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mercoledì 25 gennaio 2023

I miei giorni a Campobello / Il paese

Una delle prime immagini che mi ha accolto a Campobello di Mazara è la coppia di ragazzini su uno scooter, senza casco, che trascinavano un cavallino al trotto con una corda.
Non sono andato lì a fare reportage etnografici né verbose analisi sociologiche, il mio compito era solo cercare di trasmettere ai lettori l'atmosfera che si respirava nel paese in cui Matteo Messina Denaro ha trovato rifugio e complicità per tanti anni. Mi sono affidato a quel che ho visto, sentito, percepito. Anche i silenzi e i rumori mi sono serviti per farmi un'idea. Cercando di non avere preconcetti. Infatti non voglio giudicare nessuno. Quindi sono le immagini del paese a parlare. Nei prossimi post darò spazio alle voci.
Al mio ritorno mi sono poi imbattuto, davvero casualmente, in una novella di Pirandello ("Il libretto rosso", 1911), in particolare in un passo che mi fa riflettere: "Molta indulgenza bisogna avere per gli abitanti di [...], perché non è molto facile essere onesti quando si sta male". Tra parentesi c'era il nome del paese fittizio di Nisia, ma purtroppo potrebbe vale per molti altri.
Ci sono istantanee che ancora adesso dopo una settimana mi restano impresse e credo siano state significative nel tracciare un identikit del territorio. 
  • La toponomastica labirintica. Una volta le strade si chiamavano via Cb 31 (Cb=Campobello; ormai lo sanno tutti che è l'attuale vicolo San Vito del primo covo del boss trovato il giorno dopo l'arresto), via M (attualmente è via Marx, la parallela a Cb 31), via 10, via 5, via Y eccetera. Quelle con i numeri e le lettere sono state ribattezzate anche in onore di eroi antimafia: stradine di periferia circondate da abusivismo e un po' di abbandono. Come abbandonate sono le vie dedicate ai grandi registi italiani (De Sica, Fellini, Germi). I vigili urbani mi hanno spiegato che le nuove intitolazioni risalgono all'anno scorso. L'antimafia è in periferia, compreso il murale per Peppino Impastato su una centralina elettrica o il piazzale del cimitero intitolato a don Pino Puglisi. 
  • Il cartello vecchio. All'ingresso del paese c'è il cartello "Campobello di Mazara. Provincia di Trapani. Ab. 13000". Non mi era capitato spesso di leggere su un cartello il numero di abitanti, quindi mi ha incuriosito. Ho controllato: Campobello ha circa 11mila abitanti, i 13mila li ha sfiorati nel censimento del 1991. So che possono sembrare stupidaggini, ma sinceramente mi ha impressionato che quel cartello di benvenuto sia vecchio almeno di trent'anni... 
  • Il centro vaccinale. A uno degli ingressi del paese c'è il centro vaccinale nel quale anche Messina Denaro si è fatto somministrare tre dosi di anti Covid. Il centro ha sede in un bene confiscato alla mafia, ufficialmente in territorio comunale di Castelvetrano ma proprio a ridosso dell'entrata di Campobello. Il bene era la concessionaria auto Mo.Car, confiscata all'imprenditore Andrea Moceri. Mi ha colpito vedere ancora l'insegna della concessionaria sull'edificio. 
  • La cultura abbandonata. Una delle cose interessanti che mi hanno detto gli adolescenti del posto è che l'unico modo per affrancarsi è la cultura. Dico interessante perché se ci si limita per esempio a leggere la voce "Campobello di Mazara" su Wikipedia, alla sezione "Storia" si parla solo dell'arresto di Messina Denaro. Eppure nel territorio di Campobello ci sono le Cave di Cusa, il Baglio Florio, l'area archeologica di Erbe Bianche, ci sono questi luoghi eppure visitarli è tutt'altro che facile: le Cave sono quelle dove si estraeva la pietra di calcarenite per i templi di Selinunte, ma il cancello è chiuso e si passa abusivamente da un varco nella recinzione; il Baglio ospita il Museo della Civiltà contadina, ma anche lì c'è il lucchetto; Erbe Bianche, sito dell'età del Bronzo, è abbandonato e incolto. Nascondere la Storia è un peccato. A volte anche un reato. 

giovedì 24 settembre 2015

La casetta delle lettere

La letteratura è la dimostrazione che la vita da sola non basta. In Sicilia più che altrove. Ma da sole le parole non bastano e ci vuole qualcosa di concreto, anche per il visitatore che voglia fare della letteratura ragione del suo viaggio. Un tour che scavi nelle memorie, le più intime. Come quelle custodite nelle case dei grandi nomi della letteratura della Trinacria.
In principio fu il Caos. Non si può che partire da qui, da Luigi Pirandello. Nella terra che vanta ben due premi Nobel, è lui il padre nobile di un tour letterario che si rispetti. Padre nobile e «figlio del Caos». Il Caos, appunto: la contrada di campagna, ad Agrigento, nella quale Pirandello nacque nel 1867. «Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano di argille azzurre sul mare africano». Il pino non è più in piedi, ma riposa adagiato lì vicino, vittima del tempo, del maltempo e dei mala tempora. Ma la casa continua a macinare record di visite. Come un’ultima propaggine della Valle dei Templi, un tempio essa stessa.
Non è un tempio, ma una discreta casa adagiata nel presepe di stradine del centro storico di Modica, invece, l’abitazione natale dell’altro Nobel siculo, Salvatore Quasimodo, geometra ermetico entrato nell’Olimpo delle lettere da figlio di ferroviere (una vecchia e sgrammaticata lapide in pietra gli attribuiva pure un inesistente ‘Nobel per la Poesia’). Qui nacque nel 1901, ma andò via presto da «esule involontario». Sotto il costone dominato dal Castello dei Conti, in via Posterla, il museo custodisce libri, scritti e arredi originali. E vi risuona la voce del poeta.
Ma non tutto è visitabile, purtroppo. Le case di Leonardo Sciascia, a Racalmuto (Agrigento), sono state messe in vendita, per mancanza di fondi. Le amministrazioni locali hanno proposto una colletta e scritto pure al governo nazionale. Il turista deve solo sperare: intanto può camminare insieme a Sciascia, sul corso principale del paese. Lui è lì, in bronzo, svelto, sigaretta in mano, a gettare l’ennesimo sguardo su bellezze e brutture della vita. In attesa di ritrovare, forse, la via di casa.
Contorta anche la via di casa per Giovanni Verga. Nato a Catania. Anzi no: alcuni lo vogliono nato a Vizzini e solo registrato all’anagrafe catanese. Dunque una casa-museo all’ombra dell’Etna e un’altra, dedicata all’immaginario verghiano, proprio a Vizzini. Non male, per il maestro del verismo...
Di case ne aveva tante il nobile Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Le atmosfere del Gattopardo sono custodite nei saloni di palazzi sontuosi, castelli e ville Liberty. Partendo da Santa Margherita Belìce (Agrigento) dove spicca Palazzo Filangeri di Cutò – casa della madre e oggi sede del Comune e del Museo del Gattopardo – fino a Villa Piccolo, a Capo d’Orlando, sulla costa tirrenica messinese. Qui, dai cugini, confidava Tomasi, «ritrovo non soltanto la ‘Sacra Famiglia’ della mia infanzia, ma una traccia, affievolita, certo, ma indubitabile, della mia fanciullezza a Santa Margherita e perciò mi piace tanto andarvi». Era la casa di Lucio Piccolo, poeta esoterico: Ezra Pound spese per i suoi versi un impegnativo «magnificent».
E magnifica è anche l’ultima, colorata tappa di questo tour. A Marzamemi, estremo sud dell’Isola, delizioso borgo che fu di pescatori e tonnare. Nessuna casa-museo, solo una casetta, rossa con finestre gialle e verdi, adagiata su un isolotto. Ci veniva spesso Vitaliano Brancati, ospite del cugino. Non si può visitare. Ma ammirare sì, lì, quasi alla confluenza tra due mari, come una metafora della Sicilia e delle sue letterature.

[articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale]


P.S. Nell'originale ho commesso un'imprecisione, che correggo com'è giusto: sulla vecchia lapide a casa Quasimodo non c'era scritto "quì". L'errore è un altro – peggiore. Passi infatti l'ortografia, ma sbagliare l'intestazione del Nobel... Mi sono evidentemente confuso con un altro accento sbagliato. Càpita. L'importante è averla capìta.