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domenica 4 marzo 2012

O mia bedda Madunina

L'ex sindaco di Torino Diego Novelli disse negli anni Settanta che il capoluogo piemontese era "la terza città meridionale d'Italia per popolazione dopo Napoli e Palermo". Ai piedi del podio c'era sicuramente Milano. E le cose non sono cambiate molto a 30-40 anni di distanza. Se, come cantava Francesco De Gregori, «Latina, grande città del nord» (Nero, 1987), allora Milano è chiaramente una metropoli "terrona"...
L'amico e collega Alessandro Oliva qualche tempo fa mi ha proposto un pezzo curioso da firmare a quattro mani per la rivista della Scuola di Giornalismo "Walter Tobagi" di Milano, MM. La sua idea, da siciliano trapiantato al nord, era di fare un ritratto della presenza siciliana a Milano. Ovviamente ho accettato subito. Parlare dunque della Sicilia a Milano, cercando di capire se la comunità è ben integrata, qual è il ruolo delle associazioni culturali (ce ne sono 80 in tutta la Lombardia), com'è il rapporto reciproco tra Milano e i figli dell'emigrazione sicula.
Il nostro non è stato un tour alla ricerca del cannolo o dell'arancino più buono. Né abbiamo parlato della mafia a Milano, ché avrebbe richiesto tutt'altro tipo di lavoro.
Abbiamo scoperto che un mio compaesano, Fabrizio De Pasquale (Pdl), è alla quarta legislatura al consiglio comunale e che secondo lui «la Sicilia a Milano è molto glamour»; che agli incontri delle associazioni vanno forse più milanesi che siciliani; che ai milanesi piace il cibo di strada palermitano dell'Antica Focacceria San Francesco; che addirittura era stato creato un club di tifosi del Catania Calcio in un pub vicino ai Navigli. E che il vero cruccio dei siciliani-milanesi è la Regione Sicilia, che non dà fondi alle associazioni costituite fuori dall'Isola e che non è molto brava a fare promozione. Anche se qualcuno i problemi in passato ce li ha avuti pure con la Lega Nord...
Questo e molto altro è la Sicilia a Milano. Noi abbiamo provato a raccontare alcune cose, da siciliani "costretti" a viverci!

domenica 24 luglio 2011

Polizia, Gendarmerie e semi di zucca

Fino alla settimana prossima ad Avignone ci sarà il festival del teatro, una bellissima manifestazione che dura venti giorni e che dimostra che con la cultura si mangia, eccome. Sono stato lì due giorni con tre colleghi della "Walter Tobagi" di Milano (faccio un po' di pubblicità: Eleonora Brianzoli, Lorenzo Lamperti e Francesco Riccardi).
Appena partiti da Milano abbiamo cominciato a ironizzare sulle peripezie che avrei potuto avere io con la mia faccia nordafricana all'ingresso in Francia. I tunisini li hanno già respinti nei mesi scorsi. E invece i problemi con le forze dell'ordine li abbiamo avuti in Italia.
Sulla Milano-Genova siamo stati fermati da una volante della polizia. Chiedono i documenti al conducente, normale. Ma poi un poliziotto mi chiede di scendere dall'auto e di mostrargli i documenti. Li prendo dalla borsa. Poi mi chiede di fargli vedere il contenuto della borsa. Ancora adesso abbiamo parecchi dubbi che potesse farlo ma, come sempre, ho deciso di stare al gioco. Tiro fuori tutto, dal portamonete al lettore mp3, ma una delle prime cose che gli ho fatto vedere è quel cartoncino azzurro che risponde al nome di tesserino dell'ordine dei giornalisti (da praticante). Tesserino che, per inciso, in tempi non sospetti ho definito come l'ennesimo documento con foto da mostrare alle forze dell'ordine.
Poi chiedono agli altri due di far vedere i documenti e giustificano il controllo perché avevano visto "un movimento sospetto in macchina". Oddio, e che cosa hanno visto? Sono convinto che abbiano scambiato il mio sgranocchiare semi di zucca per qualche oscura mossa da spacciatore/tossico. La conferma che ci hanno fermati perché hanno visto me e le mie fattezze così "a sud di Tunisi". Ma poi arriva la domanda incredibile: "Qualcuno di voi ha precedenti con la giustizia?". Come rispondere? Le alternative ragionevoli sarebbero state due: "No, ma perché, questo mi impedirebbe di andare in autostrada?" oppure la più cattiva "No, però sono stato in carcere". Mi sono accontentato della terza via: "No, anche perché altrimenti nessuno di noi potrebbe avere il tesserino dell'ordine dei giornalisti". Questa credo proprio non se l'aspettasse e infatti la risposta imbarazzata è stata "Non ho visto nessun tesserino". Dopo questa pantomima ci hanno fatti ripartire. E intanto le altre auto sfrecciavano a 170 km orari...
Dopo tutto questo, ci chiediamo: chissà cosa farà la Gendarmerie appena varchiamo il confine? Niente. In Francia i miei connotati maghrebini non hanno destato alcun sospetto. Forse perché avevo già finito i semi di zucca e le arachidi. O forse perché avevano altro da fare. Infatti, un paio di giorni dopo, appena rientrato in Italia, leggo una notizia carina che mi fa riflettere.
A Taormina (Taormine, in francese), quindi poco più a nord di Tunisi, i carabinieri hanno ingaggiato come collaboratore estivo un gendarme transalpino per dare assistenza linguistica ai turisti francofoni. Tre giorni fa una donna francese aveva denunciato ai carabinieri che non riusciva più a trovare il figlio di dieci anni e un suo amichetto. Li ha ritrovati l'adjuvant-chef Jean Gammino, ai quali i bambini si erano avvicinati avendone riconosciuto la divisa. Tutto è bene quel che finisce bene, anzi tout est bien, qui finit bien. La collaborazione tra le due Armi sarà ricambiata: alcuni carabinieri faranno servizio nelle località turistiche francesi di maggior richiamo per gli italiani.
Nel caso dovessi andare in Costa Azzurra, starò attento alla frutta secca che mi porterò dietro.

martedì 14 giugno 2011

Divorzio all'italiana, affidamento alla siciliana

Segnalo un pezzo che ho scritto oggi per La Sestina, su una storia che arriva dalla provincia di Agrigento. Risvolti curiosi su fatti seri.

Marcello Mastroianni, alias il barone Fefè Cefalù
Dopo il “divorzio all’italiana” che Pietro Germi ambientò in Sicilia cinquant’anni fa, l’Isola diventa teatro di un affidamento di minori dai toni di commedia. Ma invece è tutto vero. La storia risale al 2009, quando una donna presenta un esposto ai carabinieri contro il marito da cui aveva divorziato. Il tribunale dei minori di Agrigento aveva nominato un’assistente sociale per stabilire a chi dei coniugi dovesse andare l’affidamento della figlia di nove anni. I giudici si fidano delle cinque relazioni favorevoli all’uomo e tolgono la potestà genitoriale alla madre.
Ma la donna non ci sta e chiede a un investigatore privato di indagare sulle “voci” di paese. Come nel film di Germi, la gente mormora e tutti parlano di un tradimento. Ma se nella finzione cinematografica era un espediente per “divorziare”, in questo caso si scopre che davvero l’uomo e l’assistente sociale sono amanti. La procura di Agrigento aveva chiesto però l’archiviazione del fascicolo con la denuncia della signora e quindi il proscioglimento dell’uomo e della consulente del tribunale dei minori. Il giudice per le indagini preliminari ha rigettato la richiesta della procura e disposto l’imputazione coatta per abuso d’ufficio, rinviando a giudizio i due amanti.
Come tutti i divorzi, anche questo avrà una coda in tribunale. Per fortuna senza il delitto d’onore.

giovedì 26 maggio 2011

Siamo tutti clandestini

Oggi è stata resa nota la sentenza della Corte d'Appello di Catania che ha condannato Carlo Ruta per stampa clandestina. La storia risale al 2004, quando il procuratore di Ragusa Agostino Fera lo denunciò per ciò che aveva scritto sul suo blog. Un blog, non un giornale. La sentenza del 2008 era assurda: il tribunale di Modica equiparava un blog a un giornale cartaceo quotidiano. Quindi per poter scrivere le sue inchieste sul caso Spampinato, Carlo Ruta avrebbe dovuto registrare il blog come testata in tribunale. Eppure il blog non era aggiornato periodicamente, requisito fondamentale di una testata registrata. Ora la conferma della condanna in appello rischia di fare giurisprudenza: pubblicare un blog può essere considerato stampa clandestina. E questo è il primo caso che viene punito un reato previsto nel 1948.
Segnalo qui l'articolo che ho scritto per La Sestina, quotidiano online della Scuola di Giornalismo "Walter Tobagi" di Milano. Aggiungo con un pizzico di orgoglio (professionale) che questa è la prima intervista rilasciata da Carlo Ruta dopo la condanna in appello.

La legge stampa risale al 1948, quando ancora c’erano solo giornali e radio. Prevedeva – e prevede tuttora – il reato di stampa clandestina, mai riconosciuto prima del 2008. In quell’anno, il giornalista, storico e blogger siciliano Carlo Ruta è stato condannato dal Tribunale di Modica per aver pubblicato sul suo blog documentazioni sul caso di Giovanni Spampinato, giornalista ucciso dalla mafia a Ragusa nel 1972.
Il procuratore di Ragusa Agostino Fera aveva denunciato Ruta perché si riteneva danneggiato dall’attività di accadeinsicilia.it, sito ormai inesistente. La sentenza di primo grado, che aveva suscitato polemiche e proteste nel mondo politico e sul web, equiparava un blog a un giornale cartaceo quotidiano, che dunque doveva essere registrato presso il tribunale. In realtà il sito di Carlo Ruta non era aggiornato con regolarità periodica. Il 2 maggio scorso la Corte d’Appello di Catania ha confermato la sentenza di primo grado, ma la notizia è stata diffusa solo oggi, giovedì 26 maggio. Un giudizio di merito che fa giurisprudenza.
«È una sentenza liberticida che non colpisce solo me personalmente, riguarda tutto il web che vuole fare informazione in un certo modo», dice Carlo Ruta. Il reato è ormai andato in prescrizione ma Ruta annuncia il ricorso in Cassazione: «Si tratta di una questione di interesse generale, per la quale chiederemo alla Suprema Corte un giudizio di legittimità». Il giornalista vede nella condanna in appello un “intento intimidatorio” contro la libertà di stampa e informazione. «Casi di chiusura di siti web d’informazione sono successi solo in Cina, Birmania e a Cuba», ricorda Ruta. «Questa è una decisione unica a livello europeo. In Italia non esiste un singolo caso di applicazione del reato di stampa clandestina, neanche sul cartaceo». Altrimenti, sottolinea il giornalista, sarebbero a rischio centinaia di pubblicazioni, addirittura i bollettini parrocchiali.

lunedì 16 maggio 2011

Malattie rare: eppur (la Sicilia) si muove

Per il prossimo numero di MM, il mensile della scuola di giornalismo Tobagi di Milano, mi sto occupando di malattie rare. Mi ha colpito la notizia di uno studio pilota dell'Istituto neurologico "Carlo Besta" di Milano, fatto insieme ad associazioni e istituzioni, come Uniamo e Orphanet. Dallo studio preliminare autofinanziato – perché la ricerca, in Italia... – viene fuori una realtà davvero dura per chi soffre di una patologia rara e per le famiglie dei pazienti. Una famiglia su tre è sotto la soglia di povertà, per le spese mediche, di trasferta, di assistenza. Una malattia è definita rara quando ha un'incidenza dello 0,05%: un paziente ogni 2.000 abitanti. Pochi malati per ogni singola patologia, ma tante patologie e dunque molti i malati "rari". In Italia almeno un milione. E molti sono bambini.
Il mio pezzo si concentra soprattutto su Milano. Però mentre cercavo materiale ho scoperto che la mia regione ha deciso di svegliarsi. In piena riforma sanitaria, l'assessore Massimo Russo ha introdotto per la prima volta in Sicilia un registro regionale delle malattie rare. La Sicilia era la penultima regione ancora senza registro, ora manca l'Umbria. L'assessorato è stato spesso al centro delle polemiche politiche e tecniche, ma l'ex magistrato è sempre andato avanti per la sua strada con il nuovo Piano Sanitario Regionale. E ora finalmente vengono introdotti parametri di riferimento sulle malattie rare anche in Sicilia. Una delle principali voci di spesa per le famiglie è la trasferta, lo spostamento verso centri clinici specializzati (hub). Che in Sicilia mancano. Dunque dovrebbe essere potenziata la rete di servizi (spoke) che seleziona i pazienti e li indirizza verso i centri di riferimento. Altrimenti tutto rimane nelle mani e nelle disponibilità – e nell'indebitamento – delle famiglie. Il ruolo fondamentale in questi casi è delle associazioni. Io ne ho sentite alcune e fanno davvero un gran lavoro. Russo ha riconosciuto l'importanza delle associazioni, con cui dice di aver condiviso la "svolta, un traguardo che allinea finalmente la Sicilia agli standard nazionali".
Sull'homepage di Orphanet è scritto: «Nessuna malattia è così rara da non meritare attenzione. Le malattie rare sono rare, ma le persone che ne sono affette sono tante». Ora forse se n'è accorta pure la Sicilia. Almeno sulla carta, dato che a Roma non sono ancora arrivati dati e informazioni sui siciliani affetti da malattie rare.

mercoledì 20 aprile 2011

Milano libera, Libera Milano

Propongo un'altra volta qualcosa di mio personale. Oltre al lavoro che faccio alla scuola di giornalismo Tobagi di Milano, fortunatamente questo mestiere allo stato embrionale offre qualche opportunità e soddisfazione. Chi mi conosce troverà strano che io abbia fatto qualcosa per il sito de il Giornale, però con altri ho partecipato a una bella iniziativa editoriale. Raccontare storie di milanesi normali e speciali allo stesso tempo. Passioni, impegni, speranze, talenti.
Io ho lavorato con i bravissimi colleghi Lidia Baratta e Paolo Fiore (se è venuto bene, è solo grazie a loro). Abbiamo raccolto la voce e le immagini di Ilaria Ramoni, avvocato e referente a Milano per Libera, l'associazione antimafia per eccellenza. Una milanese doc ma innamorata del sud Italia: una passione nata grazie a un professore siciliano (ci siamo sempre di mezzo noi...) e proseguita con lo studio, il lavoro e l'impegno con Libera. Abbiamo provato a raccontarlo in meno di quattro minuti. Dovremmo esserci riusciti:
http://www.ilgiornale.it/video/unavvocato_impegnato/id=milanesi_statale_ramoni