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mercoledì 8 gennaio 2014

I fuochi di Barcellona

Nel 2011 è uscito per Mondadori "La mafia uccide d'estate", libro in cui l'allora ministro della Giustizia Angelino Alfano raccontava la criminalità organizzata vista con gli occhi di un siciliano uomo di governo. Il titolo è simile, molto simile, a quello del film di Pif, "La mafia uccide solo d'estate", che ha sbancato al botteghino e anche nelle critiche. Pare sia solo di una coincidenza.
A distanza di pochi giorni, mi ritrovo a citare ancora quel titolo, sostanzialmente per dire esattamente il contrario. Pippo Fava ammazzato il 5 gennaio 1984: pieno inverno. Beppe Alfano ucciso dalla mafia barcellonese l'8 gennaio 1993: 21 anni fa, ancora pieno inverno.
L'omonimia, d'istinto, mi fa scorrere un brivido. Si chiamava Alfano come il ministro, Beppe, l'ultimo giornalista della lunga e triste lista di quelli ammazzati dalle mafie in Italia. Gennaio 1993, a metà tra le stragi di Capaci e via D'Amelio e l'ultima coda di sangue di Firenze e Milano. La mafia ha sempre ucciso, ha continuato a farlo, indipendentemente che le vittime fossero giudici, giornalisti o cittadini innocenti dilaniati dalla violenza terroristica. Mi fa rabbrividire anche che Beppe Alfano non venga incluso negli elenchi internazionali dei giornalisti uccisi per il loro lavoro.
Giuseppe Aldo Felice Alfano era di Barcellona Pozzo di Gotto, ma ha insegnato anche a Terme Vigliatore, il paese di mia madre nel messinese. Un uomo di destra, giornalista scomodo, di quelli che disturbano con le domande, le inchieste, l'impegno per la verità e per smascherare torti e malaffare. Era il corrispondente de La Sicilia, giornale che neanche si costituì parte civile al processo. Hanno vissuto a Vigliatore, gli Alfano, erano vicini di casa dei miei parenti. Mia madre ricorda ancora quando giocava con la piccola Sonia, la figlia di Beppe ora parlamentare europea ex Idv (eletta nel 2009: faccio notare che prese più voti nelle circoscrizioni Nord Ovest, Centro e Sud che non in quella, siciliana, delle Isole...) e presidente della Commissione speciale antimafia del Parlamento di Strasburgo. Singolare che Sonia Alfano sia dello stesso paese e sia stata nello stesso partito di Mimmo Scilipoti: non ho dubbi che per lei sia un sollievo non essere più dipietrista.
Beppe Alfano va ricordato per tutti i motivi che ci impone il dovere della memoria delle vittime della mafia. Condivide con altri suoi colleghi, come Giovanni Spampinato a Ragusa e Pippo Fava a Catania, un destino particolare: morire per mano di mafia in zone dove la retorica ufficiale e istituzionale ne ha sempre negato l'esistenza. Ragusa e Messina sono sempre finite relegate alla voce "provincia babba", stupida, dove stupidità è ovviamente la mancanza (solo presunta, ormai è risaputo) di quelle forme estreme e illecite di potere. Alfano è morto dopo aver scoperto che il latitante Nitto Santapaola, boss della mafia catanese, soggiornava tranquillo lì, in quell'area del messinese, e ben coperto dalla oscena miopia, scientificamente voluta e non casuale, di chi doveva vigilare, a partire dalla magistratura locale.
E quindi l'8 gennaio 1993 moriva Beppe Alfano, consapevole, come ha raccontato la figlia Sonia, che la mafia non l'avrebbe fatto arrivare vivo al 20 gennaio. Così l'avevano avvertito. Lui è andato avanti.

giovedì 15 dicembre 2011

Cronaca nerissima

Iraq, Afghanistan, Pakistan, una manciata di nazioni africane e qualcun'altra dell'Asia centrale. Poi casi sparsi qua e là, in mezzo a guerre e rivolte varie. Per morire da giornalisti, pare che siano queste le credenziali, direi quasi le clausole necessarie e sufficienti. Così Ieri ho scoperto che esiste il Committee to Protect Journalists (Cpj), un'organizzazione internazionale che si propone di vigilare sui rischi che corrono i giornalisti veri in giro per il mondo. Dal 1992 il Cpj monitora i casi di cronisti e operatori dell'informazione uccisi. Ci tengono a precisare che nella loro metodologia «un aspetto importante della ricerca è determinare se il giornalista è morto nell'esercizio della sua professione». Traduco liberamente l'originale "work-related death". Morte connessa al lavoro.
Ora, nel rapporto del Cpj ci sono pure alcuni giornalisti italiani. Ci sono giustamente Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, Maria Grazia Cutuli, Enzo Baldoni. Ce ne sono anche di meno noti, freelance ma non solo. Tutti morti in terre devastate da guerre e terrorismo: Iraq, Afghanistan, Somalia, Balcani. Cronisti uccisi proprio mentre svolgevano il loro lavoro, morti proprio perché giornalisti.
Ma qualcosa non mi quadra. Non è che per essere conteggiati si debba per forza morire all'estero, vittime di terroristi sanguinari o guerriglieri senza scrupoli? Io non so se il Comitato, attivo dal 1981, abbia mai monitorato i casi di giornalisti morti anche prima del '92. Perché altrimenti l'Italia avrebbe un discreto campionario di cronisti morti da offrire alle statistiche del Cpj. Ma in realtà c'è almeno un caso, successivo all'anno da cui inizia l'analisi, che avrebbero dovuto segnare nelle loro tabelle precise e dettagliate. Se sono stati conteggiati giornalisti uccisi da criminali e terroristi in Francia o Spagna, mi piacerebbe capire perché chi è stato ammazzato dalla mafia non "merita" di far parte di questa lista.

venerdì 28 gennaio 2011

Il disordine dei giornalisti

Otto siciliani e un campano (Giancarlo Siani, a colori)
Otto. Otto su undici. Undici sono i giornalisti uccisi in Italia dalle mafie e dal terrorismo negli ultimi cinquant'anni. Otto sono quelli uccisi dalla mafia siciliana. Otto siciliani. L'ultimo in ordine di tempo è Beppe Alfano, assassinato diciotto anni fa. Ma molti sono ancora minacciati, come Lirio Abbate e Pino Maniaci. Insomma, fare informazione e giornalismo in Sicilia non è facile.
In realtà vorrei parlare d'altro, infondere un pizzico di ottimismo e dare qualche buona notizia. A chi e su chi di mestiere fa notizia. Le opportunità di lavoro per i giornalisti in Sicilia ci sono, eccome. Mica sono tutti bersagliati dalla mafia.
Ha fatto storia l'assunzione per chiamata diretta e sine titulo di 23 (ventitrè) caporedattori all'ufficio stampa della Regione Siciliana nel 2006. Abile mossa pre-elettorale di Totò Cuffaro. Cioè, furono assunti ventitrè giornalisti e tutti venivano pagati con 3.800 € al mese, tutti caporedattori. Comunque Cuffaro è stato prosciolto nel settembre 2010 dall'accusa di concorso in abuso d'ufficio per quelle assunzioni. Assolto perché il fatto - in quel caso... - non sussiste.
Ma le opportunità di lavoro per i giornalisti siciliani si erano già allargate negli scorsi anni addirittura per legge. La legge nazionale 150/2000 prevede l'istituzione obbligatoria di uffici stampa negli Enti locali. Un provvedimento regionale del 2002 e soprattutto un protocollo d'intesa del 2005 tra l'Anci Sicilia e l'Assostampa ne hanno imposto la creazione per le Province e per i Comuni con più di diecimila abitanti. L'assessorato per le Autonomie locali e la Funzione pubblica, guidato da Caterina Chinnici, ha avviato un monitoraggio per sapere a che punto è la situazione. Sui 117 obbligati per legge, sono solo 40 gli Enti che hanno istituito gli uffici stampa pubblici. In realtà il risultato è provvisorio, perché ancora non hanno risposto tutte le amministrazioni interessate. L'assessore Chinnici ricorda che occorrono "correttezza e trasparenza" per dare visibilità all'azione della pubblica amministrazione. Però la normativa non è applicata in maniera uniforme, anche "grazie" alla Corte Costituzionale che nel 2007 ha dichiarato illegittime alcune norme sui profili contrattuali e giuridici dei giornalisti degli uffici stampa. Insomma, la legge andrebbe rivista.
Ma il deficit di comunicazione istituzionale non è solo giornalistico. Su 390 Comuni siciliani, 23 (numero maledetto...) non hanno ancora attivato né istituito gli Urp, gli uffici per le relazioni con il pubblico. A diciassette anni dalla legge che ne prevedeva la creazione. Per gli enti inadempienti sono già pronti i commissari ad acta.
Occhio alla penna.