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mercoledì 25 febbraio 2015

Da cosa nasce Cosa

Le parole sono importanti. Ed è altrettanto importante la lingua in cui vengono espresse. In questi giorni ha tenuto banco la sacrosanta campagna #dilloinitaliano, lanciata dalla pubblicitaria Annamaria Testa e raccolta dall'Accademia della Crusca, contro gli anglicismi inutili nella lingua italiana. Tutto giusto e condivisibile. Poi, però, mi è tornato sott'occhio un libro che comprai tempo fa, Dizionario mafioso-italiano italiano-mafioso di Vincenzo Ceruso (2010). Esercizio interessante, quello di stilare un vocabolario mafioso. Utile.
E allora notavo che alcune delle parole più importanti della grammatica mafiosa sono in inglese! La stessa definizione di "Cosa Nostra" è nata tecnicamente negli Stati Uniti. Era il 1963 quando il mafioso italo-americano Joseph Valachi, in deposizione al Senato di Washington, spiegò che tra di loro gli uomini d'onore chiamavano "Cosa Nostra" (in inglese, appunto, Our Thing) l'organizzazione cui erano affiliati. Fu addirittura l'Fbi a interpretare "Our Thing-Cosa Nostra" come il nome ufficiale della mafia siciliana. La stessa mafia divisa in clan, cioè famiglie. Quello di famiglia, si sa, è un concetto piuttosto scivoloso nelle regioni del Sud Italia, quando appunto si intreccia con la geografia criminale. Comunque la parola in questione, "clan", è un prestito dal gaelico-scozzese (non proprio inglese, dunque), e piace molto a noi giornalisti. Così come, evidentemente, siamo affascinati dai "boss". Che in un contesto anglofono sarebbero semplicemente dei capi, anche capiufficio e datori di lavoro. Mi viene in mente il finale di Wont't Get Fooled Again dei The Who: «Meet the new boss. Same as the old boss». Tra il vecchio e il nuovo boss non c'è differenza...
Insomma, paradossalmente, la lingua della mafia per eccellenza è l'inglese.
Dal libro di Ceruso ho scoperto però un termine che ignoravo: zip. Termine nato in ambito americano, indica un mafioso siciliano che viene inviato negli Usa o viceversa (ma anche da altri Paesi: i killer del giudice Livatino arrivarono dalla Germania) per compiere il proprio lavoro da sicario. Zip perché emettevano suoni veloci e indistinti in una lingua, l'inglese, che non parlavano affatto. O perché erano rapidissimi i loro spostamenti. Quindi parliamo della manovalanza, dei picciotti. Eppure, perché la mafia cambia proprio come le lingue si aggiornano al passo coi tempi, l'insieme degli zip era finito per creare una "terza mafia", parallela a quella siciliana e a quella americana, un limbo del crimine siculo-americano a far da ponte nel traffico globale di droga.
Come conclude Ceruso, «in un'epoca di equilibri che mutano dentro Cosa Nostra, parole che sembrano appartenere a un altro tempo aiutano a comprendere una mafia nuova. Nuovissima. La mafia di sempre». In inglese, italiano, siciliano.

sabato 6 dicembre 2014

Little oranges

C'è una storiella ebraica molto carina, raccontata da Moni Ovadia nel suo libro-spettacolo Perché no? L'ebreo corrosivo (1996). Un nuovo rabbino, giovane, arriva in una comunità. A un certo punto della liturgia, la prima volta che parla ai fedeli in sinagoga, succede una cosa strana: metà platea si alza in piedi, l'altra metà resta seduta. E iniziano tutti a litigare, accusandosi reciprocamente di eresia e analoghe nefandezze religiose. Il giovane rabbino resta interdetto e non sa che fare né come riportare alla calma tutti quanti. Alla fine, le opposte fazioni propongono la soluzione: c'è il vecchissimo rabbino, ultracentenario, che vive isolato a godersi in meditazione gli ultimi anni della sua lunga e religiosissima vita, lui sicuramente saprà dare una risposta e dire chi ha ragione. Così il rabbino parte con una delegazione degli "in-piedi" e una dei "seduti". Arrivati dal vecchio saggio, gli chiede come deve procedere la liturgia a quel punto particolare. E cominciano le urla: "si sta in piedi", "no, si resta seduti", e giù insulti, "eretici", "blasfemi", "sacrileghi". Poi si fa silenzio, dopo una lunga riflessione il vecchio rabbi risponde: "Arrivati a quel punto della liturgia... una parte della comunità resta seduta, l'altra metà si mette in piedi. E cominciano tutti a litigare!".
La foto è la stessa con cui il Boston Globe ha illustrato la notizia
Ecco, quella comunità immaginata da Moni Ovadia mi torna spesso in mente quando sento della infinita e irrisolta (irrisolvibile?) querelle tutta siciliana sul corretto nome di quella delizia della gastronomia che sono gli arancini, o le arancine. Nel senso che, alla fine, ognuno ha la sua ragione: i palermitani continueranno a rivendicarne la femminilità, i catanesi e il resto della Sicilia orientale parleranno unicamente di arancini (peraltro a forma di cono e non di palla). La questione è semiseria, più o meno come la lite tra gli "in-piedi" e i "seduti" di Ovadia. Io continuerò a chiamarli arancini (anche se nel Ragusano, che sempre ama distinguersi, c'è chi lo dice al femminile: a Modica si trovano salomonicamente entrambe le diciture, ma forse è solo un caso...), gli amici palermitani e della Sicilia occidentale diranno arancine. Tant'è. Non ci metteremo mai d'accordo, perché un accordo non bisogna trovarlo. Purché non diventi una guerra di religione!
Però, c'è un però. Se già i dizionari di lingua siciliana parlano perlopiù di arancini masculi, è notizia di questi giorni che anche gli Oxford Dictionaries, la versione più moderna dei prestigiosi vocabolari editi dall'università di Oxford, hanno introdotto nella lingua inglese (britannica e americana) la parola "arancini". Al maschile, plurale. La definizione è "An Italian dish consisting of small balls of rice stuffed with a savoury filling, coated in breadcrumbs, and fried". Un piatto italiano che consiste in polpette di riso con un ripieno saporito, coperte di pangrattato, e fritte.
Oltre agli arancini, entrano nei dizionari Oxford anche i cappellacci, le trofie, il guanciale, e parm, un termine americano informale per indicare piatti a base di parmigiano. Insomma, la gastronomia italiana trionfa non solo sulle tavole ma anche nelle culture di altre nazioni.
Io, a questo punto, seguirei il consiglio degli studiosi di Oxford e mangerei volentieri un arancino. Tanto si può mangiarlo/a sia in piedi che seduti. Almeno su una cosa non litighiamo...

lunedì 1 settembre 2014

Sicilicon Valley

Si chiama OS X Yosemite ed è il nuovo sistema operativo di Apple. Debutterà ufficialmente sul mercato entro la fine di quest'anno, ma già a fine luglio è stata rilasciata la versione "beta". Una delle novità più grosse (almeno per me che non sono nativo digitale e ho scarsa fascinazione per le innovazioni tecnologiche, soprattutto quando si risolvono in guerre di religione Apple vs. Windows, ndr) è che sarà possibile selezionare tra le lingue preferite, nelle impostazioni del sistema, anche il siciliano e il napoletano. Anzi, il "sicilianu" e il "napulitano". E sottolineo lingue. Non dialetti.
Infatti dalle parti di Cupertino hanno preso alla lettera, molto più di quanto non abbia fatto la Repubblica Italiana, quello che l'Unesco ha riconosciuto ormai da tempo, e cioè che i due dialetti maggiori del Sud Italia in realtà sono due lingue madri, da tutelare come altre a rischio di scomparsa. Il siciliano, linguisticamente, non deriva dall'italiano ma direttamente dal latino. E così gli sviluppatori della Silicon Valley hanno deciso di fornire i servizi del nuovo sistema operativo anche nelle lingue "terrone". Apple, mela, in siciliano si tradurrebbe pumu. Tuttavia, ciò non vuol dire che Yosemite (letteralmente, dato che siamo in tema di analisi linguistiche, significa "coloro che uccidono": spero non vogliano tradurre anche questo nome in siciliano o napoletano...) parlerà concretamente siculo. Affinché il Mac faccia sentire tutta la sua sicilianità e/o napoletanità, ci vorranno delle app che prevedano l'utilizzo di termini in queste lingue. Al momento, continua a parlare italiano. Senza inflessioni.

venerdì 16 novembre 2012

Il ballo del quaquaraquà

"Agghiaccianti"
Se ne sono dette di tutti i colori soprattutto una combinazione di bianconero e nerazzurro. Si chiamano tutti e due Antonio. Uno è barese, l'altro è leccese. Vista così, la polemica tra Cassano e Conte è un bel miscuglio di rivalità calcistiche e campanilismi. Ma c'è qualcosa che va oltre la Puglia e oltre la serie A. Oltre i soldatini, i professionisti e le supposte moralità. E oltre la "simpatia" degli interpreti di questa farsa. Tra le altre cose, infatti, i due contendenti si sono reciprocamente accusati di essere quaquaraquà.
Un termine bellissimo, nella sua cruda e inequivocabile efficacia. Cosa c'è di meglio di quaquaraquà per descrivere uno che parla tanto, anzi troppo, e alle parole non fa seguire i fatti?
Cito testualmente la definizione che ne dà il dizionario enciclopedico Treccani:
Quacquaraqua (o quaquaraquà) s. m. e f. [voce fonosimbolica, che ricorda il verso delle oche: v. qua1 e cfr. quacquarare]. – Voce sicil., ma diffusa anche altrove, con cui si allude genericam. a chi parla troppo, quindi chiacchierone (e, nel gergo della mafia, delatore), o anche a persona alla cui loquacità non corrispondono capacità effettive, e perciò scarsamente affidabile.
Fonosimbolica, cioè onomatopeica. "Qua qua qua": sequenza di suoni e versi rumorosi ma inconcludenti, dunque. La definizione è chiara, da parte dei due Antonio. Parli troppo, e sai fare solo quello. La parola in questione è siciliana, ma ormai la utilizzano in tanti, soprattutto nel resto del sud Italia. Una parola che ha avuto successo. Chissà, può darsi che Conte, da buon salentino, la utilizzi anche perché il suo è un dialetto della lingua siciliana...
Ma della diffusione di quaquaraquà è "responsabile" sicuramente un siciliano. Leonardo Sciascia. Se ormai questa parola è entrata nel linguaggio comune, il merito è del suo capolavoro Il giorno della civetta. La definizione della Treccani si conclude in effetti con uno stralcio del passo più celebre e citato di quel libro del 1961, la frase di don Mariano Arena, il boss del paese. Una tassonomia, una classificazione del mondo che vale la pena rileggere per intero.
«Io [...] ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi… E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, chè la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre… Lei, anche se mi inchioderà su queste carte come un Cristo, lei è un uomo…»

martedì 10 luglio 2012

Arancina meccanica

A differenza di molti miei conterranei che ne hanno fatto una questione di principio quasi "ideologica", io gli aerei della discussa WindJet li ho presi diverse volte in passato. Essendo stato dunque un cliente della compagnia, ricevo ogni tanto email con offerte e notizie. Come tutte le altre di analogo tenore, finiscono spesso nel cestino. Ieri no, però. Ieri ne ho ricevuto una davvero particolare. E l'ho conservata.
L'inconfondibile profilo siculo
di zù Arancinu
Si tratta di una curiosa campagna di comunicazione, promossa da WindJet Mobile e dal portale Twittering Tube. Iù sugnu sicilianu!!, "lezioni semiserie di lingua siciliana e sicilianità". Con un professore d'eccezione, zù Arancinu. Ventiquattro lezioni gratuite fino al 30 giugno 2013. Un anno con proverbi, miniminagghi (indovinelli), situazioni, modi di dire, piatti e dolci tipici. Naturalmente non sto facendo pubblicità a questa iniziativa, mica Pulvirenti ha bisogno di me.
Siccome si tratta di una cosa semiseria, allora mi adeguo anche io. Anzi , o meglio ìu. Oppure ? No, non è una filastrocca. Semplicemente una constatazione linguistica. non è siciliano, è catanese. Dalle mie parti invece si dice ìu. E è messinese. E mi sono limitato alla Sicilia orientale. Questo per dire che le lezioni – appunto semiserie – non sono di siciliano ma di catanese! Infatti gli esempi riportati nel messaggio pubblicitario sono decisamente caratterizzati da un umorismo made in Etna. C'è il proverbio Cu di n'sceccu ni fa n'mulu, u primu cauciu è do so' (riporto la grafia così com'è nel messaggio): se tratti qualcuno (l'asino) come un mulo (animale di maggior valore), quindi con più rispetto, sarai ricambiato con un calcio. Saggezza molto siciliana, senza dubbio, ma credo che chiunque in Trinacria sia in grado di collocare geograficamente l'espressione "do so'". E anche chi, nella "situazione" proposta, chiede una granita con panna e si lamenta del fatto che "d'a panna ci misi sulu u ciauru" (c'è solo l'odore della panna), sembra uscito da una di quelle barzellette in dialetto che imperversano sulle tv catanesi. Ma va bene, anzi benissimo. Meglio se lezioni così le fa chi sa non prendersi sul serio.
Chi pensa che la mia sia inutile pedanteria o pignoleria (non pignolata, quella è messinese), avrà pure ragione. Ma almeno un particolare tutti i siciliani dovrebbero notarlo. L'insegnante esclusivo è zù Arancinu. Zio Arancino. Un nome che se non è catanese, perlomeno va dallo Stretto a Capo Passero. Di sicuro a Palermo non si affiderebbero mai a uno così. Lì non esistono arancini. Quella delizia che altrove tentano con inutili e spesso osceni risultati di imitare, inserita nella lista dei prodotti agroalimentari tradizionali (Pat) riconosciuti dal ministero dell'Agricoltura, nel capoluogo si chiama "arancina", al femminile. Si dice perché prende il nome dall'arancia, di cui replica la forma. Eppure anche a est il riferimento è il frutto simbolo dell'Isola. Solo che qui è maschile, come l'albero. E peraltro la forma è a cono. Insomma, la questione a suo modo è seria e irrisolta. Una disputa vecchissima e forse non solo campanilistica. Intanto il Traina, uno dei dizionari siciliani più importanti, già nel 1860 riporta "arancinu". Edito a Palermo, peraltro. Per Andrea Camilleri, agrigentino, quelli di Montalbano sono gli arancini, non le arancine. E lui di cibo se ne intende...
Già 1.700 persone si sono iscritte a questo corso atipico di siciliano(-catanese) via mail. Tutti aspirano a diventare siciliani "cca scorcia". Con la corteccia o con la scorza, cioè. Che poi potrebbe essere proprio la scorza d'arancia. Non d'arancina, casomai di arancino, giusto ?

venerdì 8 aprile 2011

La lingua batte dove il dialetto duole

Altro che Lega Nord. Quando c'è un partito come l'Mpa, anche in Sicilia è garantita la possibilità di dare sfogo alla creatività di chi ha scelto di fare dell'autonomia la propria bandiera. A proposito di bandiera, sul vessillo giallorosso della Trinacria c'è chi l'autonomia la intende come diritto di smarcarsi e mettere persino in discussione il maggiore simbolo dell'identità sicula. Ma naturalmente l'altro grande simbolo è la lingua (o il dialetto). E qui torna la Lega. I Padani ci tengono alla lingua (quale?, ndr) e a più riprese propongono l'insegnamento dell'idioma locale nelle scuole. Polemiche, distinguo, strumentalizzazioni: il polverone si alza sempre quando qualcuno tira fuori l'idea del dialetto a scuola.
Ma cos'è il dialetto? E cos'è una lingua? La definizione migliore, netta, chiara, è quella del più grande linguista contemporaneo, Noam Chomsky: "La lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito". Dunque il dialetto, o comunque una lingua regionale, ha una sua grande dignità. Al nord come al sud, chiaramente. Ora la Regione Siciliana potrebbe avviarsi sulla strada dell'insegnamento del siciliano nelle scuole. Il siciliano, lingua e non dialetto. Che deriva direttamente dal latino e non dall'italiano.
Per l'Unesco sono almeno 5 milioni (emigrati esclusi) le persone che parlano in siciliano, considerato non in pericolo di estinzione ma comunque "vulnerabile" perché "molti bambini parlano la lingua, ma potrebbe essere limitata ad alcuni contesti ristretti". Secondo la Carta Europea delle Lingue Regionali o Minoritarie del 1992, il siciliano andrebbe considerato appunto una lingua. Art. 1: "Per lingue regionali o minoritarie si intendono le lingue che non sono dialetti della lingua ufficiale dello Stato". Per la cronaca, la Carta è entrata in vigore nel 1998, l'Italia l'ha firmata nel 2000 ma non l'ha ancora ratificata.
Il deputato regionale autonomista Nicola D'Agostino ha presentato un ddl in commissione Cultura, Formazione e Lavoro sull'insegnamento della lingua, della storia e delle tradizioni siciliane. Approvato. Ora toccherà a Palazzo dei Normanni votare il provvedimento; in molti sono fiduciosi che dal prossimo anno scolastico nelle scuole dell'Isola si potrà insegnare il siciliano, e in siciliano. Tutti entusiasti. Il presidente Udc della commissione Cultura, Totò Lentini, è soddisfatto e ci vede pure un'opportunità occupazionale per i precari della scuola. Titti Bufardeci, presidente del gruppo miccicheano di Forza del Sud, conta che così si possa arginare la perdita di un patrimonio storico e letterario per colpa della globalizzazione. Contenti naturalmente gli assessori all'Istruzione, Mario Centorrino, e ai Beni culturali e all'Identità siciliana (sic), Sebastiano Missineo.
Giusto preservare e rilanciare lingua e tradizioni, non posso che essere d'accordo. Però vale la stessa obiezione fatta per le lingue padane. Quale lingua? Quale lingua siciliana? Se è una lingua, ha tanti dialetti. E così è. Nel ddl D'Agostino non si legge mai la parola "dialetto", né l'onorevole catanese l'ha citata nella sua relazione. Dunque qual è la lingua siciliana da insegnare nelle scuole? Sarà diversificata a seconda delle zone, delle province, dei comuni? Escludendo i dialetti salentini e sud-calabresi, appartenenti al ceppo linguistico siciliano, già i soli gruppi dialettali grandi e/o medi nell'Isola sono sette. Da suddividere e moltiplicare di città in città, di paese in paese. E aggiungiamo le parlate gallo-italiche, con influenze lombarde, francesi e provenzali. Poi le minoranze greche e albanesi. Anche le scuole di queste zone avranno il diritto di insegnare nei rispettivi idiomi, no? Troppo diversi i dialetti tra di loro, anche a distanza di pochi chilometri.
Spero che qualcuno sappia chiarirmi questo dubbio. Accetto spiegazioni anche in siciliano.