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venerdì 27 gennaio 2023

I miei giorni a Campobello / I giovani

Nei miei giorni da inviato a Campobello di Mazara e Castelvetrano, solo in un caso ammetto di essermi lasciato andare alla retorica. Quando ho parlato dei - e con i - giovani, anzi giovanissimi, di quei paesi. Il giorno in cui sarebbe stato scoperto il secondo bunker di Matteo Messina Denaro a Campobello, la mattina i ragazzi delle scuole del circondario erano scesi in piazza con cartelli e slogan, cosa che le altre generazioni non avevano granché fatto. Ero in giro tra Campobello e le campagne quando poi mi sono spostato a Castelvetrano proprio per parlare con questi adolescenti che avevano voglia di dire la loro e di essere ascoltati. La manifestazione era già terminata ma ho trovato due gruppi di ragazzi ancora in piazza: i 14-15enni di Campobello, freschi studenti del liceo scientifico a Castelvetrano, e i 16-17enni del classico, provenienti anche da altri paesi della provincia (Partanna, Santa Ninfa, Salaparuta).
Tutti sono contenti dell'arresto del boss. Tutti però vogliono risposte su come sia stata possibile questa latitanza così lunga. Tutti chiedono che la loro voce venga finalmente ascoltata e si inizi ora a parlare di futuro. Tutti sottolineano la frattura generazionale tra i "vecchi" che hanno spesso giustificato il boss, facendone addirittura un eroe, e i giovani che non possono accettare questa presunta "normalità" ("Come si fa? Ha ammazzato anche quel povero bambino", dice Stefano riferendosi a Giuseppe Di Matteo). Ma ci sono anche alcune differenze.
Le cose più forti, che costringono a riflettere, me le hanno dette i campobellesi. Dalila, Alice, Marco, Giada, Gabriele e gli altri, tutti concordi nel dire che quando saranno grandi lasceranno il loro paese ("Ormai è rimasto un paese di vecchi", dice Dalila, vecchi con cui non c'è dialogo o confronto); solo uno azzarda "io resterei", ma al condizionale perché ci vogliono le condizioni giuste. E poi il colpo che smantella decenni di retorica dell'antimafia da festa comandata, istituzionale, di maniera: "Sì, a scuola si parla di mafia; abbiamo parlato di Falcone, Borsellino, il generale dalla Chiesa, ma non di Messina Denaro". Magari il loro è un singolo caso (i ragazzi dell'altro gruppo riferiscono al contrario di iniziative antimafia in cui anche l'ex latitante era parte del discorso), magari è una coincidenza, però quella frase è stata per me una deflagrazione. Anche perché sono gli stessi ragazzi a spiegare che nel loro paese il padrino ha avuto decenni di coperture dalle generazioni che hanno approfittato, pure indirettamente, del suo potere criminale. L'omertà è sempre un fatto di interesse, non di disinteresse. Poi, più tardi nella stessa giornata, quei giovanissimi di Campobello li avrei ritrovati davanti alla stradina del bunker, via Maggiore Toselli, incuriositi e ancora con tanta voglia di sapere.
Dai ragazzi del classico ho percepito invece un briciolo di ottimismo in più. Sono stanchi delle etichette di "terra di mafia", addirittura se lo sono sentiti dire da un liceo campano con cui hanno fatto uno scambio ("Chissà che cosa diranno quando verranno a marzo!", commenta una delle ragazze). Si chiamano Angela, Egle, Maria Sole, Stefano, Nadia, Imma. Vogliono risposte, sanno che Messina Denaro ha prosperato grazie al suo "ricatto occupazionale". Nel loro futuro ci sono ancora i loro paesi e la loro provincia, quantomeno la loro Sicilia. "Vogliamo restare e fare qualcosa per la nostra terra", dicono praticamente in coro. Angela cita il suo "mito Falcone" - si illumina in volto - e la mafia come fatto umano che prima o poi dovrà finire ("Si spera non insieme all'essere umano", aggiunge). Lei ha le idee chiare: "Voglio fare il magistrato. Antimafia. Devo restare qui".

martedì 19 settembre 2017

Nathan, abbiamo un problema

«Alcuni migranti in fuga dalla guerra raggiungono un'isola nel Mediterraneo. La prima settimana ne arrivano 100, poi ogni settimana il loro numero aumenta del 10 per cento». Accanto, la foto di un gommone carico di persone. Sembra una cronaca fredda, meccanica, cinica del fenomeno dell'immigrazione. Certo, "migranti in fuga dalla guerra" non è propriamente corretto, sarebbe stato più preciso "profughi", ma sui giornali si fa spesso confusione (talvolta volutamente). Come dite? Non è un articolo di giornale? Ah.
In effetti il testo continua. Si chiede «per quante volte viene moltiplicata una quantità quando aumenta del 10%?». Parla di «serie geometriche». Invita a «dedurre il numero totale di migranti giunti sull'isola dopo otto settimane, arrotondando all'unità». Affronta l'argomento come un fatto puramente matematico. E questo è, il testo.
Ma far diventare un simile dramma l'argomento di un problema di matematica per un libro del liceo, mi sembra quantomeno fuori luogo. Come fu vergognoso che due anni fa, su un libro di fisica in Italia, si chiedesse agli studenti liceali di calcolare l'impatto di un sasso dal cavalcavia su un'auto. Il problema di matematica è invece in un manuale della casa editrice Nathan per le scuole francesi. E qui sarebbe da chiedersi se il "cuginetto" che ha elaborato con dovizia di particolari tecnici e professionali il problema 93, a pagina 34 del manuale riservato all'ultima classe degli indirizzi economico-sociale e letterario, sia stato davvero così ingenuo (naïf?) o abbia sottovalutato le conseguenze di una gaffe del genere. "L'isola nel Mediterraneo" è indubbiamente Lampedusa; dubito si tratti della Malta intransigente che respinge navi con a bordo tre migranti...
Dopo le proteste e le polemiche, Nathan ha fatto mea culpa, ha ritirato il testo e dice che lo sostituirà gratuitamente. Speriamo si limitino ai soliti problemi sulla spesa al mercato. "Ahmed vende mele e arance...".

venerdì 8 aprile 2011

La lingua batte dove il dialetto duole

Altro che Lega Nord. Quando c'è un partito come l'Mpa, anche in Sicilia è garantita la possibilità di dare sfogo alla creatività di chi ha scelto di fare dell'autonomia la propria bandiera. A proposito di bandiera, sul vessillo giallorosso della Trinacria c'è chi l'autonomia la intende come diritto di smarcarsi e mettere persino in discussione il maggiore simbolo dell'identità sicula. Ma naturalmente l'altro grande simbolo è la lingua (o il dialetto). E qui torna la Lega. I Padani ci tengono alla lingua (quale?, ndr) e a più riprese propongono l'insegnamento dell'idioma locale nelle scuole. Polemiche, distinguo, strumentalizzazioni: il polverone si alza sempre quando qualcuno tira fuori l'idea del dialetto a scuola.
Ma cos'è il dialetto? E cos'è una lingua? La definizione migliore, netta, chiara, è quella del più grande linguista contemporaneo, Noam Chomsky: "La lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito". Dunque il dialetto, o comunque una lingua regionale, ha una sua grande dignità. Al nord come al sud, chiaramente. Ora la Regione Siciliana potrebbe avviarsi sulla strada dell'insegnamento del siciliano nelle scuole. Il siciliano, lingua e non dialetto. Che deriva direttamente dal latino e non dall'italiano.
Per l'Unesco sono almeno 5 milioni (emigrati esclusi) le persone che parlano in siciliano, considerato non in pericolo di estinzione ma comunque "vulnerabile" perché "molti bambini parlano la lingua, ma potrebbe essere limitata ad alcuni contesti ristretti". Secondo la Carta Europea delle Lingue Regionali o Minoritarie del 1992, il siciliano andrebbe considerato appunto una lingua. Art. 1: "Per lingue regionali o minoritarie si intendono le lingue che non sono dialetti della lingua ufficiale dello Stato". Per la cronaca, la Carta è entrata in vigore nel 1998, l'Italia l'ha firmata nel 2000 ma non l'ha ancora ratificata.
Il deputato regionale autonomista Nicola D'Agostino ha presentato un ddl in commissione Cultura, Formazione e Lavoro sull'insegnamento della lingua, della storia e delle tradizioni siciliane. Approvato. Ora toccherà a Palazzo dei Normanni votare il provvedimento; in molti sono fiduciosi che dal prossimo anno scolastico nelle scuole dell'Isola si potrà insegnare il siciliano, e in siciliano. Tutti entusiasti. Il presidente Udc della commissione Cultura, Totò Lentini, è soddisfatto e ci vede pure un'opportunità occupazionale per i precari della scuola. Titti Bufardeci, presidente del gruppo miccicheano di Forza del Sud, conta che così si possa arginare la perdita di un patrimonio storico e letterario per colpa della globalizzazione. Contenti naturalmente gli assessori all'Istruzione, Mario Centorrino, e ai Beni culturali e all'Identità siciliana (sic), Sebastiano Missineo.
Giusto preservare e rilanciare lingua e tradizioni, non posso che essere d'accordo. Però vale la stessa obiezione fatta per le lingue padane. Quale lingua? Quale lingua siciliana? Se è una lingua, ha tanti dialetti. E così è. Nel ddl D'Agostino non si legge mai la parola "dialetto", né l'onorevole catanese l'ha citata nella sua relazione. Dunque qual è la lingua siciliana da insegnare nelle scuole? Sarà diversificata a seconda delle zone, delle province, dei comuni? Escludendo i dialetti salentini e sud-calabresi, appartenenti al ceppo linguistico siciliano, già i soli gruppi dialettali grandi e/o medi nell'Isola sono sette. Da suddividere e moltiplicare di città in città, di paese in paese. E aggiungiamo le parlate gallo-italiche, con influenze lombarde, francesi e provenzali. Poi le minoranze greche e albanesi. Anche le scuole di queste zone avranno il diritto di insegnare nei rispettivi idiomi, no? Troppo diversi i dialetti tra di loro, anche a distanza di pochi chilometri.
Spero che qualcuno sappia chiarirmi questo dubbio. Accetto spiegazioni anche in siciliano.