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venerdì 27 gennaio 2023

I miei giorni a Campobello / I giovani

Nei miei giorni da inviato a Campobello di Mazara e Castelvetrano, solo in un caso ammetto di essermi lasciato andare alla retorica. Quando ho parlato dei - e con i - giovani, anzi giovanissimi, di quei paesi. Il giorno in cui sarebbe stato scoperto il secondo bunker di Matteo Messina Denaro a Campobello, la mattina i ragazzi delle scuole del circondario erano scesi in piazza con cartelli e slogan, cosa che le altre generazioni non avevano granché fatto. Ero in giro tra Campobello e le campagne quando poi mi sono spostato a Castelvetrano proprio per parlare con questi adolescenti che avevano voglia di dire la loro e di essere ascoltati. La manifestazione era già terminata ma ho trovato due gruppi di ragazzi ancora in piazza: i 14-15enni di Campobello, freschi studenti del liceo scientifico a Castelvetrano, e i 16-17enni del classico, provenienti anche da altri paesi della provincia (Partanna, Santa Ninfa, Salaparuta).
Tutti sono contenti dell'arresto del boss. Tutti però vogliono risposte su come sia stata possibile questa latitanza così lunga. Tutti chiedono che la loro voce venga finalmente ascoltata e si inizi ora a parlare di futuro. Tutti sottolineano la frattura generazionale tra i "vecchi" che hanno spesso giustificato il boss, facendone addirittura un eroe, e i giovani che non possono accettare questa presunta "normalità" ("Come si fa? Ha ammazzato anche quel povero bambino", dice Stefano riferendosi a Giuseppe Di Matteo). Ma ci sono anche alcune differenze.
Le cose più forti, che costringono a riflettere, me le hanno dette i campobellesi. Dalila, Alice, Marco, Giada, Gabriele e gli altri, tutti concordi nel dire che quando saranno grandi lasceranno il loro paese ("Ormai è rimasto un paese di vecchi", dice Dalila, vecchi con cui non c'è dialogo o confronto); solo uno azzarda "io resterei", ma al condizionale perché ci vogliono le condizioni giuste. E poi il colpo che smantella decenni di retorica dell'antimafia da festa comandata, istituzionale, di maniera: "Sì, a scuola si parla di mafia; abbiamo parlato di Falcone, Borsellino, il generale dalla Chiesa, ma non di Messina Denaro". Magari il loro è un singolo caso (i ragazzi dell'altro gruppo riferiscono al contrario di iniziative antimafia in cui anche l'ex latitante era parte del discorso), magari è una coincidenza, però quella frase è stata per me una deflagrazione. Anche perché sono gli stessi ragazzi a spiegare che nel loro paese il padrino ha avuto decenni di coperture dalle generazioni che hanno approfittato, pure indirettamente, del suo potere criminale. L'omertà è sempre un fatto di interesse, non di disinteresse. Poi, più tardi nella stessa giornata, quei giovanissimi di Campobello li avrei ritrovati davanti alla stradina del bunker, via Maggiore Toselli, incuriositi e ancora con tanta voglia di sapere.
Dai ragazzi del classico ho percepito invece un briciolo di ottimismo in più. Sono stanchi delle etichette di "terra di mafia", addirittura se lo sono sentiti dire da un liceo campano con cui hanno fatto uno scambio ("Chissà che cosa diranno quando verranno a marzo!", commenta una delle ragazze). Si chiamano Angela, Egle, Maria Sole, Stefano, Nadia, Imma. Vogliono risposte, sanno che Messina Denaro ha prosperato grazie al suo "ricatto occupazionale". Nel loro futuro ci sono ancora i loro paesi e la loro provincia, quantomeno la loro Sicilia. "Vogliamo restare e fare qualcosa per la nostra terra", dicono praticamente in coro. Angela cita il suo "mito Falcone" - si illumina in volto - e la mafia come fatto umano che prima o poi dovrà finire ("Si spera non insieme all'essere umano", aggiunge). Lei ha le idee chiare: "Voglio fare il magistrato. Antimafia. Devo restare qui".

martedì 1 giugno 2021

La Brusca realtà

Provo a ragionare brevemente a mente fredda.
Giovanni Brusca, il mafioso autore di almeno 150 omicidi, quello che strangolò e sciolse nell'acido il piccolo Giuseppe Di Matteo, quello che schiacciò il pulsante della bomba di Capaci, quello che ha aperto la strada al processo sulla trattativa Stato-mafia, quello che ha svelato i retroscena delle stragi del 1993, quello "scannacristiani" che semplicemente chiamavano u' Verru, il porco, quello che dice di aver avuto la svolta dopo aver incontrato Rita Borsellino, quello e tanto altro insomma è un uomo libero.
Fa venire i brividi anche solo pensarlo, figurarsi dirlo.
Per chi come me è cresciuto nel culto (sì, culto) di Giovanni Falcone, la notizia non lascia indifferente. Ma è doloroso parlarne, perché se Brusca è libero dopo 25 anni di carcere, pure con 45 giorni d'anticipo, è "grazie" a Falcone. Se non fosse per la legge sui pentiti e i benefici per chi collabora con la giustizia, Brusca starebbe all'ergastolo - immagino ostativo, peraltro. Falcone, come prima il generale Dalla Chiesa con il terrorismo, aveva capito che per sconfiggere quel "fenomeno umano" (parole sue) che è la mafia bisognava minarla dall'interno. La questione dei pentiti è troppo controversa perché ne possa parlare un dilettante come me. Ma è un dato di fatto che i colpi più duri alla mafia sono stati inferti grazie alla collaborazione di boss spietati, criminali senza scrupoli, scannacristiani e porci.
Non sta a me dire se sia giusto o no che Brusca sia libero. Sono indignato anche io, come tutti. Ma - al netto del garantismo a targhe alterne e delle reazioni sbraitanti della politica che forse scopre la mafia solo quando succedono queste cose - purtroppo, e ripeto purtroppo, con assoluto rispetto parlando, ha ragione Maria Falcone, sorella del mio mito Giovanni, quando parla di "grande dolore" ma sottolinea che "è la legge", legge voluta dal fratello, legge senza la quale lo Stato non avrebbe combattuto con intelligenza la mafia. Questa è l'unica trattativa che ha funzionato.

sabato 23 maggio 2015

Gli eroi son tutti giovani e belli

La mafia è nemica della bellezza. Giovanni e Francesca Falcone erano una bella coppia. Ma solo ora, a 23 anni di distanza, mi sono reso conto di quanto fossero – pardon, siano – belli anche Vito, Rocco e Antonio. Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, i tre poliziotti della scorta di Falcone uccisi il 23 maggio 1992, anche loro a Capaci, anche loro sotto la devastante violenza del tritolo mafioso. Begli sguardi, bellissimi sorrisi. La mafia ha ammazzato questa bellezza. Erano giovani padri, mariti, fidanzati, al massimo trentenni.
 Vito                        Rocco                      Antonio
Detesto la retorica "istituzionale" in queste occasioni; se proprio deve esserci retorica, che sia quella delle emozioni, quella che mi porto dietro da quando ho 9 anni. E che mi toglie il respiro ogni volta che guardo le foto di quelle persone così belle e sorridenti. In particolare il largo sorriso di Vito Schifani oggi mi ha dato una scossa. Perché ho pensato a Rosaria, la moglie, quella bellissima e caparbia ragazza di 22 anni (Vito ne aveva 27, il figlio Emanuele "Manù" – ora nella Guardia di Finanza – era nato da appena 4 mesi) di cui tutti ricordiamo le frasi rivolte ai mafiosi durante i funerali. «Vi perdono, ma inginocchiatevi».
Ho pensato a un'altra foto, uno stupendo ritratto di Rosaria. In bianco e nero, lei a lutto, bella, giovane, di una serenità dolente. La foto è della grandissima Letizia Battaglia. Vidi quella foto, in originale, esposta (non capii mai fino in fondo il perché...) alla mostra immagini inquietanti / disquieting images alla Triennale di Milano a fine 2010, curata da Germano Celant e Melissa Harris. In mezzo a foto di violenza, morte, orrori e stranezze, spiccava anche quel ritratto. La cui forza dirompente, a suo modo "inquietante", stava negli occhi chiusi della giovane Rosaria. Lo stesso sguardo timido ma forte e intenso che faceva sorridere l'innamoratissimo – e bellissimo – Vito.

sabato 11 aprile 2015

Il miracolo di De Gennaro


Non me ne voglia nessuno, ma da quando la sentenza della Corte di Strasburgo sulle torture della polizia alla scuola Diaz durante il G8 di Genova nel 2001 è diventata un pretesto politico (e non) per mettere sotto pressione l'attuale presidente di Finmeccanica, Gianni De Gennaro, ecco, da qualche giorno penso solo a quella striscia di Paperino uscita nel 1961.
Vado con ordine. Non che il calabrese De Gennaro, "super-poliziotto", uomo d'ordine e delle istituzioni, servitore dello Stato, mi appaia maldestro come Paperino. No. Il discorso è un altro.
Innanzitutto liquido in breve l'ipocrisia del grido "vergogna" lanciato ora da chi per calcolo politico-elettorale sembra essersi accorto d'improvviso del ruolo che oggi ricopre Gianni De Gennaro, come se nel frattempo avessero perso per strada il conto degli altri incarichi prestigiosi e delicati ricoperti anche dopo quella pagina nera e (sì) vergognosa delle violenze in divisa nel luglio genovese di 14 anni fa. Singolare che il senso di "vergogna" scatti solo adesso: ma è l'ennesimo colpo ad effetto (ritardato) di una classe politica, soprattutto nelle fila del Pd, totalmente lontana dal "Paese reale".
De Gennaro è stato assolto, è noto, per le vicende della Diaz. Ma resta, entro tutte le gabbie del garantismo, un senso di fastidio e dolore, soprattutto quando si tende, anche da parte dello stesso "Sbirro" o "Squalo" De Gennaro, ad attribuire le colpe a singoli agenti e invece continuare con la stucchevole difesa di corpo. La polizia è brava in genere, d'accordo, ma allora non lo fu affatto. E non per responsabilità individuali isolate. Però vale la pena riflettere, al contrario (e torno a Paperino, lo giuro...), sulle difese ad oltranza e i ripetuti attestati di stima a De Gennaro. Di cui si ricordano per esempio grandi meriti e intuizioni investigative nella lotta alla mafia, 11 anni al fianco di Giovanni Falcone. Si occupò lui dell'estradizione di Buscetta.
Ecco, tra le tante cose sottolineate dal riflesso pavloviano dei difensori d'ufficio, spicca la FBI's Medal of Meritorious Achievement, la massima onorificenza investigativa dell'agenzia Usa, che nel 2006 è stata conferita per la prima volta a un non americano, appunto Giovanni "Gianni" De Gennaro. Il merito è quasi esclusivamente legato alle azioni di contrasto a Cosa Nostra: il suo nome è stato in cima alla lista degli obiettivi dei mafiosi e molte delle persone con cui ha collaborato sono state uccise, spiegava l'Fbi con asciutta prosa anglo-burocratese.
F.B.I., dunque. Federal Bureau of Investigation, il top per un poliziotto. Oppure, "Fate i Bravi e Incassate", come pensava Paperino davanti all'insegna distorta dell'E.B.L., ("Esattoria Bollette Luce"). In quel caso Paperino era eroico nel far rispettare gli obblighi fiscali dei suoi compaesani. Una missione forse più modesta di quella/e di De Gennaro; di sicuro, pur facendo il bravo, ha incassato molto meno...

lunedì 13 ottobre 2014

I Grandi Ufficiali dell'antimafia

Maria Falcone, sorella di Giovanni e cognata di Francesca, presidente della Fondazione a loro dedicata, è da oggi Grande Ufficiale dell'Ordine al Merito della Repubblica Italiana (Omri). Se lo merita, perché si tratta di una persona che si è sempre impegnata, soprattutto nelle scuole, per la legalità e la memoria e l'antimafia. L'onorificenza è stata conferita dal presidente Napolitano di sua personale iniziativa.
Il nome della professoressa Falcone si aggiunge alla sfilza di decine e decine di personaggi vari ed eventuali ai quali Napolitano (e ovviamente i suoi predecessori) hanno riconosciuto medaglie e coccarde e titoli. Niente di male, fa parte delle prerogative dei capi dello Stato; anzi, qualcuno potrebbe far notare sagacemente che è una delle principali prerogative, più che l'interventismo nella vita politica nazionale. Certo, fa riflettere questa "democrazia dell'onorificenza". Un bel titolo non si nega a nessuno, che siano parenti di vittime di mafia, piccoli eroi quotidiani, campioni dello sport, stelle dello spettacolo (l'ultimo Grande Ufficiale prima della signora Falcone, lo scorso 24 luglio, era stato Peppe Tornatore, per dire), suore, prefetti, ex politici, Letizia Moratti, tutti i leader sindacali, artisti di fama mondiale o semplici cittadini. Ecco che Maria Falcone, sorella di una medaglia d'oro al valor civile, va benissimo, a maggior ragione.
Ma siccome io sono anche un po' cialtrone, noto che una delle ultime uscite pubbliche, se non proprio l'ultima, della sorella di Giovanni risale al 9 ottobre. Una dichiarazione, peraltro condivisibile, nella quale attaccava e definiva "una cosa vergognosa" il tweet con cui Sabina Guzzanti si è permessa di esprimere solidarietà a Riina e Bagarella per i loro "diritti negati" relativamente alla deposizione di Napolitano nel processo sulla trattativa Stato-mafia. La professoressa diceva: «Si difendono i diritti di queste persone e non quelli dei magistrati che hanno emesso la sentenza, quelli del Capo dello Stato e dello Stato che rappresenta. È una cosa obbrobriosa, per la quale non bastano gli aggettivi dispregiativi». Una difesa in piena regola di Napolitano, quattro giorni prima della cerimonia al Quirinale...
Non voglio pensare male, né fare alcuna polemica, sono solo coincidenze. In questa contorta vicenda processuale, le cose sono già andate troppo oltre, a partire da uno squallido scambio di reciproche accuse: da una parte i movimentisti (e movimentati), tipo Ingroia e Salvatore Borsellino e la Guzzanti e Travaglio e i fan di Massimo Ciancimino, dall'altra gli istituzionali, quelli che "Napolitano ha già detto che non ricorda e quindi va bene così", tra cui la stessa Maria Falcone. Lo spettacolo peggiore è proprio l'insulto incrociato tra i portatori di due diversi modi di intendere la condizione di "parente di vittime di mafia", per arrivare all'apoteosi dello schifo con i battibecchi a sfondo politico-partitico. Ingroia, commissario straordinario all'abolenda provincia di Trapani su nomina crocettiana, non accetta che Maria Falcone lo critichi per aver strumentalizzato i nomi di Giovanni e Paolo per far politica: piuttosto è lei (che incidentalmente però si chiama Falcone, ndr) a sfruttare quel cognome, dice lui. Aggiungendo che non le è andata neanche tanto bene: la professoressa nel 1999 tentò invano la via di Strasburgo con i Verdi e poi più volte il suo nome è stato associato senza esiti al Pd. Poco male, almeno è Grande Ufficiale.

sabato 29 giugno 2013

Fango Unchained

Buongiorno Fabrizio Miccoli,

volevo solo dirle qualche parola, giusto per non sottrarmi ai miei doveri di siciliano incazzato.
Mi chiedevo una cosa: ma in questi giorni ha avuto modo di parlare con il suo amico Mauro Lauricella? Da una settimana ho un pensiero. Lei mi sta sembrando il classico ragazzo buono e sfigato che però vuole apparire "figo" e per questo si fa le sopracciglia strane, si riempie di tatuaggi e soprattutto cerca di emulare l'amico furbo, scaltro, un po' bulletto. Non so perché, ma mi immagino la scena di lei che per non sfigurare davanti all'amico (l'amicizia è un valore importante e credo che lei voglia davvero bene a Lauricella) si ritrova a comportarsi come un aspirante bullo di periferia. E insulta Giovanni Falcone.
Non è per offenderla, anzi io sono uno di quelli che ha sempre apprezzato il Fabrizio Miccoli calciatore e non solo. Ho creduto che lei fosse diverso dagli altri, ho applaudito le sue giocate e i suoi comportamenti. La dedica agli operai di Termini Imerese dopo il gol alla Juve, l'ammirazione per Che Guevara, le lacrime quando segna contro il "suo" Lecce.
Ecco, le lacrime. Il problema, Miccoli, è che quando lei era nel San Donato in Salento e in procinto di finire nelle giovanili del Milan, cioè nel 1992, io ero un po' più piccolo di lei (tifavo già Milan) e le lacrime me le sono portate dietro, sin da allora e per vent'anni e passa, perché ammazzarono quel Falcone che lei, forse per compiacere le sue amicizie palermitane, ha imparato a offendere e insultare. E pensi che Falcone era uno sportivo, credeva nei valori di lealtà e formativi dello sport, prima palestra per imparare il rispetto delle regole. Immagino pure che simpatizzasse per il Palermo, lui che era nato alla Kalsa, lo stesso quartiere del suo amico Lauricella.
Guardi, non sono un pm, né un giudice, né un inquisitore. Sono garantista, non tocca a me condannarla. Dico solo che mi dispiace per la sua stupidità: non è un alibi, è la sua aggravante piuttosto. Come non è un'attenuante il suo stupido datore di lavoro.
Lei chiede scusa a tutti, a cominciare dalla sua famiglia. Ha due figli, di nove e cinque anni, e dice di volerli far crescere nella legalità. Io avevo nove anni quando morì Falcone: vivevo già nel valore della legalità. Spero che non sia stata questa sua pessima figura a farle scoprire l'esigenza di dare un insegnamento importante a Swami e Diego. Ha anche mandato a Repubblica un messaggio idealmente indirizzato a Falcone. Complimenti per la stupidità da "10" (senza lode).
Poi magari abbiamo frainteso le intercettazioni e invece di "fango" lei diceva qualcosa di più esotico, in linea con il suo estro: chessò, mango, tango, Django. Oppure il suo era solo un consiglio per un tour alla riscoperta del patrimonio vegetale della città: prima l'albero di Falcone, poi le palme, i ficus dell'Orto botanico, il parco della Favorita, le erbacce sui ruderi dei quartieri abbandonati, la malapianta. No scusi, quest'ultima non è una specie vegetale, è quell'erba cattiva che si chiama mafia. Che prospera tanto nel fango, peraltro.
Una volta vedeva sugli spalti striscioni contro il 41-bis, ora sente i tifosi che cantano "chi non salta un mafioso è". Non se l'aspettava, eh? Fa parte della natura umana. Succede. Professionisti della mafia e dilettanti dell'antimafia, più gli improvvisati (mafiosi e anti-mafiosi) della domenica pomeriggio. Salvo anticipi e posticipi, naturalmente.
Scelga lei da che parte stare. Tanto si parlerà ancora delle sue lacrime, del "fango", delle intercettazioni e del suo pentimento. Lei ci ha distorto e poi estorto la realtà – e non solo quella. Ma noi siciliani siamo fatti così, ci facciamo conquistare da chiunque. Greci, romani, arabi, normanni, spagnoli, francesi, piemontesi e americani. Ci mancava solo uno stupido salentino. Adesso anche lei è cosa nostra.

Voglia gradire la mia più sincera e profonda delusione. Addio.

mercoledì 18 luglio 2012

Caro Paolo ti scrivo...

Ciao Paolo,

anche se non ci conosciamo personalmente, spero non sia un problema se ti do del tu. "Dottor Borsellino" mi suona un po' troppo distaccato.
Hai visto cosa sta succedendo? Io non so se vent'anni fa la parola "default" fosse così tanto utilizzata, ma di fallimento si parlava eccome. E dire che tu, Giovanni Falcone e tutti gli altri l'avevate detto: con le collusioni e il clientelismo, la nostra Sicilia non ha speranze di crescita e sviluppo. Voi lo dicevate in un contesto particolare, quello della magistratura, dei processi, del diritto. Ma in fondo il messaggio rimane quello: la Sicilia soffoca sotto l'oppressione della mafia e delle degenerazioni della vita politica e sociale.
Quando voi parlavate di queste cose, magari eravate marchiati con l'etichetta di "professionisti dell'antimafia". Invece ora siamo in mano ai dilettanti o a ben altro tipo di professionisti... Sono passati vent'anni e la situazione è peggiorata, la Sicilia è sull'orlo del fallimento. E non ci sono più "professionisti" come te e Giovanni. Tutto cambia per non cambiare niente, oppure non cambia nulla per far cambiare tutto. Insomma, lo sai meglio di tanti altri com'è fatta la Sicilia.
Vent'anni dopo siamo ancora qui, a chiederci cos'è successo in via D'Amelio, o meglio perché, o meglio ancora chi. Il tempo è passato ma i nomi son rimasti sempre gli stessi. C'è chi ha fatto carriera e chi semplicemente ha continuato a vivere. Alla seconda categoria appartiene la tua famiglia. Ad Agnese, tua moglie, attribuiscono una demenza senile, perché soltanto adesso dice di ricordarsi di certi dettagli di allora. Il garantismo della memoria, evidentemente, vale solo per il senatore Mancino. Tua sorella Rita un po' di carriera, a dire il vero, l'ha fatta: è stata una speranza effimera, ma si sa che in democrazia ha ragione la maggioranza. E alla maggioranza dei siciliani andava bene Cuffaro. Questa è storia, non un'opinione. Ora è a Strasburgo, Rita, nel limbo dove non si dà fastidio. Salvatore è il tuo fratello battagliero. L'hai visto in giro con le sue agende rosse, cioè le tue? A lui e a Rita, pensa un po', rimproverano di utilizzare il tuo cognome per la propria visibilità. La loro colpa, sai, è di essere di sinistra. Tu sei di destra, continuano a ripetere. Pensavo che foste semplicemente una famiglia antimafia, non una campagna elettorale.
Poi ci sono i tuoi figli. Lucia è una bravissima dirigente regionale della sanità. Manfredi è commissario di polizia. Fiammetta, che vent'anni fa era in Thailandia, è rimasta un po' defilata e infatti ricorda che "spesso le commemorazioni si tramutano in passerelle". Passerelle per gli ipocriti che forse neanche ti sopportavano. E invece alla tua famiglia si rimprovera addirittura la voglia di conoscere la verità. Solo a loro, pensaci, viene richiesto un rigoroso rispetto delle istituzioni.
Poi c'è la politica, ci sono i commentatori, gli opinionisti, i venditori di verità assortite e di dubbi perentori. C'è una magistratura delegittimata dalla politica e a volte da se stessa. A molti la carriera e la visibilità non dispiacciono affatto.
E infine ci sono io – e tutti gli altri come me. Gli anonimi, "dilettanti", eravamo bambini vent'anni fa e siamo cresciuti. Forse un po' in fretta, in un certo senso. E dopo due decenni ci fermiamo ancora a riflettere su quel giorno, a pensare a quell'estate troppo calda. Penso anche a chi era troppo piccolo o non c'era ancora, e magari ti ha conosciuto nel volto e nei baffi di qualche attore che ti ha portato sullo schermo.
Il vero "default", il vero fallimento della Sicilia, è questa lunga agonia. Che forse finirà, come diceva Giovanni, perché tutte le cose umane finiscono. Ma tu, Giovanni e i veri Eroi non finirete mai. Altrimenti per quei bambini "dilettanti" sarà davvero difficile crescere.

venerdì 18 maggio 2012

Il sorriso di Giovanni

«A vent'anni si è stupidi davvero, quante balle si ha in testa a quell'età», cantava Francesco Guccini. Invece un mio amico dei tempi dell'università, guarda caso a Bologna, diceva che «a vent'anni sei già vecchio, hai dato tutto nella vita». Inguaribile pessimista. Mi sono tornate in mente queste cose ultimamente, all'idea che sono già passati vent'anni dalla morte di Giovanni Falcone, della moglie Francesca e della sua scorta. Ci penso ogni anno a quel tratto d'autostrada, e non solo in coincidenza con l'anniversario. Quella tragedia mi ha segnato fin da bambino. Come quando se ne va un parente lontano, di quelli che non hai mai conosciuto personalmente ma di cui hai spesso sentito parlare. Familiare, a suo modo. Ora, però, è passato troppo tempo, appunto un'età intera, di quelle che già richiedono riflessioni e bilanci.
E allora cos'è rimasto di tutto quel dolore? Cos'abbiamo imparato da questi 20 anni? Io la risposta un po' ce l'ho e purtroppo sembra ispirata agli opposti pessimismi del Guccio e del barbuto Dario da Crotone. Dopo vent'anni, alla vigilia dell'anniversario che vedrà inesorabilmente scatenarsi le ipocrisie ufficiali, vedo che con il solito rimorso tardivo si preparano cerimonie e celebrazioni.
Il mio ricordo, quest'anno, è fatto di immagini, numeri, mappe. Per tanto tempo ho pensato a una cosa che ho visto una decina di anni fa per la prima volta. Era un ritaglio di un quotidiano inglese. Mentre in Italia i giornali parlavano di orrore, la rassegna stampa estera raccontava della "vergogna italiana". C'ho pensato davvero tante volte a quel titolo, a quel ritaglio. E ho pensato soprattutto alla difficoltà per noi italiani di riconoscere la vergogna, e non solo l'orrore.
So bene che all'estero la considerazione della mafia è strana. Non tutti riescono ad ammettere che si tratta di un fenomeno pericoloso quanto il terrorismo, spesso sembra che lo si voglia derubricare a crimine comune. E invece su questo blog ho scoperto con mia grande sorpresa che forse non è del tutto così. Nell'ultimo anno, il post che ho scritto per il 19° anniversario della strage di Capaci è stato letto oltre 3.000 volte. Il più cliccato. Forse non tutti l'hanno letto, molti ci sono finiti per caso cercando su Google "Giovanni Falcone", soprattutto sue immagini. Ed è proprio questo che mi ha colpito. Che la curiosità di vedere sue immagini da vivo è trasversale, anzi transnazionale.
Mezzo mondo è arrivato qui cercando foto di Falcone, e ci è arrivato cliccando sull'immagine del giudice sorridente che tanto mi piace. Elenco in ordine sparso i Paesi di provenienza delle visite a quel post: Francia, Svizzera (tedesca), Repubblica Ceca, Bulgaria, Tunisia, Estonia, Stati Uniti, Austria, Regno Unito, Croazia, Norvegia, Germania, Australia, Egitto, Malta. Dalla Turchia sono arrivate almeno tre visite digitando "Falcone Gioivanni", ma l'ortografia qui non conta. Su Google Serbia hanno scritto "Giovani Falkone" (anzi "Ðovani Falkone", trascrizione in caratteri latini dell'originale cirillico "Ђовани Фалконе"). A me piace tanto la geografia, in questo caso ancora di più. È persino emozionante. E ci aggiungo pure chi dalla Lettonia ha visitato un altro post dedicato a Giovanni e Francesca Falcone. Qualcun altro mi è sicuramente sfuggito.
Ecco, io non mi accodo alle frasi fatte, ai proclami scontati. Preferisco ricordare, nel giorno del suo compleanno (oggi sono 73), l'eroismo umile e silenzioso di Falcone e quelli come lui, prima e dopo di lui. Lo faccio così, notando questo piccolo passo in avanti. La curiosità, la voglia di conoscere chi è Giovanni Falcone, una volontà che va oltre i confini di questo Paese.
Diciamo che quel sorriso mi lascia una piccola speranza, nel buio del pessimismo dei venti(nove) anni.

lunedì 4 luglio 2011

Rosso di sangue, rosso di vergogna

Vernice rossa.
La vernice sporca, imbratta, se poi ha il colore del sangue sporca ancora di più. Mi aveva sempre colpito che l'unico oggetto, sull'autostrada per l'aeroporto di Palermo, a memoria della strage di Capaci sia stato per lungo tempo un pezzo di guard-rail dipinto (artigianalmente) di rosso. Con vernice rossa, appunto. Tre giorni dopo il 19° anniversario della strage, a Catania la vernice rossa finisce per imbrattare la memoria di Falcone. Lungo viale Ulisse, sulla circonvallazione, Addiopizzo aveva realizzato un bel murale per ricordare quella tragedia. Il volto di Giovanni era stato sfregiato, proprio con la vernice rossa. Ci sono passato accanto pochi giorni dopo quell'atto che non riesco a definire semplicemente di vandalismo. Il murale fa parte del progetto "Un muro contro la mafia", ora è stato restaurato e sarà regalato alla città di Catania. All'inaugurazione di sabato prossimo saranno presenti anche i familiari delle vittime di Capaci.

sabato 21 maggio 2011

Ciao Giovanni (e Francesca, Vito, Rocco, Antonio)

Dieci anni fa l'attentato alle Torri Gemelle a New York è stato interpretato da tutti come uno spartiacque, un limite, il passaggio tra epoche, il biglietto d'ingresso molto salato al Ventunesimo secolo. Una tragedia, un evento di questa portata, un fatto eclatante, segna sempre la fine e contemporaneamente l'inizio di un'epoca, ma segna soprattutto le vite delle persone. Vorrei parlare qui del "mio 11 settembre", che in realtà è il 23 maggio. E non era il 2001, era il 1992.
Diciannove anni fa, non importa che fossi un bambino. Il 23 maggio 1992 è la mia data traumatica, il giorno che segna quel passaggio, il giorno in cui credo che sia nata la mia coscienza. Moriva Giovanni Falcone, con la moglie Francesca Morvillo e gli agenti di scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. La strage di Capaci, anche se in realtà l'attentato è stato compiuto nel territorio di Isola delle Femmine. Per chi non è siciliano, per chi non è nato in una famiglia che ha sempre educato alla legalità e al rispetto delle regole e allo schifo per la mafia, forse non è comprensibile che la strage di Capaci io l'abbia vissuta peggio del crollo del World Trade Center. Ero un bambino e quella è stata la mia formazione. Quando poi ammazzarono Paolo Borsellino, mi chiedevo chi sarebbe stato il prossimo, perché mi sembrava che fosse scoppiata la guerra. La mia terra reagì, ma per troppo poco tempo. A Falcone (e Borsellino) sono state intitolate strade, piazze, scuole. Anche l'aeroporto di Punta Raisi, dove Falcone era atterrato da Roma dieci minuti prima dell'attentatuni, ora è l'aeroporto Falcone-Borsellino. Qualche anno dopo la strage, io sarei andato alla scuola media "Giovanni Falcone" di Modica.
Il 23 maggio 1992 era il giorno in cui mi sono confessato per la prima volta in chiesa. Ricordo che con mia madre e mia sorella tornammo a casa e trovammo mio padre senza parole davanti alla televisione. Quando ci ripenso, ho difficoltà a frenare la commozione, come tutte le volte che vedo le foto di Falcone o le sue interviste in cui parlava di "dovere". E penso dunque al dovere, al lavoro, all'azione della polizia, dei carabinieri, dei giudici. Ma anche al disimpegno della politica, ai depistaggi e ai segreti. All'ipocrisia istituzionale di ogni 23 maggio (e ogni 19 luglio, e ogni altro giorno in cui è morto qualcuno per lottare contro la mafia). Anniversari, parole, ricordi vaghi e poi cosa rimane? Un pezzetto di guard-rail tinto di rosso vicino allo svincolo di Capaci è stato per tanto tempo l'unico segnale che lì c'era stata una strage orribile. Mi è capitato di passarci quando ancora non c'erano lapidi né fiori e l'aeroporto era solo Punta Raisi. Come se nessuno volesse ammettere che lì, in quel tratto della A29 Palermo-Mazara del Vallo, non era morto solo un giudice con la moglie e la scorta.

P.S. Avrei potuto e forse dovuto ricordare quel giorno tragico con un'immagine della devastazione allo svincolo di Capaci. Ho preferito le foto di Falcone da vivo. Sennò mi metto a piangere davvero.

Giovanni Falcone (1939-1992)

giovedì 14 aprile 2011

La guerra e/o la battaglia

A una settimana dal ritrovamento del corpo di Davide Romano, a Palermo - e non solo - ci si interroga su un possibile ritorno delle guerre di mafia che hanno insanguinato il capoluogo e tutta la Sicilia. La mafia uccide ma fa anche affari silenziosi, alza la voce ma manovra anche e soprattutto nell'ombra. Insomma, si muove in più modi, a seconda dell'opportunità. Se c'è da sparare, spara. Se c'è da riciclare denaro, accende la lavatrice. Se c'è da sbloccare gli appalti, muove voti. E allora perché un singolo omicidio dovrebbe rievocare una storia ormai superata e inquietare Palermo e i palermitani, clan compresi? Romano è stato ucciso secondo modalità quasi rituali, di quelle che sembrano marchi di fabbrica, antichi simboli, firme inconfondibili. Anche recentemente le pistole sono sempre state fumanti, piccole faide sono state risolte con le armi, ma mai come negli anni Ottanta con delitti alla vecchia maniera. Romano è scomparso per qualche giorno, si è parlato di "lupara bianca", ma in realtà il proiettile 7,65 alla nuca e l'incaprettamento racconterebbero altro. Far ritrovare un cadavere così è il classico messaggio: la tregua è finita, ricomincia la guerra.
Naturalmente tocca a polizia e magistratura dire se è davvero così. Davide Romano era il figlio di Giovan Battista, boss di Borgo Vecchio ucciso nel 1995 con altri riti (strangolato e disciolto nell'acido da Leoluca Bagarella e Vittorio Mangano, lo "stalliere-eroe di Arcore"), accusato dal "tribunale della mafia" di essere stato un confidente di Giovanni Falcone. Anche il giovane Davide aveva una discreta fedina penale, però non tale da giustificare probabilmente una guerra di mafia. Reati di droga e poco più.
Può anche darsi che ci sia una ripresa della conflittualità tra le famiglie palermitane per il controllo della leadership. Questa sarebbe la lettura più logica, almeno secondo il procuratore Ignazio De Francisci. I dubbi ce li hanno comunque gli stessi inquirenti. I regolamenti di conti di solito si risolvono con tre colpi di pistola per strada e via, ma Romano, appena uscito dal carcere, avrà magari dato fastidio a qualcuno e disturbato i nuovi assetti. Forse il suo omicidio è stato "solo" un segnale, sicuramente espressivo, ma non è detto che sia il preludio alla guerra di mafia del Ventunesimo secolo. Qualcuno sta provando a occupare gli spazi del comando lasciati liberi dopo le ultime operazioni di polizia. Se altri cadranno dopo Romano, forse la battaglia sempre in corso diventerà davvero una guerra. Il problema è che non sono mai stato convinto che qualcuno abbia dichiarato il cessate il fuoco. In guerra i capi e i governanti trovano magari accordi sottobanco, mentre la manovalanza e i poveri cristi continuano a scannarsi.
Gesualdo Bufalino ha dato una definizione calzante della mafia: è una «variante perversa della liturgia scenica», che «fra le sue mille maschere, possiede anche questa: di alleanza simbolica e fraternità rituale, nutrita di tenebra e nello stesso tempo inetta a sopravvivere senza le luci del palcoscenico». Battaglia o guerra che sia, la mafia si nutre delle due dimensioni che Bufalino riassume in un titolo: la luce e il lutto. Rumore e silenzio.