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sabato 22 aprile 2023

I traditori dell'antimafia

Franco La Torre non aveva ancora 26 anni quando nel 1982 il padre Pio, allora segretario regionale del Pci in Sicilia e fautore della grande rivoluzione antimafia della confisca dei beni, fu ucciso da Cosa Nostra. Oggi di anni ne ha 66 e da quasi trenta porta avanti una battaglia contro il sistema di potere politico-mafioso. Nel 2021 ha pubblicato L’antimafia tradita , in cui denunciava la deriva di un movimento chiuso in se stesso, autoreferenziale, a volte ipocrita. Non vuole commentare il caso di Daniela Lo Verde, preside della scuola “Giovanni Falcone“ allo Zen di Palermo, icona antimafia arrestata per corruzione ("sono dispiaciuto, ma non parlo di indagini in corso, nessuno è colpevole fino all’ultimo grado di giudizio"), eppure non si sottrae all’analisi delle storture di un’antimafia, appunto, tradita.


Pio La Torre fu assassinato a Palermo il 30 aprile 1982

Pio La Torre fu assassinato a Palermo il 30 aprile 1982


La Torre, che cosa è successo all’antimafia?
“A fronte di una ricetta straordinaria, grazie alla legge che porta il nome di mio padre, oggi abbiamo un’antimafia sociale diffusa nel territorio inimmaginabile quarant’anni fa. Da Udine a Mazara del Vallo è pieno di associazioni, comitati, piccoli gruppi che fanno un lavoro straordinario. La questione è la loro fragilità: sono esperienze molecolari, non hanno la possibilità di confrontarsi e spesso producono fenomeni di autoreferenzialità. Della serie: “noi siamo i più bravi del mondo a fare quello che facciamo“. Un limite che si può superare solo con il confronto”.
Confronto e anche controllo...
“Certo. Se ci fossero più occasioni di dialogo tra le varie realtà antimafia, potrebbero emergere anche le cose che non vanno. Ad esempio, se non mi presento a un incontro, alla fine perdo credibilità e gli altri iniziano a farsi venire dei dubbi. Magari scoprendo che era tutto finto”.
Perché c’è così tanta personalizzazione nell’antimafia?
“Perché è un ottimo strumento. Perché ti promuove. Perché è una buona pubblicità. Perché io sindaco, per dire, posso poi appuntarmi al petto la coccarda di aver sostenuto una buona azione. Perché alcuni avvocati creano le associazioni per costituirsi parte civile, e passano per movimenti antimafia: ma è solo il loro lavoro. Perché aiuta a far carriera. Fino ad arrivare alle conseguenze più tragiche, tipo fare il paladino dell’antimafia e poi risultare mafioso: si usa l’antimafia come copertura, e la mafia l’ha capito da tempo”.
Arriviamo allora a quella famosa e tanto discussa definizione, i “professionisti dell’antimafia“ di Leonardo Sciascia... Si finisce sempre lì?
“Le situazioni controverse, gli errori e le esagerazioni vanno sempre condannati, stigmatizzati, senza però buttare via il bambino con l’acqua sporca, perché non sono tutti imbroglioni. Bisogna partire dal presupposto che c’è un’antimafia tradita. In fondo, è come l’antibiotico: da sola non basta, e va aiutata”.
Come si può aiutarla?
“Facendo parlare tra di loro movimenti e attivisti. Le istanze collettive rendono più forte la voce, anche e soprattutto per farsi sentire dalle istituzioni. Ci si lamenta sempre che l’antimafia è assente dall’agenda politica. Ma non sempre la politica è illuminata o sa ascoltare”.
Bisogna saper farsi sentire.
“Sì, ma per farsi sentire si deve alzare la voce. Cantando in coro, per dirla con una metafora”.
Dove sta andando l’antimafia?
“Va avanti. Noi siamo il Paese dell’antimafia, l’unico al mondo. Non siamo più il Paese delle mafie, ormai ce ne sono anche altrove, magari più potenti delle nostre. Ma al di là di questo, sicuramente l’Italia, grazie a strumenti normativi, istituzioni e una coscienza civile diffusa, è il luogo dell’antimafia”.


[intervista pubblicata su Quotidiano Nazionale]

lunedì 10 novembre 2014

Disparato esotico stop

Era ora. Aspettavo finalmente una prima notizia di cronaca che portasse alla ribalta il "giovane" aeroporto di Comiso. Lì, dove prima si celebrava un militare fascista e ora un martire dell'antimafia e del pacifismo come Pio La Torre, è successa l'altroieri una cosa grottesca, o «surreale», per utilizzare le parole testuali di chi ha denunciato l'accaduto.
Dunque, circa 180 migranti, tutti africani (da Ghana, Nigeria, Gambia e Burkina Faso), erano arrivati a Comiso per essere trasferiti a Bologna (noto, per la cronaca, che ancora non c'è un collegamento di linea..., ndr). A un certo punto il comandante dell'aereo, un aereo della compagnia austriaca Lauda Air, quella di Niki Lauda (sic), si è rifiutato di partire con i migranti a bordo, perché non ha ritenuto validi i certificati medici, rilasciati dall'Asl di Agrigento e dal Cpa di Pozzallo, che attestavano che nessuno degli africani avesse malattie infettive. L'Ebola, per capirci. Insomma, non li ha fatti salire e se ne è ripartito con l'aereo vuoto. Poi c'è voluto un altro aereo, di un'altra compagnia, per accompagnare in serata i migranti alla volta di Bologna.
Ora, la vicenda è stata denunciata dal Consap, un sindacato autonomo di polizia, che però, anziché avanzare dubbi sulla correttezza dell'operato del pilota (per carità, io non ho letto i certificati, ma la malattia più plausibile mi sembra la "sindrome psicosi"), la mette sul piano, intramontabile, del populista "e io pago!".
Volare è un gioco da ragazzi...
Queste le parole di un dirigente del sindacato in Sicilia: «Tutto questo è intollerabile. Vorremmo proprio sapere se (e ci muoveremo per far presentare una interrogazione parlamentare in merito) questo viaggio a vuoto lo stanno comunque pagando i cittadini italiani. Spendiamo delle cifre inimmaginabili per questa vicenda dei migranti, ma è possibile che la spending rewiew non riguardi mai l'ambito dei migranti? Si ricordano di risparmiare solo quando si tratta di vicende inerenti la sicurezza, la salute dei cittadini o la cultura». Il problema naturalmente è l'approssimazione con cui in Italia si gestisce il sistema dell'accoglienza dei migranti «provenienti dai più disparati angoli dell'Africa», dice lo stesso Consap. Disparati, non disperati...

giovedì 9 ottobre 2014

Scacco a La Torre

Non appena venerdì scorso sono atterrato a Comiso (in arrivo da Linate), ho avuto una strana sensazione. Un bellissimo "giocattolo", pulito, ordinato, ancora immune dal caos e dalla sporcizia tipici di certi luoghi pubblici in Sicilia. Sembra un aeroporto della Lego!
Ma va davvero benissimo così, per carità. Il mio primo volo sullo scalo geograficamente più vicino a casa mia è stata un'esperienza positiva. Spero solo che si mantenga così e che funzioni sul serio, anche quando dovessero aumentare i carichi di traffico e passeggeri. Soprattutto dopo che il governo ha deciso di non chiuderlo e inserirlo nella lista degli scali "di interesse nazionale", nell'orbita di quello strategico di Catania.
Ma che non sia l'ennesimo carrozzone: a vederlo così, con i parcheggi pieni di auto (compreso quello dietro il piazzale Cittadinanza Umanitaria: sic), ho pensato che siano più i dipendenti che non gli utenti... D'altra parte, finora, ogni giorno solo una decina di aerei (su rotte italiane ed estere) tocca la lunga pista nella campagna iblea. Sempre più, comunque, degli sparuti collegamenti per Catania e Palermo che costituivano le uniche rotte della precedente vita "civile" dello scalo.
La prossima settimana non ritornerò "al nord" ancora partendo dall'aeroporto Pio La Torre, che i codici IATA identificano con la sigla "CIY". Gli orari purtroppo non sono compatibili. L'ho scoperto in questi giorni, mentre cercavo un volo per il ritorno. Pazienza.
Però non ho potuto fare a meno di sorridere (con tanto di smorfia) quando ho visto la pagina che il sito di Alitalia ha dedicato proprio alla tratta Comiso-Milano. Innanzitutto, l'ex compagnia di bandiera chiama ancora l'aeroporto "Generale Vincenzo Magliocco". Già questo basterebbe a farmi innervosire. Ma il capolavoro vero è la grafica con cui Alitalia ha voluto celebrare il nuovo collegamento.
- clicca per ingrandire- 
Una fiera dei luoghi comuni che avrebbe figurato benissimo in quella che anni fa avrebbe potuto essere la mia tesi di laurea in antropologia culturale sugli stereotipi nell'industria turistica. Non la scrissi mai, preferii concentrarmi su altri stereotipi. Vabbè, lasciamo perdere le mie strane idee... Quello che resta però è un mirabile esempio di come non riusciremo mai a spogliarci di certi pregiudizi e convinzioni. Da una parte una chiesa barocca, le palme, il carretto e poi una sensualissima donna occhialuta e cappelluta, uno stereotipo perfetto della turista del nord che si presume pronta a farsi corteggiare dai masculi terroni. Dall'altra parte, il Duomo con la Madunina, via Montenapo e due malati di shopping, eleganti e chic come solo gli hipster e i metrosexual milanesi sanno essere.
Io forse esagero, ma il contrasto è stridente. Tra il sud luminoso, che vive del suo eterno giorno soleggiato e indolente, e il nord notturno, à la page, che gode i privilegi della sua esclusività.
Chissà, forse con i "cugini" arabi di Etihad andrà meglio...
Alitalia prova almeno a riscattarsi ricordando che con Comiso si può scoprire «una città che racconta secoli di storia, con un ricco patrimonio culturale, che ha dato i natali allo scrittore Gesualdo Bufalino, Premio Campiello con il romanzo Dicerie dell'untore e Premio Strega con la sua opera Le menzogne della notte». Voglio solo ricordare che il vecchio Bufalino, che il Nord lo amava, nell'ultima intervista prima di morire, liquidò certe pretese secessioniste come "Stupidania".

domenica 8 giugno 2014

La Torre di controllo

Pio La Torre e Rosario Di Salvo
Nella vecchia base militare di Comiso, quella dei missili, della Nato, degli americani, delle convergenze mafiose, sono entrato una sola volta. L'8 settembre 2002, mi pare. Concerto dei Nomadi. Un bel corto circuito storico: una band "di sinistra", popolare, pacifista, in quel luogo simbolico legato alla guerra, alle armi. Per me, quel posto aveva un solo nome: Pio La Torre. Lì ci fu la famosa marcia del 1982, di cui il segretario del Pci siciliano fu il simbolo e ispiratore. Perché seppe coniugare la vera lotta antimafia e la militanza antimilitarista.
Nel momento in cui si decise, finalmente, di riconvertire la lunghissima pista della vecchia base in scalo civile, sarebbe stato ovvio dedicare la struttura a Pio La Torre. Dal 1939 al 1973 (quando finì la prima vita civile dello scalo) era stata intitolata al generale di brigata dell'aeronautica Vincenzo Magliocco, un palermitano che combatté e morì nel 1936 nella guerra d'Etiopia, pagina storica di cui sarebbe meglio non vantarsi.
Insomma, non sono mai stato legato a quel nome, anzi, tutt'altro. E non ho problemi a ribadirlo continuamente. Non sarà "il gerarca fascista" di cui ha parlato ieri il Tg1, ma se quell'aeroporto ha ragione di esistere è per Pio La Torre. Quindi, quando nel 2007 l'amministrazione di centrosinistra re-inaugurò l'aeroporto, lo chiamò "Pio La Torre". Ma un anno dopo, la nuova giunta di destra se ne fregò e ripristinò il vecchio nome dell'aviere palermitano. Questo appunto fino a ieri, quando, ormai tornata in Comune una giunta di centrosinistra, l'aeroporto è stato nuovamente – e spero definitivamente, basta con ridicole beghe politiche da cortile – intitolato alla memoria e al nome di Pio La Torre. C'erano anche il presidente del Senato, Pietro Grasso, e quello della Camera, Laura Boldrini. Un ex magistrato antimafia siciliano e un'ex portavoce dell'agenzia per i rifugiati dell'Onu, capolista Sel in Sicilia nel 2013.
Mi ha colpito che la stampa delle mie zone abbia continuato anche ieri a sottolineare i mugugni e i malumori (presunti, stando a quel che ho letto) di chi magari potrebbe non "affezionarsi" al nome di La Torre. Evidentemente la toponomastica non è patrimonio condiviso. Ma quello che è davvero strano è che la sezione News del sito internet dell'«Aeroporto degli Iblei» sia ferma al 31 maggio (per celebrare il discreto successo dello scalo, grazie alle low cost come Ryanair), e quindi nessuna notizia. E ancora, naturalmente, non c'è nessun riferimento a Pio La Torre neanche nel logo ufficiale.
A Comiso, forse, attualmente sono più affezionati a suor Cristina?

giovedì 19 aprile 2012

A lezione da Pio La Torre

«Tutti sanno chi sono Falcone e Borsellino ma nessuno conosce Pio La Torre». Detta da una donna del nord, a me fa un certo effetto. La donna è una professoressa universitaria, bresciana, che insegna a Bologna. Si chiama Stefania Pellegrini ed è docente di Sociologia del diritto e tiene un corso che si chiama "Mafie e antimafia". Ma soprattutto è la persona cui si deve l'istituzione di un master sulla gestione dei beni confiscati alla mafia.
Non è il primo in Italia, ce ne sono altri due a Napoli e Benevento, ma quello che partirà a Bologna a fine novembre avrà la caratteristica unica di formare competenze tecniche nella gestione e nel recupero dei beni sequestrati alla criminalità organizzata. Il master sarà intitolato a Pio La Torre, quello che pochi studenti di quel corso sulla mafia conoscono. A pochi giorni dal trentennale della morte di La Torre, arriva questo omaggio dal nord («È un caso, ma mi piace pensare che sia un segnale», dice la professoressa). Quando ho saputo dell'istituzione di questo master, ho pensato immediatamente a quello che al contrario è successo a Comiso con l'intitolazione dell'aeroporto. Lì Pio La Torre non c'è più. A Bologna, alla facoltà di Giurisprudenza, evidentemente risulta meno scomodo. E allora, oltre ai motivi specifici per cui far nascere al nord – il nord colonizzato dalle mafie ma ancora un po' "ingenuo" – un master del genere, ecco che c'è «un'esigenza di memoria storica». Ricordare Pio e farlo conoscere a chi non ne sa nulla.
La professoressa Pellegrini ricorda di essere stata una delle pochissime persone in Lombardia abbonate ai Siciliani di Pippo Fava, sentendosi pure "rimproverare" dalla gente del sud (con frasi del tipo: «Cosa vuoi saperne tu della mafia?», come se fosse davvero solo "cosa nostra"). In questo master metterà competenze, passione e si farà anche carico di qualche spesa. L'importante è che il corso parta. Sperando che qualcuno in Sicilia capisca il messaggio.

venerdì 6 aprile 2012

La Sicilia marcia

L'altroieri ho rimpianto di essere troppo "piccolo". Non ero stato neanche concepito quando a Comiso il 4 aprile 1982, cioè trent'anni fa, quasi centomila persone manifestarono all'aeroporto Magliocco contro l'installazione dei missili americani Cruise. Era una battaglia pacifista, vera e sincera, forse fricchettona, ma non strumentale. Allora si lottava davvero contro la militarizzazione del Mediterraneo, sotto la guida di un martire come Pio La Torre. Sì, d'accordo, era facile allora e forse è ancora più facile adesso bollare quelle manifestazioni e quei sit-in come "anti-americanismo", in pienissimo clima da guerra fredda e di contrapposizione tra blocchi. Quasi scontato dare una patente politica. Epperò non c'erano solo i comunisti. Quella battaglia fu condivisa. Non da tutti, certo, ma marciarono anche movimenti cattolici. E trent'anni dopo a Comiso si sono riuniti i protagonisti di allora e i loro aspiranti eredi. Probabilmente alcune parole d'ordine sono cambiate, come cambiano i tempi. Ma la base è sempre quella, contro la guerra e contro la mafia. D'altra parte il raduno del 4 aprile 1982 fu l'ultimo di Pio La Torre, ucciso 26 giorni dopo. Aveva intuito il legame possibile tra il potere mafioso e il business dei missili.
Le date non sono mai casuali. Il giorno dopo questo anniversario così importante, il segno di un'epoca che non c'è più, arriva la notizia del rinvio a giudizio per il presidente della Regione Raffaele Lombardo. Io non so, e neanche me lo chiedo, dove fosse Lombardo il 4 aprile 1982; so soltanto che il 5 aprile 2012, dopo la decisione del Gip di non accogliere l'archiviazione della Procura e di disporre l'imputazione coatta, il governatore siciliano e il fratello Angelo sono stati rinviati a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio. Sul reato di concorso c'è un grande dibattito irrisolto e se Lombardo ostenta sicurezza (come sempre, d'altronde), evidentemente sa di potersela cavare. Beninteso, è già gravissimo il voto di scambio. Indipendentemente da come andrà a finire (lui dice che si dimetterà un attimo prima del verdetto del Gup di Catania, comunque), restano un paio di considerazioni. L'introduzione dell'associazione mafiosa nel novero dei reati penali è il capolavoro di Pio La Torre. Articolo 416-bis del codice penale, tanto per ricordarlo. E alcuni tra quelli che si dicono eredi del più grande politico siciliano del dopoguerra, sono oggi gli alleati dello psichiatra di Grammichele.
Trent'anni passano in fretta, altroché.

domenica 4 settembre 2011

Sarà pure l'ultima a morire, ma muore comunque

Ricordare un anniversario il giorno dopo può sembrare strano.
Il 3 settembre 1982 la mafia ammazzava il generale Carlo Alberto dalla Chiesa e la moglie Emanuela Setti Carraro. Qualche giorno dopo morirà l'agente di polizia Domenico Russo, colpito insieme a loro. Ieri si è celebrato dunque il ventinovesimo anniversario della strage di via Isidoro Carini. Io ci credo all'obbligo del ricordo, ma trovo fastidioso il ricordo forzato, soprattutto quando a pontificare e a glorificare post mortem sono le istituzioni che non hanno mai espresso in vita solidarietà e sostegno a quelle che adesso celebrano come vittime del dovere.
Il generale dalla Chiesa era stato lasciato solo. La sua nomina a prefetto di Palermo – lo sapevano tutti e lo sanno tutti – era una di quelle punizioni travestite da promozione. Promoveatur ut amoveatur. Il personaggio è uno di quelli che di diritto dovrebbe far parte del pantheon degli eroi di ciascun italiano: lotta contro la mafia e contro il terrorismo, mettiamoci pure un passato da partigiano. Indagava su tutto, ha toccato molti fili scoperti dei misteri italiani. Dal rapimento Moro alle stragi, dal terrorismo rosso alle nuove strategie della mafia siciliana. Fu uno dei primi a intuire, insieme a Pio La Torre, che Cosa Nostra stava mettendo le mani anche su grandi affari come la base militare di Comiso. L'esperienza non gli mancava e quindi lo sapeva prima di tutti lui stesso che non gli avrebbero fatto svolgere il suo ruolo in Sicilia: «Mi mandano in una realtà come Palermo, con gli stessi poteri del prefetto di Forlì».
Perché lo ricordo il giorno dopo la solita ipocrita parata istituzionale in memoriam? Semplice, perché il 4 settembre del 1982, appunto il giorno dopo, vicino al luogo dell'attentato spuntò una scritta anonima, della quale tanto si è parlato negli anni:
«Quì è morta la speranza dei palermitani onesti»
Un necrologio che rende davvero onore alla memoria del generale dalla Chiesa e del suo sacrificio. I palermitani (e i siciliani) onesti si sentirono morti anche loro sotto i colpi di kalashnikov in via Carini e sicuramente si sentirono oltraggiati dall'ipocrisia dei potenti che si presentarono al funerale. Prima ancora di Craxi durante Tangentopoli, furono questi politici ad assaggiare la rabbia delle monetine del popolo umiliato e offeso. Fu risparmiato solo Sandro Pertini. Ah, Andreotti non c'era (preferisce i battesimi ai funerali, diceva).
Ventinove anni dopo i palermitani e i siciliani onesti ci sono ancora, ma la loro speranza è morta troppe volte. E mai di morte naturale.

sabato 30 aprile 2011

Nel nome di Pio

Un anniversario è un anniversario anche se non fa cifra tonda. Quando poi si ricorda la morte di uomini di grande levatura, allora mi importa poco se sono ventinove, trenta o trentuno anni. Il 30 aprile 1982, appunto ventinove anni fa, moriva a Palermo, insieme al collaboratore Rosario Di Salvo, il segretario regionale del Pci Pio La Torre. Due comunisti, di quelli che la lotta alla mafia l'hanno fatta fino all'ultimo e non da "professionisti dell'antimafia". Di Salvo tirò fuori pure la pistola per rispondere all'agguato mafioso in via Turba.
Pio La Torre, un nome che dovrebbe far parte dei ricordi, delle conoscenze, della formazione di ciascun siciliano. Sì, certo, era politico, schierato. Il solito comunista "fissato" che vedeva mafia e violenza, intrecci di potere e complicità nella nostra bella terra di Sicilia. Perché d'altra parte la Sicilia si nutre spesso delle tautologie à la Dell'Utri: «Se esiste l'antimafia, esisterà anche la mafia» (© Luciano Liggio). Evidentemente Pio La Torre è un altro di quelli che se l'è andata a cercare. Fin da quando lottava a fianco dei contadini nel dopoguerra.
Comunista e, come i comunisti di una volta, scomodo, combattivo, un grande dirigente e un grande politico. In un tempo in cui i parlamentari italiani non danno il nome a leggi importanti ma più spesso "battezzano" obbrobri legislativi, Pio La Torre vive ancora nel nome di una legge fondamentale per il nostro Paese. La legge sulla confisca dei beni ai mafiosi e sull'introduzione del reato di associazione mafiosa (art. 416-bis del codice penale). Cose da comunisti, dirà qualcuno. Beh, la legge è la Rognoni-La Torre e Rognoni è Virginio Rognoni, ex ministro democristiano. Ma poi era da comunista anche la battaglia contro l'installazione dei missili Cruise nella base Nato di Comiso. Pacifista comunista, facile bollarlo così. Però al generale dalla Chiesa, La Torre l'aveva detto: guardate che quella base stuzzica l'appetito della mafia, palermitani e catanesi trovano un bel punto d'incontro nella provincia babba. E questo lo diceva trent'anni fa.
Questo e tanto altro era, è stato, è Pio La Torre. Bello quando gli hanno dedicato l'aeroporto di Comiso. Smantellata la base e riconvertita per usi civili, l'aerostazione poteva avere solo un nome ed era quello di Pio. Prima si chiamava Magliocco, intitolata a un ufficiale di aviazione della guerra d'Etiopia. Che con Comiso non aveva nulla a che fare. La giunta di centrosinistra aveva deciso di omaggiare La Torre, i successori di centrodestra l'hanno trovata una scelta "fatta per dividere", tornando all'aviatore palermitano. Un militare fascista che bombardava l'Abissinia.
Pio La Torre, invece, è troppo connotato: pacifista, comunista, ammazzato dalla mafia.