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venerdì 21 novembre 2014

Da qui all'Eternit

Prescrizione vuol dire far passare il tempo. La Sicilia c'ha messo 21 (VENTUNO) anni ad adeguare la legislazione regionale alle regole nazionali che avevano messo fuorilegge l'Eternit®. Un'altra faccia di quella medaglia che ci ha fatti giustamente indignare l'altro giorno per la prescrizione, appunto, della condanna nel processo Eternit a Torino.
L'amianto è ovunque, in Sicilia: sui tetti, nei vecchi serbatoi per l'acqua, nelle tubature. Dal 1955 anche l'Isola ha avuto il suo bello stabilimento di produzione di fibrocemento, l'Eternit Siciliana tra Priolo e Augusta (perché il petrolio, lì, evidentemente non bastava...), chiusa solo nel 1993, un anno dopo la messa al bando del materiale. Considerando che il mesotelioma pleurico, il grave cancro provocato dalla fibra (oltre ad altre malattie come l'asbestosi), ha un periodo di incubazione di 30 anni, ecco perché la prescrizione è un ignobile insulto al tempo. Soprattutto a quello, poco, che rimane.
Oltre a Priolo e Augusta, spiccano in Sicilia almeno altri due Sin, siti di interesse nazionale per le bonifiche, cioè Milazzo e Biancavilla. Queste sono peraltro le località dell'isola già ampiamente classificate, insieme a Gela, tra quelle a più alto rischio tumori in Italia. A Milazzo, altro luogo che già sconta la presenza del polo petrolchimico, l'incidenza del tumore alla tiroide è del 24% superiore alla media per gli uomini, addirittura del 40% per le donne. Mentre a Biancavilla si registrano eccessi di mesoteliomi e tumori della pleura.
Biancavilla mi ha sempre colpito. Storicamente ha fatto parte di quello che è stato chiamato "triangolo della morte", insieme agli altri comuni catanesi di Adrano e Paternò. Solo che in quel caso la morte era quella che arrivava col piombo (in forma di proiettile), nella faida di mafia che ha insanguinato quell'area dagli anni Ottanta. Eppure a Biancavilla, 24mila abitanti, si muore anche di amianto. Ed è atrocemente ironico il nome del paese, perché di bianco lì ci sono soprattutto le polveri velenose e mortali dell'asbesto. Il paradosso è che non ci sono fabbriche, non c'è una produzione industriale. Lì l'amianto – pazzesco – è naturale. Solo intorno a Biancavilla esiste una fibra minerale, la fluoro-edenite, di origine vulcanica (siamo alle pendici dell'Etna), che ha azione carcinogena. Le case e le strade costruite dagli anni Cinquanta in poi a Biancavilla, con i materiali estratti dalle vicine cave del monte Calvario (sic), ne erano piene. A metà degli anni Novanta si sono riscontrati aumenti di tumori, dal '98 sono partite le bonifiche.
Nello stesso giorno in cui l'Eternit andava giudiziariamente in prescrizione, l'International Agency for Research on Cancer (Iarc), agenzia intergovernativa dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), confermava con assoluta e scientifica certezza che la fluoro-edenite è cancerogena. La morte, soprattutto quella per amianto, purtroppo non si prescrive.

giovedì 31 luglio 2014

Il Terranova a sei zampe

Dice che l'Eni non andrà via da Gela. E non è una minaccia, anzi. Premetto che non capisco molto di politica industriale né di questioni sindacali, ma il caos delle ultime settimane nella sesta città siciliana – quella che da Federico II fino al fascismo si chiamò Terranova – mi ha inevitabilmente fatto riflettere. Dunque, lo stabilimento di Gela è tra i meno produttivi del gruppo del "cane a sei zampe". Ma la storia, in particolare quella recentissima, del petrolio in Sicilia porta con sé tante contraddizioni. Che non sono solo siciliane, naturalmente.
Se è vero che Gela rende meno di altri petrolchimici e di conseguenza costa di più, ci sono 970 persone che rischiano il posto di lavoro. In una terra in cui le relazioni industriali, sindacali e politiche sono state improntate all'assistenzialismo e allo sfruttamento (con responsabilità da entrambe le parti, chiaro), so che mi si potrebbe rispondere "è il mercato, bellezza". Capisco anche certi delicati equilibri politici, ma non mi spiego l'interesse un po' intermittente di Saro Crocetta, ex sindaco di Gela, (ex) comunista, presidente della Regione e perito chimico ex impiegato Eni nella sua città.
In ogni caso, la tutela di quei lavoratori è fondamentale. Ecco perché.
Pozzi di petrolio a Gela. Foto del 1995,
ma sembra di trent'anni prima...
Ricatto occupazionale. Si chiama così. Hanno costruito pozzi e raffinerie, dato lavoro a migliaia di persone (quasi "costrette" ad accettarli, quei lavori: avete presente Taranto?), portato un'effimera ricchezza, cioè illusioni di benessere. Ma "benessere" si fa per dire: in cambio del lavoro, salute e ambiente venivano in secondo piano. Hanno distrutto golfi bellissimi, in Sicilia, per farci le raffinerie. Ora l'Eni promette investimenti per 2 miliardi, la riconversione dell'impianto e la conferma di 790 lavoratori su 970. E gli altri? Pare che «verrà trovata una soluzione all'interno del gruppo».
"All'interno del gruppo", ecco. Ma non c'è solo quello, in Sicilia. Gela è in crisi, eppure ha una capacità di raffinazione di 5,9 tonnellate annue, non altissima ma neanche bassissima. Piuttosto, le altre raffinerie siciliane, che appunto non sono del "gruppo", sono tra le poche italiane di taglia internazionale, mentre molte altre sono diventate depositi di prodotti raffinati altrove (era questo che volevano per Gela, proprio mentre si autorizzano trivellazioni e si danno licenze per prospezioni offshore?). La raffineria Mediterranea di Milazzo, la garibaldina Milazzo, la porta sulle Eolie, luogo omerico, è partecipata a metà da Eni e Q8, con le sue 10,3 tonnellate. A Priolo (Siracusa) la Erg ha ceduto il passo ai russi di Lukoil e la vecchia Isab raffina 18,4 tonnellate. Augusta, sempre nel siracusano, raffina 9,9 tonnellate: è della ExxonMobil (Esso).
Totale Sicilia: 43,9 tonnellate annue di capacità di raffinazione del greggio. Totale Italia: 95,5 tonnellate. Il 46%. Mi rendo conto, sono numeri grezzi, non raffinati.

mercoledì 27 aprile 2011

La Russia è vicina

Stamattina, mentre andavo in aeroporto a Catania, ho visto una cosa che mi era sfuggita stando lontano dalla mia terra iblea. L'area di servizio di Coffa non è più Tamoil.
Spiego. In contrada Coffa, a Chiaramonte Gulfi (RG), c'è un'importante e conosciuta stazione di servizio: per anni è stata Tamoil ed è un punto di sosta e di incontro per chi viaggia sulla statale 514 Ragusa-Catania. Ma non era una Tamoil come tutte le altre. Nella provincia di Ragusa e nei dintorni, quasi tutti i rifornimenti con quel marchio erano di proprietà di Saro Minardo e della sua Giap. Quello di Coffa era una delle poche eccezioni. Ora le aree di servizio di Minardo sono in buona parte Agip (ma non appartenenti alla rete Eni), qualcuna Esso ed Erg. Tutto era nato da una joint-venture tra la Giap e i produttori libici.
Il petrolio non è solo una risorsa e un'opportunità, in Sicilia. Ci sono di mezzo la politica, l'ecologia, persino gli intrighi internazionali e naturalmente le speculazioni. Il fatto che la fu Tamoil di Chiaramonte non facesse parte dell'impero di don Saro, non vuol dire che fosse (e sia) fuori dai giochi di potere economico per la gestione dell'oro nero in Sicilia. La conferma l'ho avuta stamattina, appunto.
Negli ultimi tempi la russa Lukoil è salita al 60% del capitale di Isab, la società che ha gli impianti di raffinazione a Priolo. Mi ero perso invece il passaggio successivo: Lukoil comincia a radicarsi anche tra i distributori di benzina in Italia. Ne ha aperti tredici in Sicilia: dieci solo nella provincia di Ragusa. Dunque nelle ultime settimane sono comparse le aree di servizio biancorosse a Chiaramonte (appunto Coffa), Comiso, Ragusa, Scicli, Vittoria. Ricordo, a beneficio di chi non lo sapesse, che la provincia iblea ha in tutto 12 comuni, capoluogo compreso.

sabato 12 marzo 2011

Raschiare il fondo del barile

Il sito de la Repubblica ha lanciato da due mesi un'iniziativa interessante. I lettori possono scegliere un argomento, tra cinque proposti, su cui i giornalisti della testata poi faranno un reportage. Tutte inchieste su temi ambientali. Uno degli argomenti mi interessa più di altri, da anni e non solo per i suoi recenti sviluppi: le trivellazioni petrolifere in Sicilia. Non sono della schiera del 'no' a tutti i costi, ma su questo tema ho alcuni motivi che mi spingono a essere contrario. Andiamo con ordine, partendo dall'oggi (o dal domani) per tornare indietro di qualche anno.
L'ultima questione in ordine di tempo è l'esplorazione (tecnicamente prospezione) dell'inglese Northern Petroleum dei fondali al largo di Pantelleria, ripresa sei mesi dopo il blocco decretato dalla provincia di Trapani. Le autorizzazioni alla trivellazione in Sicilia sono un centinaio, tra richieste e già concesse, limitandoci a quelle off-shore, cioè in mare. Al largo di coste vicine a centri turistici, aree marine protette e in alcuni casi zone sismiche.
Il caso di Pantelleria è stato preceduto negli ultimi anni da casi analoghi che però interessavano anche la terraferma. La Sicilia non ha mai avuto una vera strategia industriale e la presenza di risorse energetiche sul territorio non è cosa da poco. D'altra parte, le polemiche ambientaliste sono ultimamente rivolte anche all'installazione di impianti eolici e fotovoltaici. Il caso di trivellazione più controverso che ricordo e mi ha coinvolto è quello del Val di Noto. Casa mia, praticamente.
Dal 2000 la multinazionale texana Panther Oil ha avviato contatti con le amministrazioni siciliane per ottenere l'autorizzazione a piantare pozzi nelle campagne non lontane dai siti che l'Unesco ha dichiarato Patrimonio dell'Umanità nel 2002. La Regione ha concesso i permessi nel 2004, ma l'anno dopo scoppia la polemica e il governo blocca le concessioni. Tra il 2005 e il 2007 il Tar accoglie però due ricorsi della Panther, che intanto ad agosto 2007, dopo una polemica ambientalista e politica (a giugno Andrea Camilleri aveva lanciato un appello ancora su Repubblica: 30mila firme raccolte contro le trivelle) dichiara di rinunciare a cercare il petrolio. Nel 2008 invece il Tar cambia idea e blocca i petrolieri texani; due anni dopo è il Consiglio di Giustizia Amministrativa (Cga) a riconsentire la ripresa delle perforazioni.
Quando scoppiò la polemica del 2007, io non ero neanche a Modica, uno dei gioielli barocchi nei siti Unesco, però seguii la vicenda e mi feci una mia idea. La concessione era stata rilasciata dalla giunta Cuffaro (Udc), ma contrastata dall'allora assessore An ai Beni culturali e poi al Turismo, Fabio Granata. Sì, il pasionario futurista. Partita la protesta, poi si sono accodati un po' tutti, per convenienza politica. L'allora sindaco di Modica, Piero Torchi (Udc), si appropria della battaglia, come succederà pure nel caso delle proteste contro la privatizzazione dell'acqua. Eppure da sindaco, la gestione del ciclo dei rifiuti, il piano regolatore, le concessioni edilizie, beh, non sembrava averle seguite proprio con piglio ambientalista. Ma oltre a lui anche il presidente della provincia di Ragusa, Franco Antoci, altro Udc, si schiera dalla parte della protesta. E l'oggi ex deputato Peppe Drago (indovinato: Udc!) si era reso disponibile a portare la questione a Roma. Insomma, un balletto di responsabilità, di distinguo e di strumentalizzazioni.
Ora, le trivelle della Panther non sarebbero state installate sul sagrato delle chiese barocche del Val di Noto; a Ragusa ancora fino a qualche mese fa c'erano pozzi petroliferi sicuramente più invasivi e tecnologicamente arretrati di quelli texani. Però l'impatto ambientale sarebbe stato ugualmente forte. L'accordo prevedeva la suddivisione delle royalties dell'estrazione tra Regione (un terzo) e Comuni interessati (due terzi), più un contributo della multinazionale per la realizzazione di opere ambientali e infrastrutturali.
Non è sbagliato pensare a uno sviluppo industriale della Sicilia, né si può pensare che bastino agricoltura e turismo, però preferirei non vedere il meraviglioso paesaggio siciliano (ibleo in particolare) sventrato senza ritegno e criterio in nome del dio denaro e della corsa all'oro - nero.
Non so se i lettori di Repubblica.it sceglieranno il tema del petrolio siciliano. Non avrò mai le competenze dei colleghi (sic) Antonio Cianciullo e Valerio Gualerzi che si occupano delle inchieste, ma la mia almeno l'ho detta. E vabbè, non mi faccio mancare neanche la chiusa populista: meno trivelle, più scavi archeologici.

sabato 26 febbraio 2011

Ci sono un siciliano, un iraniano e un Russo

No, non è l'inizio di una barzelletta, è solo l'aggiornamento della vicenda del petrolio iraniano in Sicilia. L'ex assessore all'Energia Pier Carmelo Russo - ora alle Infrastrutture - ha precisato di non essere mai stato interrogato da funzionari dei servizi né italiani né stranieri. Si sarebbe limitato a comunicare alla questura di Palermo le manovre in atto delle compagnie interessate. Russo ha tenuto a sottolineare che nessun agente della Cia o del Copasir lo ha interrogato. Però l'ex deputato Nicola Ravidà, mediatore nell'affare, lo ha accusato, con una lettera indirizzata al presidente Lombardo, di aver fatto perdere un'occasione alla Sicilia: l'Unione europea vieterebbe investimenti e assistenza alle attività estrattive in Iran, non la compravendita e la raffinazione di greggio iraniano. Dunque, caro Lombardo, «se si vuole costruire un governo di tecnici occorre che questi siano effettivamente tali, cioè capaci e dediti al bene della Sicilia». Altrimenti è meglio cambiare mestiere, dice ancora Ravidà.
Ecco, siamo passati dalla spy story a una più consona polemica politica. Quasi ci avevo creduto.

venerdì 18 febbraio 2011

Petrolio connection

La Sicilia al centro di una spy story. E non è un film.
Nell'agosto scorso la Regione ha ricevuto la richiesta da parte di due società, la svizzera Corum Anlage e la spagnola Ibercom, che volevano raffinare nell'isola 5 milioni di tonnellate di petrolio. Iraniano. Ora, le due società hanno un capitale sociale di 80mila euro, pochini per raffinare milioni e milioni di tonnellate di greggio (dicono di poter arrivare a 15 l'anno). Inoltre il Consiglio dell'Unione Europea ha introdotto restrizioni e limitazioni alla commercializzazione di prodotti iraniani, petrolio compreso. La nota mandata all'allora assessore all'Energia, Pier Carmelo Russo, era firmata dal rappresentante legale della società svizzera, un certo Antonino De Salvo, già protestato per assegni a vuoto e affarista noto in Brianza. E di mezzo c'era pure un ex deputato Dc, Nicola Ravidà. Russo dunque si è preoccupato e ha informato il questore di Palermo e il presidente del Copasir D'Alema. Insomma polizia e servizi segreti allertati.
Ecco che all'assessorato arrivano funzionari della Cia, con interrogatori in piena regola a Russo e ad altri dirigenti regionali. Gli americani temono che l'Iran si possa servire delle società per entrare sul mercato europeo dalla porta d'ingresso della Sicilia. Ma gli Usa sono preoccupati anche perché da qualche settimana la russa Lukoil ha acquisito il pacchetto di maggioranza della raffineria Erg di Priolo, nel siracusano. Nemici alleati, Russia e Iran, dunque? La Lukoil in effetti è socia della Gazprom, che l'anno scorso ha commercializzato 250 milioni di barili di petrolio iraniano.
Era dai tempi di Sigonella e Comiso che non si vedevano gli Stati Uniti così interessati (e preoccupati) alla Sicilia orientale...
La Sicilia, terra raffinata. Ma ogni tanto si accende la spia della benzina.