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martedì 5 aprile 2016

La Lega non Gambia mai

Il Gambia è il più piccolo Paese del continente africano, quasi interamente circondato dal territorio del Senegal. Il suo presidente-tiranno, Yahya Jammeh, al potere dal 1994, ha dichiarato nel dicembre scorso che il Paese sarà una Repubblica islamica (come l'Iran o la Mauritania o l'Afghanistan). E come tutti gli Stati africani governati dai "dinosauri", anche dal Gambia in tanti cercano di scappare.
Yusupha Susso è uno di questi. Ha 21 anni ma era minorenne quando si è sobbarcato la traversata del deserto e del Mediterraneo ed è arrivato in Italia, a Palermo. Qui studia all'alberghiero e fa da interprete per la Prefettura, si occupa di musica e collabora con sindacati e gruppi antimafia. "Amico dei poliziotti", viene definito. Insomma, un profilo che manda in tilt le menti xenofobe...
Yusupha è in coma farmacologico, sparato alla testa in pieno centro da un pluripregiudicato palermitano della zona di Ballarò, tale Emanuele Rubino, 28 anni. Insieme a due connazionali è stato aggredito da questo branco: la Questura parla di "prepotenza più che di razzismo". Mi pare un inutile sofisma. Yusupha Susso è stato colpito e ridotto in fin di vita perché aveva osato chiedere più rispetto e reagito agli insulti di mafiosetti – prepotenti e razzisti.
Ma questo non è bastato. Perché per certi novelli leghisti sbarcati pure loro in Sicilia (qui, come nel resto del Sud, si chiamano "Noi con Salvini": poi uno si lamenta dei partiti leaderistici...) è sufficiente leggere "Africa", "rissa", "sparatoria", "ferito", "migranti", nella stessa frase e subito ribaltare la verità a uso e consumo della più becera propaganda razzista e prepotente. Così Francesco Vozza, leader cittadino del movimento e fino all'anno scorso responsabile palermitano di CasaPound, non ha trovato di meglio che scrivere su Facebook: «La Palermo eccitante e sicura di Orlando (il sindaco Leoluca, ndr): dei #migranti se le danno di santa ragione e parte pure un colpo di pistola. Un giovane è in fin di vita».
Tutto falso: dei #migranti sono stati aggrediti da un gruppo di delinquenti italiani, e il giovane in fin di vita è un ventenne africano. Solo dopo un po' Vozza si è deciso a cambiare versione: «Ecco quello che è accaduto, sabato scorso, nel centro storico di ‪#‎Palermo‬: scoppia una ‪#‎rissa‬ tra ‪#‎migranti‬ e ‪#‎palermitani‬. Alla fine parte un colpo di ‪#‎pistola‬, sparato da un palermitano, che ferisce alla testa un migrante. Chi continua a dire che Palermo è una città "eccitante e sicura", ha dei gravi problemi!». Gli hashtag ora abbondano e ci sarebbero da correggere un po' di imprecisioni. Il giovane in fin di vita è scomparso?
Ma il leader salviniano a Palermo, che intanto incassa una selva di commenti tipo "si ammazzino tra di loro" o auspici di "forni", alla fine resta della sua idea. L'episodio diventa solo pretesto per questioni politiche locali... «I sinistri, sostenitori di Orlando, vorrebbero che mi scusassi con loro, perché sarei razzista, fascista, leghista. Poveretti, hanno bisogno di cure e d’affetto!».
No. Sa chi ha bisogno di cure, Vozza? Un certo Yusupha Susso, 21 anni, ragazzo del Gambia, in coma per un'aggressione mafiosa e razzista nel cuore della sua (e nostra) bella città. Soprattutto ha bisogno di un po' di affetto.

giovedì 11 giugno 2015

Si Salvini chi può

Ricapitolando. I Paesi Ue che affossano il piano delle quote per la ripartizione dei migranti fanno schifo. Le regioni del Nord Italia che si rifiutano di accogliere i profughi invece fanno bene. Punti di vista, o di svista. La posizione della Lega Nord sul tema immigrazione, negli ultimi giorni, è di una chiarezza lampante, quasi imbarazzante. Se si tratta di attaccare la solita Europa dei finti buonisti che poi in realtà sono egoisti, allora giù con gli insulti ai nostri partner che lasciano sola l'Italia a gestire "l'invasione". Se invece si deve speculare per qualche voto in più (la campagna elettorale non finisce mai, neanche a urne chiuse), tutto sommato è comodo rinverdire i vecchi fasti dei tempi in cui il nemico era quello che viveva da Roma in giù.
Quindi Maroni e Zaia, con la partecipazione straordinaria di Toti e Forza Italia, tornano a recitare la parte dei nordisti preoccupati per il loro giusto benessere, con buona pace dei terroni. Perché, da come la Lega e il centrodestra stanno raccontando la vicenda Maroni vs. prefetti, sta passando il messaggio, strumentale, che le regioni del Nord stiano scoppiando. Il che può anche essere vero, se però si spolvera anche un briciolo di buonsenso e si ricorda che in valore assoluto il 34% (statisticamente più di un terzo) dei migranti accolti in Italia si trovano in Sicilia (22%) e Lazio (12%; cioè Roma, con tutto ciò che purtroppo ne consegue, vista Mafia Capitale...). Nella Lombardia di Maroni, terza, sono il 9%. Proporzionalmente alla loro popolazione, Lombardia, Veneto e Liguria scivolano nelle ultime posizioni della graduatoria, invece. Ma lasciamo perdere i numeri e parliamo di altri fatti – oltre che di qualche opinione.
Che fine ha fatto la campagna di conquista di Matteo Salvini al Sud? Non doveva prendersi anche le desolate lande meridionali per appropriarsi della leadership del centrodestra? Così diceva e così pareva. E invece, quasi per una specie di infantile ripicca (non dichiarata), Salvini ha reagito alla netta sconfitta in regioni e comuni del Sud abbandonando quelle stesse zone al proprio destino, rispetto alla questione immigrazione. Per poi cavalcare le provocazioni anticostituzionali dei suoi sodali settentrionali.
La Sicilia continua a essere solidale e accogliente, come più o meno avviene da secoli. Ma pure noi sotto sotto abbiamo un nostro razzismo, chiaro. E tutti i bluff politici prima o poi attecchiscono. Nel referendum del 1946 vinse la monarchia. Salvini può sperare di fare il viceré.

sabato 28 marzo 2015

L'importanza di chiamarsi Franco

I cugini di mio padre, venezuelani ma figli di siciliani emigrati lì negli anni '60-'70, possono votare alle elezioni italiane. E votano anche in Venezuela. Per i loro connazionali, sono "italiani" (detto anche con tono critico); per gli altri italiani, per i siciliani, per i loro parenti, sono gli "americani", i venezuelani. Anzi, a Modica il loro Paese è universalmente noto come "Americazuela". Un intreccio di nomi, nazionalità, identità. Ogni tanto ricordo di essere laureato in Antropologia culturale e quindi mi tornano alla mente certi concetti sul senso di appartenenza e sull'identità nazionale. Discorsi antropologici, non sociologici, mi preme sottolinearlo.
Una volta giocavano come oriundi Altafini, Angelillo e Sivori...
E così penso un po' a quei parenti lontani tutte le volte che si riapre il dibattito sugli oriundi, sugli italiani-stranieri. Per decenni la parola oriundi è stata quasi bandita. Il suo più cospicuo e immediato utilizzo è nell'ambito dello sport, soprattutto del calcio (la nostra nazionale di calcio a 5 è composta quasi interamente da brasiliani). Ecco, di oriundi non se n'è parlato per un po', dopo le sconfitte della nazionale italiana di calcio negli anni Sessanta: giocavamo da far schifo, ma la ben nota e sempre attuale tendenza a trovare capri espiatori portò a identificare in quei calciatori sudamericani naturalizzati italiani (in virtù di lontane parentele) i colpevoli degli insuccessi dei Mondiali 1962 e '66 (così come però erano stati artefici dei trionfi degli anni Trenta). Poi sono passati 40 anni e Marcello Lippi rinverdì la tradizione puntando sull'argentino Camoranesi, che si indispettiva quando gli si chiedeva perché non cantasse l'inno di Mameli.
Il discorso, in realtà, è molto complesso. Altro che sport. Continua a esserci di mezzo l'arretrata legislazione italiana sulla cittadinanza, quella che assegna ai legami di sangue il primato per rilasciare presunte patenti di italianità. Lo ius sanguinis. Qui non si tratta di buttarla in polemica tra chi è favorevole a concedere la cittadinanza a chiunque nasca in Italia (applicazione estensiva dello ius soli) e chi invece difende ancora, più o meno consapevolmente, un principio di paradossale autarchia: italiano è solo chi "ha sangue italiano". In breve e semplificando: chi nasce in Italia da famiglia straniera deve aspettare la maggiore età per poter diventare eventualmente italiano, mentre chi è figlio o nipote o pronipote di italiani emigrati può vantare la cittadinanza tricolore. Gli "italiani nel mondo" valgono più delle "seconde generazioni".
La premessa è lunga. Arriviamo al punto. Il ct della nazionale di calcio, Antonio Conte, ha convocato due oriundi per le prossime partite: l'argentino Franco Damián Vázquez e il brasiliano Éder Citadin Martins, uno del Palermo, l'altro della Sampdoria. Giocatori discreti, nient'affatto dei campioni, tantomeno dei fenomeni. Anzi. La cifra comune agli oriundi del Ventunesimo secolo è una certa mediocrità. Lo stesso Camoranesi era un discreto calciatore che giocava con l'Italia perché la nazionale argentina lo ignorava. Così come tutti (TUTTI) gli altri oriundi degli anni Duemila, in maglia azzurra perché scartati dalle rispettive nazionali. Da Amauri a Paletta, da Thiago Motta agli ultimi arrivati. Mentre i vari Balotelli & co. (Okaka e Ogbonna, tra gli altri), i Black Italians a cui dedicai la mia tesi di laurea, devono inevitabilmente combattere con i pregiudizi e gli stereotipi e il razzismo strisciante, Eder diventa italiano in virtù di un bisnonno e Vazquez per la mamma veneta. Le rispettive squadre sono contente: così si liberano pure posti da extracomunitari...
Non c'è niente da fare, il fenomeno degli oriundi continuerà. Con buona pace delle critiche di Roberto Mancini, allenatore dell'Inter: una squadra piena zeppa di stranieri, che, ai tempi della prima esperienza nerazzurra dello stesso Mancio, raggiungeva il minimo legale di italiani in rosa grazie a qualche oriundo sudamericano. E ora lui si lamenta perché dice che con la nazionale dovrebbero giocare solo quelli nati in Italia. Coerente, perlomeno: ha lanciato lui Balotelli. Gli risponde Conte: la nazionale francese è piena di africani. Non ho parole... Agghiaggiande, direbbe lo stesso ct. Africani?!? Tutti francesi, tutti nati in Francia (tranne il "congolese" Mandanda). Di africano hanno le origini, sempre che questo voglia dire qualcosa. Anche il "suo" Paul Pogba allora è africano? Ma per favore. Questo, checché ne dicano i benpensanti, si chiama razzismo.
Il "palermitano" Vazquez dunque potrebbe giocare da italiano, mentre il connazionale e compagno di squadra Paulo Dybala, decisamente più forte, crede nella chiamata della nazionale argentina. Pazienza per la nonna napoletana (e i parenti di origine polacca, peraltro). Intanto, però, tifosi e giornalisti palermitani e siciliani esultano perché dopo due anni c'è un rosanero in nazionale. L'ultimo era stato Federico Balzaretti, torinese oriundo di Pezzana, Vercelli.

venerdì 9 gennaio 2015

Ìu sugnu Charlie

#JeSuisCharlie
Sono stato in Francia tre volte, due a Parigi, poche settimane in tutto. Charlie Hebdo lo conosco, ma non l'ho mai letto. Forse preferivo Le Canard enchaîné. Perché il punto di partenza è questo: in Francia, il nostro cugino antipatico ma che ci somiglia e a cui in fondo vogliamo bene, la satira è una cosa seria. In Italia ce la sogniamo un'offerta del genere. La questione non è solo editoriale, ma culturale, sociale, politica. Al di là della cronaca e del dolore.
Ecco perché è semplicemente urticante l'ipocrisia e l'incoerenza di molti italiani (anche miei colleghi...) che adesso gridano alla libertà di stampa-espressione-satira, dopo anni e anni di censure striscianti e prese di posizione tranchant contro giornalismo e dintorni. Ma la mia non è una inutile e risibile difesa d'ufficio della categoria, spesso indifendibile. Dio – uno qualsiasi – ce ne scampi e liberi. Mi fa però schifo la solidarietà pelosa agli irriverenti francesi da parte di chi non ha esitato altre volte a buttarla sulla vecchia regola del "se l'è andata a cercare". Magari lo pensano ancora, ma ora non lo dicono. Quello che conta, per loro, è che Charlie pubblicasse vignette che sbeffeggiano l'Islam. Di quelle sul cattolicesimo, sull'ebraismo e soprattutto di quelle che sfottono la destra reazionaria e xenofoba, invece non parlano. D'altra parte, per i latini la satira era la satura lanx, il vassoio ricolmo di primizie offerto agli dèi. Dèi, al plurale.
Il cortocircuito è servito. Torniamo un po' indietro nel tempo – e nello spazio. Nel 1978 la mafia ammazza Peppino Impastato, uno di quelli che con lo spirito della satira faceva informazione contro i poteri violenti e criminali. Uno spirito libertario, politicamente connotato, che sicuramente sarebbe piaciuto a quelli di Charlie più delle varie e strumentali attestazioni di solidarietà di certe destre italiane. Nel 1996, proprio sul settimanale francese uscì un articolo, Dalla caduta del muro di Berlino alla caduta di Totò Riina (anzi, Riìna), firmato da Phil, l'ex direttore Philippe Val, e Riss, Laurent Sourrisseau, il vignettista rimasto ferito nell'assalto che ha ucciso Wolinski, Charb, Cabu, Tignous e Honoré. I due, Phil e Riss, avevano visitato il Centro Peppino Impastato e riprodussero nella vignetta una vecchia foto del gotha mafioso di Cinisi. In ricordo di Peppino, compagno di satira e di lotta.
La libertà, anche quella di sfottere, fa naturalmente paura al potere, peggio ancora a quei poteri informali e fondati sulla cieca obbedienza e sul terrore. Eppure immagino che anche Peppino, per qualche improvvisato paladino della libertà di satira di inizio 2015, potrebbe essersela "andata a cercare". Ecco, io da certi interpreti del cortocircuito mediatico e ideologico non accetterei lezioni né consigli né insegnamenti. Con una sola eccezione. Ormai non fanno altro che ripetere "abbiamo il coraggio di ripubblicare anche in Italia le vignette di Charlie Hebdo". Bene, allora beccatevi questa. Ottobre 2013. Pour ne pas oublier. Jamais.

lunedì 10 novembre 2014

Disparato esotico stop

Era ora. Aspettavo finalmente una prima notizia di cronaca che portasse alla ribalta il "giovane" aeroporto di Comiso. Lì, dove prima si celebrava un militare fascista e ora un martire dell'antimafia e del pacifismo come Pio La Torre, è successa l'altroieri una cosa grottesca, o «surreale», per utilizzare le parole testuali di chi ha denunciato l'accaduto.
Dunque, circa 180 migranti, tutti africani (da Ghana, Nigeria, Gambia e Burkina Faso), erano arrivati a Comiso per essere trasferiti a Bologna (noto, per la cronaca, che ancora non c'è un collegamento di linea..., ndr). A un certo punto il comandante dell'aereo, un aereo della compagnia austriaca Lauda Air, quella di Niki Lauda (sic), si è rifiutato di partire con i migranti a bordo, perché non ha ritenuto validi i certificati medici, rilasciati dall'Asl di Agrigento e dal Cpa di Pozzallo, che attestavano che nessuno degli africani avesse malattie infettive. L'Ebola, per capirci. Insomma, non li ha fatti salire e se ne è ripartito con l'aereo vuoto. Poi c'è voluto un altro aereo, di un'altra compagnia, per accompagnare in serata i migranti alla volta di Bologna.
Ora, la vicenda è stata denunciata dal Consap, un sindacato autonomo di polizia, che però, anziché avanzare dubbi sulla correttezza dell'operato del pilota (per carità, io non ho letto i certificati, ma la malattia più plausibile mi sembra la "sindrome psicosi"), la mette sul piano, intramontabile, del populista "e io pago!".
Volare è un gioco da ragazzi...
Queste le parole di un dirigente del sindacato in Sicilia: «Tutto questo è intollerabile. Vorremmo proprio sapere se (e ci muoveremo per far presentare una interrogazione parlamentare in merito) questo viaggio a vuoto lo stanno comunque pagando i cittadini italiani. Spendiamo delle cifre inimmaginabili per questa vicenda dei migranti, ma è possibile che la spending rewiew non riguardi mai l'ambito dei migranti? Si ricordano di risparmiare solo quando si tratta di vicende inerenti la sicurezza, la salute dei cittadini o la cultura». Il problema naturalmente è l'approssimazione con cui in Italia si gestisce il sistema dell'accoglienza dei migranti «provenienti dai più disparati angoli dell'Africa», dice lo stesso Consap. Disparati, non disperati...

sabato 18 ottobre 2014

Julius Ebola

L'Ebola è una cosa seria. Se c'è un motivo per cui l'Italia mi fa rabbia è l'approssimazione con cui i miei connazionali, peggio ancora quando sono pure colleghi, affrontano spesso certe questioni. La terribile malattia originaria dell'Africa sub-sahariana, fino a prova contraria, in Italia non c'è. I presunti casi che hanno scatenato solo le solite, inutile e dannose psicosi (soprattutto nella loro variante 2.0), si sono rivelati intanto episodi di altre malattie, perlopiù malaria. Ciò non toglie che l'attenzione sia e debba essere massima. Ma siccome io in Africa ci sono stato, peraltro proprio in Repubblica Democratica del Congo, il Paese in cui quel virus fu scoperto nel 1976, e ho adottato tutte le misure obbligatorie e consigliate di profilassi e prevenzione per le malattie infettive tropicali (ma dov'ero io si muore piuttosto di malaria, dissenteria, malnutrizione), mi infastidisce la sciatteria con cui si tratta l'argomento. In particolare dando voce a chi non ha competenza tecnico-scientifica in materia e finisce, a volte scientemente, per diffondere messaggi più pericolosi dello stesso virus.
Continuare ad additare la Sicilia come luogo a maggior rischio in Europa è un'operazione che comincia a farsi sospetta quando a farlo sono movimenti politici o associazioni di categoria che hanno sempre fatto del populismo, della demagogia e di un razzismo neanche tanto strisciante la loro ragion d'essere. Per non dire di quei banditi che usano i social network come cassa di risonanza delle peggiori schifezze. Come l'imbecille che due mesi fa fece quella cosa oscena su Facebook, con il post che parlava di tre casi di ebola a Lampedusa. Certo, come ti sbagli? Abitanti e istituzioni dell'isola hanno chiesto un risarcimento di 10 milioni per la pessima pubblicità. Una bufala vergognosa che però si era beccata i suoi bei 26mila "mi piace". Perché gli imbecilli non sono mai soli.
L'azienda americana Giant Microbes produce peluche a forma di batteri e virus. Sul serio.
Quello di Ebola è attualmente tutto esaurito. Loro lo chiamano "il T.Rex dei microbi"...
Non si possono agitare certezze né in un senso né nell'altro: la malattia è pericolosissima e la Sicilia si trova in una posizione di debolezza, geograficamente parlando. Epperò i casi finora conclamati, avvenuti tutti in altri Paesi europei o negli Stati Uniti, NON in Italia né figurarsi in Sicilia, riguardano gente arrivata con voli intercontinentali (anche in business class), non con carrette del mare. Guarda un po'. Allora sarebbe meglio non fare allarmismo e impegnarsi in controlli e prevenzione, per evitare di essere stupidamente impreparati quando disgraziatamente dovesse mai arrivare un malato di ebola in Sicilia. E non lasciare a razzisti e incompetenti il potere di decidere. Per questo esistono le tanto vituperate istituzioni: in Sicilia c'è una giunta regionale, per quanto traballante, e c'è un'assessore alla Salute, che si chiama Lucia Borsellino e giustamente informa i 5 milioni di siciliani (e altre decine di milioni di connazionali) che, per esempio, quello svizzero ricoverato a Palermo ha la malaria e non la EVD (Ebola virus disease). Così come ci sta pure che il presidente della Regione, Crocetta, provi a ragionare a mente fredda sulla psicosi: «Chiunque ha un banale raffreddore pensa di avere l’Ebola. Ho visto un allarme eccessivo, un vero e proprio panico. Sarebbe meglio che le persone si vaccinassero contro l’influenza così non pensano al virus in caso di influenza».
La cosa è seria, ribadisco. Parlino scienziati, medici, esperti. Tacciano razzisti, fascisti, xenofobi, allarmisti e complottisti. Parlino i ministri e le autorità. Tacciano quelli a cui non pare vero mettere insieme in un unico indistinto calderone di odio Sicilia e Africa. E tacciano quelli che scrivono «Alfano sarai processato se di ebola morirà un italiano». Se non altro perché, suvvia, la rima è riuscita proprio male.

mercoledì 2 ottobre 2013

L'ultima spiaggia


Ora, mentre scrivo, il 38% è triste. Fino a ieri invece il 36% (ma prima ancora il 40, il 45, il 46%) si diceva "soddisfatto". Parlo dei lettori del Corriere.it, di quelli che ci hanno tenuto a esprimere il loro stato d'animo sulla notizia della morte di 13 migranti sulla spiaggia di Sampieri, vicino a Scicli, dalle mie parti. Quindi per molte ore, a caldo, la reazione è stata quella: soddisfatti. Altro che indignati o preoccupati. Ho tremato quando l'ho visto. Perché nel mio pessimismo cronico ho trovato conferma a ciò che spesso penso: per un'Italia solidale, buona e pronta a correre in soccorso di chi soffre, ce n'è un'altra – che a me pare maggioritaria, mi spiace per chi è convinto della retorica contraria – che invece è cattiva, razzista, xenofoba, disinteressata, che esulta persino se 13 disperati eritrei e siriani muoiono annegati in uno sbarco tragico. Un'Italia stronza, che ha reagito contravvenendo a quello stereotipo insopportabile degli "italiani brava gente".
Ma basta, finiamola con questi luoghi comuni. In quei commenti – e sottolineo che erano sul Corriere, non su testate che di una certa xenofobia neanche velata fanno la loro ragione sociale e linea editoriale – c'è forse l'Italia vera. Sarà pure un Paese esasperato dalla crisi, dall'instabilità, dai rischi di default, ma se questo deve tradursi nella "soddisfazione" per la morte tragica di 13 eroi (Fabrizio Gatti li ha definiti così; sono quelli morti per aver aiutato i loro compagni di sventura a salvarsi, anche se neppure loro sapevano nuotare), allora torno alla mia immediata reazione. Mi viene da tremare.
Un'Italia stronza, come quel ghigno apparentemente innocente. Con quella faccina sorridente che dice andreottianamente "se la sono andata a cercare". E se la prende con il ministro Cécile Kyenge (ah, per inciso, a me non piace) e con la presidente della Camera Laura Boldrini (capolista di Sel nel mio collegio elettorale), e naturalmente pure con il papa (visto, Santità, cosa succede a lanciare un messaggio rivoluzionario come quello di Lampedusa?). Perché per questa Italia "soddisfatta", ma che pretende pure di essere rimborsata, gli ipocriti sono sempre e solo gli altri.
La vignetta di oggi su il manifesto
Poi, come al solito, mi fermo a riflettere. Penso a come la mia categoria tratta questi temi e quale servizio offre ai lettori. E allora, per la mia solita pignoleria (ma non solo), mi sono innervosito per la sciatteria di chi continua a ignorare la geografia. "Sbarco a Siracusa"??? Bah, Scicli e Siracusa mi sembrano due nomi diversi, oltre al fatto che, ancora una volta, si confondono le province. Ma questa, lo ammetto, è una mia fisima (anche se, sia chiaro, un giornalista questi errori non deve farli).
Molto più serio il dubbio che mi è venuto leggendo le pur belle pagine di Repubblica (decisamente migliori di quelle del Corriere) sul tema: mi ha lasciato perplesso leggere nome e cognome di due migranti salvati a Sampieri. La Carta di Roma del 2008, il protocollo deontologico su profughi, migranti e richiedenti asilo, prevede un trattamento molto preciso e attento in questi casi. Cito testualmente:
Tutelare i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta ed i migranti che scelgono di parlare con i giornalisti, adottando quelle accortezze in merito all’identità ed all’immagine che non consentano l’identificazione della persona, onde evitare di esporla a ritorsioni contro la stessa e i familiari, tanto da parte di autorità del paese di origine, che di entità non statali o di organizzazioni criminali.
Spero che il bravo Francesco Viviano di Repubblica Palermo abbia adottato tutte quelle accortezze...
C'è poi un secondo problema, apparentemente meno serio, ma che mi infastidisce lo stesso. Mi chiedo perché molti giornali l'abbiano buttata quasi esclusivamente su "la strage dei migranti sulla spiaggia di Montalbano". Capisco che fa gioco, che un riferimento del genere si fa leggere, ma i dubbi rimangono. La Fornace Penna ha fatto da sfondo a più di un episodio della fiction, è un luogo suggestivo. Ma sono rimasto senza parole, deluso per la sciatteria appunto, quando ho letto che quella zona si chiamerebbe "'a mànnara", anzi Mànnara con la "m" maiuscola, come se ci fosse una contrada, una località con quel nome. No, non esiste. Quel nome è casomai nei romanzi di Camilleri e si riferisce a un luogo, credo fittizio, dalle parti di Porto Empedocle (la Vigàta del commissario). La Fornace Penna non si trova in una fantomatica contrada Mànnara, ma in contrada Pisciotto. Addirittura qualcuno ha scritto "Fornace Pisciotto". Io sarò pure pignolo, ma con i mezzi oggi a disposizione sarebbe bastata a tanti colleghi una ricerchina su Google. Tutto qui. Anche perché mannara vuol dire mandria, gregge; più precisamente dalle mie parti significa ovile. Un luogo che abbonda di capre e pecoroni.

mercoledì 6 giugno 2012

AbBarwuahti

Mario Balotelli non è siciliano. Io sono un sostenitore dello ius soli, e il fatto che Supermario sia nato a Palermo per me vuol dire semplicemente che lui è italiano. Stop, non ne faccio una questione troppo locale o localistica. Al limite, dico che Mario è bresciano, perché lì è cresciuto, dopo l'adozione dei Balotelli. Il fatto è che io ancora adesso sento alcuni palermitani rivendicare la "compaesanità" con il campione del Manchester City. Lui mi sta simpatico, non lo nascondo, ho sempre trovato eccessive ed esagerate le posizioni – spesso per partito preso – nei suoi confronti. Ma, a parte questo, parlare di lui in questo blog in effetti può sembrare forzato. Il suo legame con la Sicilia è quello della nascita, quasi casuale, a Palermo.
La Sicilia però, che lo si voglia o no, è Italia. E Mario Balotelli è italiano. A pochi giorni dall'inizio degli Europei, che in teoria dovrebbero finalmente consacrarlo, l'attaccante rimane sempre al centro dell'attenzione. Non parlo soltanto degli inesauribili tabloid inglesi. Ieri in molti hanno fatto notare l'eccesso e/o difetto di political correctness del Corriere della Sera che ha colorato di nero la sagoma di Balotelli nella formazione che dovrebbe scendere in campo per la prima partita contro la Spagna. Oggi l'altra novità. Ma questa è anche più seria. La notizia è partita, manco a dirlo, da un giornaletto inglese, il Daily Mail, però l'ha confermata ufficialmente anche la Uefa. Mario dovrebbe giocare col doppio cognome sulla maglia azzurra. Cioè "Balotelli Barwuah", sopra il numero 9. La Uefa dice di aver ricevuto il nome così sulla lista presentata dalla Figc. In realtà già in passato la federazione europea ha riportato quel cognome, anche in referti ufficiali. Comunque ha prevalso alla fine un po' di buonsenso, e Balotelli giocherà solo con un cognome, quello suo.
E io che credevo fossero ormai passati i tempi in cui, da minorenne sui campi di provincia, Balotelli si ritrovava sulle distinte con il solo nome "Mario": per la vita era un Balotelli ma per la legge ancora un Barwuah, e risolvevano la cosa chiamandolo solo per nome. Che poi in realtà lui non è stato mai un Barwuah (ma è normale che ora possa voler frequentare i fratelli naturali, loro sì Barwuah pure all'anagrafe).
Non me l'aspettavo, questa novità del doppio cognome. Qualcuno addirittura pensa che sia un bene, contro il razzismo. Sarò scemo io, ma a me sembra proprio il contrario. Così non si fa altro che sottolineare che questo ragazzone bresciano ha origini ghanesi. Origini che nessuno può negare, ovvio, ma che è fuori luogo richiamare in questo modo. Ho l'impressione che così si faccia solo un "favore" a certi razzisti da stadio, a cominciare da quelli di casa nostra, quelli che – bontà loro – ci tengono a farci sapere che "non esistono negri italiani". Mi chiedo se Platini, sempre molto attento alla propaganda e alle campagne mediatiche, si renda conto che una cosa del genere c'entra davvero poco con il "Respect" tanto predicato dalla sua Uefa.
Solitamente il doppio cognome evoca nobiltà, aristocrazia, sangue blu. Nel caso di Balotelli non può essere così: lui il sangue ce l'ha africano, e l'anima è siciliana, come scriveva qualcuno tempo fa.

P.S. Nota linguistica: nella Sicilia orientale il verbo abbarruàrisi significa sbigottire, abbattersi, confondersi, demoralizzarsi, scoraggiarsi. Quanto suona simile a Barwuah...
Qui non si vede, ma dovrebbe esserci un "Barwuah" da qualche parte...

venerdì 12 agosto 2011

Happy birthday, Mr. Balotelli

Con Roberto Mancini
al Manchester City

La prima volta che ne ho sentito parlare non avevo capito bene. Era un servizio di Studio Sport e Antonio Bartolomucci parlava di questo promettente e potente attaccante della Primavera dell'Inter, un ragazzo di origine ghanese. Io, chissà perché, avevo capito "gallese". Era il 19 novembre 2007 e si diceva che poteva "far sorridere" sentire un ragazzo di colore parlare in perfetto dialetto bresciano. Non c'è nulla da fare, quando c'è di mezzo Mario Balotelli, nato Barwuah, l'equivoco o il misunderstanding (in omaggio alla sua attuale esperienza inglese) è sempre in agguato.
Io ho scoperto Mario ancora prima che "esplodesse", grazie al lavoro che dovevo fare per la mia tesi di laurea specialistica. «Black Italians e Bleus Noirs: dall'interdizione razziale all'integrazione dei calciatori di colore italiani e francesi»: una tesi in antropologia culturale sul calcio. Strano, ma vero. Per questo motivo, ho seguito Mario Balotelli via via che diventava sempre più noto, per i risultati sportivi e per le sceneggiate dentro e fuori dal campo - che stranamente sono aumentate dopo la mia laurea... Di Balotelli, e soprattutto del suo carattere, tanto si è detto e si continuerà a dire e scrivere. Non è uno sport che mi interessa. So soltanto che la sua figura è importante nel contesto di cui parlavo nella tesi: lui è adesso uno dei più famosi Black Italians nel mondo dello sport e della società. Con buona pace di quelli che hanno la faccia tosta di dire che con i loro slogan tipo "Non ci sono negri italiani" vogliono solo criticare i suoi modi antipatici e arroganti. Gli stessi modi che, tra l'altro, finiscono per giustificare le pedate di Totti.
Angelo Ogbonna, Mario Balotelli, Stefano Okaka. Italiani
Mario Barwuah è nato il 12 agosto 1990, ventuno anni fa, a Palermo. I genitori ghanesi lo hanno abbandonato in ospedale: aveva problemi di salute e a due anni è stato dato in affido alla famiglia bresciana dei Balotelli. Un affido che non si è mai tramutato in adozione, "grazie" alle arretratissime leggi italiane sull'adozione e sulla cittadinanza. La sua famiglia sono i Balotelli, non i Barwuah, eppure solo dopo i diciotto anni ha potuto finalmente utilizzare sui documenti il nome dei parenti che lo hanno accolto e cresciuto.
Parte del lavoro della mia tesi consisteva nell'analisi della stampa sportiva e di come questa trattava la presenza di "italiani neri" nel calcio. Allora non avevo ancora deciso di intraprendere la strada del giornalismo e non risparmiavo critiche a un certo linguaggio "disinvolto". Le critiche le risparmio ancora meno adesso che in quel mondo ci sono entrato pure io, comunque. Trovavo assurdo che qualche organo di stampa siciliano fosse fissato con la nascita palermitana di SuperMario. Su un supplemento de La Sicilia, Mariella Caruso ha scritto il 16 marzo 2008 che Mario ha "sangue africano, anima siciliana". Per la tesi ho intervistato la sorella di Balotelli. Che si chiama Cristina e non Abigail Barwuah, è una brava giornalista di Radio 24 e non una ragazza in cerca di notorietà come "la sorella di uno famoso". Cristina Balotelli così mi ha risposto sul tentativo di assegnare a Mario una patente di sicilianità:
«Può sembrare paradossale il fatto che si insista molto su una presunta "appartenenza a Palermo" di Mario per il solo fatto che è nato in quella città. Come dimostra anche il suo accento, Mario è cresciuto a Brescia e di Palermo ricorda ben poco perché era troppo piccolo. Se ha un certo legame con una città, questa è senz'altro Brescia»
Faccio gli auguri di buon compleanno a Mario Balotelli, non più Barwuah. E pazienza se non è siciliano come me. Mi basta che sia italiano, come me.

lunedì 14 marzo 2011

Turisti fuori stagione a Lampedusa

Non bastavano gli sbarchi. Non bastavano le indagini. Non bastavano i disagi. No, Lampedusa aveva proprio bisogno di visite eccellenti. Per non sentirsi abbandonata e dimenticata, l'isola non poteva fare a meno della visita di Marine Le Pen e Mario Borghezio. Tanto la Lega era già arrivata a Lampedusa da tempo, infatti si aspettava che ad accompagnare i due eurodeputati ci fosse pure il vicesindaco Angela Maraventano (ristoratrice marchigiana a Lampedusa, vice di Bernardino De Rubeis a più riprese, senatrice padana eletta in Emilia-Romagna: la globalizzazione in una sola persona, leghista). La senatrice non ha potuto esserci, ma sicuramente il duo sa come cavarsela. E cosa ci vengono a fare Mario&Marine nelle Pelagie? Ovvio, a vedere come vanno le cose nell'isola, a visitare il Cpt-Cie-o-quello-che-è di contrada Imbriacola e a incontrare il sindaco De Rubeis. Borghezio non è neanche nuovo a queste gitarelle, stranamente gli fanno trovare i centri per immigrati sempre in ordine. Certo, gran tempismo il sindaco: prima si fa indagare per istigazione all'odio razziale, ora accoglie la candidata del Front National alle presidenziali francesi 2012 in compagnia dell'uomo che agli stessi xenofobi transalpini insegnava i trucchi per continuare a propagandare razzismo senza sembrare razzisti.
Un collega di partito di Borghezio (e della senatrice Maraventano), che incidentalmente guida il Viminale e si chiama Roberto Maroni, pensa che la Le Pen ne approfitterà per farsi campagna per le elezioni francesi. Sai quanti voti raccoglie a Lampedusa la bionda Marine?!? Poi se propone di assistere i migranti in mare senza farli (anzi, per non farli) sbarcare sull'isola... Ministro Maroni, non si preoccupi, Marine Le Pen dice di condividere la posizione della Lega sull'immigrazione, anche lei se la prende perché la stampa italiana li dipinge come razzisti, xenofobi e antisemiti.
Se davvero Marine Le Pen di Jean-Marie da Neuilly-sur-Seine è venuta a cercare voti, chissà se ha letto lo striscione con cui l'hanno accolta all'aeroporto. In francese, quindi una nazionalista sciovinista (ma non razzista, eh) come lei dovrebbe capirlo: "Liberté, egalité, fraternité : aussi pour les sans-papier". Pure Borghezio sa il francese, quindi gli risparmio la traduzione.


mercoledì 2 marzo 2011

6.001 indagati

Ancora sbarchi a Lampedusa. E questa non è più una notizia. Invece fa notizia che la magistratura abbia iscritto nel registro degli indagati per immigrazione clandestina (ah, la Bossi-Fini...) i seimila finora arrivati nell'isola. Ma perché non si dica che si fa torto a qualcuno, anche il sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis, ha un fascicolo aperto a suo nome per istigazione all'odio razziale. La colpa, aver emanato un'ordinanza contro "accattonaggio e comportamenti non decorosi" delle migliaia di migranti per le stradine dell'isola. De Rubeis si difende dicendo che l'ordinanza è rivolta in realtà a tutti, italiani e stranieri. Sarà, ma non è così strumentale legarla all'emergenza migratoria. D'altra parte, la popolazione lampedusana è stanca e ha grandi difficoltà a vivere serenamente in una terra che sembra abbandonata a se stessa, dove comunque è forte il senso di ospitalità. Forse manca semplicemente un po' di buonsenso. Atti dovuti (obbligatorietà dell'azione penale), per carità, ma è legittimo il dubbio che non siano la soluzione migliore al momento. Certo è che viene da riflettere sulla separazione dei poteri: il parlamento si occupa (non è ironico) di altro, il governo manco a dirlo, quindi resta la magistratura. Ah, sempre questi giudici...