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martedì 15 luglio 2014

Non vedo L'Ora

2008: direttore Concita De Gregorio,
pubblicità di Oliviero Toscani
Alcuni audaci tenevano in tasca l'Unità. Qualcuno invece era extra-parlamentare, quindi pure il giornale doveva esserlo: il manifesto poteva andar bene. Lotta Continua, poi... Ma i partiti crescono e cambiano, e anche gli audaci sentono il peso dell'età e delle trasformazioni, politiche e ideologiche.
Così chi continuava a portare in tasca l'Unità, restava "fedele alla linea". Anche quando la linea stava cambiando. Altri, invece, non perdevano l'audacia e sceglievano la linea della Liberazione. O della Rinascita, perché no?
La crisi profonda, cronica, dei giornali della sinistra italiana va al di là delle questioni economiche. Sembra un altro caso di tafazzismo. Dalle parti del (fu) Pci era, anzi è, così. Ma anche altrove, nel variegato e variopinto (tonalità di rossi più o meno accesi e/o sbiaditi) mondo della sinistra. Vedi l'Avanti!, per esempio: senza articolo era quello socialista di una volta, con l'articolo davanti era roba di De Gregorio e Lavitola. Ma ora la crisi ha colpito anche Europa, cioè il versante "bianco" del centrosinistra, l'ex giornale della Margherita e organo ufficiale del Pd (più o meno insieme all'Unità). Ecco: come farsi un giornale e non saperlo gestire. In pratica tutti i giornali di sinistra sembrano destinati a finire maluccio. E se per salvare l'Unità si fanno avanti Daniela Santanchè e Paola Ferrari...
1958: la mafia bombardava
(alcun)i giornali
Chissà se Matteo Renzi farà qualcosa per i due giornali del suo partito, o si limiterà a decretarne la fusione. Il presidente del Consiglio è giovane. Probabilmente alcuni di quei giornali non li ha mai letti, per ragioni anagrafiche e "culturali". Tra i tanti quotidiani de sinistra che hanno appeso il piombo al chiodo, ce n'è uno siciliano, molto importante. Chiudeva in un periodo che Renzi dovrebbe ricordare. Lui dice spesso di appartenere alla generazione cresciuta con la strage di Capaci (io sono più giovane di lui, ma anche io sono cresciuto così...). Quindi del 23 maggio 1992 ricorderà tutto. Chissà se sa che esattamente due settimane prima, l'8 maggio, finiva l'epoca gloriosa de L'Ora di Palermo. Si congedò con un grande "Arrivederci" in prima pagina; salutava perché il Partito (sì, quel partito) aveva chiuso i cordoni della borsa. Niente più soldi ai compagni siciliani. Un po' come era successo a Roma con Paese Sera.
L'Ora, anzi "il l'Ora", come chiedevano i palermitani in edicola, nacque nel 1900 come Corriere politico quotidiano della Sicilia, fondato dalla famiglia Florio. Sempre progressista, tranne la forzata parentesi del Ventennio fascista. Grandi direttori, soprattutto durante "l'altro ventennio", quello del mitico Vittorio Nisticò. E poi firme pazzesche, compresi i due premi Nobel siciliani, Pirandello e Quasimodo; Guttuso, Marinetti il futurista, Verga, Rosso di San Secondo, Capuana, Matilde Serao, Consolo, Danilo Dolci e tanti altri, in una specie di antologia di letteratura. Letizia Battaglia faceva le foto. C'erano veri giornalisti, quelli della "palestra" dell'Ora, una scuola concreta e di prim'ordine (molti di loro sono diventati ormai mainstream, com'è successo al manifesto: qualcuno era comunista, avrebbe detto Gaber...). Un giornale che vanta il triste primato di tre giornalisti uccisi dalla mafia (sugli otto in totale fatti fuori da Cosa Nostra): Cosimo Cristina, Mauro De Mauro e Giovanni Spampinato, ammazzati perché cercavano la verità. Nel 1958 la mafia buttò anche una bomba in tipografia.
Perché chiuse L'Ora? Per soldi, come rischiano di dover chiudere i due organi del Pd. Ma non solo per quello. La fine del glorioso quotidiano palermitano è stata soprattutto la certificazione di un fallimento, anche politico. La colpa del Pci fu quella di non seguire l'ideale dei Florio: contribuire al riscatto sociale ed economico della Sicilia. L'errore, politico e culturale, è stato di credere che solo il Nord potesse salvare il Sud, il Sud caotico e corrotto. Stiamo aspettando. Nel frattempo la sinistra chiuderà altri giornali.

sabato 27 ottobre 2012

(L')Ora e sempre Spampinato

Quarant'anni fa veniva ammazzato Giovanni Spampinato, giovane giornalista di Ragusa. Una storia di mafia, di trame segrete, di traffici illeciti svelati da un cronista caparbio. «Una storia emblematica, al pari di quelle di Peppino Impastato e Giancarlo Siani», mi ha detto Carlo Ruta, in un'intervista pubblicata su Affaritaliani. Eppure pochi conoscono la vicenda di Spampinato. Che invece merita di essere ricordata. Perché dimostra che la mafia c'è stata (e c'è) anche a Ragusa. Perché Giovanni è uno dei nove giornalisti uccisi dalle mafie in Italia. Perché mafia vuol dire anche intrecci tra poteri, istituzionali, informali e occulti. Perché fare giornalismo d'inchiesta in un certo modo significa disturbare connivenze e complicità, dare fastidio a chi si crede intoccabile.
Mi ha sempre colpito che a Giovanni Spampinato, morto qualche settimana prima di compiere 26 anni, il tesserino da pubblicista sia arrivato postumo. Era stato lasciato solo.
Perché ricordarlo? Perché non succeda più che quando si entra in una libreria e si chiede il libro di Alberto Spampinato, quirinalista dell'Ansa (C'erano bei cani ma molto seri. Storia di mio fratello Giovanni ucciso per aver scritto troppo), rispondano «Spampinato il cantante (Vincenzo, cantautore catanese, ndr)? Ma è un romanzo?».

Ecco il pezzo pubblicato su Affaritaliani, con l'intervista in cui Carlo Ruta ripercorre la storia di Giovanni Spampinato.

«Qui ci sono i fili dell’alta tensione, chi li tocca muore. E Giovanni aveva toccato quei fili». Giovanni è Spampinato e i fili mortali sono le trame, gli intrecci e le connivenze tra poteri occulti e istituzioni che il giovane giornalista de L’Ora aveva scoperto prima di morire, ucciso il 27 ottobre di 40 anni fa a Ragusa. A parlare è Carlo Ruta, giornalista, blogger e saggista, che ricorda la figura di Spampinato, morto poche settimane prima del suo 26esimo compleanno. Ruta si è occupato della vicenda soprattutto tra il 2002 e il 2005, nel 2008 ha pubblicato Segreto di mafia. Il delitto Spampinato e i coni d’ombra di Cosa Nostra. Il suo interesse gli è costato decine di querele, quasi tutte vinte, più l’assurda condanna per stampa clandestina, ora annullata dalla Cassazione, che comunque l’ha costretto a chiudere il suo blog di informazione Accade in Sicilia. Una storia complessa, quella di Spampinato, un caso a lungo sconosciuto in Italia, di cui ancora si parla poco. «Eppure è una storia emblematica, al pari di quelle di Peppino Impastato e Giancarlo Siani». 

Chi era Giovanni Spampinato?
«Era una persona molto colta, un laureando in filosofia. Non era un giornalista d’assalto e velleitario, come lo hanno voluto descrivere alcuni, non voleva fare gli scoop a tutti i costi. Era una bravissima persona, senza quei grilli per la testa di cui parlano i giornali “moderati”».
In che senso giornali moderati”?
«La stampa in Sicilia ha un orientamento moderato, in alcuni casi quasi reazionario. E parte di quell’opinione pubblica non si è mai affezionata all’idea che il delitto Spampinato sia mafioso, ma tende a registrare il fatto come una storia privata, viene fatto passare come una reazione sconsiderata dell’uccisore».
Come andarono allora le cose? Qual è la storia di Giovanni Spampinato e della sua morte?
«Spampinato fu ucciso il 27 ottobre 1972 da Roberto Campria, figlio dell’allora presidente del Tribunale di Ragusa. Probabilmente Campria era coinvolto in traffici di oggetti d’arte e reperti archeologici. Giovanni indagava anche su questo e sulla morte di un complice di Campria, l’imprenditore Angelo Tumino».
Perché è considerato un delitto di mafia?
«Il fatto è che quell’area, il sudest siciliano, è il paradiso fiscale della mafia, qui ci sono i fili dell’alta tensione e chi li tocca muore. Spampinato aveva provato a svelare quei traffici, il contrabbando di armi e di sigarette, il mercato illegale dell’arte e gli intrecci tra l’eversione nera, i colonnelli greci e la criminalità mafiosa. Ma di quelle cose non si doveva parlare e dunque Giovanni era una spina nel fianco».
Alberto Spampinato, fratello di Giovanni, dopo che nel 2007 il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano conferì il premio Saint Vincent” alla memoria, aveva scritto che quelle trame occulte e quelle connivenze effettivamente erano mafiose.
«Infatti Giovanni Spampinato aveva fatto molte inchieste su quelle illegalità diffuse, sul terrorismo di estrema destra, sulla mafia, sui traffici. Forse il delitto non è di quelli mafiosi “classici”, ma è il contesto, di impunità e complicità a vari livelli, a essere mafioso».
In cosa consistevano queste complicità?
«In sede giudiziaria non furono presi in considerazione alcuni testimoni che avrebbero svelato che quella notte, sul luogo del delitto, non c’era solo Campria. Non si tratta ormai di arrivare alla verità giudiziaria, ma perlomeno a quella storica. Io ho parlato di omissioni nell’inchiesta e per questo c’è stato un accanimento: presentavano tre querele in tre tribunali sullo stesso articolo, più una quarta civile. La rimozione della vicenda Spampinato è partita subito, appena dopo il processo a Campria, che peraltro, tra sconti vari e semi-infermità, ha fatto 5-6 anni di carcere. E parliamo degli anni in cui il carcere di Ragusa era soprannominato “Hotel Bristol”. Non è un caso se molti boss mafiosi premevano per farsi portare lì».
La provincia di Ragusa è stata sempre considerata babba, senza mafia. Ma la storia di Spampinato sembrerebbe smentire questa convinzione.
«La mafia non è solo quella militare, che pure qui c’è stata. Io temevo la mafia, ma non conoscevo i metodi e l’aggressività dei poteri forti. Tutti si sentono intimiditi e ricattati, e questo è tipico di un contesto mafioso».
Che cosa significa oggi ricordare Giovanni Spampinato?
«Io ho cominciato a occuparmi della sua storia dieci anni fa, nel trentennale della morte, grazie agli articoli che aveva raccolto Etrio Fidora, ex direttore de L’Ora. C’era questo senso evidente di rimozione, non se ne doveva parlare. Qui siamo nel “cono d’ombra” di Cosa Nostra, dove tutto deve restare nascosto, segreto, coperto. Tra Vittoria e Gela ci sono state stragi di mafia persino più pesanti che a Palermo: nonostante questo, bisogna rimuovere completamente. Ancora oggi, come ai tempi di Giovanni, chi fa inchieste e analisi di un certo profilo, tocca quei pericolosi fili dell’alta tensione. E la vicenda della sala stampa del comune di Ragusa, inaugurata nel 1995 e intitolata a Giovanni, ma chiusa per lungo tempo e riaperta pochi mesi fa, dimostra che la memoria di Spampinato è pesante e dà ancora fastidio».

sabato 9 luglio 2011

La minaccia pro-messa

Fare il giornalista in certe zone dell'Italia non è per niente facile. La categoria non gode di tantissima stima nell'opinione pubblica (opinione comune?), però ci sono colleghi che fanno questo mestiere-lavoro-professione-chiamatelo come volete, con passione, dedizione, impegno e consapevolezza dei rischi che si possono correre. In Sicilia i giornalisti minacciati per le loro inchieste purtroppo non mancano. E non sono mancati i morti. Sembra scontato che le intimidazioni vengano soprattutto da quell'agglomerato che chiamiamo mafia. Ma non solo. 
Gianfranco Criscenti è un collaboratore trapanese del Giornale di Sicilia e dell'Ansa, Giuseppe Pipitone scrive sui Quaderni de L'Ora, rivista erede del glorioso quotidiano palermitano. Criscenti ha ricevuto una lettera anonima in cui lui e Pipitone sono minacciati di morte. Quale filo scoperto hanno toccato? Quale merda hanno pestato (non nel senso portafortuna)? Insomma, a chi hanno dato fastidio? La lettera è chiara: i due devono «lasciare in pace monsignor Miccichè». Francesco Miccichè è il vescovo di Trapani. Nelle ultime settimane sono stati pubblicati articoli su un'inchiesta della magistratura trapanese su un ammanco di un milione di euro da parte di alcune fondazioni gestite dalla Curia. Il Vaticano era corso ai ripari, mandando in "ispezione" il vescovo di Mazara, monsignor Domenico Mogavero, ufficialmente "visitatore apostolico" nella vicina diocesi del capoluogo. Come se non bastasse, si è poi parlato di una lettera che Miccichè avrebbe mandato per raccomandare in Vaticano il faccendiere della P4, Luigi Bisignani. Tutto smentito dal vescovo, naturalmente. La lettera in realtà esiste, firmata e timbrata dallo stesso monsignore, che però l'ha denunciata come un falso.
Il messaggio di minacce a Criscenti e al giovane Pipitone allude anche a Giuseppe Lo Bianco, altro cronista siciliano che della vicenda si è occupato sul Fatto Quotidiano. Naturalmente ai tre arrivano attestati di stima e solidarietà da parte dei colleghi, dell'Ordine dei giornalisti e dell'Unione nazionale dei cronisti italiani. Il presidente dell'Ordine regionale, Vittorio Corradino, parla esplicitamente di «poteri affaristico-mafiosi» infastiditi dalle inchieste di una stampa libera e indipendente. In effetti dubito che la lettera fosse solo lo sfogo di una "pecorella smarrita" che ci tiene tanto al suo "pastore"...

venerdì 10 giugno 2011

Insufficienza grave

Stavolta Totò Riina è stato assolto. Si potrebbe dire: ne ha fatte talmente tante che ci sta pure che per una volta la colpa non sia sua. Mah. Pensavo che con la richiesta di ergastolo per Totò 'u curtu si potesse arrivare finalmente alla verità sulla scomparsa e sulla morte di Mauro De Mauro nel 1970. E invece no. I giudici della corte d'assise di Palermo non hanno accolto le richieste dei pm Antonio Ingroia e Sergio Demontis. Motivo dell'assoluzione: articolo 530 del codice di procedura penale, "incompletezza della prova". Quella che una volta si chiamava insufficienza di prove. Evidentemente le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia (Buscetta, Marino Mannoia, Mutolo) non sono state ritenute attendibili. Ricordo che Tommaso Buscetta è quello che più di venticinque anni fa disse a Falcone e Borsellino che Cosa Nostra aveva condannato il giornalista dell'Ora otto anni prima di ammazzarlo. A più di quarant'anni dalla morte di De Mauro, quell'omicidio rimane impunito. E il capo dei capi si risparmia un ergastolo.
Che questa storia sia una storiaccia di depistaggi, "deviazioni", coperture, connivenze, la corte palermitana pare riconoscerlo. I giudici hanno trasmesso gli atti al pm per procedere per falsa testimonianza contro alcune persone che hanno deposto nel processo: l'ex Sisde Bruno Contrada, l'avvocato Giuseppe Lupi e i giornalisti Pietro Zullino e Paolo Pietroni.
Di questo passo, sapere chi ha ucciso Mauro De Mauro, ma soprattutto perché, e chi c'è davvero dietro, rimarrà ancora un mistero irrisolto. L'ennesimo buco nero nella storia della Repubblica.

sabato 23 aprile 2011

Il cadavere che camminava

I pm di Palermo hanno chiesto un altro ergastolo per Totò Riina. Non che sia una notizia. Però l'ultimo si intreccia ancora di più a pezzi di storia oscura di questo Paese. Sarebbe Totò 'u curtu, unico superstite della cupola di Cosa Nostra, il mandante dell'omicidio di Mauro De Mauro, il giornalista dell'Ora di Palermo scomparso il 16 settembre 1970. De Mauro era il fratello di Tullio, linguista ed ex ministro, e dunque zio di Giovanni, direttore di Internazionale. Ma De Mauro era soprattutto un grande cronista, dalla storia e dal passato controverso. Dalla militanza fascista al lavoro per il quotidiano comunista del capoluogo siciliano. Ucciso dunque dalla mafia, ma il suo corpo non è mai stato trovato (lo ricorda pure Francesco De Gregori). Inutile parlare della vicenda giudiziaria: dopo più di quarant'anni si è arrivati a malapena alle richieste dei pm.
Qualche considerazione invece sul delitto e su De Mauro. Un giornalista scomodo, su cui, come avrebbe detto il pentito Buscetta nell'85 a Falcone e Borsellino, la mafia aveva emesso presto una condanna a morte. Già nel 1962. Insomma, "un cadavere che camminava". Troppo scomodo, e non solo per la mafia. Una storia di depistaggi, controversie, manovre occulte. De Mauro è morto mentre indagava su due grandi misteri italiani: la morte di Enrico Mattei e il tentato golpe Borghese. Il giornalista era stato avvistato anche a Ragusa qualche giorno prima della scomparsa: cercava elementi sull'eversione di destra. E questo lo ricordo solo per ribadire quanto anche la provincia babba sia stata al centro delle storie più torbide della Repubblica. Mafia compresa.
Mauro De Mauro è uno dei nove giornalisti italiani uccisi dalla mafia. Ma spesso non è solo mafia. Anche Mauro Rostagno, ucciso nel 1988, sarebbe morto perché indagava su depistaggi, pezzi di istituzioni "deviate", connivenze e complicità. Ora spuntano gli appunti scomparsi in cui il giornalista-sociologo trapanese denunciava quegli intrecci. Vediamo se almeno in questo caso si arriverà alla verità prima che passino quarant'anni.