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martedì 16 febbraio 2021

Montalbano ero

Andrea Camilleri l’aveva detto: «Il commissario Montalbano finirà con me». Da fine sceneggiatore qual era, il Maestro di Porto Empedocle aveva scritto anche questo finale. L’ultimo capitolo della saga si è chiuso il 16 luglio 2020, un anno dopo la morte di Camilleri, con Riccardino, abbozzato addirittura nel 2005. Allo stesso modo, però, calerà presto il sipario sulla fiction di Rai1 campionessa di ascolti (repliche comprese): l’8 marzo andrà in onda l’ultimo episodio Il metodo Catalanotti, che ruota tutt’attorno al grande amore di Camilleri, il teatro. Giù il sipario, appunto... Sarà l’ultimo episodio perché dopo 22 anni, ha svelato Peppino Mazzotta alias ispettore Fazio, non se ne gireranno più: oltre a Camilleri sono morti anche lo storico regista Alberto Sironi e lo scenografo Luciano Ricceri.
Apriti cielo, anzi bedda matri! Scoppia la rivolta. No, non (solo) tra gli spettatori, ma in quell’angolo estremo d’Europa (copyright lord Berkeley, XVII secolo) che è la provincia di Ragusa. Qui, dove in certi punti si è a sud di Tunisi, la gente non ci sta. Qui sono stati girati i 37 episodi della serie, fingendo nel Val di Noto barocco patrimonio Unesco i già fittizi luoghi dei romanzi di Camilleri (in realtà agrigentini). E il de profundis della serie ha gettato nello sconforto un intero territorio. Ragusa, Modica, Scicli, le borgate marinare, ma anche le località del Siracusano come Noto: tutti hanno beneficiato di una vetrina pazzesca e hanno visto crescere – prima del virus mallitto – le presenze turistiche del 14% ogni anno dalla messa in onda del primo episodio. Da tutta Italia partono pure i tour organizzati verso i luoghi di Montalbano; il b&b di Punta Secca che ospita la casa di Salvo è uno dei soggetti più fotografati di tutta la provincia; i turisti vogliono visitare l’ufficio del commissario (che poi è la stanza del sindaco di Scicli). «Girate almeno Riccardino», implorano ora gli amministratori locali.
Già nel 2014 ci fu la minaccia di trasferire il set dalla Sicilia alla Puglia e tutti insorsero. Ma era solo una questione di soldi. Roba che Camilleri e il suo amico Salvo avrebbero liquidato con un ghigno. Ora invece c’è poco da ridere...


[mio commento pubblicato su Quotidiano Nazionale]

giovedì 14 gennaio 2016

Chi l'ha letto?

Da inizio anno ho già letto un libro per intero e almeno altri due li ho iniziati. Entro la fine di gennaio dovrei arrivare a quattro libri letti, più o meno. E nel frattempo, nelle prime due settimane del 2016, ho visitato una decina tra musei e affini. Non avevo mai creduto che queste cose, per me normalissime fin da quando sono piccolo, fossero così assurde, rare, totalmente disallineate dalla media nazionale. Perché le statistiche dicono che un italiano su cinque non si sia dedicato affatto a "consumi culturali" – cinema compreso – l'anno scorso e che sei connazionali su dieci non abbiano letto (per motivi non professionali né di studio) neanche un libro nei 12 mesi passati. Letto, non comprato, beninteso. Quindi io sono fuori dalla media, dice la statistica, che non sempre è quella del mezzo pollo di Trilussa.
Il problema è che i numeri sono freddi e spietati. E il Sud Italia va peggio della già disastrosa media nazionale. Perché se in Italia si leggono pochissimi libri e giornali (ricordo di aver letto anni fa che i vietnamiti sono più affezionati di noi alla stampa...), nel Meridione si sale fino al 70% di non lettori. Campania, Puglia, Basilicata, Calabria e infine Sicilia, nella classifica delle regioni che non leggono. Nella mia Isola, la terra dei due premi Nobel, quella del Gattopardo consigliato pure dalla buonanima di David Bowie, la percentuale di persone dai 6 anni in su che non aprono un libro in un anno è precisamente del 68,3 per cento. In generale, nelle regioni meridionali la quota si attesta intorno ai due terzi; meno del 50% nel Nord, per la cronaca.
Io sono un famelico consumatore di cultura e letteratura, quindi non so perché sia così diffuso al contrario il "digiuno" dei miei connazionali. So soltanto che ancora adesso, dopo sette anni, mi ritorna in mente la notizia dell'apertura di due librerie (una si chiamava "L'Araba Fenice") a Gela, città di quasi 80mila abitanti che fino ad allora, 2009, non aveva una vera libreria, ma solo qualche cartoleria. Il sindaco di allora era Rosario Crocetta che compose addirittura dei versi poetici sulla "Resurrezione" di Gela grazie alla cultura. E sempre nel 2009 anche Vittoria, oltre 60mila abitanti, centro ragusano spesso pericolosamente nell'orbita (mafiosa) di Gela, inaugurò la sua prima libreria. E si potrebbe proseguire all'infinito, ricordando anche quante piccole attività aperte sull'onda della scommessa e della speranza abbiano poi dovuto chiudere. Certo, l'obiezione è che i libri si possono pure leggere in biblioteca. Giusto, ma quella di Modica, dopo anni di lavori, non ha ancora una sua sede definitiva e certa, con i testi del Fondo antico conservati a lungo in luoghi inadeguati, a detta della Soprintendenza. E purtroppo, anche quando c'era una sede, i modicani non frequentavano granché le sale polverose della stantia biblioteca cittadina. Ora magari comprano un paio di bestseller l'anno.

lunedì 2 novembre 2015

Lui sapeva

La prima volta che sentii parlare di Pier Paolo Pasolini ero un adolescente. E non fu nessuna citazione polemica, né i film controversi, né "i ragazzi di vita", né il mistero sulla morte né tantomeno lo stigma della sua omosessualità. Il mio primo incontro con PPP si chiama Scicli, o meglio Chiafura.
Nel 1959 Pasolini, insieme ad altri intellettuali "romani" come Carlo Levi e Renato Guttuso, fu invitato a Scicli dal Pci per verificare le condizioni di vita inaccettabili di chi ancora abitava nell'area rupestre di Chiafura, insediamento risalente al XII secolo, sotto il colle di San Matteo (nome che certamente a Pasolini evocava qualcosa...). PPP si mise alla testa di un movimento d'opinione che riuscì a condizionare in qualche modo anche la politica nazionale, che infatti legiferò affinché la popolazione aggrottata di Chiafura (oggetto peraltro di non poca discriminazione) fosse trasferita – anzi, sfollata – nel quartiere periferico del Villaggio Aldisio, oggi Jungi. E così sorse un intero quartiere di case popolari, dove attualmente vive una porzione numerosa della popolazione sciclitana. Dove si trovano lo stadio della città, un palazzetto dello sport, le scuole principali (compreso il "mio" liceo Quintino Cataudella). In quello stadio, il "Ciccio Scapellato", mio padre vide una volta in concerto Fabrizio De André...
Un quartiere popolare, dunque, molto vivo. Ma un posto che assunse presto i profili del ghetto, per la povera gente che fino a poco tempo prima viveva nelle grotte annerite di Chiafura.
Pasolini trovava vergognoso che nell'Italia del boom, nel Paese che si auto-convinceva di essere sulla strada dello sviluppo (ma non del "progresso", avrebbe causticamente notato lo stesso Pasolini), in un angolo periferico e dimenticato decine di sottoproletari vivessero in luoghi che assomigliavano più a stalle che non a case. Ai tempi del liceo feci un giro a Chiafura, che ora è un parco archeologico. E lì ripensai alle parole e allo sconcerto di Pasolini. Ma poi – ed è così, purtroppo, che oggi vorrei ricordare Pasolini a quarant'anni dal suo omicidio – provai sconforto, perché la grandezza dell'intellettuale va a scontrarsi sempre, in questo Paese, con i pasticci della politica, della stessa politica che, fingendo di accontentare l'appello accorato degli scrittori e degli artisti accorsi tra le grotte di Chiafura, finì per soffocare il tutto in un finto sviluppo.
Lui ci provò, sempre. Quando fallì, forse fu perché quell'Italia non lo meritava.
Quella Scicli, quella Chiafura, non era certo un paradiso, ma neanche un inferno. Era una «specie di montagna del purgatorio»; una labile speranza, forse, ancora c'era. Parlando della Sicilia orientale, Pasolini disse «qui il barocco pare di carne...». Di questa espiazione, fisica e non solo spirituale, così scriveva (Vie Nuove, 22 maggio 1959, pagina 29):
Piombati da Roma a Catania, da Catania a Scicli, attraverso cento e più chilometri di Sicilia verde; deserta, araba, greca, gesuitica, coperta di fiori e di pietre, con mucchi di città incolori, raggrumate, senza periferia, come le città dei quadri, sui fronti delle colline, nelle vallate – un gruppo di gente era ad aspettarci nella piazzetta giallognola di Scicli. [...] Eravamo nell'ultimo angolo della Sicilia, ancora un po' di campagna, carrubi, mandorle, villette estive di baroni, poi il mare, il mare africano. [...]
Che cosa dovevo vedere a Scicli? E cosa invece ho visto? È presto detto. Le caverne: immaginate una valletta, dentro la quale, compatta si sparge Scicli: senza periferia e case moderne; un po' fuori, un enorme cimitero, un enorme ospedale, tutto color giallo-rosa, cadaverico; al centro la piazzetta e la strada barocca, dei baroni, dei gesuiti. Da questa vallata si diramano, tutte dalla stessa parte, altre tre piccole valli, dalle pareti quasi a picco, bianche di pietre: da lontano non si nota nulla: ma salendo per sentieri che sono letticciuoli di torrenti; sopra le ultime casupole di pietra della cittadina, si sale una specie di montagna del purgatorio, con i gironi uno sull'altro, forati dai buchi delle porte delle caverne saracene, dove la gente ha messo un letto, delle immagini sacre o dei cartelloni di film alle pareti di sassi, e lì vive, ammassata, qualche volta col mulo.
In cima alla valle centrale, Chiafura, c'è un castellaccio diroccato, e una vecchia chiesa, giallo-rosa, barocca, gesuitica, distrutta da un terremoto e piena di erba. Da lassù in alto potei vedere tutta Scicli. Come un vecchio giocattolo, sul calcare, la città di uno scolorito ex voto. Nella piazza affollata di uomini neri, solo uomini, stavano facendo un pazzesco girotondo alcune giardinette della Dc, urlando slogans in polemica dagli altoparlanti. [...]
Visto così, da lontano e dall'alto, Scicli era quello che si dice la Sicilia. Una comunità di gente ricca di vita, compressa, atterrita, deformata da secoli di dominazione, che troppa intesa a succhiarne il sangue, non ne ha potuto succhiare la vita: e l'ha lasciata viva, e quanto viva, a soffrire, a dibattersi, a uccidere, anziché a operare, a pensare e a amare. Quanto al resto, al ritmo intimo e quotidiano della vita, ben poca differenza mi pare ci sia con un paese ciociaro o magari piemontese. La storia italiana e quella siciliana, tutto sommato si equivalgono. C'è una sostanziale differenza tra i Savoia, i Papi e i Borboni? Qui, a una repressione certo più disperata e massiccia corrisponde ora un risveglio più stupefatto e clamoroso. Ed è questo ciò che ho visto a Scicli. [...]

giovedì 24 settembre 2015

La casetta delle lettere

La letteratura è la dimostrazione che la vita da sola non basta. In Sicilia più che altrove. Ma da sole le parole non bastano e ci vuole qualcosa di concreto, anche per il visitatore che voglia fare della letteratura ragione del suo viaggio. Un tour che scavi nelle memorie, le più intime. Come quelle custodite nelle case dei grandi nomi della letteratura della Trinacria.
In principio fu il Caos. Non si può che partire da qui, da Luigi Pirandello. Nella terra che vanta ben due premi Nobel, è lui il padre nobile di un tour letterario che si rispetti. Padre nobile e «figlio del Caos». Il Caos, appunto: la contrada di campagna, ad Agrigento, nella quale Pirandello nacque nel 1867. «Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano di argille azzurre sul mare africano». Il pino non è più in piedi, ma riposa adagiato lì vicino, vittima del tempo, del maltempo e dei mala tempora. Ma la casa continua a macinare record di visite. Come un’ultima propaggine della Valle dei Templi, un tempio essa stessa.
Non è un tempio, ma una discreta casa adagiata nel presepe di stradine del centro storico di Modica, invece, l’abitazione natale dell’altro Nobel siculo, Salvatore Quasimodo, geometra ermetico entrato nell’Olimpo delle lettere da figlio di ferroviere (una vecchia e sgrammaticata lapide in pietra gli attribuiva pure un inesistente ‘Nobel per la Poesia’). Qui nacque nel 1901, ma andò via presto da «esule involontario». Sotto il costone dominato dal Castello dei Conti, in via Posterla, il museo custodisce libri, scritti e arredi originali. E vi risuona la voce del poeta.
Ma non tutto è visitabile, purtroppo. Le case di Leonardo Sciascia, a Racalmuto (Agrigento), sono state messe in vendita, per mancanza di fondi. Le amministrazioni locali hanno proposto una colletta e scritto pure al governo nazionale. Il turista deve solo sperare: intanto può camminare insieme a Sciascia, sul corso principale del paese. Lui è lì, in bronzo, svelto, sigaretta in mano, a gettare l’ennesimo sguardo su bellezze e brutture della vita. In attesa di ritrovare, forse, la via di casa.
Contorta anche la via di casa per Giovanni Verga. Nato a Catania. Anzi no: alcuni lo vogliono nato a Vizzini e solo registrato all’anagrafe catanese. Dunque una casa-museo all’ombra dell’Etna e un’altra, dedicata all’immaginario verghiano, proprio a Vizzini. Non male, per il maestro del verismo...
Di case ne aveva tante il nobile Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Le atmosfere del Gattopardo sono custodite nei saloni di palazzi sontuosi, castelli e ville Liberty. Partendo da Santa Margherita Belìce (Agrigento) dove spicca Palazzo Filangeri di Cutò – casa della madre e oggi sede del Comune e del Museo del Gattopardo – fino a Villa Piccolo, a Capo d’Orlando, sulla costa tirrenica messinese. Qui, dai cugini, confidava Tomasi, «ritrovo non soltanto la ‘Sacra Famiglia’ della mia infanzia, ma una traccia, affievolita, certo, ma indubitabile, della mia fanciullezza a Santa Margherita e perciò mi piace tanto andarvi». Era la casa di Lucio Piccolo, poeta esoterico: Ezra Pound spese per i suoi versi un impegnativo «magnificent».
E magnifica è anche l’ultima, colorata tappa di questo tour. A Marzamemi, estremo sud dell’Isola, delizioso borgo che fu di pescatori e tonnare. Nessuna casa-museo, solo una casetta, rossa con finestre gialle e verdi, adagiata su un isolotto. Ci veniva spesso Vitaliano Brancati, ospite del cugino. Non si può visitare. Ma ammirare sì, lì, quasi alla confluenza tra due mari, come una metafora della Sicilia e delle sue letterature.

[articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale]


P.S. Nell'originale ho commesso un'imprecisione, che correggo com'è giusto: sulla vecchia lapide a casa Quasimodo non c'era scritto "quì". L'errore è un altro – peggiore. Passi infatti l'ortografia, ma sbagliare l'intestazione del Nobel... Mi sono evidentemente confuso con un altro accento sbagliato. Càpita. L'importante è averla capìta.


sabato 30 agosto 2014

Il poeta è il politico

1959. L'anno della deflazione, di Modugno, di Pasolini, di Aldo Moro. Negli ultimi giorni si è scatenato l'amarcord su quello che succedeva 55 anni fa, per confrontare l'Italia di oggi con quella di allora. Il boom era alle porte, quindi nessun problema il crollo dei prezzi. Oggi invece...
Un'altra delle cose che avvennero in quell'anno, giustamente ricordata, fu il premio Nobel per la Letteratura assegnato a Salvatore Quasimodo. Vale la pena ricordarlo con qualche riga e riflessione. Quasìmodo (per la cronaca, all'anagrafe si chiamava Salvatore Giuseppe Virginio Francesco Quasimòdo, con l'accento sulla 'o': lo cambiò lui stesso da adulto, perché gli sembrava troppo "terrone") nacque a Modica nel 1901, ma fu pochissimo legato alla mia città. Molto tempo dopo ebbe a definirsi "esule involontario". Effettivamente non aveva nulla a che spartire con Modica, nacque lì per caso, per i continui spostamenti del padre ferroviere. Addirittura la sua città natale fino al 1996 espose una lapide sbagliata... Ma almeno dal 2011 l'archivio del poeta è finalmente custodito a Modica.
In ogni caso, non derogò mai al suo essere "siculo greco". La vittoria del Nobel non piacque molto, né ai critici (preferivano Montale o Ungaretti) né soprattutto agli accademici (era geometra...). Storsero il naso, con bonario sarcasmo, anche alcuni colleghi conterranei: Ignazio Buttitta gli dedicò l'irridente epigramma "Quannu iu eru granni tu eri nicu, ora ca tu si granni m'arrivi 'o uddicu". Quando io ero grande tu eri piccolo, ora che tu sei grande mi arrivi all'ombelico. Schermaglie tra artisti.
Quello che resta, e qui torniamo proprio al 1959 (quando la Sicilia era in pieno milazzismo), è il discorso che l'11 dicembre Quasimodo tenne a Stoccolma ricevendo il premio. Si chiamava Il poeta e il politico. C'è un passaggio che andrebbe davvero letto e riletto, anche e soprattutto a 55 anni di distanza.
Oggi il poeta è libero? È libero, secondo le società che lo esprimono, o il continuatore di illuminazioni pseudo-esistenziali, il decoratore dei placidi sentimenti umani, o chi non scende profondamente nella dialettica del proprio tempo per timore politico o per inerzia. [..]
Ma, a sua volta, è libero il politico? No. Infatti, sono le caste che lo assediano che decidono le sorti di una società e agiscono anche sul dittatore. Intorno a questi due protagonisti della storia non liberi e avversari [...] circolano e si avventano le passioni e non c'è quiete che durante una rivoluzione o una guerra: la prima portatrice di ordine e l'altra di confusione.
Sembra scritto ieri. Cioè oggi. Nel 1959, ma anche nel 2014. Solo che oggi, 55 anni dopo, la deflazione non è solo nei prezzi al consumo, ma anche nella classe intellettuale. E politica.

mercoledì 9 luglio 2014

A tavola con Montalbano

- clicca per ingrandire -
Mi piacerebbe sedermi a tavola con il commissario Montalbano. Magari proprio con l'originale di Camilleri, non solo con il suo omologo televisivo (peraltro simpatico, ho l'autografo che Zingaretti mi fece durante una pausa delle riprese al duomo di San Giorgio a Modica: si trattava di Tocco d'artista). Nell'inserto "Il settimanale" del Quotidiano Nazionale (Il Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) di oggi, sono contento siano state pubblicate due pagine su cui mi sono divertito a lavorare. Il tema è appunto " a tavola con Montalbano". Non ho scritto nulla di nuovo, che i fan di Camilleri e del commissario non sappiano già, ma mi fa piacere averlo potuto fare. E ri-scoprire, spulciando le pagine dei romanzi Sellerio e i fotogrammi della fiction, che l'amore di Montalbano (e naturalmente di Camilleri) per il cibo non è solo un elemento di colore, ma una caratteristica che secondo me accomuna molto noi siciliani. Davvero il cibo è cultura, perché rappresenta le cosiddette "radici", racconta da dove veniamo, le stratificazioni della nostra storia, e persino della nostra lingua.
Un arancino non è solo riso al ragù. Un cannolo non è solo cialda ripiena di ricotta. La caponata non è solo un ricco piatto di verdure. C'è tutta la Sicilia lì dentro. E lo ha capito pure Zingaretti...
Buona lettura. E anche buon appetito.

mercoledì 30 novembre 2011

Nel cognome del padre

Informazione di servizio.
Le tariffe della Publikompass per le necrologie sul Giornale di Sicilia sono:
€3 per il testo;
€6 per adesioni e partecipazioni a lutto;
€17 per nome e cognome del defunto;
€17 per titoli accademici e/o apposizioni;
€17 per anniversario, ringraziamento, trigesimo;
€29,50 per croce o simbolo;
€6 per neretti o maiuscoli dentro testo.
Questo listino è la scusa per fare due conti su una cosa che si ripete puntualmente ogni 30 novembre da 13 anni. Un necrologio che si ripete dal 1998. Sul Giornale di Sicilia.
A scanso di equivoci, vengo da una terra che ci tiene molto e seriamente al rispetto per i morti. Per i bambini siciliani, almeno per quelli che erano bambini quando lo ero pure io, i regali li portano i Morti, veri protettori della famiglia, altro che Babbo Natale o la Befana.
Dunque il "culto" dei morti è una faccenda seria e portare rispetto ai defunti è un obbligo non solo morale. Parlando di Sicilia e di morti, è inevitabile che si finisca a parlare di mafia e ho già detto che i criminali ammazzati dal clan rivale o i morti delle faide non possono essere considerate vittime innocenti della mafia.
Ciò detto, tutti hanno il diritto di esprimere affetto e appunto rispetto per un proprio caro defunto. Anche la famiglia Messina Denaro ha questo diritto. Premesso che al superboss di Castelvetrano hanno dato la libertà di fare molte cose, perché non lasciargli anche quella di dettare due righe per il padre Francesco, morto nel 1998?
Sul necrologio del boss padre di boss però ci sarebbe qualcosa da dire comunque. Io ho scoperto questa cosa dal racconto di un collega bravissimo, Giacomo Di Girolamo, un giornalista conterraneo di Messina Denaro che, tra le altre cose, conduce ogni giorno su Rmc 101, la radio più ascoltata del trapanese, la trasmissione Dove sei, Matteo? Un indizio al giorno alla ricerca di Matteo Messina Denaro.
Si dice che il necrologio lo scriva il boss in persona. Negli anni è stato tutto un fiorire di citazioni, testi lunghi e poetici, passi biblici. Perché il 49enne Matteo, anzi "Alessio" (uno dei tanti soprannomi), l'Assoluto, Diabolik, a suo modo è uomo di cultura senza aver studiato, mafioso atipico che legge la Bibbia ma non è credente. E allora ecco nel 2003 eloquenti versetti evangelici: «Beati i perseguitati, perché di essi è il regno dei Cieli» (dal vangelo secondo Matteo - sic - 5,10). Nel 2005 è toccato addirittura alla letteratura più elevata, Lucrezio e il De Rerum Natura. E l'anno dopo torna la Bibbia, con un pezzo dell'Ecclesiaste direttamente in latino. Tradotto: «C'è un tempo per nascere e un tempo per morire, ma solo chi lo vuole davvero riesce a volare, e il tuo volo è stato il più sublime in eterno».
Troppo clamore, però. Quello che di solito passava sotto un silenzio neanche tanto casuale, comincia a suscitare qualche interesse e curiosità. Il pm Antonio Ingroia commentava che questo necrologio latineggiante è la conferma che i mafiosi non sono più «pecorai che stanno rinchiusi in tuguri tra ricotta e cicoria». E da quel momento le parole di cordoglio si sono fatte più sobrie. Fino al necrologio del 2010, replicato praticamente identico quest'anno (a pagina 31):


Matteo, la madre e le sorelle quest'anno l'hanno ricordato così. C'è il nome, qualche grassetto maiuscolo, le date: il minimo indispensabile. Una cinquantina di euro.

domenica 13 marzo 2011

Ieri, oggi, Poidomani

A volte mi capita di navigare alla ricerca di date ed eventi significativi, non solo quando cerco notizie per questo blog. Il 13 marzo 1979, trentadue anni fa (beh, non proprio cifra tonda da anniversario, ma tant'è), moriva a Modica uno dei miei concittadini più illustri, purtroppo poco conosciuto. Raffaele Poidomani Moncada, di famiglia nobile e con antenati nell'amministrazione della storica Contea di Modica, è stato scrittore, storico e giornalista. Il suo nome è legato al capolavoro Carrube e Cavalieri, un libro che nel 1954 quasi anticipa l'umorismo raffinato di Tomasi di Lampedusa (Il Gattopardo uscì nel 1958) nel raccontare una saga nobil-familiare di inizio secolo. Ho sempre pensato che questo fosse uno dei libri obbligatori da leggere per un siciliano, perlomeno per un modicano o un ibleo in generale. Del libro ho anche un ricordo visivo, la copertina ingiallita che lo rendeva vecchio quasi quanto la storia raccontata. Però dalle mie parti non lo conoscono in molti, solo nel 1970 è arrivata una seconda edizione pubblicata a Ragusa (la prima era romana). Io lo consiglio, mi concedo questo spazio "letterario".
Al funerale c'erano solo i parenti, il medico curante, il senatore Dc Giuseppe La Rosa e il sindaco Gaspare Basile. Solo, malato e dimenticato. Non ho pretese, ma spero che qualcuno, leggendo queste righe, si incuriosisca e gli renda onore e merito. Di Poidomani si è parlato un po' più del solito due anni fa, per il trentesimo della morte. Gli è stato intitolato un circolo didattico a Modica. Ricordo poi che il concittadino Carmelo Chiaramonte, chef razionalmente folle (lui si fa chiamare "cuciniere errante"), dedicò due giorni allo scrittore ricreando un menù con i piatti citati nel libro.
Invece Raffaele Poidomani è molto più noto a Modica per essere il padre di Aristide, clochard cinquantenne simpatico e casinaro che vanta addirittura un fan club su Facebook con duecento sostenitori. Aristide è il figlio di Poidomani e della pianista veneta Federica Dolcetti, morta nel 1999. Chissà quanti dei fan hanno mai letto i libri del papà, oltre ad aver ascoltato i concerti improvvisati di Aristide sotto il municipio...