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lunedì 10 luglio 2017

Il ponte sul Detroit

Il Movimento 5 Stelle ha scelto il suo candidato alle Regionali di novembre in Sicilia. Ovviamente è Giancarlo Cancelleri, deputato regionale uscente e già candidato nel 2012, molto vicino ai vertici nazionali. Ovviamente, perché lo sapevano tutti che sarebbe stato lui. E il voto online di qualche migliaio di iscritti M5S non poteva smentirlo. Tra l'altro, assomiglia molto a certe primarie di centrosinistra che i grillini considerano fasulle perché servono solo a certificare un'investitura decisa dall'alto... Il solito show di Beppe Grillo ha fatto solo da contorno.
Su QN ho intervistato Pietrangelo Buttafuoco, acutissimo osservatore delle cose siciliane (da noi sono talmente complesse che forse è meglio usare un termine generico...). E il quadro è, prevedibilmente, impietoso. Tra un M5S quasi certo della vittoria ma costretto a un bagno di realismo, una sinistra assente e da operetta, una destra che si è messa all'angolo. Con un elettorato che spesso pensa solo a se stesso.

La Sicilia come Detroit. «Io a Cancelleri (il neo designato candidato presidente grillino in Sicilia, ndr) l’ho detto: quando il Movimento 5 Stelle vincerà le regionali in Sicilia, dovrà copiare la procedura fatta per Detroit. Dichiarare il default». Pietrangelo Buttafuoco, giornalista e scrittore catanese, non ha dubbi che i grillini vinceranno a novembre. Né sul fatto che la Sicilia «non si può salvare».
Allora c’è poco da fare... La Sicilia è condannata?
«Il M5S è favorito, rappresenta il cambiamento. Ma come tutti i favoriti ha una responsabilità: conoscere la realtà delle cose. E chiunque arriverà dopo Rosario Crocetta farà di peggio. Non ce la farebbe neanche Mandrake! Resta solo dichiarare il default».
Peggio? E perché?
«La Sicilia non si può salvare finché c’è questo statuto speciale che accelera solo le condizioni di corruzione e degrado. Il ricatto del consenso, le clientele: è come una cisti, una metastasi».
Tutta colpa dell’autonomia?
«L’autonomia sarebbe bellissima. Di mio, io sarei indipendentista... Ma non con questa degenerazione e con un ceto politico così inadeguato».
Ecco, i politici. I grillini vinceranno anche perché gli altri...
«I vertici istituzionali nazionali sono siciliani: Mattarella al Quirinale, Grasso al Senato, Angelino Alfano alla Farnesina. E tutti sono partecipi della sofferenza politica della sinistra siciliana. Crocetta è il presidente con il buco (di bilancio) intorno... Resta la solita retorica della sinistra che non risolve i problemi ma li criminalizza».
Sta parlando di mafia?
«Non so se dire ‘per fortuna’ o ‘purtroppo’... ma la mafia è ormai l’ultimo dei problemi. C’è invece questa antimafia da operetta, retorica. Un’antimafia dalla quale, ad esempio, è sempre rimasto fuori Pietro Grasso. Che infatti ha detto di no alla proposta di candidarsi per il centrosinistra».
A sinistra cercano ancora il papa straniero.
«O è il papa straniero o alla fine ricandidano Crocetta, l’uomo dell’asse antimafia-Confindustria, quello che cambia continuamente assessori. La verità è che Renzi non ha mai considerato la Sicilia. E se vedi i renziani siciliani ti scanti (ti spaventi, ndr), ci vuole l’antitetanica! Si è creata una maionese impazzita con il renzismo. Esilarante quando hanno sondato pure Gaetano Miccichè, il banchiere, fratello di Gianfranco, quello di Forza Italia...».
E i vecchi della politica siciliana, l’usato garantito tipo Leoluca Orlando o Enzo Bianco?
«L’unico poteva essere Leoluca, un demiurgo che però ha deciso di godersi il suo lavoro a Palermo, l’ultima vera perla rimasta».
Diceva di Miccichè. La destra come sta invece? Candiderà Nello Musumeci?
«Probabile. Se Silvio Berlusconi ha rimesso tutto in mano a Miccichè vuol dire che non gli interessa più la Sicilia, quella del fu 61-0. Il fatto è che la Sicilia preoccupa molto i leader nazionali».
Perché?
«Qui le campagne elettorali sono come i concorsi pubblici: ognuno cerca la propria collocazione. Questo una volta era il granaio di Roma, ora è solo un granaio elettorale. E in tema di eccentricità non ci batte nessuno: il 61-0, Beppe Grillo che arriva a nuoto, siamo una terra particolare. Tutti i fenomeni del pittoresco si danno appuntamento qui...».
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martedì 11 aprile 2017

Aiuto! regista


Gli assenti hanno sempre torto, gli assenteisti quasi sempre.
Quasi: perché, al netto della giusta indignazione popolare sui "furbetti del cartellino" e affini, quando le cose finiscono in tribunale possono pure andare in maniera diversa. Lasciamo perdere le solite considerazioni politiche sulle varie riforme della pubblica amministrazione, atteniamoci al punto e ai fatti: 77 dipendenti del Comune di Modica, accusati di assenteismo nel 2012, sono stati assolti in primo grado dal tribunale di Ragusa. E su questo, domenica scorsa, Massimo Giletti c'ha imbastito la solita puntata indignata della sua Arena su Rai 1, fondata ancora una volta sul facile bersaglio della Sicilia irredimibile, l'Isola dei privilegi, la terra degli scandali quotidiani.
Al di là della sensazione sgradevole e stucchevole dello "sparare sulla Croce Rossa", la vicenda ha avuto una coda interessante proprio a Modica. Sono intervenuti a distanza di un giorno un ex sindaco, Piero Torchi (fu Udc), e l'attuale primo cittadino Ignazio Abbate (ex Ds, mai entrato nel Pd, poi folgorato sulla via di un civismo autonomo e di centro). Entrambi se la sono presi per «l'immagine falsa» della città, il «fango», la «caccia alle streghe», una città bella e gloriosa trattata come «zimbello». E così via, com'è naturale che sia, fino a «quell'orgia mediatica anti siciliana che ormai ‘alberga’ nell'animo del signor Giletti» (Ignazio dixit). Però è la riflessione successiva a lasciarmi molto perplesso, anzi "basito", per utilizzare lo stesso termine usato dal sindaco. Cito ancora testualmente le sue parole, con tanto di perentorie maiuscole, e mi spiego, partendo dal suo "dispiacere":
Abbate con un habitué delle "crociate" di Giletti,
il presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta

Un dispiacere che è ancora più forte se si pensa che il regista di quella trasmissione è un MODICANO, il signor Giovanni Caccamo, ‘figlio’ di questa Città, che in questa Città è cresciuto e che da questa Città ha cominciato il suo cammino verso quelle vette professionali che ha raggiunto… Dimentico anche lui di questo, ha dato ‘una mano’ a dipingere ciò che Modica non è [...]. Avere il regista modicano, poteva far ‘scontornare’ meglio i confini dell’accusa contro Modica [...] Capisco che ‘nemo propheta in patria’, ma, da un Modicano come il regista di quella trasmissione, mi sarei aspettato un po' più di VERITÀ su Modica e non questo ‘massacro’ mediatico che mi lascia basito, che mortifica la realtà e che ha anche la firma in calce di un Modicano, evidentemente un po' troppo ‘romanizzato’ per capire che le cose, nella mia e nella NOSTRA CITTÀ non stanno come le ha dipinte la sua trasmissione…
Giletti ha evidentemente trovato la sua gallina dalle uova d'oro, in termini di audience domenicale, nelle magagne della Trinacria. Ma mi fa specie che il sindaco, anziché inchiodare Giletti sul fatto che ha costruito la puntata sulle carte dell'accusa e non sulla sentenza di assoluzione, abbia reagito punto nell'orgoglio di un miope campanilismo, di un abbozzato revanscismo meridionalista. Prendendosela con il regista della trasmissione di Giletti, un modicano che di nome fa Giovanni Caccamo (non siamo parenti e non so minimamente chi sia). Perché se uno è modicano e lavora alla Rai ed è un professionista, dunque avrebbe dovuto astenersi dal "mettere la firma" sul programma. Programma che va criticato semmai per i mille difetti professionali e di contenuto: Giletti è lo stesso che, più di un anno fa, disse che Pirandello e Quasimodo erano nati nello stesso paesino (emblema di altri mali siculi, ça va sans dire) in provincia di Agrigento...
Sindaco Abbate, se la prenda piuttosto con la sciatteria, magari sì anche con questa specie di accanimento scientifico e interessato contro la Sicilia, con la non correttezza professionale, ma combattere lo stereotipo con un contrattacco così bislacco è insensato. Soprattutto perché mette in discussione un principio sacrosanto di qualsiasi professione: la professionalità.
Dunque io, che sono modicano e da tempo lavoro al di là della "linea gotica", dovrei evitare di criticare, se è il caso, ciò che non va nella mia bellissima città e nella meravigliosa terra di Sicilia? Aver vissuto a Bologna, Ravenna, Milano, insomma, potrebbe aver offuscato la mia obiettività... La censura fa schifo; l'autocensura provincialotta anche di più.

giovedì 14 gennaio 2016

Chi l'ha letto?

Da inizio anno ho già letto un libro per intero e almeno altri due li ho iniziati. Entro la fine di gennaio dovrei arrivare a quattro libri letti, più o meno. E nel frattempo, nelle prime due settimane del 2016, ho visitato una decina tra musei e affini. Non avevo mai creduto che queste cose, per me normalissime fin da quando sono piccolo, fossero così assurde, rare, totalmente disallineate dalla media nazionale. Perché le statistiche dicono che un italiano su cinque non si sia dedicato affatto a "consumi culturali" – cinema compreso – l'anno scorso e che sei connazionali su dieci non abbiano letto (per motivi non professionali né di studio) neanche un libro nei 12 mesi passati. Letto, non comprato, beninteso. Quindi io sono fuori dalla media, dice la statistica, che non sempre è quella del mezzo pollo di Trilussa.
Il problema è che i numeri sono freddi e spietati. E il Sud Italia va peggio della già disastrosa media nazionale. Perché se in Italia si leggono pochissimi libri e giornali (ricordo di aver letto anni fa che i vietnamiti sono più affezionati di noi alla stampa...), nel Meridione si sale fino al 70% di non lettori. Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e infine Sicilia, nella classifica delle regioni che non leggono. Nella mia Isola, la terra dei due premi Nobel, quella del Gattopardo consigliato pure dalla buonanima di David Bowie, la percentuale di persone dai 6 anni in su che non aprono un libro in un anno è precisamente del 68,3 per cento. In generale, nelle regioni meridionali la quota si attesta intorno ai due terzi; meno del 50% nel Nord, per la cronaca.
Io sono un famelico consumatore di cultura e letteratura, quindi non so perché sia così diffuso al contrario il "digiuno" dei miei connazionali. So soltanto che ancora adesso, dopo sette anni, mi ritorna in mente la notizia dell'apertura di due librerie (una si chiamava "L'Araba Fenice") a Gela, città di quasi 80mila abitanti che fino ad allora, 2009, non aveva una vera libreria, ma solo qualche cartoleria. Il sindaco di allora era Rosario Crocetta che compose addirittura dei versi poetici sulla "Resurrezione" di Gela grazie alla cultura. E sempre nel 2009 anche Vittoria, oltre 60mila abitanti, centro ragusano spesso pericolosamente nell'orbita (mafiosa) di Gela, inaugurò la sua prima libreria. E si potrebbe proseguire all'infinito, ricordando anche quante piccole attività aperte sull'onda della scommessa e della speranza abbiano poi dovuto chiudere. Certo, l'obiezione è che i libri si possono pure leggere in biblioteca. Giusto, ma quella di Modica, dopo anni di lavori, non ha ancora una sua sede definitiva e certa, con i testi del Fondo antico conservati a lungo in luoghi inadeguati, a detta della Soprintendenza. E purtroppo, anche quando c'era una sede, i modicani non frequentavano granché le sale polverose della stantia biblioteca cittadina. Ora magari comprano un paio di bestseller l'anno.

mercoledì 29 luglio 2015

La Tusa ispiratrice

Tusa è l'ultimo comune della provincia di Messina al confine con quella di Palermo. Arrivarci non è difficilissimo, tutto sommato, da quando l'autostrada A20 è ormai definitivamente completata (il "definitivo" siciliano, in realtà, è sempre relativo...). C'è tanto di casello, sulla Messina-Palermo.
Così chi avesse voglia di fare un bagno nella frazione marina di Castel di Tusa, alla spiaggia delle Lampare, Bandiera Blu 2015, non avrebbe grandi problemi. Ed è pure più vicina Palermo, a una novantina di chilometri, mentre il capoluogo Messina è a più di 140 km di distanza.
Ma basta questo? Intendo dire, è sufficiente la relativa vicinanza tra il capoluogo dell'Isola e Tusa per spiegare perché questa cittadina di 3.000 abitanti, la greca Alesa Arconidea, sia diventata la vera capitale della "rivoluzione" di Crocetta? Eh già: il governatore siciliano sotto pressione mediatica, giudiziaria (?) e politica, è ora in vacanza a Vulcano, ma nei giorni più duri e intensi del fuoco incrociato per l'affaire Borsellino era rintanato proprio a Tusa. Dove, ha detto Baldo Gucciardi, l'uomo del Pd che contemporaneamente sostituisce ad interim Crocetta e la stessa Lucia Borsellino, il presidente passava il suo tempo «provato, ma sereno».
E da Tusa tuonava in diretta televisiva. Da Tusa diramava i suoi ormai immancabili comunicati stampa. A Tusa studiava le mosse per riprendersi la scena e scacciare i fantasmi della sfiducia. Ma perché Tusa? Perché non la stessa Palermo o, più logicamente, la "sua" Gela?
Tano Festa, "Monumento per un poeta morto (Finestra sul mare)", 1989
L'equazione è semplice: il legame tra Tusa e Crocetta si chiama Antonio Presti, imprenditore geniale, grande mecenate contemporaneo, un uomo capace di creare quasi trent'anni fa Fiumara d'Arte, uno dei più grandi musei all'aperto d'Europa, nel letto del fiume ("a carattere torrentizio", come scrivevano i sussidiari delle medie) Tusa e nei dintorni, con nomi del calibro di Tano Festa, Pietro Consagra, Piero Dorazio, Mauro Staccioli, Hidetoshi Nagasawa. Un imponente parco di sculture contemporanee, un'iniziativa senza precedenti, nata anch'essa con il sigillo dell'attivismo antimafia. Ma pure un caso giudiziario, perché per alcuni (politici, tra cui Rutelli quando era "verde", e magistrati) si trattava addirittura di un abuso edilizio. E volevano demolire le opere. Adesso le cose sono cambiate: nel 2006 il governo regionale ha varato pure un provvedimento ad hoc, la legge 6/06 dal titolo "Valorizzazione turistica - Fruizione e conservazione opera di Fiumara d'arte". Testuale. Ormai il percorso culturale di Tusa è una realtà internazionale, insieme all'altra alzata d'ingegno di Presti che, quando le cose si stavano mettendo male a Fiumara, si è inventato Atelier sul Mare, un hotel esclusivo con altre opere d'arte e stanze a tema.
Ecco, torniamo a Saro: in quell'albergo così singolare c'è una camera tutta per lui, riservata, con tanto di iniziali sulla porta (una volta, due anni fa, ha dovuto lasciarla per ragioni di sicurezza, cioè per non creare rischi agli altri ospiti). E Antonio Presti è uomo di punta del côté di Crocetta, al punto da candidarsi nel 2013 al Senato nella lista del Megafono, dietro il grande sponsor dell'operazione crocettiana, cioè Beppe Lumia. Lo stesso presidente aveva pensato al mecenate come assessore regionale alla Cultura, nel grande valzer delle poltrone che ha caratterizzato (e/o caratterizza) l'esperienza governativa dell'ex sindaco di Gela da quando è approdato a Palermo. Quindi non c'è solo l'arte, o la cultura, o l'antimafia. No, c'è anche la politica: a Tusa, alle regionali del 2012 vinte da Crocetta, il Megafono è stato il primo partito, e pure con distacco. Prese il 36,7%, 525 voti, ben più della metà di tutti i voti della coalizione di centrosinistra nella cittadina. La prima uscita pubblica, dopo l'elezione, Crocetta la fece proprio a Tusa, all'Atelier dove aveva piazzato il suo quartier generale in campagna elettorale. E Rosario "Saro" Crocetta da Gela è ormai pure cittadino onorario di Tusa. Con tanti ringraziamenti per la pubblicità dal sindaco Angelo Tudisca, un avvocato ex Udc che ora figura nella direzione nazionale di Italia Unica, il movimento di Corrado Passera.

lunedì 20 luglio 2015

La recita del Rosario

Io un abbraccio come quello di Sergio Mattarella e Manfredi Borsellino non ricordo di averlo visto altre volte. Persino il presidente della Repubblica, così schivo e riservato, è andato fuori dal protocollo e ha espresso con naturalezza ed emozione l'affetto per il figlio di Paolo. E questo naturalmente fa più sensazione perché è successo nei giorni dello scandalo e della rabbia per la presunta intercettazione tra il (quasi ex?) presidente della Regione Crocetta e il suo medico-amico Tutino, con le ormai note parole oscene nei confronti di Lucia Borsellino. Forse sarà il solito teatrino alla siciliana, forse no. Certo è che quell'abbraccio sincero e commosso, davanti a sguardi spiazzati, dice più di tante altre parole. Considerando peraltro che le parole di Manfredi erano state dure.
Io mi sono dato un ordine, un obbligo, un compito: ricordare ogni anno, nel mio contesto pubblico molto piccolo, quelle due terribili date del 1992, il 23 maggio di Capaci e il 19 luglio di via D'Amelio. A volte preferirei non farlo, perché non mi pare di avere nulla di così importante da dire. Quello che conta almeno è saperlo, conservare come monito il ricordo dell'estate più calda della storia siciliana. A volte però sarebbe meglio il silenzio, vero, non interrotto da ipocriti applausi di alleggerimento della coscienza. Il silenzio che qualcuno dovrebbe infine consigliare sul serio a Crocetta: a tacere davanti agli insulti di Tutino a Lucia e poi rompere il silenzio alle parole incontestabili di Manfredi, non mi sembra si faccia una gran figura. Senza bisogno di tirare sempre in ballo l'anti-antimafia e l'omofobia.
Ecco, su una cosa taccio invece io, e l'ho fatto anche al lavoro, forse per lapsus, o per scelta, o per ragioni di spazio. Nell'articolo che ho scritto sul Quotidiano Nazionale, ho omesso questa frase di Crocetta: «Tutto accetterò tranne che morire come un pezzo di merda in un letto». Non la capisco, davvero. Il silenzio non è solo omertà. A volte è una splendida opportunità.

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venerdì 3 luglio 2015

Il Borsellino vuoto

Non ricordo quanti anni fa, non sono sicuro che fosse a Ballarò, comunque in una trasmissione del genere, ci fu un interessante e quasi surreale scambio di battute tra Rita Borsellino e l'allora senatore Pdl Carlo Vizzini (nella Prima Repubblica era nel Psdi). Rita era nel suo periodo politico e si sentiva sempre ripetere, più o meno esplicitamente, che stava sfruttando il (cog)nome del fratello Paolo. Vizzini quella volta disse a Rita che contestava le sue scelte politiche (si sa, Paolo era stato di destra) e subito correggeva il tiro, a scanso di equivoci, dicendo di aver "collaborato con suo fratello". Insomma, non è che criticando Rita Borsellino stava infangando la memoria del giudice ucciso, chiaro. Rita sommessamente fece notare che Paolo era suo fratello e la tragedia lei l'aveva vissuta in primissima persona. Ecco, qualche tempo dopo Vizzini, da redivivo socialista "di sinistra", sarebbe diventato uno dei più attivi e strenui sostenitori di Rita Borsellino in politica.
Lunga premessa per finire a parlare della nipote di Rita, Lucia Borsellino. Non c'è niente da fare: noi siciliani non ce le meritiamo certe persone. Abbiamo (parlo in prima persona perché in fondo la responsabilità è davvero collettiva, di tutti noi siculi, anche di chi non ha colpe dirette, ndr) preferito Totò Cuffaro a Rita Borsellino, a Palermo ci confortavano i giochi di potere trasversali più del programma di rottura di Rita, così come ci siamo fatte piacere le giravolte e le ipocrisie del Pd. E così abbiamo abbandonato anche Lucia Borsellino a combattere da sola la sua battaglia civile e professionale, per non disturbare i manovratori della politica ai quali dobbiamo sempre qualcosa. Lucia che da dirigente della sanità regionale aveva dimostrato grande competenza e capacità anche durante le giunte Lombardo, Lucia che da assessore con Crocetta era l'unica davvero titolata a rappresentare la rivoluzione siciliana tanto strombazzata. Strombazzata, ma non da lei, che con discrezione ha continuato a lavorare nonostante "l'ambiente circostante". Dopo un primo tentativo di uscire da quel teatrino, con dimissioni respinte a febbraio dopo lo scandalo della piccola Nicole morta in ambulanza, ora ha lasciato definitivamente. Singolare, però: c'è voluto un caso più che politico che tecnico per accelerare la rottura. L'episodio è simbolico, naturalmente. Il chirurgo e medico personale di Crocetta, Matteo Tutino, primario al Villa Sofia di Palermo, arrestato per truffa, falso, peculato e abuso d'ufficio («Quest'amicizia, sempre ostentata da Tutino, ha molto condizionato la vita di una grande azienda ospedaliera di Palermo», ha spiegato l'ormai ex assessore). La classica goccia che fa traboccare il vaso. E che certifica il fallimento della presunta rivoluzione crocettiana.
Ripeto, non ci meritiamo persone come Lucia, gente perbene e capace che dice cose così:
Oggi torno a essere la figlia di Paolo. E, in nome dei suoi semplici insegnamenti, chiedo a tutti di non invitarmi, il 19 luglio, alla commemorazione di via D'Amelio. Non capisco l'antimafia come categoria, come sovrastruttura sociale. Sembra quasi un modo per cristallizzare la funzione di alcune persone, magari per costruire carriere. La legalità, per me, non è facciata, è una precondizione di qualsiasi attività.

martedì 24 marzo 2015

Torna a casa Alessi

Io me lo ricordo bene quando nacque il Pd. Nel 2007 ero a Firenze all'ultimo congresso, quello di scioglimento, dei Democratici di Sinistra. Una delle principali critiche che venivano mosse allora era che il Partito Democratico stava nascendo come una fusione a freddo tra due partiti, appunto i Ds e la Margherita. Ho sempre sottoscritto l'obiezione e, nonostante i risibili tentativi di negare che i partiti fondatori fossero solo l'erede del Pci-Pds e uno dei tanti nipotini della Balena bianca, quando vedo come è finito il Pd di adesso, mi sembra che la vecchia critica rimanga sempre attuale. Soprattutto perché, a qualche anno di distanza, la situazione è degenerata.
Naturalmente lo spunto è il caso di Agrigento con le sue grottesche primarie per il candidato sindaco. Non uso termini come "assurdo" né "incredibile" o simili. Perché ormai, e non lo dico per rassegnato fatalismo terrone, di incredibile e assurdo nella politica siciliana rimane ben poco. Nel senso che anche le più strane situazioni rispondono alle logiche del potere. E così è persino comprensibile che il Pd (tanto quello della "Ditta", quanto quello che twitta), pur di vincere e governare, a più livelli, finisca per accettare e anzi sponsorizzare alleanze indifendibili, glissando su Silvio Alessi, presidente dell'Akragas, legato a Forza Italia e sospinto dai voti degli elettori di centrodestra verso la vittoria delle primarie di centrosinistra. Alessi è lo stesso che due anni fa ringraziò pubblicamente il compaesano Angelino Alfano, senza il cui interessamento la locale squadra di calcio non avrebbe ottenuto la sponsorizzazione dell'Enel. Senza buttarla sui soliti cliché della Sicilia irredimibile sciasciana, dei paradossi pirandelliani o del famigerato laboratorio politico, quello che è successo all'ombra dei templi (d'altronde, il più importante si chiama "della Concordia") è la conferma di ciò che quel partito, che nasceva sotto lo stereotipo della formazione progressista-ma-anche-moderata, è ormai da qualche anno. Una macchina elettorale oliata solo per vincere. In cui la parola "sinistra" provoca reazioni allergiche, o perlomeno fastidi. E basta con questa vecchia politica, gli stereotipi, i luoghi comuni, bla bla bla, sembrano ripetere i nostri eroi democratici. La politica è cambiata. Le ideologie sono morte. Silvio Alessi è legittimamente il candidato sindaco del centrosinistra ad Agrigento, e può continuare a raccontare la favoletta dell'esponente della società civile su cui convergono voti e sostegno dei partiti. Lo confermano le dichiarazioni del presidente della Regione Crocetta, peraltro, secondo cui ad Agrigento «Forza Italia è spaccata in due e non alleata del Pd». Parole e concetti che neppure un renziano di ferro, finanche Renzi stesso...
Nella città che ha avuto per sette anni un sindaco eletto in una spuria coalizione di centro-centrosinistra, Marco Zambuto, riconfermato dopo passaggi vari tra Udc e Pdl, infine approdato al Pd renziano, di cui è diventato uomo di punta nell'Isola (presidente dell'assemblea regionale del partito; a sorpresa trombato alle Europee; dimessosi da sindaco per una condanna a due mesi e 20 giorni per abuso d'ufficio, poi annullata in Appello), ecco, in una città così Alessi è la perfetta prosecuzione del Pd con altri mezzi. Con buona pace di von Clausewitz.

domenica 28 dicembre 2014

Il quirinabile

Flashback #1
Il 18 aprile 2013, il presidente della Regione Siciliana, Rosario Crocetta, svela il mistero: è stato lui a votare l'unica scheda con il nome di Pietro Grasso, presidente del Senato, per il Quirinale. «Una persona che può rompere gli schemi, un nome di ampie convergenze nella società civile», diceva Crocetta. Il resto è storia. Ma ora che Napolitano dovrebbe lasciare definitivamente, nella partita del toto-nomi quello di Grasso, seconda carica dello Stato, non è affatto fuori dai giochi.
I bookmakers inglesi non lo danno tra i più quotati, ma lui c'è. Il metodo pure. Grasso ha commesso diversi errori a Palazzo Madama, ma il pregio, paradossalmente, è stato quello di aver scontentato quasi tutti. Ha pagato la scarsa esperienza politica, certo. Ma la decina di voti che prese dai senatori del Movimento 5 Stelle, indignati all'idea di non poter bloccare la scalata di Schifani per i veti via blog, dimostra che potrebbe far breccia anche fuori dalla maggioranza. Una soluzione di garanzia, si direbbe. Lo so, ai grillini duri e puri, ai travagliani, ai movimentisti dell'antimafia, Grasso non piace troppo. Solita questione di potere e di diverse idee su come si debbano fare magistratura e lotta alla criminalità. Intanto però, lui, che ha fatto pure il maxiprocesso, annovera tra i successi suoi (e dell'antimafia) la condanna di Cuffaro. Ottenuta con realismo e senza troppi voli pindarici. Con meno clamore di un concorso esterno, ma con la maggiore concretezza di un favoreggiamento. Anche questo è metodo. Oltre al fatto, tutt'altro che secondario, che lui la magistratura l'ha lasciata definitivamente per dedicarsi alla politica. Una scelta al di là delle aspettative.
Flashback #2
Un presidente della Repubblica deve essere anche popolare, cosa che in verità Napolitano è stato pochissimo, così preso tra la sua aristocrazia politica e la seriosità del ruolo di "produttore di moniti". Una quarantina di anni fa Grasso giocò invece a calcio, nella palermitana Bacigalupo, "creatura" nientemeno che di Marcello Dell'Utri. Squadra allenata anche da Zeman (che guarda caso, prima di incantare Foggia, avrebbe cominciato negli anni '80 la scalata italiana con tre belle stagioni nell'agrigentina Licata, paese natale di Grasso). Pietro giocava da mediano.
Oggi si scatena sui social network. Dalla ricerca TweetPolitics risulta il primo politico non leader di partito per il ritmo di crescita dei suoi followers. Su Twitter tifa Palermo, parla di temi sociali, ricorda il fascino che emanava Virna Lisi, pubblica foto, polemizza con i senatori 5 Stelle. Lui, ex procuratore, quindi uomo d'attacco per professione, con i suoi critici più severi gioca sempre di difesa, in contropiede e passa al contrattacco, da buon mediano di spinta, appunto. Dando del "tu" ai vari Morra, Bottici, Lezzi. Alcune sue uscite naïf in Aula lo rendono persino simpatico.
Il primo giorno della legislatura presentò la sua proposta di legge anticorruzione. Il secondo è stato eletto presidente del Senato. A capodanno compirà 70 anni. Portati comunque bene. Grasso è la dimostrazione di cosa potrebbe fare Zeman se curasse meglio la fase difensiva.

martedì 2 dicembre 2014

Saro Tommasi

Non ricordo bene, era il 2005 oppure il 2006. A Firenze, nel polo scientifico universitario di Santa Marta, vidi per la prima volta Rosario Crocetta. Era ancora sindaco di Gela e in quell'occasione parlava, in un'auletta poco affollata ma con un pubblico giovane e molto interessato, di mafia e antimafia. L'incontro era organizzato con la Fondazione Caponnetto e c'era anche Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'Associazione familiari vittime della strage di via dei Georgofili. Io andai con mia sorella. Eravamo in pochi, in effetti.
A un certo punto, un ragazzo chiese a Crocetta quanto fosse difficile vivere sotto scorta, e soprattutto quanto questo influisse sulla sua vita familiare. Insomma, Crocetta, ma non si rende conto che con le sue battaglie mette in difficoltà anche i suoi cari? Sì, Crocetta ne era e ne è profondamente consapevole. Saro parlò però di sua mamma, i suoi affetti erano lei. Lo sapevamo benissimo tutti che Crocetta è omosessuale, io sinceramente non mi aspettavo che dicesse qualcosa tipo "eh sì, mi spiace per il mio fidanzato". No, non lo disse. E non dovrebbe dirlo, in un mondo normale. Fatti suoi.
Ecco, ho sempre trovato viscido e squallido che si facesse ricorso alle scelte private di Crocetta per screditarne l'azione politica e sociale. Di difetti l'uomo ne ha tanti, politicamente parlando, a partire da una certa voglia di esercitare e mantenere il potere nonostante tutto. E a me – che non l'ho votato – interessa questo, casomai.
Invece vedo che ultimamente l'orientamento sessuale di Crocetta è entrato di diritto nel novero dei motivi per cui criticarlo. Ricordo solo Beppe Grillo che l'ha definito «uno che ormai non si sa cosa sia, da tutti i punti di vista». Chissà quali punti di vista stesse esaurendo Grillo nella sua veloce disamina... E poi ci sono le ultime esternazioni mediatiche. Prima quella dell'assessore all'Urbanistica della Regione Lombardia, Viviana Beccalossi di Fratelli d'Italia. «Frocetta, prendi del Valium! Ma vuoi stare zitto? Hai queste crisi isteriche un po' femminili». Non c'è peggior maschilista di certe donne. La signora Beccalossi, poi, alle cronache politiche è nota perché nel 2003, in campagna elettorale a Brescia, il suo allora leader Silvio Berlusconi disse «Forza Viviana! Fagliela vedere». Lei disse di non essersene accorta "lì per lì".
Ma al di là del sessismo omofobico di una donna di destra tutta d'un pezzo, ieri si è fatta segnalare un'altra perla. L'autrice – perché anche in questo caso si tratta di una donna, guarda un po' – è Sara Tommasi. Purtroppo sì. Ecco la lezioncina di una donna che ha avuto qualche problema anche con la sua sessualità:
Eh vabbè, le cose dunque stanno così. C'era più coerenza nel sentirsi rappresentati da presidenti di Regione indagati o condannati per reati di mafia? Nulla contro Sara Tommasi – che pure ha continuato a ribadire che stava solo scherzando e non c'è nulla di male a dire certe cose. Semplicemente mi diverte, paradossalmente, la bassezza del livello dialettico, retorico e propagandistico cui siamo arrivati. Soprattutto mi fa sorridere amaramente che la ragazza di Terni è la naturale evoluzione di un pensiero lungo secoli, da D. H. Lawrence agli altri scrittori del Grand Tour, da Vitaliano Brancati a Lando Buzzanca, dalla commedia sexy al delitto d'onore, dall'omofobia di paese agli stereotipi sessuali di una bassissima antropologia d'accatto, dall'alta letteratura alle battute da terza elementare. Povera Sara, povero Saro. Poveri noi.

martedì 18 novembre 2014

Il fattore Q

Per più di 250 anni, dall'827 al 1091, la Sicilia è stata ufficialmente sotto il dominio arabo. E in realtà prima della conquista di Mazara, i musulmani si erano già ampiamente affacciati, con attacchi militari respinti dai bizantini. Intorno al 700 avevano già occupato Pantelleria.
La nostra isola dunque si chiamava Ṣiqilliyya, in quei tempi. La dominazione terminò con la caduta di Noto nel 1091 e lì cominciò il tempo normanno. Che comunque fu caratterizzato, sotto Ruggero II, da una grande tolleranza: il grande geografo arabo Idrisi, per esempio, si stabilì per una ventina d'anni presso la corte rogeriana. Dunque la storia araba e musulmana della Sicilia è lunga e profonda, testimoniata da retaggi culturali, linguistici, architettonici, artistici, direi anche "fisici" (guardate la mia faccia: la genetica non mente...). Noi eravamo arabi ben prima del 1178, quando, secondo il presidente turco Erdogan, marinai musulmani sarebbero arrivati nella futura America.
Ecco, io non riesco davvero a stupirmi delle notizie che riguardano una nuova "invasione" araba della Sicilia. Eh no, attenzione, non sto parlando dell'immigrazione, dei barconi, dei disperati che solcano il Canale di Sicilia. Proprio no. Mi riferisco ad altro. I giornali si riempiono spesso di notizie, non sempre vere o verificate, di favolosi investitori arabi, ancorché misteriosi (anzi, sono favolosi perché misteriosi), pronti a svuotarsi le tasche di qualche petrodollaro per progetti faranoici in Sicilia. E allora il sultano dell'Oman avvistato nella "capitale", una manciata di emiri affascinati dall'economia sicula, dal Palermo Calcio ai villaggi turistici alle infrastrutture ai centri commerciali alle trivelle di petrolio. Leoluca Orlando, per portarsi avanti, ha promesso la costruzione di una moschea a Palermo. Oman, Emirati Arabi, Qatar, Barhein: saranno i nuovi padroni della Sicilia?
Il presidente della Regione Crocetta è appena tornato da Doha, capitale di quel Qatar simbolo del cinico pragmatismo del nuovo millennio: sono pieni di soldi, questi emiri, quindi chissenefrega se il rispetto dei diritti umani e dei lavoratori arriva dopo l'etica degli affari (quando arriva...)? I Mondiali di calcio del 2022 ne sono l'esempio più eclatante [ne scrissi qui un po' di tempo fa]. Crocetta è andato con una delegazione regionale, meno numerosa che nel passato, insieme a 120 aziende siciliane che evidentemente cercano sul Golfo Persico sbocchi e investimenti. Va benissimo, in realtà. Però nessuno poi si lamenti se ci stiamo "svendendo".
Crocetta ha fatto così – finalmente, a sentire lui – quelle «opere di internazionalizzazione e promozione dell'Isola» (dopo toccherà a Oman, Kazakhstan ed Emirati Arabi Uniti) che il continuo ed estenuante lavoro d'assemblea non gli ha permesso in questi due anni. Opere che potrebbero concludersi addirittura con la partecipazione dell'Orchestra Sinfonica regionale all'inaugurazione di un centro commerciale a Doha. Addirittura. Intanto, per risparmiare e non finire nella Rete della polemica, la spedizione – Crocetta ci tiene a precisarlo – è costata 695mila euro (550mila dall'assessorato alle Attività produttive, 145mila da quello al Turismo). Pochi. Senza le «pletore istituzionali» del passato, anche recente. E spese contenute, fatte per sostenere le imprese: viaggio in economy, alloggio in hotel da 140 euro a notte, cene tutt'altro che sontuose. Il presidente dice di aver mangiato solo insalata. Peccato, perché nel 1154 (anno in cui moriva Ruggero II), esattamente 860 anni fa, Idrisi raccontava degli spaghetti che si producevano nel Palermitano.
Dalla Ṣiqilliyya araba alla Sicilia che corteggia gli arabi, dalla dieta mediterranea a quella mediorientale. Dalle crociate a Crocetta.

sabato 18 ottobre 2014

Julius Ebola

L'Ebola è una cosa seria. Se c'è un motivo per cui l'Italia mi fa rabbia è l'approssimazione con cui i miei connazionali, peggio ancora quando sono pure colleghi, affrontano spesso certe questioni. La terribile malattia originaria dell'Africa sub-sahariana, fino a prova contraria, in Italia non c'è. I presunti casi che hanno scatenato solo le solite, inutile e dannose psicosi (soprattutto nella loro variante 2.0), si sono rivelati intanto episodi di altre malattie, perlopiù malaria. Ciò non toglie che l'attenzione sia e debba essere massima. Ma siccome io in Africa ci sono stato, peraltro proprio in Repubblica Democratica del Congo, il Paese in cui quel virus fu scoperto nel 1976, e ho adottato tutte le misure obbligatorie e consigliate di profilassi e prevenzione per le malattie infettive tropicali (ma dov'ero io si muore piuttosto di malaria, dissenteria, malnutrizione), mi infastidisce la sciatteria con cui si tratta l'argomento. In particolare dando voce a chi non ha competenza tecnico-scientifica in materia e finisce, a volte scientemente, per diffondere messaggi più pericolosi dello stesso virus.
Continuare ad additare la Sicilia come luogo a maggior rischio in Europa è un'operazione che comincia a farsi sospetta quando a farlo sono movimenti politici o associazioni di categoria che hanno sempre fatto del populismo, della demagogia e di un razzismo neanche tanto strisciante la loro ragion d'essere. Per non dire di quei banditi che usano i social network come cassa di risonanza delle peggiori schifezze. Come l'imbecille che due mesi fa fece quella cosa oscena su Facebook, con il post che parlava di tre casi di ebola a Lampedusa. Certo, come ti sbagli? Abitanti e istituzioni dell'isola hanno chiesto un risarcimento di 10 milioni per la pessima pubblicità. Una bufala vergognosa che però si era beccata i suoi bei 26mila "mi piace". Perché gli imbecilli non sono mai soli.
L'azienda americana Giant Microbes produce peluche a forma di batteri e virus. Sul serio.
Quello di Ebola è attualmente tutto esaurito. Loro lo chiamano "il T.Rex dei microbi"...
Non si possono agitare certezze né in un senso né nell'altro: la malattia è pericolosissima e la Sicilia si trova in una posizione di debolezza, geograficamente parlando. Epperò i casi finora conclamati, avvenuti tutti in altri Paesi europei o negli Stati Uniti, NON in Italia né figurarsi in Sicilia, riguardano gente arrivata con voli intercontinentali (anche in business class), non con carrette del mare. Guarda un po'. Allora sarebbe meglio non fare allarmismo e impegnarsi in controlli e prevenzione, per evitare di essere stupidamente impreparati quando disgraziatamente dovesse mai arrivare un malato di ebola in Sicilia. E non lasciare a razzisti e incompetenti il potere di decidere. Per questo esistono le tanto vituperate istituzioni: in Sicilia c'è una giunta regionale, per quanto traballante, e c'è un'assessore alla Salute, che si chiama Lucia Borsellino e giustamente informa i 5 milioni di siciliani (e altre decine di milioni di connazionali) che, per esempio, quello svizzero ricoverato a Palermo ha la malaria e non la EVD (Ebola virus disease). Così come ci sta pure che il presidente della Regione, Crocetta, provi a ragionare a mente fredda sulla psicosi: «Chiunque ha un banale raffreddore pensa di avere l’Ebola. Ho visto un allarme eccessivo, un vero e proprio panico. Sarebbe meglio che le persone si vaccinassero contro l’influenza così non pensano al virus in caso di influenza».
La cosa è seria, ribadisco. Parlino scienziati, medici, esperti. Tacciano razzisti, fascisti, xenofobi, allarmisti e complottisti. Parlino i ministri e le autorità. Tacciano quelli a cui non pare vero mettere insieme in un unico indistinto calderone di odio Sicilia e Africa. E tacciano quelli che scrivono «Alfano sarai processato se di ebola morirà un italiano». Se non altro perché, suvvia, la rima è riuscita proprio male.

domenica 12 ottobre 2014

Il Megafono di Renzi

Quando Crocetta fu eletto presidente della Regione nel 2012, di fatto non aveva una vera maggioranza e infatti cercò l'appoggio (sui contenuti, si diceva) del Movimento 5 Stelle, sostanziale vincitore di quelle elezioni. Poi, come sempre in Sicilia, i gruppi parlamentari all'Ars hanno assunto nuove fisionomie, con continui cambi di casacca e trasformismi. Fino al capolavoro di Crocetta di oggi.
La sua lista, il Megafono, oggi ha sconquassato definitivamente ciò che resta del presunto centrosinistra siciliano. Il movimento dovrebbe confluire nel Pd, da Roma è arrivato il via libera all'ingresso nel partitone dei deputati regionali che fanno riferimento alla creatura di Crocetta e di Beppe Lumia. Così il gruppo democratico a Palazzo dei Normanni salirebbe da 18 a 25, una bella garanzia di solidità politica per Crocetta e la sua maggioranza, almeno sulla carta (per la cronaca, all'indomani delle elezioni il Pd aveva 14 seggi e il Megafono 5). Nonostante il risultato negativo delle elezioni suppletive, ora il presidente, infatti, sembra poter godere per la prima volta di un vero sostegno da parte del Pd.
Sì, ma quale Pd? Il via libera da Roma esautora di fatto la segreteria e la dirigenza siciliana. Nell'Isola il segretario è Fausto Raciti, "cuperliano". L'ala che fa capo a lui e ai pezzi grossi come Crisafulli e Cracolici si troverà in netta minoranza, numerica e programmatica, rispetto all'alleanza renziana-crocettiana. Grazie a ingressi come quelli dell'ex Mpa ed ex Udc Marco Forzese oppure – udite udite – di Antonio Venturino, vicepresidente Ars, grillino espulso, ora socialista di Nencini, il Pd siciliano svolterà sempre più in direzione della nouvelle vague di Matteo & Saro. E il Megafono potrà diventare, insieme ad altri gruppi di centro-centrosinistra, la porta d'ingresso per chi, provenendo anche dalle fila dei berluscones in cerca di riposizionamento, volesse rinfoltire la truppa del nuovo Pd a Palermo (e non solo: Lumia è senatore Pd ma eletto col Megafono). Una vittoria di Davide Faraone, un'altra sconfitta del Pd "di sinistra". Crocetta era comunista, una volta...
Rimane però un dubbio: Renzi si è preso la Sicilia o la Sicilia si è presa Renzi?

martedì 7 ottobre 2014

Dopo di lui, il diluvio

«Ti informo che le condizioni meteo avranno un miglioramento dalle 17 alle 19, grazie per il sostegno che vorrai esprimere». L'ho visto con i miei occhi. Intorno alle 16 di domenica, quando il maltempo imperversava sulla Sicilia sud-orientale, ad alcune persone è arrivato questo sms. Firmato: Pippo Gennuso. Eh sì, pur di riottenere il seggio all'Ars (stavolta in quota Forza Italia), il di-nuovo-onorevole di Rosolini ha scomodato persino Giove Pluvio. Insomma, "guarda che tra poco dovrebbe smettere di piovere, c'è ancora tempo per andare a votare, votare per me, naturalmente". Pure nell'epoca dei social network, le vecchie buone maniere funzionano sempre.
E così Gennuso ce l'ha fatta, come ampiamente annunciato. Era più prevista la sua rielezione che non la pioggia torrenziale. Le elezioni suppletive di Pachino e Rosolini, motivo di grande dileggio a livello nazionale nei confronti della Sicilia (forse qualcuno a Palermo ancora non se ne era accorto...), hanno confermato alcune cose. Cioè che la Sicilia tendenzialmente, come ebbe a far notare persino Angelino "Quid" Alfano, vota a destra, comunque moderato, insomma post-democristiano. Crocetta, l'indubbio sconfitto di questa elezione-farsa, sta provando a pescare proprio lì, in quella sterminata e paludosa area, lui ex comunista, per garantirsi una sopravvivenza politica. La sua sconfitta è certificata non solo dal fatto che all'Ars non avrà più l'ipotizzato sostegno di Pippo Gianni (il duello vero, a Rosolini e Pachino, era tra lui e il quasi omonimo Gennuso), ma anche dalla vittoria e riconferma risicata di Bruno Marziano come deputato regionale Pd. Gli sono bastati 47 voti in più per superare il renziano Cafeo, sponsorizzato dallo stesso governatore. Quindi, in attesa dei soliti inevitabili ricorsi, si allarga la frattura nel centrosinistra, che in sostanza le elezioni del 2012 non le ha mai vinte. Saro, il rivoluzionario della giunta "pirotecnica", l'ex sindaco dei Comunisti Italiani, è stato abbandonato dall'ala sinistra del Pd.
Gennuso, l'uomo dei bingo, ha vinto invece la sua lotteria. Pippo da Rosolini come Luigi XV: dopo di lui, il diluvio.

lunedì 22 settembre 2014

Mi è semblato di vedele un patto

A volte non bastano neanche 4mila e 500 preferenze (4.584, per la precisione) per entrare in un consiglio regionale, ché poi, trattandosi dell'Assemblea regionale siciliana, la famigerata Ars, è una specie di parlamentino a parte. Ecco, nell'ottobre 2012 Giambattista Bufardeci, detto "Titti" (sic), non ce l'ha fatta a essere eletto a Palazzo dei Normanni nonostante questi numeri. Era il capolista in provincia di Siracusa di Grande Sud, l'ennesima sigla elettorale del presunto smarcamento di Gianfranco Micciché dal centrodestra berlusconiano.
Ora Titti ha aderito a Centro Democratico. Sì, il partito di Bruno Tabacci, il "compagno Bruno" (anzi, BR1), quello che piace a certi buontemponi marxisti. Quindi ora Bufardeci sta dalle parti della maggioranza di Crocetta. E, chissà quanto casualmente, il presidente della Regione ha designato proprio l'ex sindaco di Siracusa come membro del Cga, il Consiglio di giustizia amministrativa che in Sicilia agisce come se fosse il Consiglio di Stato. L'altro membro, en passant, è Elisa Nuara, ex assessore a Gela quando Saro ne era il sindaco.
Saranno coincidenze, saranno cattivi pensieri, ma intanto la Regione designa due persone sulla carta "favorevoli" alla vigilia della decisione del Cga sulle elezioni suppletive in nove sezioni tra Rosolini e Pachino, provincia di Siracusa. La questione l'ha ben spiegata qualche giorno fa su Repubblica Emanuele Lauria: gente eletta con il Pdl che ora sta con Alfano, eletti con l'ala destra dell'Udc che invece appoggiano la maggioranza di Crocetta, candidati casiniani che si sono riconvertiti in berlusconiani e via dicendo. Compresi i "santini" elettorali vecchi di due anni riproposti nonostante sia cambiato quasi tutto (cioè niente, per restare al solito stereotipo gattopardiano dell'Isola).
Ecco, in tutto ciò arrivano le nomine puntuali di Crocetta. Bufardeci al Cga e il renziano Piergiorgio Gerratana (di Rosolini, guarda caso) assessore regionale all'Ambiente. Uno si gioca le carte che ha.
Giovedì 25 settembre il Cga dovrà decidere se confermare le elezioni suppletive nell'estremo sud della Sicilia. La decisione dovrà prenderla quindi anche Titti Bufardeci, sindaco di centrodestra a Siracusa dal 22 dicembre 1999 al primo marzo 2008, poi vicepresidente della Regione per quasi due anni con Lombardo presidente (ruolo ricoperto, peraltro, per sei mesi già a fine anni Novanta quando il presidente era il mio compaesano Peppe Drago). Alle Regionali del 2008 aveva ottenuto la bellezza di 17.216 preferenze. Ah, da ex capogruppo di Grande Sud è indagato per le spese pazze dei rimborsi ai gruppi consiliari.
Ma Crocetta, non ho dubbi, sa essere garantista.

Aggiornamento del 26 settembre 2014. Con un po' di ritardo, il Cga ha deciso. Il 5 ottobre si voterà alle mini-elezioni regionali di Pachino e Rosolini. Immagino un'affluenza da plebiscito.

giovedì 18 settembre 2014

♪♫ Cuccurucucu Palomar ♪♫ (ahia - iaia - iai)

Questa storia della minaccia di trasferire il set della fiction Il commissario Montalbano dalla Sicilia alla Puglia è ridicola, fa ridere se non fossero anche pericolose e squallide certe posizioni. Gli amici liberisti direbbero "è il mercato, bellezza": ma loro per primi sorriderebbero di questa caccia al finanziamento pubblico. Il produttore Carlo Degli Esposti (Palomar) dice che la Regione Sicilia non gli dà conto – in tutti i sensi... – e che ogni dialogo si è fermato ai tempi di Fabio Granata assessore. Bene, è stato assessore dal 2000 al 2006 (prima ai Beni Culturali poi al Turismo), eppure Degli Esposti si lamenta solo adesso. E poi la Puglia non ha chiesto nulla: l'effetto bluff+provocazione sembra garantito. Dunque nessun derby tra governatori comunisti gay cattolici.
Certo, è altrettanto squallido che ora Crocetta annunci una specie di "legge Montalbano" ad hoc. Per non dire della polemica con la Rai per i soldi di Agrodolce. O l'autotassazione dei ragusani. Siamo alla farsa, altro che fiction. Appare più serio il Topalbano della Disney, che peraltro nella sua seconda avventura è finito addirittura a Las Vegas...
Ma al di là delle schermaglie, il produttore è offensivo quando sostiene che il Val di Noto è diventato patrimonio Unesco grazie alla fiction! Insomma, io non nego che i flussi turistici degli ultimi anni abbiano registrato un boom grazie a quella sovraesposizione mediatica. Ma l'Unesco ci ha iscritti nella lista nel 2002, con una candidatura presentata alla fine degli anni Novanta, quando Zingaretti a malapena studiava da "commissario". Quindi manca di rispetto a chi, per una volta almeno, ha messo da parte i campanilismi o se non altro ha saputo ricomporli per un fine comune. Poi Degli Esposti vada a dirlo a gente come il mio ex professore Paolo Nifosì, storico dell'arte e critico, che è tutto merito di un personaggio di fantasia...
Michele Riondino,
"il giovane Montalbano",
è pugliese
E a proposito di questo, storco il naso per l'ultima volta. Il Corriere della Sera ha scelto di far commentare questa vicenda allo scrittore e giornalista Matteo Collura, agrigentino, conterraneo di Camilleri. Al netto di stereotipi totalmente decontestualizzati sul barocco siciliano e su quello pugliese, Collura riconosce che Montalbano sarebbe straniero a nuotare nell'Adriatico (ma il Salento è pure jonico...). Ma è lo stesso Collura che nel 2004 ("In Sicilia", Longanesi), dedicando qualche sparsa riga agli Iblei, li descriveva come luogo «in cui fasulli quanto improbabili commissari di polizia trovano momentaneo rifugio tra un caso e un altro»? È un mistero che neanche il buon vecchio Salvo saprebbe risolvere.

martedì 12 agosto 2014

Pippo Ghennedy Show

Il 5 ottobre ci sono le elezioni regionali in Sicilia. Cosa?!?
Andiamo con ordine. Mi pare di capire che la notizia non è nuova. Ma io l'ho scoperta questa mattina, intorno alle 7 e mezza. E pensavo di essere ancora un po' rintronato dal sonno. Invece no.
Ero alle porte di Rosolini, provincia di Siracusa, vicino all'imbocco dell'autostrada, quando mi si parano davanti quattro mega manifesti, i classici 6x3, che mi informavano delle imminenti elezioni regionali. Campeggiava il faccione di Pippo Gennuso, imprenditore e dominus della politica locale, già deputato regionale dell'Mpa e ora in predicato di entrare nelle fila di Forza Italia. Le elezioni in questione saranno quelle che interesseranno appena nove sezioni nei comuni di Rosolini e Pachino.
Pare che quasi due anni fa, in occasione delle ultime regionali vinte da Crocetta, siano scomparse alcune schede elettorali... E così sono partiti i ricorsi che andranno appunto a concretizzarsi il 5 ottobre. Gennuso non fu eletto, e qualcuno gli ha detto che si è trattato di un complotto ai suoi danni. Il Consiglio di giustizia amministrativa (Cga) della Regione Sicilia ha accolto il ricorso e dunque torneranno a contendersi i seggi – già ottenuti nel 2012 – i sei parlamentari siracusani all'Ars: Stefano Zito (Movimento 5 Stelle), Bruno Marziano (Pd), Vincenzo Vinciullo (Ncd, ovviamente eletto con il Pdl), Pippo Gianni (eletto con Cantiere Popolare, "destra" Udc, e ora nel misto – in quota Tabacci – con gli ex Democratici Riformisti per la Sicilia cioè Patto dei Democratici per le Riforme: nuova componente ad hoc in soccorso del traballante Crocetta), Giambattista Coltraro (il Megafono) e Giuseppe Sorbello (Udc, sospeso da dicembre a luglio, retroattivamente, per effetto della legge Severino, causa condanna in primo grado per abuso d'ufficio). Si salva Marika Cirone Di Marco del Pd, eletta nel listino regionale di Crocetta.
Un caso di quelli surreali, paradossali, molto siciliano. Poche decine di elettori – e in due anni la platea sarà certamente cambiata – torneranno diligentemente a votare in sei sezioni di Pachino e tre di Rosolini. E nello stesso giorno in cui Crocetta fissava la data del 5 ottobre, il 18 luglio Vinciullo denunciava che nell'archivio del Comune di Pachino erano andati a fuoco alcuni documenti relativi alle regionali del 2012. Ci mancava pure il giallo di provincia...

giovedì 31 luglio 2014

Il Terranova a sei zampe

Dice che l'Eni non andrà via da Gela. E non è una minaccia, anzi. Premetto che non capisco molto di politica industriale né di questioni sindacali, ma il caos delle ultime settimane nella sesta città siciliana – quella che da Federico II fino al fascismo si chiamò Terranova – mi ha inevitabilmente fatto riflettere. Dunque, lo stabilimento di Gela è tra i meno produttivi del gruppo del "cane a sei zampe". Ma la storia, in particolare quella recentissima, del petrolio in Sicilia porta con sé tante contraddizioni. Che non sono solo siciliane, naturalmente.
Se è vero che Gela rende meno di altri petrolchimici e di conseguenza costa di più, ci sono 970 persone che rischiano il posto di lavoro. In una terra in cui le relazioni industriali, sindacali e politiche sono state improntate all'assistenzialismo e allo sfruttamento (con responsabilità da entrambe le parti, chiaro), so che mi si potrebbe rispondere "è il mercato, bellezza". Capisco anche certi delicati equilibri politici, ma non mi spiego l'interesse un po' intermittente di Saro Crocetta, ex sindaco di Gela, (ex) comunista, presidente della Regione e perito chimico ex impiegato Eni nella sua città.
In ogni caso, la tutela di quei lavoratori è fondamentale. Ecco perché.
Pozzi di petrolio a Gela. Foto del 1995,
ma sembra di trent'anni prima...
Ricatto occupazionale. Si chiama così. Hanno costruito pozzi e raffinerie, dato lavoro a migliaia di persone (quasi "costrette" ad accettarli, quei lavori: avete presente Taranto?), portato un'effimera ricchezza, cioè illusioni di benessere. Ma "benessere" si fa per dire: in cambio del lavoro, salute e ambiente venivano in secondo piano. Hanno distrutto golfi bellissimi, in Sicilia, per farci le raffinerie. Ora l'Eni promette investimenti per 2 miliardi, la riconversione dell'impianto e la conferma di 790 lavoratori su 970. E gli altri? Pare che «verrà trovata una soluzione all'interno del gruppo».
"All'interno del gruppo", ecco. Ma non c'è solo quello, in Sicilia. Gela è in crisi, eppure ha una capacità di raffinazione di 5,9 tonnellate annue, non altissima ma neanche bassissima. Piuttosto, le altre raffinerie siciliane, che appunto non sono del "gruppo", sono tra le poche italiane di taglia internazionale, mentre molte altre sono diventate depositi di prodotti raffinati altrove (era questo che volevano per Gela, proprio mentre si autorizzano trivellazioni e si danno licenze per prospezioni offshore?). La raffineria Mediterranea di Milazzo, la garibaldina Milazzo, la porta sulle Eolie, luogo omerico, è partecipata a metà da Eni e Q8, con le sue 10,3 tonnellate. A Priolo (Siracusa) la Erg ha ceduto il passo ai russi di Lukoil e la vecchia Isab raffina 18,4 tonnellate. Augusta, sempre nel siracusano, raffina 9,9 tonnellate: è della ExxonMobil (Esso).
Totale Sicilia: 43,9 tonnellate annue di capacità di raffinazione del greggio. Totale Italia: 95,5 tonnellate. Il 46%. Mi rendo conto, sono numeri grezzi, non raffinati.

mercoledì 28 maggio 2014

Piddí

D'accordo, ha perso Grillo e ha vinto Renzi. Ha perso quasi 3 milioni di voti il Movimento 5 Stelle e ne ha guadagnati più di due milioni e mezzo il Pd. Le Europee dicono soprattutto questo (oltre alla annunciata – e definitiva? – disfatta berlusconiana). E questo è chiaro. Ma ci sono alcuni dati che mi frullano in testa da giorni. Riguardano naturalmente la mia Sicilia e quindi l'intera circoscrizione Isole, che per la prima volta elegge tutti i suoi otto eurodeputati "a disposizione".
In Sicilia ha vinto il Pd, ma ha perso il Pd siciliano. Non è un controsenso. Sugli otto eletti totali, tre sono democratici, due grillini, due berlusconiani (ma non Miccichè, l'uomo del 61-0) e uno alfaniano. Quindi: Pd 3, M5S 2, Forza Italia 2, Ncd 1. I numeri sono importanti: nella circoscrizione insulare il Pd guadagna sì rispetto alle Politiche, ma molto meno che altrove (+15% circa rispetto a un +30% in media negli altri collegi). Il partito di Renzi è stato il primo a questo giro, superando nettamente il M5S, ma le cose non sono così rosee. Infatti, scontando soprattutto un'astensione molto alta (domenica mi ero intristito quando ho letto che alla prima rilevazione delle 12 l'affluenza più bassa in tutta Italia era l'8% della mia provincia di Ragusa...), la Sicilia lancia un segnale al Pd e a tutto il centrosinistra, al governo a Roma come a Palermo.
Su tre eletti, uno, il primo, è sardo (a proposito, erano vent'anni che "l'altra" isola non eleggeva eurodeputati: ora ne porta tre a Strasburgo), l'ex presidente della Regione Renato Soru. L'uomo Tiscali supera la capolista Caterina Chinnici, magistrato minorile, figlia del grande Rocco, già assessoressa di una giunta Lombardo. E poi l'outsider, Michela Giuffrida, nota giornalista catanese. Ecco, qui sta il senso della vera sconfitta del Pd mascherata dal trionfo apparente delle percentuali: perdono sia i candidati pro Crocetta (il suo assessore bergamasco, Michela Stancheris) sia quelli fieramente oppositori interni del governatore (il giurista Fiandaca). Perdono i nomi grossi della nuova nomenklatura renziana, cioè il sindaco di Agrigento Marco Zambuto. Perde la ridicola contrapposizione delle antimafie. Vincono invece un sardo, un'ex assessore di Lombardo (che ancora rivendica di aver lavorato bene in quella giunta...) e una giornalista infilata in lista all'ultimissimo momento al posto del sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini (lei sì che avrebbe meritato di essere votata ed eletta), in quota indipendente per conto di Articolo 4, un movimento che appoggia Crocetta a Palazzo d'Orleans, ma che ha una storia non proprio di centrosinistra. Infatti è creatura di Lino Leanza, una volta fedelissimo di Lombardo, in vite precedenti già vice di Cuffaro, nel Ccd, alla Camera con l'Udc eccetera eccetera.
Michela Giuffrida, per la cronaca, è la direttrice di Antenna Sicilia, la tv di proprietà del dominus dell'informazione siciliana, Mario Ciancio Sanfilippo. Ha preso 93mila preferenze, e Leanza – da politico di razza – ha fatto notare che i voti di Articolo 4 valgono circa un quarto dei voti che il Pd ha preso in Sicilia domenica, più o meno il 5% a livello regionale se il movimento avesse corso da solo. E allora, Renzi e il Pd festeggino pure, ma riflettano sul fatto che i loro candidati di partito hanno perso. Forse ha vinto ancora una volta Lombardo? Nella terra che a Maletto, paese natale di Leanza nel catanese, ha dato il 32% alla Lega Nord, né jabbu né maravigghia.



P.S. Il 13 settembre 2008 ho "rischiato" di conoscere personalmente l'onorevole Giuffrida. Presentava la premiazione del concorso internazionale di cortometraggio Corto Moak, al quale partecipai con l'amico Peppe Candido (per dire, un evento organizzato da un'industria di caffè e noi ci presentammo con un video, Coffee Shock, la cui prima battuta era "Odio il caffè"...). Non ero però in Sicilia e quindi andò solo Peppe, quello che mi aveva fatto conoscere i R.E.M.. Vincemmo una specie di premio della critica. La Giuffrida ci qualificò come ragusani...

martedì 29 aprile 2014

Andiamo a emettere il grano

Sfido chiunque a dire che la brevissima e tormentata e contestata esperienza di Franco Battiato come assessore al Turismo nella giunta regionale di Saro Crocetta non abbia portato i suoi frutti. O che non sia stato raccolto quello che lui aveva seminato. Letteralmente, direi.
Intendiamoci, parlando di un artista, prima ancora che improvvisato assessore, mi riferisco alla sua ispirazione, non tanto ai suoi atti. E così, scopro che all'Ars torna di gran moda il Battiato del 1979, quello che cantava Magic Shop, dall'album L'era del cinghiale bianco. Come per incanto, il Maestro di Ionia finisce per ispirare il deputato regionale Pd Pippo Laccoto e i colleghi dell'Mpa, pardon Partito dei Siciliani. Il negozio magico, evidentemente, è quello in cui loro vorrebbero spendere una moneta speciale. Il grano.
E Battiato cantava, appunto in Magic Shop, che «la falce non fa più pensare al grano, il grano invece fa pensare ai soldi». Ecco, Laccoto ha presentato un ddl, il numero 730, per l'istituzione di una moneta complementare. I deputati autonomisti, guidati ancora da un Lombardo (ma stavolta è Toti, all'anagrafe Salvatore Federico, il rampollo di don Raffaè, classe 1988, già indagato con il papà per voto di scambio), lo firmeranno pure.
La proposta era partita l'anno scorso con una petizione popolare dall'associazione Progetto Sicilia del messinese Giuseppe Pizzino. La moneta dovrebbe affiancarsi all'euro nelle transazioni quotidiane, con tasso di cambio effettivo invariabile (il rapporto sarebbe di 1 a 2, ma con potere d'acquisto invariato: quindi con 5mila euro si ottengono 10mila monete sicule, che però varrebbero 10mila euro). E si chiamerà appunto "grano". Che non è un nome casuale: così si chiamò infatti una moneta coniata dal Settecento nelle Due Sicilie (valeva un ventesimo del più noto tarì), ma anche a Malta e in Spagna.
Altro che nostalgia della lira... Cosa c'è di meglio che rinverdire i fasti di una valuta borbonica? L'autonomia è servita anche nelle tasche. L'appiglio è una lettura, come al solito molto estensiva, dello Statuto siciliano, che all'articolo 41 prevede che «Il Governo della Regione ha facoltà di emettere prestiti interni». La sovranità finanziaria che diventa anche monetaria. A proposito di sovranità monetaria, chissà cosa ne pensano i paladini anti-euro del MoVimento 5 Stelle...

domenica 20 aprile 2014

Il sorriso del Giocondo

Quando Vittorio Sgarbi decide di fare il suo vero mestiere, è preferibile rispetto al politico, polemista e poltronista televisivo. Sull'Huffington Post, il giornale diretto da Lucia Annunziata, ha parlato di un'opera che spesso ha definito come una delle sue preferite..
Sgarbi l'ha definita "la Gioconda siciliana". L'Huffington ha erroneamente scritto che si tratta di un Ritratto d'uomo, in realtà è un Ritratto d'ignoto marinaio. L'autore è lo stesso. All'anagrafe faceva Antonio di Giovanni de Antonio, alla storia (dell'arte, e non solo) è passato con il nome di Antonello da Messina.
L'opera in questione, di cui parlava Sgarbi, si trova al museo Mandralisca di Cefalù. La vidi moltissimi anni fa in quella deliziosa cittadina palermitana sul mare.
Invece quella citata per sbaglio dall'Huffington è ospitata addirittura alla National Gallery di Londra, ed è più semplicemente il quadro talvolta interpretato come un autoritratto di Antonello. E finito peraltro nelle tasche di molti italiani almeno tra il 1979 e l'83: era infatti immortalato sulla banconota da 5.000 lire dedicata appunto all'artista messinese.
Antonello fu un precursore, un artista capace nel Quattrocento di fondere Rinascimento e pittura fiamminga, luce e attenzione al dettaglio, spazio e vitalità negli sguardi dei suoi ritratti. Proprio lo sguardo del quadro cefaludese è l'oggetto dell'analisi del critico. Perché Sgarbi, probabilmente dimostrando che le sue sortite da sindaco qua e là gli sono servite a capire come amministrare, sottolinea che quell'uomo dagli occhi furbetti può diventare il simbolo della Sicilia. Lui dice di averne pure parlato con il suo amico Crocetta, il presidente della Regione: il dipinto è "ostaggio" di un museo che non lo rende fruibile, salvato solo dai suoi otto dipendenti che lavorano gratis, ma potrebbe davvero essere «emblema della Sicilia, con la sua furbizia, l'astuzia, e tutto ciò che si lega all'abilità, inclusa la stronzaggine». Detto da uno che si chiama Sgarbi...
Il buon Vittorio però va oltre e suggerisce come fare. A Cefalù, ogni anno, vanno 600mila turisti, attirati soprattutto dal mare. E infatti al Mandralisca vanno solo in 20mila.
La sua idea è che ogni turista, indipendentemente dalla struttura alberghiera dove risiede, paghi un euro per Antonello, obbligatoriamente, un bonus che vada oltre anche la tassa di soggiorno. Un biglietto a prezzo stracciato, che però porti in cassa al Comune (e al museo in "disarmo") almeno 600mila euro all'anno e soprattutto faccia scoprire a chi legittimamente vuole fare il bagno al mare che a Cefalù c'è dell'altro – compresa la cattedrale.
Chissà che Antonello non riesca davvero a "salvare" Cefalù. Come in parte ha fatto a Rovereto, agli antipodi d'Italia, dove al Mart, il museo d'arte moderna e contemporanea, è stato protagonista per mesi di una mostra di discreto successo, costata 900mila euro (500mila solo di trasporti e assicurazione delle opere) e organizzata ad hoc per rilanciare un'istituzione che nel 2012 aveva perso metà dei visitatori.
Se l'idea di Sgarbi venisse accolta, magari anche dall'amico Saro, quello sguardo furbo, astuto, abile e stronzo della seconda metà del XV secolo potrebbe dare una grossa mano anche nel XXI secolo. Con quell'aria che Vincenzo Consolo riassunse così bene nel 1976, cinque secoli dopo le pennellate di Antonello, nel suo capolavoro Il sorriso dell'ignoto marinaio: «Tutta l'espressione di quel volto era fissata, per sempre, nell'increspatura sottile, mobile, fuggevole dell'ironia, velo sublime d'aspro pudore con cui gli esseri intelligenti coprono la pietà».