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sabato 17 gennaio 2015

Cuffaro non è Grasso

Urge subito un nuovo presidente della Repubblica.
Ma subito davvero. Mica per la fretta delle riforme, né per garantire la famigerata stabilità. Né tantomeno per un bisogno spasmodico di moniti quirinalizi. No. Vorrei che qualcuno vada a sedersi il prima possibile su quella bella poltrona sul Colle più alto di Roma, perché c'è da (pre)occuparsi subito di questioni molto spinose. Come alcune richieste di grazia, per esempio. La notizia di questi giorni è che ne sia arrivata una firmata Salvatore, detto Totò, Cuffaro. Anche se in realtà la richiesta sarebbe partita l'anno scorso dalla madre dell'ex presidente della Regione Siciliana ormai da quattro anni a Rebibbia per favoreggiamento alla mafia.
Gli restano in teoria tre anni di carcere – nella pratica tra meno di un anno uscirà per i benefici di legge – e ha già fallito la carta dell'affidamento ai servizi sociali (a ottobre 2013: la Cassazione disse di no). Ora la via della grazia, dalla quale però, affettuosamente e rispettosamente nei confronti della mamma, Totò si dissocia. «Disobbedisco», ha detto.
Sarebbe stato comunque interessante l'iter della grazia. La posizione di Totò, infatti, andrebbe infatti nuovamente al vaglio della procura generale di Palermo, il distretto giudiziario nel quale fu promulgata quella condanna, definitiva dal 22 gennaio 2011. Quindi passerebbe per le mani del procuratore Roberto Scarpinato. Tuttavia c'è un'altra indagine a carico di Cuffaro ancora in corso, quella per truffa aggravata e corruzione nel caso dei contratti stipulati tra la Regione e la banca giapponese Nomura. Si parla del 2003, l'accusa è di aver fatto "finanza creativa" con un danno erariale di 175 milioni per le casse siciliane.
Nonostante gli sconti per buona condotta (si dice che sia un detenuto modello), Cuffaro dovrebbe dunque restare a Rebibbia. Ma il problema vero è un altro, e qui si torna al punto iniziale, l'urgenza di un presidente. Perché io, onestamente, non me lo immaginerei il presidente reggente a esaminare la richiesta di Cuffaro. Il presidente reggente, vale a dire Pietro Grasso, lo stesso Pietro Grasso, non un omonimo, che lo fece condannare per favoreggiamento aggravato. Poi si parla di conflitto d'interessi... E se salisse proprio lui al Quirinale? Cosa potrebbe dire Totò? Ma mi faccia il piacere!

domenica 28 dicembre 2014

Il quirinabile

Flashback #1
Il 18 aprile 2013, il presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, svela il mistero: è stato lui a votare l'unica scheda con il nome di Pietro Grasso, presidente del Senato, per il Quirinale. «Una persona che può rompere gli schemi, un nome di ampie convergenze nella società civile», diceva Crocetta. Il resto è storia. Ma ora che Napolitano dovrebbe lasciare definitivamente, nella partita del toto-nomi quello di Grasso, seconda carica dello Stato, non è affatto fuori dai giochi.
I bookmakers inglesi non lo danno tra i più quotati, ma lui c'è. Il metodo pure. Grasso ha commesso diversi errori a Palazzo Madama, ma il pregio, paradossalmente, è stato quello di aver scontentato quasi tutti. Ha pagato la scarsa esperienza politica, certo. Ma la decina di voti che prese dai senatori del Movimento 5 Stelle, indignati all'idea di non poter bloccare la scalata di Schifani per i veti via blog, dimostra che potrebbe far breccia anche fuori dalla maggioranza. Una soluzione di garanzia, si direbbe. Lo so, ai grillini duri e puri, ai travagliani, ai movimentisti dell'antimafia, Grasso non piace troppo. Solita questione di potere e di diverse idee su come si debbano fare magistratura e lotta alla criminalità. Intanto però, lui, che ha fatto pure il maxiprocesso, annovera tra i successi suoi (e dell'antimafia) la condanna di Cuffaro. Ottenuta con realismo e senza troppi voli pindarici. Con meno clamore di un concorso esterno, ma con la maggiore concretezza di un favoreggiamento. Anche questo è metodo. Oltre al fatto, tutt'altro che secondario, che lui la magistratura l'ha lasciata definitivamente per dedicarsi alla politica. Una scelta al di là delle aspettative.
Flashback #2
Un presidente della Repubblica deve essere anche popolare, cosa che in verità Napolitano è stato pochissimo, così preso tra la sua aristocrazia politica e la seriosità del ruolo di "produttore di moniti". Una quarantina di anni fa Grasso giocò invece a calcio, nella palermitana Bacigalupo, "creatura" nientemeno che di Marcello Dell'Utri. Squadra allenata anche da Zeman (che guarda caso, prima di incantare Foggia, avrebbe cominciato negli anni '80 la scalata italiana con tre belle stagioni nell'agrigentina Licata, paese natale di Grasso). Pietro giocava da mediano.
Oggi si scatena sui social network. Dalla ricerca TweetPolitics risulta il primo politico non leader di partito per il ritmo di crescita dei suoi followers. Su Twitter tifa Palermo, parla di temi sociali, ricorda il fascino che emanava Virna Lisi, pubblica foto, polemizza con i senatori 5 Stelle. Lui, ex procuratore, quindi uomo d'attacco per professione, con i suoi critici più severi gioca sempre di difesa, in contropiede e passa al contrattacco, da buon mediano di spinta, appunto. Dando del "tu" ai vari Morra, Bottici, Lezzi. Alcune sue uscite naïf in Aula lo rendono persino simpatico.
Il primo giorno della legislatura presentò la sua proposta di legge anticorruzione. Il secondo è stato eletto presidente del Senato. A capodanno compirà 70 anni. Portati comunque bene. Grasso è la dimostrazione di cosa potrebbe fare Zeman se curasse meglio la fase difensiva.

sabato 16 agosto 2014

Radicali (poco) liberi

Non c'è più religione. Totò Cuffaro ha preso la tessera del Partito Radicale. Lo ha fatto sapere Marco Pannella. Come sempre a ferragosto, una delegazione di radicali, Pannella e la segretaria Rita Bernardini in testa, ha fatto visita a un carcere, nello specifico a Rebibbia, Roma, dove appunto si trova l'ex presidente della Regione Sicilia. Amnistia, condizioni disumane dei detenuti, diritti negati: i temi della visita sono i soliti, e giustissimi. La novità del 2014 è appunto il coup de théâtre dell'uomo che sta ai radicali come Pannella sta alla recita del rosario. E invece Cuffaro si è iscritto da poco al Partito Radicale. Un democristiano nella forza libertaria, laica e antiproibizionista. L'uomo dei cannoli con quello dei cannoni. Perlomeno è curioso.
Ma quel che è più curioso è che non si tratta di un caso isolato. Infatti lo stesso Pannella ha tenuto a precisare che «sono così almeno tre i presidenti della Regione Sicilia indagati ad essere stati iscritti al Partito Radicale con la doppia tessera». "Indagati", esatto. Il punto non è solo che il radiologo di Raffadali, candidato allo Strega e futuro dottore in Giurisprudenza, sia in carcere da condannato in via definitiva (7 anni) per favoreggiamento alla mafia, quanto piuttosto che già prima di lui altri due ex presidenti della Regione abbiano aderito ai Radicali. Da indagati.
Per essere più precisi, i due predecessori sono stati Mario D'Acquisto e Rosario "Rino" Nicolosi, nomi di spicco della Dc siciliana dei tempi che furono. D'Acquisto, presidente della Regione dal 1980 all'82, prese la tessera almeno dal 1993 in poi. Nel processo per la presunta Tangentopoli siciliana sarebbe stato assolto. Nicolosi ha governato invece per ben sei anni, dal 1985 al 1991, e si iscrisse al partito di Pannella anche lui nel 1993, post Tangentopoli. Negli anni Ottanta era stato indagato per associazione mafiosa. Disse che prendeva la tessera radicale per tre motivi: il valore transnazionale del partito, una provocazione politica, il sostegno a una forza senza la quale si sarebbe impoverito il dibattito pubblico.
I Radicali sono il partito della "doppia tessera", come rivendicano loro stessi. E infatti tre pezzi da novanta della politica democristiana siciliana hanno potuto iscriversi tranquillamente anche al "partito della rosa" (ma non credo che Cuffaro attualmente abbia più in mano altre tessere di partito). Si può fare, dunque. Si può, soprattutto in nome del garantismo tanto caro ai radicali. Pazienza se su altre questioni la diccì sicula e i libertari-libertini sono come il diavolo con l'acquasanta. Cioè viceversa.

martedì 9 aprile 2013

Totò, Antonino e il null'Aosta

Una volta gli ho stretto la mano. Però, contravvenendo alla tradizionale fama che lo precede, nessun bacio. Alcuni anni fa Totò Cuffaro, ancora potente presidente della Regione Sicilia, venne a Modica per l'inaugurazione della mostra personale di una sua amica pittrice. Mi trovavo anche io lì e dunque lo incontrai. Io che non l'avevo votato e mai l'avrei votato, anzi avrei fatto qualche tempo dopo anche campagna elettorale contro. Ho ripensato spesso a quell'incontro e mi è venuto in mente in questi giorni, quando ho scoperto che il libro scritto da Cuffaro in carcere è tra i 26 ammessi alla LXVII edizione del Premio Strega (presentato dagli "Amici della domenica" Gianpiero Gamaleri e Marco Staderini).
Ci ho pensato perché da un po' mi era presa la curiosità di leggere le sue memorie dal carcere, dove si trova per favoreggiamento alla mafia. Potrei anche decidere di fare questo passo strano ed effettuare il secondo incontro della mia vita con Cuffaro, anche se indiretto e mediato dalla carta di un libro. Anche se la copertina del suo Il candore delle cornacchie è oggettivamente brutta e mi inibisce la prefazione di monsignor Rino Fisichella – quello delle "bestemmie da contestualizzare" di Berlusconi.
[Aggiornamento del 16 aprile 2013. Cuffaro è fuori dalla lista dei 12 finalisti dello Strega. Tra i favoriti c'è Aldo Busi]
C'è un altro libro che devo ancora leggere e mi fa pensare a Cuffaro. Ce l'ho sul comodino, in attesa del suo turno, ed è Antonio Ingroia. Io so, il libro di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza che raccoglie il racconto del pm-leader politico-giornalista pubblicista palermitano sulla trattativa Stato-mafia e sul ventennio berlusconiano. Mafia, politica, libri. Punti di vista diversissimi (si può dire opposti?) da quelli di Cuffaro. Se mi viene in mente un improbabile confronto tra i due libri è soprattutto perché penso che la condanna di Cuffaro è il grande successo dell'acerrimo nemico di Ingroia, quel Pietro Grasso che da procuratore nazionale antimafia preferì l'imputazione per favoreggiamento al più complesso e indefinito concorso esterno e che adesso da neo-presidente del Senato si è ritrovato sotto il fuoco delle accuse di chi invece sta dalla parte di Ingroia e di una diversa gestione delle inchieste su mafia e politica. Intanto Cuffaro è in carcere, molti degli accusati di concorso da Ingroia no. Ma inutile andare oltre, mica ho la pretesa di competere con Travaglio sul piano dialettico e documentale. E Grasso non mi ha chiesto di difenderlo.
Tutto questo per riflettere sulla politica, sulla mafia e sull'antimafia, sulla saggistica, sul fatto che in fondo una seconda opportunità non la si nega a nessuno. Totò Vasa Vasa, dietro le sbarre di Rebibbia, si è rimesso a studiare e ora scrive il suo libro di memorie.
Ingroia diventa famoso anche in politica, ma la sua Rivoluzione Civile non ha superato lo sbarramento della satira di Maurizio Crozza.

mercoledì 18 luglio 2012

Caro Paolo ti scrivo...

Ciao Paolo,

anche se non ci conosciamo personalmente, spero non sia un problema se ti do del tu. "Dottor Borsellino" mi suona un po' troppo distaccato.
Hai visto cosa sta succedendo? Io non so se vent'anni fa la parola "default" fosse così tanto utilizzata, ma di fallimento si parlava eccome. E dire che tu, Giovanni Falcone e tutti gli altri l'avevate detto: con le collusioni e il clientelismo, la nostra Sicilia non ha speranze di crescita e sviluppo. Voi lo dicevate in un contesto particolare, quello della magistratura, dei processi, del diritto. Ma in fondo il messaggio rimane quello: la Sicilia soffoca sotto l'oppressione della mafia e delle degenerazioni della vita politica e sociale.
Quando voi parlavate di queste cose, magari eravate marchiati con l'etichetta di "professionisti dell'antimafia". Invece ora siamo in mano ai dilettanti o a ben altro tipo di professionisti... Sono passati vent'anni e la situazione è peggiorata, la Sicilia è sull'orlo del fallimento. E non ci sono più "professionisti" come te e Giovanni. Tutto cambia per non cambiare niente, oppure non cambia nulla per far cambiare tutto. Insomma, lo sai meglio di tanti altri com'è fatta la Sicilia.
Vent'anni dopo siamo ancora qui, a chiederci cos'è successo in via D'Amelio, o meglio perché, o meglio ancora chi. Il tempo è passato ma i nomi son rimasti sempre gli stessi. C'è chi ha fatto carriera e chi semplicemente ha continuato a vivere. Alla seconda categoria appartiene la tua famiglia. Ad Agnese, tua moglie, attribuiscono una demenza senile, perché soltanto adesso dice di ricordarsi di certi dettagli di allora. Il garantismo della memoria, evidentemente, vale solo per il senatore Mancino. Tua sorella Rita un po' di carriera, a dire il vero, l'ha fatta: è stata una speranza effimera, ma si sa che in democrazia ha ragione la maggioranza. E alla maggioranza dei siciliani andava bene Cuffaro. Questa è storia, non un'opinione. Ora è a Strasburgo, Rita, nel limbo dove non si dà fastidio. Salvatore è il tuo fratello battagliero. L'hai visto in giro con le sue agende rosse, cioè le tue? A lui e a Rita, pensa un po', rimproverano di utilizzare il tuo cognome per la propria visibilità. La loro colpa, sai, è di essere di sinistra. Tu sei di destra, continuano a ripetere. Pensavo che foste semplicemente una famiglia antimafia, non una campagna elettorale.
Poi ci sono i tuoi figli. Lucia è una bravissima dirigente regionale della sanità. Manfredi è commissario di polizia. Fiammetta, che vent'anni fa era in Thailandia, è rimasta un po' defilata e infatti ricorda che "spesso le commemorazioni si tramutano in passerelle". Passerelle per gli ipocriti che forse neanche ti sopportavano. E invece alla tua famiglia si rimprovera addirittura la voglia di conoscere la verità. Solo a loro, pensaci, viene richiesto un rigoroso rispetto delle istituzioni.
Poi c'è la politica, ci sono i commentatori, gli opinionisti, i venditori di verità assortite e di dubbi perentori. C'è una magistratura delegittimata dalla politica e a volte da se stessa. A molti la carriera e la visibilità non dispiacciono affatto.
E infine ci sono io – e tutti gli altri come me. Gli anonimi, "dilettanti", eravamo bambini vent'anni fa e siamo cresciuti. Forse un po' in fretta, in un certo senso. E dopo due decenni ci fermiamo ancora a riflettere su quel giorno, a pensare a quell'estate troppo calda. Penso anche a chi era troppo piccolo o non c'era ancora, e magari ti ha conosciuto nel volto e nei baffi di qualche attore che ti ha portato sullo schermo.
Il vero "default", il vero fallimento della Sicilia, è questa lunga agonia. Che forse finirà, come diceva Giovanni, perché tutte le cose umane finiscono. Ma tu, Giovanni e i veri Eroi non finirete mai. Altrimenti per quei bambini "dilettanti" sarà davvero difficile crescere.

lunedì 19 dicembre 2011

Totò non fa ridere

Io le facce dei carcerati le conosco. Ho visto gli occhi di chi ha commesso anche crimini orribili. Non giudico, non posso farlo, non è il mio mestiere. Giusto per chiarire, non ho avuto problemi a dire "hai sbagliato" (edulcoro la frase, ndr) in faccia anche a chi ha ammazzato un parente. Però mi sono sempre sforzato, quando lavoravo in carcere a Modica, di non avere pregiudizi e pensare che tutti lì dentro hanno una personalità – e una dignità – oltre i delitti, i reati o semplicemente gli errori che hanno commesso. Errori, sì, in alcuni casi erano solo errori. Un modo molto diffuso per non ammettere errori più o meno gravi si chiama "fatalità": la scusa buona per tutte le occasioni. "Non è colpa mia", "è capitato", eccetera eccetera.
Tutta questa premessa per parlare di Totò Cuffaro. Ripeto, anche se in versione ridotta, ho conosciuto la realtà del carcere. Ho visto quelle facce. Quando stamattina ho visto su La Stampa le foto di alcuni detenuti di Rebibbia in attesa del saluto e della solidarietà di papa Benedetto XVI in visita al carcere romano, non posso negare la strana reazione appena ho riconosciuto in un volto smagrito con gli occhiali il viso di un uomo che ha segnato per molti anni anche la mia vita. Non ci avevo pensato, ma Totò Cuffaro è recluso proprio a Rebibbia. E dunque eccolo lì, in mezzo agli altri detenuti dietro una transenna. Alcuni sorridono, lui no.
Volto smagrito, molti chili in meno rispetto all'uomo che festeggiava a cannoli una condanna per favoreggiamento. A quasi un anno dalla conferma in Cassazione dei 7 anni di carcere, Totò è cambiato. Soprattutto è la sua reazione, non tanto la trasformazione fisica, a stupire. Ammetto che, da elettore siciliano di sinistra e antimafia, Vasa Vasa l'ho spesso identificato come l'avversario per eccellenza, per non dire altro. Dopo l'arroganza dei festeggiamenti per un favoreggiamento semplice e non per mafia, non si aspettava nessuno che l'ex presidente della Regione Siciliana ed ex senatore Udc accettasse la condanna in Cassazione con quello che persino Rita Borsellino ha definito "atteggiamento serio e dignitoso". Sulla Stampa ne parlava stamattina Francesco La Licata, sottolineando proprio quello che in realtà solo in Italia sembra strano e inusuale. Un politico che accetta serenamente una condanna.
«Non è più il faccione rubicondo di un tempo, di quando – forte delle centinaia di migliaia di voti dei siciliani – distribuiva abbracci e baci e frequentava ora Palazzo dei Normanni (sede del primo Parlamento europeo ed oggi della presidenza della Regione Sicilia), ora le austere sale di Palazzo Madama. I capelli grigi tradiscono lo stress per la perdita del potere e così pure il viso smagrito, che Totò Cuffaro giustifica non con il rimpianto per le "leggerezze" riconosciute, ma piuttosto per la "vita sana" che conduce in carcere. [...]
Eppure fa un certo effetto scorgere Totò vasa-vasa tra la folla di detenuti in attesa di poter cogliere uno sguardo, una parola di conforto dal Papa venuto a lenire le loro sofferenze. Cuffaro ha già incassato i commenti sorpresi di tanti osservatori, addirittura sbalorditi per la scelta di un politico che ha dignitosamente accettato una sentenza, senza gridare al complotto o alla dittatura dei giudici. Un gesto normale, si potrebbe dire, se non venissimo da una lunga notte di confusione lungo la quale si è smarrito l'orientamento, la strada dei diritti e dei doveri. Ma quella faccia che fa capolino tra il carcere e il Papa trasmette qualcosa in più. Si è tentati di considerarla la foto che prova l’avvenuto allontanamento dalla stagione della logica capovolta e dell’arroganza del potere.
Un politico di successo che subisce lo stesso destino di un comune cittadino – dopo aver, anche parzialmente, preso atto dei propri errori e accettato le sanzioni – fa ancora "scandalo", ma, nello stesso tempo, trasmette la rassicurante sensazione che forse è possibile ripristinare il normale corso dei corretti rapporti tra governati e governanti. Anche magari rinunciando a qualche "frizzante" eccesso per una più sobria normalità»
Così scrive La Licata. Condivisibile. Ma, in fondo, da giornalista, mi faccio una domanda: dove sta la notizia? Cuffaro, come ogni altro detenuto e da buon cattolico, era lì ad aspettare il Papa. E in carcere c'è finito non per sbaglio, non per caso. Solo che a differenza di molti altri "colleghi" (politici e/o detenuti) ha accettato la situazione. Tutto qui.
Aggiungo comunque una cosa, e mi permetto di correggerne un'altra. Aggiungo che il radiologo Totò Cuffaro sta studiando giurisprudenza in carcere e qualche tempo fa ha raccontato di un esame di diritto costituzionale andato particolarmente bene. Il professore non l'avrebbe riconosciuto (magro com'è...) e si è complimentato per la bella prova. Cuffaro commentò di aver maturato una certa esperienza per tutte le volte che aveva sollevato conflitti di attribuzione tra Stato e regione.
Correggo invece un'imprecisione, che non c'entra comunque con la sostanza: Palazzo dei Normanni è sede dell'Ars, non della presidenza della Regione. Quella è invece a Palazzo d'Orleans. In ogni caso, lontana da Rebibbia.
E lontani sono i tempi in cui Cuffaro incontrava il papa in ben altra (e Santa) sede.

mercoledì 13 luglio 2011

SPQR: Sarà Preoccupato Questo Romano?

Domanda logora, abusata, quasi banale, per qualcuno addirittura ideologica: che aspetta un ministro indagato a dimettersi? Non stiamo a fare paragoni con Paesi dove ci si dimette per vicende che in Italia farebbero sorridere anche un'educanda. In Italia persino i reati di mafia non sono ritenuti così gravi da comportare un gesto di buonsenso (e di vergogna, in realtà). Ma scusatemi, ho sbagliato domanda. Il ministro non è indagato, ora è rinviato a giudizio, imputato formalmente. Che è peggio. Ed è imputato per concorso in associazione mafiosa, quel reato previsto dal famoso art. 416-bis "di" Pio La Torre. Un ministro che andrà a processo per mafia. Il ministro è Saverio Romano, il titolare dell'Agricoltura, il responsabile Francesco Saverio Romano, il leader di quel Pid che ha portato in dote alla maggioranza il sostegno di qualche ex Udc un po' nostalgico degli anni di governo.
Quattro giorni fa il Gip di Palermo ha rigettato la richiesta di archiviazione presentata inizialmente dalla Procura, imponendo ai magistrati inquirenti il rinvio a giudizio - e dunque l'imputazione. Così il pm Nino Di Matteo e il sostituto Ignazio De Francisci hanno depositato l'atto con la richiesta. I condizionali in questo sono sempre d'obbligo, ma ecco cosa scrivono i giudici nella richiesta di rinvio: «Nella sua veste di esponente politico di spicco, prima della Dc e poi del Ccd e Cdu e, dopo il 13 maggio 2001, di parlamentare nazionale, Romano avrebbe consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno e al rafforzamento dell'associazione mafiosa, intrattenendo, anche alla fine dell'acquisizione del sostegno elettorale, rapporti diretti o mediati con numerosi esponenti di spicco dell'organizzazione tra i quali Angelo Siino, Giuseppe Guttadauro, Domenico Miceli, Antonino Mandalà e Francesco Campanella».
Per chi non avesse conoscenza delle vicende e della storia della mafia, Siino è stato noto, almeno fino agli anni Novanta, come "il ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra". Guttadauro e Miceli sono nomi di una certa notorietà negli ultimi anni: il mafioso-chirurgo Guttadauro seppe delle cimici in casa sua da Miceli, assessore alla sanità a Palermo, che a sua volta l'aveva saputo da Totò Cuffaro. E infatti c'entra pure l'ex presidente della Regione, insieme al quale Romano avrebbe accolto la richiesta del capomafia Nino Mandalà di Villabate, che voleva Giuseppe Acanto tra i candidati del Biancofiore (lista che riuniva Ccd e Cdu) per le regionali del 2001.
Il ministro naturalmente è "addolorato e sconcertato". Però poteva immaginarselo, no? Già all'epoca della sua nomina il Quirinale aveva espresso forti riserve, proprio a causa dell'indagine palermitana. Eppure domenica così scriveva sul suo sito: «La mia vicenda è un paradosso del nostro sistema giudiziario e la tratto come se non mi appartenesse, come in effetti nella sostanza non mi appartiene. Andiamo avanti senza tentennamenti. Ogni cosa andrà al suo posto». Al suo posto e senza tentennamenti: dove, signor ministro, a Palazzo Chigi o in tribunale?

Aggiornamento del 28 settembre 2011. Il ministro Romano ha superato indenne una mozione di sfiducia individuale presentata dall'opposizione alla Camera. In questo post ho inserito alcuni punti interrogativi: rileggendoli, non sarà difficile trovare le risposte. Scontate già prima di questo pomeriggio. Ah, tra l'altro ha attaccato la disinformazione che c'è stata sulla vicenda. E dire che non ho il piacere di annoverarlo tra i miei lettori.

Aggiornamento del 21 dicembre 2011. Sgretolato il centrodestra e caduto con le dimissioni di Berlusconi il governo di cui faceva parte, Romano è tornato un "semplice" deputato. Forse è caduta pure la copertura che lo stare tra i banchi dell'esecutivo gli garantiva: un mesetto dopo il ritorno nella sparuta truppa parlamentare del Pid, Romano ha dovuto sorbirsi pure un voto sfavorevole a Montecitorio. Infatti l'aula ha approvato la proposta della Giunta della Camera di dare l'autorizzazione a utilizzare le intercettazioni nei confronti dell'ex ministro. I sì sono stati 286, i no 260, 4 gli astenuti. Molti gli assenti, soprattutto tra le fila degli (ex?) alleati di Romano.

Aggiornamento del 17 luglio 2012. "La toga è pulita". Romano, che oltre a essere parlamentare è pure avvocato, ha detto praticamente questo in tribunale, tra le lacrime, prima di essere assolto. Dopo un anno, cade l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. L'ex ministro ha reso questa dichiarazione spontanea prima della camera di consiglio: "Signor giudice, non ho mai tradito la legge dello Stato italiano, men che meno sostenendo quella forza criminale che più di tutti rappresenta l'antistato. Ho una toga che è pulita e spero di poterla consegnare a mio figlio al più presto. Soprattutto, in questi venti anni, ho sempre osservato le leggi e più volte giurato sulla Costituzione. Signor giudice, io amo questo Paese". Comprensibile la sua commozione. Se è stato assolto, buon per lui e - si spera - per la verità giudiziaria. Chiedo solo a Romano una cosa: la toga passerà al figlio per diritto dinastico?

lunedì 11 aprile 2011

Cosa Sua

Tanto ha detto, tanto ha fatto, che alla fine l'hanno "accontentato". Raffaele Lombardo chiedeva di sapere ufficialmente se fosse indagato o meno per concorso esterno in associazione mafiosa, ora la procura di Catania gli ha notificato l'iscrizione nel registro. Insieme al fratello Angelo, parlamentare nazionale Mpa. In tutto gli indagati sono 56, compresi altri politici e amministratori di centrodestra: Udc, Pid (i centristi convertiti sulla strada di Arcore), Pdl Sicilia (la vecchia sigla degli uomini di Micciché). Le accuse sono quelle "classiche": voto di scambio, appalti, concessioni. Le cosche dei Santapaola avrebbero cercato voti per i Lombardo e per i partiti della loro coalizione, in cambio di garanzie nel controllo degli appalti e dei servizi pubblici. Il governatore sembra comunque sereno, anzi conferma la paradossale soddisfazione di leggere il suo nome nell'inchiesta: «Finalmente il deposito degli atti! Potrò così dare puntualmente conto di ogni mio comportamento e dimostrare la mia assoluta estraneità». Finisce così, secondo don Raffaè, lo stillicidio di indiscrezioni non confermate e di fughe strumentali di notizie. Avrà le sue ragioni per sentirsi tranquillo.
Ma qualcuno forse potrebbe cominciare a perderci il sonno. E non parlo solo degli indagati, a quelli ci pensano gli avvocati. Penso alle conseguenze politiche. Ora che Lombardo è ufficialmente indagato per il reato introdotto nel codice penale dalla buonanima di Pio La Torre (art. 416-bis), ora che il successore di Cuffaro frequenterà caserme e tribunali, ora che il Pdl ha finalmente un pretesto per attaccarlo con ragione (però Totò Vasa Vasa è vittima perseguitata, eh...), ora cosa farà e dirà il Pd? La giunta regionale è ancora lì, con tanto di magistrati (Russo, Chinnici) e prefetti (Giosuè Marino), ma il centrosinistra-stampella-della-maggioranza qualche domanda dovrà farsela. Il partito è spaccato tra chi, come il segretario Giuseppe Lupo, prende tempo e aspetta di vedere come si evolverà la situazione giudiziaria, chi sottolinea che il Pd romperà solo in caso di processo, chi invece, come l'ala "radicale" (pensa un po') di Enzo Bianco, chiede una seria riflessione sull'alleanza. Anche dalle parti dei futuristi la reazione è garantista: Fabio Granata, solitamente fustigatore, difende Lombardo e la sua giunta, dove spiccano nomi di provata onestà e specchiata moralità antimafia.
Per una volta, però, non sentiremo parlare di toghe rosse.

sabato 12 marzo 2011

Raschiare il fondo del barile

Il sito de la Repubblica ha lanciato da due mesi un'iniziativa interessante. I lettori possono scegliere un argomento, tra cinque proposti, su cui i giornalisti della testata poi faranno un reportage. Tutte inchieste su temi ambientali. Uno degli argomenti mi interessa più di altri, da anni e non solo per i suoi recenti sviluppi: le trivellazioni petrolifere in Sicilia. Non sono della schiera del 'no' a tutti i costi, ma su questo tema ho alcuni motivi che mi spingono a essere contrario. Andiamo con ordine, partendo dall'oggi (o dal domani) per tornare indietro di qualche anno.
L'ultima questione in ordine di tempo è l'esplorazione (tecnicamente prospezione) dell'inglese Northern Petroleum dei fondali al largo di Pantelleria, ripresa sei mesi dopo il blocco decretato dalla provincia di Trapani. Le autorizzazioni alla trivellazione in Sicilia sono un centinaio, tra richieste e già concesse, limitandoci a quelle off-shore, cioè in mare. Al largo di coste vicine a centri turistici, aree marine protette e in alcuni casi zone sismiche.
Il caso di Pantelleria è stato preceduto negli ultimi anni da casi analoghi che però interessavano anche la terraferma. La Sicilia non ha mai avuto una vera strategia industriale e la presenza di risorse energetiche sul territorio non è cosa da poco. D'altra parte, le polemiche ambientaliste sono ultimamente rivolte anche all'installazione di impianti eolici e fotovoltaici. Il caso di trivellazione più controverso che ricordo e mi ha coinvolto è quello del Val di Noto. Casa mia, praticamente.
Dal 2000 la multinazionale texana Panther Oil ha avviato contatti con le amministrazioni siciliane per ottenere l'autorizzazione a piantare pozzi nelle campagne non lontane dai siti che l'Unesco ha dichiarato Patrimonio dell'Umanità nel 2002. La Regione ha concesso i permessi nel 2004, ma l'anno dopo scoppia la polemica e il governo blocca le concessioni. Tra il 2005 e il 2007 il Tar accoglie però due ricorsi della Panther, che intanto ad agosto 2007, dopo una polemica ambientalista e politica (a giugno Andrea Camilleri aveva lanciato un appello ancora su Repubblica: 30mila firme raccolte contro le trivelle) dichiara di rinunciare a cercare il petrolio. Nel 2008 invece il Tar cambia idea e blocca i petrolieri texani; due anni dopo è il Consiglio di Giustizia Amministrativa (Cga) a riconsentire la ripresa delle perforazioni.
Quando scoppiò la polemica del 2007, io non ero neanche a Modica, uno dei gioielli barocchi nei siti Unesco, però seguii la vicenda e mi feci una mia idea. La concessione era stata rilasciata dalla giunta Cuffaro (Udc), ma contrastata dall'allora assessore An ai Beni culturali e poi al Turismo, Fabio Granata. Sì, il pasionario futurista. Partita la protesta, poi si sono accodati un po' tutti, per convenienza politica. L'allora sindaco di Modica, Piero Torchi (Udc), si appropria della battaglia, come succederà pure nel caso delle proteste contro la privatizzazione dell'acqua. Eppure da sindaco, la gestione del ciclo dei rifiuti, il piano regolatore, le concessioni edilizie, beh, non sembrava averle seguite proprio con piglio ambientalista. Ma oltre a lui anche il presidente della provincia di Ragusa, Franco Antoci, altro Udc, si schiera dalla parte della protesta. E l'oggi ex deputato Peppe Drago (indovinato: Udc!) si era reso disponibile a portare la questione a Roma. Insomma, un balletto di responsabilità, di distinguo e di strumentalizzazioni.
Ora, le trivelle della Panther non sarebbero state installate sul sagrato delle chiese barocche del Val di Noto; a Ragusa ancora fino a qualche mese fa c'erano pozzi petroliferi sicuramente più invasivi e tecnologicamente arretrati di quelli texani. Però l'impatto ambientale sarebbe stato ugualmente forte. L'accordo prevedeva la suddivisione delle royalties dell'estrazione tra Regione (un terzo) e Comuni interessati (due terzi), più un contributo della multinazionale per la realizzazione di opere ambientali e infrastrutturali.
Non è sbagliato pensare a uno sviluppo industriale della Sicilia, né si può pensare che bastino agricoltura e turismo, però preferirei non vedere il meraviglioso paesaggio siciliano (ibleo in particolare) sventrato senza ritegno e criterio in nome del dio denaro e della corsa all'oro - nero.
Non so se i lettori di Repubblica.it sceglieranno il tema del petrolio siciliano. Non avrò mai le competenze dei colleghi (sic) Antonio Cianciullo e Valerio Gualerzi che si occupano delle inchieste, ma la mia almeno l'ho detta. E vabbè, non mi faccio mancare neanche la chiusa populista: meno trivelle, più scavi archeologici.

venerdì 28 gennaio 2011

Il disordine dei giornalisti

Otto siciliani e un campano (Giancarlo Siani, a colori)
Otto. Otto su undici. Undici sono i giornalisti uccisi in Italia dalle mafie e dal terrorismo negli ultimi cinquant'anni. Otto sono quelli uccisi dalla mafia siciliana. Otto siciliani. L'ultimo in ordine di tempo è Beppe Alfano, assassinato diciotto anni fa. Ma molti sono ancora minacciati, come Lirio Abbate e Pino Maniaci. Insomma, fare informazione e giornalismo in Sicilia non è facile.
In realtà vorrei parlare d'altro, infondere un pizzico di ottimismo e dare qualche buona notizia. A chi e su chi di mestiere fa notizia. Le opportunità di lavoro per i giornalisti in Sicilia ci sono, eccome. Mica sono tutti bersagliati dalla mafia.
Ha fatto storia l'assunzione per chiamata diretta e sine titulo di 23 (ventitrè) caporedattori all'ufficio stampa della Regione Siciliana nel 2006. Abile mossa pre-elettorale di Totò Cuffaro. Cioè, furono assunti ventitrè giornalisti e tutti venivano pagati con 3.800 € al mese, tutti caporedattori. Comunque Cuffaro è stato prosciolto nel settembre 2010 dall'accusa di concorso in abuso d'ufficio per quelle assunzioni. Assolto perché il fatto - in quel caso... - non sussiste.
Ma le opportunità di lavoro per i giornalisti siciliani si erano già allargate negli scorsi anni addirittura per legge. La legge nazionale 150/2000 prevede l'istituzione obbligatoria di uffici stampa negli Enti locali. Un provvedimento regionale del 2002 e soprattutto un protocollo d'intesa del 2005 tra l'Anci Sicilia e l'Assostampa ne hanno imposto la creazione per le Province e per i Comuni con più di diecimila abitanti. L'assessorato per le Autonomie locali e la Funzione pubblica, guidato da Caterina Chinnici, ha avviato un monitoraggio per sapere a che punto è la situazione. Sui 117 obbligati per legge, sono solo 40 gli Enti che hanno istituito gli uffici stampa pubblici. In realtà il risultato è provvisorio, perché ancora non hanno risposto tutte le amministrazioni interessate. L'assessore Chinnici ricorda che occorrono "correttezza e trasparenza" per dare visibilità all'azione della pubblica amministrazione. Però la normativa non è applicata in maniera uniforme, anche "grazie" alla Corte Costituzionale che nel 2007 ha dichiarato illegittime alcune norme sui profili contrattuali e giuridici dei giornalisti degli uffici stampa. Insomma, la legge andrebbe rivista.
Ma il deficit di comunicazione istituzionale non è solo giornalistico. Su 390 Comuni siciliani, 23 (numero maledetto...) non hanno ancora attivato né istituito gli Urp, gli uffici per le relazioni con il pubblico. A diciassette anni dalla legge che ne prevedeva la creazione. Per gli enti inadempienti sono già pronti i commissari ad acta.
Occhio alla penna.

martedì 25 gennaio 2011

Angelini e demoni

Cuffaro è in carcere e tutti si chiedono cosa potrà succedere adesso. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano avverte i siciliani. Dopo l'arresto di Cuffaro «ci accorgeremo cosa cambierà in Sicilia alle prossime elezioni». Minaccia o promessa? Il problema non è più neanche politico, ma quasi antropologico: «La maggioranza dei siciliani resta di centrodestra e stanno (sta, ndr) subendo una violenza politica di un governatore che ha portato la sinistra, sempre sconfitta alle elezioni, al governo». Ah ecco, si riferisce a Lombardo. Non è chiaro se parli da ministro o stia studiando da futuro leader del centrodestra. Intanto garantisce che «alle prossime elezioni i cittadini (siciliani) si faranno sentire». Chi ha orecchie per intendere...

domenica 23 gennaio 2011

Totòmafia 2011

Salvatore Cuffaro alla fine è stato condannato. Si diceva che il procuratore generale volesse escludere l'aggravante del favoreggiamento per mafia e invece l'ex presidente della Regione Sicilia ha visto confermata in Cassazione la pena a sette anni di carcere. Totò Vasa Vasa si è già costituito a Rebibbia e ora decadrà da senatore.
Ricordo una cosa che raccontò alla fine del 2005 Rita Borsellino a Modica durante la campagna elettorale per le primarie regionali del centrosinistra. In quel periodo il presidente Cuffaro aveva fatto tappezzare l'Isola con costosi manifesti che si professavano anti-mafia. Rita ne citava uno "ritoccato" a Palermo:
"La mafia fa schifo" ... Ma Totò Cuffaro mancu cugghiunìa!
Ora la Borsellino dice di aver apprezzato "l'atteggiamento serio e dignitoso" con cui Cuffaro ha accolto la sentenza. Sarà, ma in ogni caso stavolta i cannoli devono essergli andati di traverso.