito comma "ammazzablog"? Il comma 29 estende l'istituto della rettifica, previsto dalla legge sulla stampa, a tutti i «siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica», e quindi potenzialmente a tutta la rete, fermo restando la necessità di chiarire meglio cosa si deve intendere per "sito" in sede di attuazione.
Cosa è la rettifica? La rettifica è un istituto previsto per i giornali e la televisione, introdotto al fine di difendere i cittadini dallo strapotere di questi media e bilanciare le posizioni in gioco, in quanto nell'ipotesi di pubblicazione di immagini o di notizie in qualche modo ritenute dai cittadini lesive della loro dignità o contrarie a verità, questi potrebbero avere non poche difficoltà nell'ottenere la "correzione" di quelle notizie. La rettifica, quindi, obbliga i responsabili dei giornali a pubblicare gratuitamente le correzioni dei soggetti che si ritengono lesi.
Quali sono i termini per la pubblicazione della rettifica, e quali le conseguenze in caso di non pubblicazione? La norma prevede che la rettifica vada pubblicata entro due giorni dalla richiesta (non dalla ricezione), e la richiesta può essere inviata con qualsiasi mezzo, anche una semplice mail. La pubblicazione deve avvenire con «le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono», ma ad essa non possono essere aggiunti commenti. Nel caso di mancata pubblicazione nei termini scatta una sanzione fino a 12.500 euro. Il gestore del sito non può giustificare la mancata pubblicazione sostenendo di essere stato in vacanza o lontano dal blog per più di due giorni, non sono infatti previste esimenti per la mancata pubblicazione, al massimo si potrà impugnare la multa dinanzi ad un giudice dovendo però dimostrare la sussistenza di una situazione sopravvenuta non imputabile al gestore del sito.
Se io scrivo sul mio blog "Tizio è un ladro", sono soggetto a rettifica anche se ho documentato il fatto, ad esempio con una sentenza di condanna per furto? La rettifica prevista per i siti informatici è quella della legge sulla stampa, per la quale sono soggetti a rettifica tutte le informazioni, atti, pensieri e affermazioni ritenute dai soggetti citati nella notizia «lesivi della loro dignità o contrari a verità». Ciò vuol dire che il giudizio sulla assoggettabilità delle informazioni alla rettifica è esclusivamente demandato alla persona citata nella notizia, è quindi un criterio puramente soggettivo, ed è del tutto indifferente alla veridicità o meno della notizia pubblicata.
Posso chiedere la rettifica per notizie pubblicate da un sito che ritengo palesemente false? È possibile chiedere la rettifica solo per le notizie riguardanti la propria persona, non per fatti riguardanti altri.
Chi è il soggetto obbligato a pubblicare la rettifica? La rettifica nasce in relazione alla stampa o ai telegiornali, per i quali esiste sempre un direttore responsabile. Per i siti informatici non esiste una figura canonizzata di responsabile, per cui allo stato non è dato sapere chi sarà il soggetto obbligato alla rettifica. Si può ipotizzare che l'obbligo sia a carico del gestore del blog, o più probabilmente che debba stabilirsi caso per caso.
Sono soggetti a rettifica anche i commenti? Un commento non è tecnicamente un sito informatico, inoltre il commento è opera di un terzo rispetto all'estensore della notizia, per cui sorgerebbe anche il problema della possibilità di comunicare col commentatore. A meno di non voler assoggettare il gestore del sito a una responsabilità oggettiva relativamente a scritti altrui, probabilmente il commento (e contenuti similari) non dovrebbe essere soggetto a rettifica.
domenica 24 luglio 2011
Polizia, Gendarmerie e semi di zucca
Fino alla settimana prossima ad Avignone ci sarà il festival del teatro, una bellissima manifestazione che dura venti giorni e che dimostra che con la cultura si mangia, eccome. Sono stato lì due giorni con tre colleghi della "Walter Tobagi" di Milano (faccio un po' di pubblicità: Eleonora Brianzoli, Lorenzo Lamperti e Francesco Riccardi).Appena partiti da Milano abbiamo cominciato a ironizzare sulle peripezie che avrei potuto avere io con la mia faccia nordafricana all'ingresso in Francia. I tunisini li hanno già respinti nei mesi scorsi. E invece i problemi con le forze dell'ordine li abbiamo avuti in Italia.
Sulla Milano-Genova siamo stati fermati da una volante della polizia. Chiedono i documenti al conducente, normale. Ma poi un poliziotto mi chiede di scendere dall'auto e di mostrargli i documenti. Li prendo dalla borsa. Poi mi chiede di fargli vedere il contenuto della borsa. Ancora adesso abbiamo parecchi dubbi che potesse farlo ma, come sempre, ho deciso di stare al gioco. Tiro fuori tutto, dal portamonete al lettore mp3, ma una delle prime cose che gli ho fatto vedere è quel cartoncino azzurro che risponde al nome di tesserino dell'ordine dei giornalisti (da praticante). Tesserino che, per inciso, in tempi non sospetti ho definito come l'ennesimo documento con foto da mostrare alle forze dell'ordine.
Poi chiedono agli altri due di far vedere i documenti e giustificano il controllo perché avevano visto "un movimento sospetto in macchina". Oddio, e che cosa hanno visto? Sono convinto che abbiano scambiato il mio sgranocchiare semi di zucca per qualche oscura mossa da spacciatore/tossico. La conferma che ci hanno fermati perché hanno visto me e le mie fattezze così "a sud di Tunisi". Ma poi arriva la domanda incredibile: "Qualcuno di voi ha precedenti con la giustizia?". Come rispondere? Le alternative ragionevoli sarebbero state due: "No, ma perché, questo mi impedirebbe di andare in autostrada?" oppure la più cattiva "No, però sono stato in carcere". Mi sono accontentato della terza via: "No, anche perché altrimenti nessuno di noi potrebbe avere il tesserino dell'ordine dei giornalisti". Questa credo proprio non se l'aspettasse e infatti la risposta imbarazzata è stata "Non ho visto nessun tesserino". Dopo questa pantomima ci hanno fatti ripartire. E intanto le altre auto sfrecciavano a 170 km orari...
Dopo tutto questo, ci chiediamo: chissà cosa farà la Gendarmerie appena varchiamo il confine? Niente. In Francia i miei connotati maghrebini non hanno destato alcun sospetto. Forse perché avevo già finito i semi di zucca e le arachidi. O forse perché avevano altro da fare. Infatti, un paio di giorni dopo, appena rientrato in Italia, leggo una notizia carina che mi fa riflettere.
A Taormina (Taormine, in francese), quindi poco più a nord di Tunisi, i carabinieri hanno ingaggiato come collaboratore estivo un gendarme transalpino per dare assistenza linguistica ai turisti francofoni. Tre giorni fa una donna francese aveva denunciato ai carabinieri che non riusciva più a trovare il figlio di dieci anni e un suo amichetto. Li ha ritrovati l'adjuvant-chef Jean Gammino, ai quali i bambini si erano avvicinati avendone riconosciuto la divisa. Tutto è bene quel che finisce bene, anzi tout est bien, qui finit bien. La collaborazione tra le due Armi sarà ricambiata: alcuni carabinieri faranno servizio nelle località turistiche francesi di maggior richiamo per gli italiani.
Nel caso dovessi andare in Costa Azzurra, starò attento alla frutta secca che mi porterò dietro.
sabato 9 luglio 2011
La minaccia pro-messa
Fare il giornalista in certe zone dell'Italia non è per niente facile. La categoria non gode di tantissima stima nell'opinione pubblica (opinione comune?), però ci sono colleghi che fanno questo mestiere-lavoro-professione-chiamatelo come volete, con passione, dedizione, impegno e consapevolezza dei rischi che si possono correre. In Sicilia i giornalisti minacciati per le loro inchieste purtroppo non mancano. E non sono mancati i morti. Sembra scontato che le intimidazioni vengano soprattutto da quell'agglomerato che chiamiamo mafia. Ma non solo.
Gianfranco Criscenti è un collaboratore trapanese del Giornale di Sicilia e dell'Ansa, Giuseppe Pipitone scrive sui Quaderni de L'Ora, rivista erede del glorioso quotidiano palermitano. Criscenti ha ricevuto una lettera anonima in cui lui e Pipitone sono minacciati di morte. Quale filo scoperto hanno toccato? Quale merda hanno pestato (non nel senso portafortuna)? Insomma, a chi hanno dato fastidio? La lettera è chiara: i due devono «lasciare in pace monsignor Miccichè». Francesco Miccichè è il vescovo di Trapani. Nelle ultime settimane sono stati pubblicati articoli su un'inchiesta della magistratura trapanese su un ammanco di un milione di euro da parte di alcune fondazioni gestite dalla Curia. Il Vaticano era corso ai ripari, mandando in "ispezione" il vescovo di Mazara, monsignor Domenico Mogavero, ufficialmente "visitatore apostolico" nella vicina diocesi del capoluogo. Come se non bastasse, si è poi parlato di una lettera che Miccichè avrebbe mandato per raccomandare in Vaticano il faccendiere della P4, Luigi Bisignani. Tutto smentito dal vescovo, naturalmente. La lettera in realtà esiste, firmata e timbrata dallo stesso monsignore, che però l'ha denunciata come un falso.
Il messaggio di minacce a Criscenti e al giovane Pipitone allude anche a Giuseppe Lo Bianco, altro cronista siciliano che della vicenda si è occupato sul Fatto Quotidiano. Naturalmente ai tre arrivano attestati di stima e solidarietà da parte dei colleghi, dell'Ordine dei giornalisti e dell'Unione nazionale dei cronisti italiani. Il presidente dell'Ordine regionale, Vittorio Corradino, parla esplicitamente di «poteri affaristico-mafiosi» infastiditi dalle inchieste di una stampa libera e indipendente. In effetti dubito che la lettera fosse solo lo sfogo di una "pecorella smarrita" che ci tiene tanto al suo "pastore"...
Gianfranco Criscenti è un collaboratore trapanese del Giornale di Sicilia e dell'Ansa, Giuseppe Pipitone scrive sui Quaderni de L'Ora, rivista erede del glorioso quotidiano palermitano. Criscenti ha ricevuto una lettera anonima in cui lui e Pipitone sono minacciati di morte. Quale filo scoperto hanno toccato? Quale merda hanno pestato (non nel senso portafortuna)? Insomma, a chi hanno dato fastidio? La lettera è chiara: i due devono «lasciare in pace monsignor Miccichè». Francesco Miccichè è il vescovo di Trapani. Nelle ultime settimane sono stati pubblicati articoli su un'inchiesta della magistratura trapanese su un ammanco di un milione di euro da parte di alcune fondazioni gestite dalla Curia. Il Vaticano era corso ai ripari, mandando in "ispezione" il vescovo di Mazara, monsignor Domenico Mogavero, ufficialmente "visitatore apostolico" nella vicina diocesi del capoluogo. Come se non bastasse, si è poi parlato di una lettera che Miccichè avrebbe mandato per raccomandare in Vaticano il faccendiere della P4, Luigi Bisignani. Tutto smentito dal vescovo, naturalmente. La lettera in realtà esiste, firmata e timbrata dallo stesso monsignore, che però l'ha denunciata come un falso.
venerdì 10 giugno 2011
Insufficienza grave
Che questa storia sia una storiaccia di depistaggi, "deviazioni", coperture, connivenze, la corte palermitana pare riconoscerlo. I giudici hanno trasmesso gli atti al pm per procedere per falsa testimonianza contro alcune persone che hanno deposto nel processo: l'ex Sisde Bruno Contrada, l'avvocato Giuseppe Lupi e i giornalisti Pietro Zullino e Paolo Pietroni.
Di questo passo, sapere chi ha ucciso Mauro De Mauro, ma soprattutto perché, e chi c'è davvero dietro, rimarrà ancora un mistero irrisolto. L'ennesimo buco nero nella storia della Repubblica.
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