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martedì 19 settembre 2017

Nathan, abbiamo un problema

«Alcuni migranti in fuga dalla guerra raggiungono un'isola nel Mediterraneo. La prima settimana ne arrivano 100, poi ogni settimana il loro numero aumenta del 10 per cento». Accanto, la foto di un gommone carico di persone. Sembra una cronaca fredda, meccanica, cinica del fenomeno dell'immigrazione. Certo, "migranti in fuga dalla guerra" non è propriamente corretto, sarebbe stato più preciso "profughi", ma sui giornali si fa spesso confusione (talvolta volutamente). Come dite? Non è un articolo di giornale? Ah.
In effetti il testo continua. Si chiede «per quante volte viene moltiplicata una quantità quando aumenta del 10%?». Parla di «serie geometriche». Invita a «dedurre il numero totale di migranti giunti sull'isola dopo otto settimane, arrotondando all'unità». Affronta l'argomento come un fatto puramente matematico. E questo è, il testo.
Ma far diventare un simile dramma l'argomento di un problema di matematica per un libro del liceo, mi sembra quantomeno fuori luogo. Come fu vergognoso che due anni fa, su un libro di fisica in Italia, si chiedesse agli studenti liceali di calcolare l'impatto di un sasso dal cavalcavia su un'auto. Il problema di matematica è invece in un manuale della casa editrice Nathan per le scuole francesi. E qui sarebbe da chiedersi se il "cuginetto" che ha elaborato con dovizia di particolari tecnici e professionali il problema 93, a pagina 34 del manuale riservato all'ultima classe degli indirizzi economico-sociale e letterario, sia stato davvero così ingenuo (naïf?) o abbia sottovalutato le conseguenze di una gaffe del genere. "L'isola nel Mediterraneo" è indubbiamente Lampedusa; dubito si tratti della Malta intransigente che respinge navi con a bordo tre migranti...
Dopo le proteste e le polemiche, Nathan ha fatto mea culpa, ha ritirato il testo e dice che lo sostituirà gratuitamente. Speriamo si limitino ai soliti problemi sulla spesa al mercato. "Ahmed vende mele e arance...".

sabato 12 agosto 2017

Gli ordini di Malta

Io forse mi sbaglio, ma rimango più o meno della mia idea: tra tutti i Paesi vicini all'Italia, nostri partner europei, l'inflessibilità di Malta nella crisi migratoria fa anche un po' male. Attaccarsi a (spesso) generiche questioni di principio quasi con pignoleria, beh, lo trovo eccessivo rispetto agli sforzi enormi dell'Italia. L'impressione mi è tutto sommato rimasta pure dopo aver intervistato su Quotidiano Nazionale Carmelo Abela. Un nome che tradisce indubbiamente ascendenze siciliane ma appartiene all'attuale ministro degli Esteri della Valletta...
In un passato neanche troppo lontano, il partito laburista di Malta era storicamente filo arabo. I tempi sono cambiati. Da quattro anni i laburisti sono al governo: un partito appartenente alla famiglia del socialismo europeo (come il Pd) che batte il tasto su una gestione rigorosa dei fenomeni migratori, non solo sulla tradizionale solidarietà ‘di sinistra’. Carmelo Abela, 45 anni, in Parlamento dal 1996, è stato per tre anni ministro degli Interni. Dallo scorso giugno è passato agli Esteri. Continuando ad affrontare il dossier immigrazione. 
L’Italia ha varato nuove regole per le Ong che effettuano operazioni di soccorso nel Mediterraneo. Per esempio ‘Proactiva Open Arms’, la cui nave Golfo Azzurro è stata respinta dalle autorità maltesi. Avete deciso di essere inflessibili? Ma non è contro le regole del diritto internazionale?
«Le leggi che regolano i soccorsi e gli sbarchi sono quelle stabilite dalla Convenzione dell’Onu sul diritto del mare. Malta si adegua rigorosamente al diritto internazionale, che prevede che le persone soccorse in mare debbano essere portate nel porto sicuro più vicino. In questo caso l’Italia, a Lampedusa. Per noi non era una questione di numeri (3 migranti a bordo, ndr) o di chi ha effettuato il soccorso, ma di principio».
Però la Guardia costiera italiana insiste: i soccorsi in mare sono un obbligo. Sulle coste della Sicilia arrivano migliaia di persone che scappano da guerre, persecuzioni, povertà. 
«Naturalmente siamo d’accordo che i soccorsi siano un dovere, ma il caso della Golfo Azzurro riguardava piuttosto il rispetto del diritto internazionale, per quanto riguarda il porto di sbarco». 
- clicca per ingrandire - 
Malta è un piccolo Paese, ma è indubbiamente il vicino più prossimo dell’Italia. Ed entrambi sono Paesi membri dell’Ue. Non crede che l’Italia sia stata lasciata sola? 
«Malta è il Paese più vicino all’Italia, non solo geograficamente ma anche in termini di solidarietà. Abbiamo sempre ritenuto necessaria la relocation, la ricollocazione dei migranti, anche quando c’erano meno sbarchi di adesso. Partecipiamo con le nostre forze navali alle operazioni di Frontex in Italia e Grecia. E inoltre nel 2016 siamo stati il quarto Paese Ue per richieste d’asilo pro capite. Ne abbiamo ricevute 1.900; in proporzione è come se l’Italia ne avesse avute 265mila... Malta non ha fatto nulla per bloccare l’ingresso di migranti, non abbiamo chiuso i confini come altri Stati Ue». 
Perché tutte le navi, comprese quelle che dipendono da Ong straniere, devono raggiungere l’Italia? Non è come se Malta avesse chiuso i suoi porti, come hanno fatto Francia e Spagna? 
«Ribadisco che noi non abbiamo chiuso i porti. Né facciamo distinzioni fra Ong o altre navi. Quando si tratta di sbarcare persone soccorse in mare, ci atteniamo al diritto internazionale. Le operazioni di soccorso avvengono appena fuori dalle acque territoriali libiche; il porto più vicino non è Malta, ma Tunisi o l’Italia». 
La prima Ong ad aver firmato il codice di condotta del governo italiano è stata la maltese Moas. Che cosa ne pensa?
«Il codice è puramente una negoziazione bilaterale tra l’Italia e le Ong, nessun altro Paese è stato coinvolto. Quindi non posso commentare, a parte evidenziare che non ha alcun effetto sul modo in cui Malta adempie i suoi obblighi internazionali. Nello specifico del Moas, posso solo dire che si tratta di una Ong registrata a Malta. Ci tengo a precisare che, anche se opera da Malta, la sua nave non risulta registrata nel nostro Paese (batte bandiera del Belize, ndr)». 
Prima di essere nominato ministro degli Esteri, lei ha guidato gli Interni. Ma l’immigrazione è davvero solo una questione di sicurezza nazionale o non sarebbe meglio gestirla come un tema di politica internazionale e cooperazione? 
«Il fenomeno ha chiaramente una sua dimensione esterna e una interna. A Malta anche gli aspetti operativi ricadono nel campo della sicurezza nazionale: non avendo una guardia costiera, per i pattugliamenti vengono impiegate navi militari. Abbiamo sempre sostenuto la causa di un approccio onnicomprensivo, direi olistico, al fenomeno. Crediamo che l’immigrazione irregolare verso l’Europa debba essere controllata maggiormente e trattata secondo una linea comune a tutta la Ue, in partnership con Paesi terzi».

martedì 13 giugno 2017

Hey Giusi

Di Giusi Nicolini ho sempre avuto una buona opinione. Per questo sono rimasto colpito dalla sua netta sconfitta alle elezioni comunali (solo terza a Lampedusa, da sindaco uscente). Una sconfitta per la quale molti hanno tifato, perché non è sembrato vero poter dire che la gente, quella che vota (peraltro con affluenza molto alta), boccia l'accoglienza dei migranti, che un sindaco dovrebbe preoccuparsi più dei bisogni dei suoi concittadini e così via. Proprio perché sono sorpreso, però, vorrei provare a capire, o solo constatare, i motivi di questo flop. La Nicolini è entrata da poco nella segreteria nazionale del Pd, Matteo Renzi ne ha fatto una facile e comoda bandiera. E forse questo non deve aver convinto troppo proprio chi da un sindaco pretende risposte ai bisogni concreti e quotidiani (l'acqua, la benzina troppo cara, l'elettricità – c'è stato un blackout anche durante lo spoglio delle schede). Strumentalizzazione? Forse sì, forse no. Fatto sta che in campagna elettorale si è parlato praticamente solo dei premi e riconoscimenti internazionali per Giusi Nicolini (ultimo quello dell'Unesco). L'accusa degli oppositori è che lei abbia pensato principalmente alla sua immagine. Lei, che comunque c'ha sempre messo la faccia come nessun altro, replica di aver "portato il nome di Lampedusa nel mondo". Il buon nome, aggiungo io.
Ma chi sono davvero i suoi avversari? La questione non è solo politica né solo legata al tema immigrazione. Passi per la solita ex senatrice leghista Angela Maraventano, fan della "zona franca" per Lampedusa (ha preso solo il 6%), e passi anche per il grillino – ma candidato con lista civica – Filippo Mannino che l'ha pure superata (lui oltre il 28, lei al 24%). Il punto è che ha vinto Salvatore "Totò" Martello, che torna sindaco più di 15 anni dopo l'ultima volta (ha superato il 40% con la sua lista Susemuni, cioè "alziamoci"): volto storico della sinistra a Lampedusa e Linosa, anti renziano, artefice del trionfo di Gianni Cuperlo sull'arcipelago alle primarie del 2013, albergatore e leader dei pescatori, legato all'assessore regionale all'Agricoltura e pesca, Antonello Cracolici (Pd). Insomma, Giusi Nicolini ha perso contro il fuoco amico di una parte del Pd... Forse l'endorsement renziano, platealmente rappresentato dal ministro Luca Lotti in trasferta a Lampedusa con la scusa di inaugurare il nuovo campo da calcio, non è stato una mossa azzeccata. Certo, la Nicolini rivendica di non aver mai pensato solo a se stessa, altrimenti avrebbe accettato ben altre proposte politiche, come la candidatura alle Europee 2014, da lei onorevolmente respinta al mittente. Lo stesso mittente che però mi aspetto possa presentarle altre offerte, chissà...
L'immigrazione, si diceva. Quasi tutti hanno interpretato la sconfitta di Giusi Nicolini come la sconfessione della sua linea morbida. Ma è davvero così? Il neo eletto Martello ha messo subito le mani avanti: «Le nostre braccia restano aperte, ma vogliamo prima sapere quali sono le regole date». Parole più o meno di circostanza. Epperò con lui è schierato anche Pietro Bartolo, il medico-eroe del Fuocoammare di Gianfranco Rosi. Anche Bartolo è un critico della Nicolini, e non si può certo dire che sul tema immigrazione sia insensibile e cinico... D'altra parte, l'ormai ex sindaca ribatte che il dottor Bartolo è stato assessore di Martello e persino di quel Bernardino De Rubeis, primo cittadino dal 2007 al 2012 per il centrodestra, che aveva la Maraventano come vice e che il tribunale di Agrigento ha condannato a sette anni per una storia di tangenti.
Insomma, in fondo tutto sembra risolversi in uno scontro personale e/o politico che poco ha a che vedere con il tema caldo che a destra viene identificato come l'unica ragione della sconfitta di Giusi Nicolini. Ciò a cui nessuno ha pensato, in pratica, è che anche in una bella storia come quella del sindaco ambientalista, antimafia e pro accoglienza ci possa essere un triste epilogo fatto di veleni, accuse incrociate, sospetti e antipatie, presunti "poteri forti" (spettro agitato da alcuni sostenitori della Nicolini). Quello che però mi ha colpito più di ogni cosa è la frase con cui la sindaca uscente ha liquidato le critiche di Totò Martello. Rifiutandosi di replicargli direttamente, ma sottolineando che la sua priorità era ormai solo svuotare la stanza del sindaco e «fotocopiare carte a mia tutela». Frase sibillina ma non troppo...

martedì 5 aprile 2016

La Lega non Gambia mai

Il Gambia è il più piccolo Paese del continente africano, quasi interamente circondato dal territorio del Senegal. Il suo presidente-tiranno, Yahya Jammeh, al potere dal 1994, ha dichiarato nel dicembre scorso che il Paese sarà una Repubblica islamica (come l'Iran o la Mauritania o l'Afghanistan). E come tutti gli Stati africani governati dai "dinosauri", anche dal Gambia in tanti cercano di scappare.
Yusupha Susso è uno di questi. Ha 21 anni ma era minorenne quando si è sobbarcato la traversata del deserto e del Mediterraneo ed è arrivato in Italia, a Palermo. Qui studia all'alberghiero e fa da interprete per la Prefettura, si occupa di musica e collabora con sindacati e gruppi antimafia. "Amico dei poliziotti", viene definito. Insomma, un profilo che manda in tilt le menti xenofobe...
Yusupha è in coma farmacologico, sparato alla testa in pieno centro da un pluripregiudicato palermitano della zona di Ballarò, tale Emanuele Rubino, 28 anni. Insieme a due connazionali è stato aggredito da questo branco: la Questura parla di "prepotenza più che di razzismo". Mi pare un inutile sofisma. Yusupha Susso è stato colpito e ridotto in fin di vita perché aveva osato chiedere più rispetto e reagito agli insulti di mafiosetti – prepotenti e razzisti.
Ma questo non è bastato. Perché per certi novelli leghisti sbarcati pure loro in Sicilia (qui, come nel resto del Sud, si chiamano "Noi con Salvini": poi uno si lamenta dei partiti leaderistici...) è sufficiente leggere "Africa", "rissa", "sparatoria", "ferito", "migranti", nella stessa frase e subito ribaltare la verità a uso e consumo della più becera propaganda razzista e prepotente. Così Francesco Vozza, leader cittadino del movimento e fino all'anno scorso responsabile palermitano di CasaPound, non ha trovato di meglio che scrivere su Facebook: «La Palermo eccitante e sicura di Orlando (il sindaco Leoluca, ndr): dei #migranti se le danno di santa ragione e parte pure un colpo di pistola. Un giovane è in fin di vita».
Tutto falso: dei #migranti sono stati aggrediti da un gruppo di delinquenti italiani, e il giovane in fin di vita è un ventenne africano. Solo dopo un po' Vozza si è deciso a cambiare versione: «Ecco quello che è accaduto, sabato scorso, nel centro storico di ‪#‎Palermo‬: scoppia una ‪#‎rissa‬ tra ‪#‎migranti‬ e ‪#‎palermitani‬. Alla fine parte un colpo di ‪#‎pistola‬, sparato da un palermitano, che ferisce alla testa un migrante. Chi continua a dire che Palermo è una città "eccitante e sicura", ha dei gravi problemi!». Gli hashtag ora abbondano e ci sarebbero da correggere un po' di imprecisioni. Il giovane in fin di vita è scomparso?
Ma il leader salviniano a Palermo, che intanto incassa una selva di commenti tipo "si ammazzino tra di loro" o auspici di "forni", alla fine resta della sua idea. L'episodio diventa solo pretesto per questioni politiche locali... «I sinistri, sostenitori di Orlando, vorrebbero che mi scusassi con loro, perché sarei razzista, fascista, leghista. Poveretti, hanno bisogno di cure e d’affetto!».
No. Sa chi ha bisogno di cure, Vozza? Un certo Yusupha Susso, 21 anni, ragazzo del Gambia, in coma per un'aggressione mafiosa e razzista nel cuore della sua (e nostra) bella città. Soprattutto ha bisogno di un po' di affetto.

venerdì 22 gennaio 2016

Giusi de Beauvoir

Giusi Nicolini è una "leonessa". Lo dicono e scrivono in tanti. Una bella figura di combattente civile per i diritti e la dignità, esponente di una politica che dovrebbe tornare a farsi qualche domanda, oltre a millantare presunte risposte. Da quando è stata eletta, il sindaco di Lampedusa è anche un pungolo alla sedicente sinistra italiana. E infatti io sono ancora qui ad applaudirla per aver rifiutato nel 2014 la candidatura sicura alle Europee con il Pd.
Due settimane fa a Giusi Nicolini sono stati riconosciuti ancora una volta i suoi meriti, stavolta a Parigi. Ha ottenuto il Prix Simone de Beauvoir pour la liberté des femmes, arrivato alla sua nona edizione (nel 2013 aveva vinto Malala). L'autorevole giuria l'ha premiata per la sua «azione coraggiosa e pionieristica a favore dei migranti e dei rifugiati» e lei ha, con il consueto piglio da "leonessa", richiamato l'Europa e l'Occidente intero alle proprie responsabilità.
Giusi Nicolini mi piace molto ed è per questo che mi fa molto piacere che l'edizione italiana di Global Voices, la rete internazionale di giornalismo partecipativo, mi abbia contattato per un mio vecchio post sul sindaco di Lampedusa e Linosa. Post citato nell'articolo di Abdoulaye Bah, anche lui gran personaggio: ultrasettantenne di origine guineana, ha lavorato per anni all'Onu, militante radicale, è finito persino in Habemus Papam di Nanni Moretti (faceva il cardinale dello Zambia!). Grazie ad Abdoulaye Bah e a Global Voices. E naturalmente grazie a Giusi Nicolini.

venerdì 3 luglio 2015

Alexander Magno

Oggi sarebbe sicuramente ad Atene. Poi magari andrebbe a Lampedusa, a Ceuta e Melilla, in Ungheria, tra i russofoni della Lettonia, nei suoi amati Balcani, insomma tra i poveri, i derelitti, i disperati, le minoranze, i migranti. Oggi Alex Langer sarebbe in piazza Syntagma, a partecipare, senza farsi strumentalizzare, al momento più incerto ed esaltante della storia greca recente. E voterebbe 'no' al referendum di domenica, sicuramente. Ma non è questo che importa. Una volta fatto il suo dovere di cittadino europeo in Grecia, volerebbe alle altre frontiere del Vecchio Continente, dove serve qualcuno che ricordi i diritti e i valori dell'utopia europea.
Alex Langer si è ucciso venti anni fa, impiccato a un albero di albicocche sulle colline di Firenze. Era la coscienza critica e umanista che ormai non c'è più, nella presunta Europa unita. Manca il suo spirito di accoglienza, dialogo, scambio e confronto. Soprattutto manca alla spenta sinistra europea quell'afflato di comunità e solidarietà che animava Alex il "verde" e cattolico, altoatesino bilingue e tollerante, "ecologista e costruttore di pace". Il suo motto, che addirittura capovolge la retorica olimpica, era «più lentamente, più in profondità, con più dolcezza».
Nel biglietto che lasciò ai familiari, scrisse «non siate tristi, continuate in ciò che è giusto». E invece siamo ancora tutti tristi, anche quelli che abbiamo scoperto Alex molto tardi, quando ormai non c'era più. Tristi perché non sappiamo più fare quel che è giusto. Soprattutto quella sinistra che lui non riconoscerebbe più.
Una delle cose più interessanti scritte da Alex Langer è un'intervista del 1981 a Leonardo Sciascia, pubblicata l'11 febbraio su Tandem. Uno straordinario dialogo (qui il testo) sul senso di appartenenza, identità, isolamento e mescolamento. L'intellettuale di Vipiteno che interroga l'intellettuale di Racalmuto, un confronto profondo nord/profondo sud per capire che in fondo siamo tutti più uguali di quanto non vogliamo ammettere. «Provinciali è bello», il titolo. Provinciali e appartenenti a tante piccole patrie: intese però, spiegava Langer a Sciascia, come Heimat, «la patria dei luoghi, dei suoni e delle tradizioni conosciute e familiari», e non tanto nel senso "istituzionale" di Vaterland, «la patria delle bandiere, degli inni e delle battaglie».
La grandezza di Alex Langer era quella di imparare, assorbire dall'incontro con qualunque cultura "altra", gettare un ponte. E infatti chiudeva l'articolo così: «Alcune nostre nevrosi tirolesi (anche di sinistra) mi appaiono più sfumate, dopo questa conversazione con Leonardo Sciascia». Sicuramente anche Sciascia ha imparato qualcosa da Langer. Anche alla Sicilia servono maestri così. L'anno scorso il Premio internazionale Alexander Langer lo ha vinto Borderline Sicilia Onlus, associazione con sede a Modica che si occupa dei diritti dei migranti. Qualcuno continua «in ciò che giusto»...

giovedì 11 giugno 2015

Si Salvini chi può

Ricapitolando. I Paesi Ue che affossano il piano delle quote per la ripartizione dei migranti fanno schifo. Le regioni del Nord Italia che si rifiutano di accogliere i profughi invece fanno bene. Punti di vista, o di svista. La posizione della Lega Nord sul tema immigrazione, negli ultimi giorni, è di una chiarezza lampante, quasi imbarazzante. Se si tratta di attaccare la solita Europa dei finti buonisti che poi in realtà sono egoisti, allora giù con gli insulti ai nostri partner che lasciano sola l'Italia a gestire "l'invasione". Se invece si deve speculare per qualche voto in più (la campagna elettorale non finisce mai, neanche a urne chiuse), tutto sommato è comodo rinverdire i vecchi fasti dei tempi in cui il nemico era quello che viveva da Roma in giù.
Quindi Maroni e Zaia, con la partecipazione straordinaria di Toti e Forza Italia, tornano a recitare la parte dei nordisti preoccupati per il loro giusto benessere, con buona pace dei terroni. Perché, da come la Lega e il centrodestra stanno raccontando la vicenda Maroni vs. prefetti, sta passando il messaggio, strumentale, che le regioni del Nord stiano scoppiando. Il che può anche essere vero, se però si spolvera anche un briciolo di buonsenso e si ricorda che in valore assoluto il 34% (statisticamente più di un terzo) dei migranti accolti in Italia si trovano in Sicilia (22%) e Lazio (12%; cioè Roma, con tutto ciò che purtroppo ne consegue, vista Mafia Capitale...). Nella Lombardia di Maroni, terza, sono il 9%. Proporzionalmente alla loro popolazione, Lombardia, Veneto e Liguria scivolano nelle ultime posizioni della graduatoria, invece. Ma lasciamo perdere i numeri e parliamo di altri fatti – oltre che di qualche opinione.
Che fine ha fatto la campagna di conquista di Matteo Salvini al Sud? Non doveva prendersi anche le desolate lande meridionali per appropriarsi della leadership del centrodestra? Così diceva e così pareva. E invece, quasi per una specie di infantile ripicca (non dichiarata), Salvini ha reagito alla netta sconfitta in regioni e comuni del Sud abbandonando quelle stesse zone al proprio destino, rispetto alla questione immigrazione. Per poi cavalcare le provocazioni anticostituzionali dei suoi sodali settentrionali.
La Sicilia continua a essere solidale e accogliente, come più o meno avviene da secoli. Ma pure noi sotto sotto abbiamo un nostro razzismo, chiaro. E tutti i bluff politici prima o poi attecchiscono. Nel referendum del 1946 vinse la monarchia. Salvini può sperare di fare il viceré.

sabato 4 aprile 2015

La Ṣiqilliyya

Anche se siamo solo a inizio aprile, quella che sto per segnalare "rischia" di essere davvero la più bella pagina di giornale pubblicata in Italia nel 2015. Il catanese La Sicilia, uno dei due più importanti quotidiani dell'Isola (l'altro è il palermitano Giornale di Sicilia), che quest'anno celebra i suoi primi 70 anni, oggi ha pubblicato una doppia pagina, in italiano e in arabo, per ricordare, con testimonianze inedite, "la strage dei 500" migranti morti il 9 settembre 2014 nel Canale di Sicilia. Un reportage da Pozzallo «per dare un nome ai dispersi», a firma di Franca Antoci (sua l'idea: bravissima!) e la traduzione di Fethia Bouhajeb e Valentina Maci per ciò che rappresenta lo vero spirito di questo mestiere, il giornalismo, bistrattato spesso con piena ragione, ma che può offrire chiavi di lettura e riflessione. Anzi, deve, non può. E poi, a dirla tutta, le pagine sono pure belle dal punto di vista grafico. La stampa è a cura della tipografia Elle Due di Ragusa.


lunedì 10 novembre 2014

Disparato esotico stop

Era ora. Aspettavo finalmente una prima notizia di cronaca che portasse alla ribalta il "giovane" aeroporto di Comiso. Lì, dove prima si celebrava un militare fascista e ora un martire dell'antimafia e del pacifismo come Pio La Torre, è successa l'altroieri una cosa grottesca, o «surreale», per utilizzare le parole testuali di chi ha denunciato l'accaduto.
Dunque, circa 180 migranti, tutti africani (da Ghana, Nigeria, Gambia e Burkina Faso), erano arrivati a Comiso per essere trasferiti a Bologna (noto, per la cronaca, che ancora non c'è un collegamento di linea..., ndr). A un certo punto il comandante dell'aereo, un aereo della compagnia austriaca Lauda Air, quella di Niki Lauda (sic), si è rifiutato di partire con i migranti a bordo, perché non ha ritenuto validi i certificati medici, rilasciati dall'Asl di Agrigento e dal Cpa di Pozzallo, che attestavano che nessuno degli africani avesse malattie infettive. L'Ebola, per capirci. Insomma, non li ha fatti salire e se ne è ripartito con l'aereo vuoto. Poi c'è voluto un altro aereo, di un'altra compagnia, per accompagnare in serata i migranti alla volta di Bologna.
Ora, la vicenda è stata denunciata dal Consap, un sindacato autonomo di polizia, che però, anziché avanzare dubbi sulla correttezza dell'operato del pilota (per carità, io non ho letto i certificati, ma la malattia più plausibile mi sembra la "sindrome psicosi"), la mette sul piano, intramontabile, del populista "e io pago!".
Volare è un gioco da ragazzi...
Queste le parole di un dirigente del sindacato in Sicilia: «Tutto questo è intollerabile. Vorremmo proprio sapere se (e ci muoveremo per far presentare una interrogazione parlamentare in merito) questo viaggio a vuoto lo stanno comunque pagando i cittadini italiani. Spendiamo delle cifre inimmaginabili per questa vicenda dei migranti, ma è possibile che la spending rewiew non riguardi mai l'ambito dei migranti? Si ricordano di risparmiare solo quando si tratta di vicende inerenti la sicurezza, la salute dei cittadini o la cultura». Il problema naturalmente è l'approssimazione con cui in Italia si gestisce il sistema dell'accoglienza dei migranti «provenienti dai più disparati angoli dell'Africa», dice lo stesso Consap. Disparati, non disperati...

venerdì 14 febbraio 2014

Premio di consolazione

2.748,09 chilometri. Duemila-settecento-quarantotto-virgola-zero-nove. Quasi tremila chilometri, in linea d'aria molto teorica, separano Lampedusa (LMP) da Oslo (OSL). Una bella distanza. Sono agli antipodi d'Europa, l'isoletta siciliana in mezzo al Mediterraneo e la capitale della Norvegia. Non esiste – ovviamente, direi... – un collegamento diretto tra le due località. In aereo, sempre con quella distanza teorica, ci vorrebbero più di tre ore e mezza: ma un volo diretto appunto non c'è, e con gli scali a Palermo, Roma e Zurigo di ore ce ne vogliono più di 15. Un po' come andare dall'altra parte dell'Oceano. Da Cala Francese a Gardermoen (che poi, tra l'altro, vuol dire "recinto"...) è un viaggio intercontinentale. Non solo in senso figurato.
Perché sottolineare allora questa lontananza che non dice nulla di nuovo? Perché nelle ultime settimane le parole "Lampedusa" e "Oslo" sono finite spesso nella stessa frase. E la frase è la fatidica candidatura dell'isola al premio Nobel per la Pace. Lodevole iniziativa che, con una raccolta firme e petizioni online, promosse dall'Espresso con l'autorevole e credibile appello di Fabrizio Gatti, ha decretato, da parte degli italiani, che Lampedusa meriti di finire sul tavolo del Comitato norvegese. Lampedusa merita rispetto e il riconoscimento di un grande impegno dei suoi cittadini, della sua amministrazione, della sua gente, pure dei suoi turisti, di fronte a quella che soprattutto la mia categoria si ostina a chiamare "emergenza immigrazione".
Da questo modesto blog – non sono altro che uno scribacchino, un pennivendolo, un giornalaio – vorrei solo far notare due cose. La prima: la candidatura al Nobel più "politico", in sostanza, non vuol dire nulla. Basta che ci sia qualche docente di diritto o di scienze politiche, parlamentari o membri di governi a proporla, e la candidatura può arrivare a Oslo. Essere tra i nomi suggeriti non significa affatto che ci sia una reale opportunità di vincere il premio. Anche perché ufficialmente non esiste la categoria "nominato al premio Nobel per la Pace". Sta al Comitato decidere. E tra le 25 istituzioni che hanno vinto finora non c'è mai stata una città... L'unico italiano, per la cronaca e la storia, è stato il giornalista e patriota Ernesto Teodoro Moneta, premiato nel 1907.
Speranze naufragate
Ma il punto più importante è il secondo. Al di là del premio di un milione e mezzo di dollari, perché dovrebbe essere fondamentale che il sindaco Giusi Nicolini trovi un modo per volare a Oslo, superando quella distanza incolmabile, e ritirare quel premio? Ripeto, Lampedusa merita rispetto, ma forse più che i riconoscimenti dovremmo tributarle riconoscenza. Insomma, comprendo che governo e parlamento vogliano richiamare le istituzioni internazionali alle loro responsabilità, ma oltre a coinvolgere Bruxelles, Strasburgo, Oslo, Ginevra, New York, Tripoli, il Vaticano e un'altra mezza dozzina di città nel mondo, sarebbe ora che anche Roma torni a fare il suo lavoro. Non la sto buttando in politica. Però prima di "elemosinare" (lo virgoletto perché non voglio essere irrispettoso) qualcosa ai nobeliani norvegesi, dovremmo ricordarci, noi italiani che dei lampedusani siamo connazionali, che nel 2004 abbiamo dedicato all'isola un nastro o una coccarda – tanto per limitarci ai premi e alle cerimonie. Il 2 luglio l'allora presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi conferiva al Comune di Lampedusa e Linosa la medaglia d'oro al valore civile. Cito testualmente le motivazioni:
L'Amministrazione comunale affrontava ed offriva un lodevole contributo al superamento delle innumerevoli difficoltà legate all'ondata di sbarchi clandestini di cittadini extracomunitari, impegnando i propri apparati socio-assistenziali e considerevoli risorse economiche. La popolazione tutta dava testimonianza dei più elevati sentimenti di umana solidarietà ed accoglienza verso gli immigrati, riscuotendo l'incondizionata ammirazione e gratitudine del Paese. 2001/2003 Lampedusa e Linosa
Dunque stiamo parlando di dieci anni fa. Poi nel 2012 Giorgio Napolitano ha elargito medaglie d'argento ai Carabinieri, alla Guardia Costiera, ai Vigili del Fuoco, all'Aeronautica e alla Guardia di Finanza. Anche loro, effettivamente, meritevoli nella gestione di quella "emergenza". Ormai le medaglie sono andate, conferite e raccolte in qualche bacheca. Ma non significa che l'Italia abbia esaurito il suo ruolo e i suoi compiti, mettendosi a posto la coscienza, lavandola con un nastrino tricolore e un pezzettino di metallo pregiato.
Oslo è lontana e non fa neanche parte dell'Unione Europea. Quella stessa Ue che ha preferito coltivare una strana politica estera e dare soldi alle Fiji, alle Samoa o a Barbados. Dimenticando magari altre isolette meno esotiche.

mercoledì 2 ottobre 2013

L'ultima spiaggia


Ora, mentre scrivo, il 38% è triste. Fino a ieri invece il 36% (ma prima ancora il 40, il 45, il 46%) si diceva "soddisfatto". Parlo dei lettori del Corriere.it, di quelli che ci hanno tenuto a esprimere il loro stato d'animo sulla notizia della morte di 13 migranti sulla spiaggia di Sampieri, vicino a Scicli, dalle mie parti. Quindi per molte ore, a caldo, la reazione è stata quella: soddisfatti. Altro che indignati o preoccupati. Ho tremato quando l'ho visto. Perché nel mio pessimismo cronico ho trovato conferma a ciò che spesso penso: per un'Italia solidale, buona e pronta a correre in soccorso di chi soffre, ce n'è un'altra – che a me pare maggioritaria, mi spiace per chi è convinto della retorica contraria – che invece è cattiva, razzista, xenofoba, disinteressata, che esulta persino se 13 disperati eritrei e siriani muoiono annegati in uno sbarco tragico. Un'Italia stronza, che ha reagito contravvenendo a quello stereotipo insopportabile degli "italiani brava gente".
Ma basta, finiamola con questi luoghi comuni. In quei commenti – e sottolineo che erano sul Corriere, non su testate che di una certa xenofobia neanche velata fanno la loro ragione sociale e linea editoriale – c'è forse l'Italia vera. Sarà pure un Paese esasperato dalla crisi, dall'instabilità, dai rischi di default, ma se questo deve tradursi nella "soddisfazione" per la morte tragica di 13 eroi (Fabrizio Gatti li ha definiti così; sono quelli morti per aver aiutato i loro compagni di sventura a salvarsi, anche se neppure loro sapevano nuotare), allora torno alla mia immediata reazione. Mi viene da tremare.
Un'Italia stronza, come quel ghigno apparentemente innocente. Con quella faccina sorridente che dice andreottianamente "se la sono andata a cercare". E se la prende con il ministro Cécile Kyenge (ah, per inciso, a me non piace) e con la presidente della Camera Laura Boldrini (capolista di Sel nel mio collegio elettorale), e naturalmente pure con il papa (visto, Santità, cosa succede a lanciare un messaggio rivoluzionario come quello di Lampedusa?). Perché per questa Italia "soddisfatta", ma che pretende pure di essere rimborsata, gli ipocriti sono sempre e solo gli altri.
La vignetta di oggi su il manifesto
Poi, come al solito, mi fermo a riflettere. Penso a come la mia categoria tratta questi temi e quale servizio offre ai lettori. E allora, per la mia solita pignoleria (ma non solo), mi sono innervosito per la sciatteria di chi continua a ignorare la geografia. "Sbarco a Siracusa"??? Bah, Scicli e Siracusa mi sembrano due nomi diversi, oltre al fatto che, ancora una volta, si confondono le province. Ma questa, lo ammetto, è una mia fisima (anche se, sia chiaro, un giornalista questi errori non deve farli).
Molto più serio il dubbio che mi è venuto leggendo le pur belle pagine di Repubblica (decisamente migliori di quelle del Corriere) sul tema: mi ha lasciato perplesso leggere nome e cognome di due migranti salvati a Sampieri. La Carta di Roma del 2008, il protocollo deontologico su profughi, migranti e richiedenti asilo, prevede un trattamento molto preciso e attento in questi casi. Cito testualmente:
Tutelare i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta ed i migranti che scelgono di parlare con i giornalisti, adottando quelle accortezze in merito all’identità ed all’immagine che non consentano l’identificazione della persona, onde evitare di esporla a ritorsioni contro la stessa e i familiari, tanto da parte di autorità del paese di origine, che di entità non statali o di organizzazioni criminali.
Spero che il bravo Francesco Viviano di Repubblica Palermo abbia adottato tutte quelle accortezze...
C'è poi un secondo problema, apparentemente meno serio, ma che mi infastidisce lo stesso. Mi chiedo perché molti giornali l'abbiano buttata quasi esclusivamente su "la strage dei migranti sulla spiaggia di Montalbano". Capisco che fa gioco, che un riferimento del genere si fa leggere, ma i dubbi rimangono. La Fornace Penna ha fatto da sfondo a più di un episodio della fiction, è un luogo suggestivo. Ma sono rimasto senza parole, deluso per la sciatteria appunto, quando ho letto che quella zona si chiamerebbe "'a mànnara", anzi Mànnara con la "m" maiuscola, come se ci fosse una contrada, una località con quel nome. No, non esiste. Quel nome è casomai nei romanzi di Camilleri e si riferisce a un luogo, credo fittizio, dalle parti di Porto Empedocle (la Vigàta del commissario). La Fornace Penna non si trova in una fantomatica contrada Mànnara, ma in contrada Pisciotto. Addirittura qualcuno ha scritto "Fornace Pisciotto". Io sarò pure pignolo, ma con i mezzi oggi a disposizione sarebbe bastata a tanti colleghi una ricerchina su Google. Tutto qui. Anche perché mannara vuol dire mandria, gregge; più precisamente dalle mie parti significa ovile. Un luogo che abbonda di capre e pecoroni.

lunedì 19 agosto 2013

Ansa da prestazione

Non è bello scherzare sulle cose serie, lo so. L'immigrazione, il dramma degli sbarchi in Sicilia, le centinaia, migliaia di disperati che fuggono da guerra, violenza e povertà (non ci sono solo siriani ed egiziani, ma ancora subsahariani e del Corno d'Africa), insomma non sono argomenti da trattare con sufficienza. Io però l'altro giorno non ho potuto fare a meno di lasciarmi scappare un sorriso amaro, che non riguarda direttamente l'emergenza di queste settimane ma anzi ha a che fare con la mia professione. E questo mi serve da spunto per parlare anche d'altro.
- clicca per ingrandire -
Io sono fissato con la geografia, su questo blog ne ho dato prova. Però la mia "ossessione" non c'entra con un errore macroscopico battuto dalle agenzie Ansa. Non mi permetto di giudicare nessun collega. Solo che Pozzallo, dove è attraccata la motovedetta della Guardia costiera con 95 migranti a bordo, non è in provincia di Siracusa ma di Ragusa. Per quel che valgono le province siciliane prossime all'abolizione, chiaro. L'errore è comunque serio, non è un mio capriccio. L'ho fatto notare a un'amica e collega ragusana, con la quale – per il consolidato campanilismo – scherzo spesso su Modica, Ragusa, la provincia e amenità simili. La sua risposta: «Mandiamo all'Ansa una vecchia mappa dei Cabrera?».
I Cabrera sono una delle famiglie, di origine spagnola, che governò in quella che per lunghi secoli è stata la Contea di Modica. L'inizio della Contea è datato al 1296 e la sua fine ufficialmente al 1816. I Cabrera regnarono dal 1392 al 1481, quando poi si unirono agli Enriquez e insieme furono al potere fino al 1742. A Pozzallo, che negli anni del Regnum in Regno modicano (ecco perché "regnarono" e non semplicemente "governarono"; proprio sotto i Cabrera quello status di autonomia riconosciuto ai conti dai regnanti di Sicilia venne formalizzato anche negli atti di investitura, ndr) era il caricatore, cioè il porto della Contea, il monumento più famoso è la Torre Cabrera, costruita nel XV secolo a difesa dei moli e dei pontili.
Con la fine della Contea e del feudalesimo sotto i Borbone, Modica divenne capoluogo di distretto all'interno della nuova intendenza di Siracusa. Dal 1860 poi cambiarono pure i nomi e Siracusa divenne provincia e Modica capoluogo di circondario. Questo fino al 1926, quando la mia città fu provincia – per un solo anno – prima dello scippo ragusano (fascista) su cui ancora oggi si ironizza con l'amica e collega Silvia. Ecco, dal 1860 al 1926 Pozzallo fu davvero in provincia di Siracusa. L'Ansa deve essersi evidentemente rituffata nella storia delle pubbliche amministrazioni della Sicilia sud-orientale.
Che roba, Contessa...
Tornando all'oggi, esiste ancora qualcuno che possa fregiarsi del titolo di conte di Modica. In realtà è una contessa. Doña María del Rosario Cayetana Paloma Alfonsa Victoria Eugenia Fernanda Teresa Francisca de Paula Lourdes Antonia Josefa Fausta Rita Castor Dorotea Santa Esperanza Fitz-James Stuart, Silva, Falcó y Gurtubay è la 21ª contessa di Modica. E non elencherò gli altri suoi 50 e passa titoli nobiliari... (è suo il Guinness dei primati in materia) La regina del gossip Cayetana Fitz-James Stuart – molto chiacchierate le sue terze nozze nel 2011 – è soprattutto la 18ª duchessa di Alba e proprio gli Alba de Tormes sono stati gli ultimi conti di Modica.
Una volta gli stranieri che arrivavano dalle nostre parti erano gli spagnoli. Quelli ricchi, i nobili che poi comandavano. Adesso le nazionalità, le provenienze e i motivi sono diversi. Ma questa, naturalmente, è un'altra storia. Forse anche un'altra geografia.

P.S. Silvia è mezza spagnola.

martedì 3 maggio 2011

I vestiti nuovi del monsignore

Ma davvero l'abito non fa il monaco (e di conseguenza tutti i professionisti del clero)?
So chi è Domenico Mogavero, vescovo di Mazara del Vallo, per le posizioni nette sulla politica italiana dell'immigrazione. Sempre pronto all'accoglienza dei migranti e critico sulle posizioni leghiste. Il palermitano Mogavero è dunque uno di quelli che si prendono spesso i "rimproveri" dei politici: meglio vaghe posizioni di principio, teoricamente evangeliche, che non critiche serie e circostanziate, dicono a mezza voce nel Palazzo.
Ora però monsignor Mogavero stupisce tutti. E non c'entrano l'immigrazione, la Lega o Lampedusa. C'entra invece un'altra isola, Pantelleria, che ricade nel territorio della diocesi di Mazara. Qui sono in corso i lavori per la nuova chiesa madre del Santissimo Salvatore e alla messa d'inaugurazione del sagrato il vescovo si è presentato con nuovi paramenti. Disegnati da Giorgio Armani. Il grande stilista li ha regalati, è bene sottolinearlo. Però qualcosa non mi convince comunque: perché continuare a ostentare ricchezza, lusso et similia nella Chiesa cattolica? Il monsignore chiarisce tutto alle agenzie: «Non è stata una scelta di mondanità, ma un gesto che aveva come obiettivo il coinvolgimento di un creatore di moda che ama Pantelleria per valorizzare il suo senso dell'originalità e il gusto del bello da mettere al servizio del culto e quindi di Dio». Non si offenda nessuno, ma il vescovo esteta mi mancava ancora.
Giorgio Armani passa le sue vacanze sull'isola da 37 anni e dal 2006 è anche cittadino onorario pantesco. Sull'abito sono raffigurati i segni della terra e del mare di Pantelleria. Bel pensiero, nulla da dire. Un Armani evidentemente può funzionare bene anche a sud di Tunisi. Ma persino sulle spalle di un vescovo?

domenica 24 aprile 2011

L'altro 25 Aprile

Nell'anno in cui la festa della Liberazione e il lunedì di pasquetta coincidono, quando tutti si dannano per aver perso un giorno di festa, mentre in molti si rammaricano per dover rinunciare a una bella scampagnata (ma ne approfittano per abbuffarsi a Pasqua), a Lampedusa il 25 Aprile si celebra in modo diverso. Almeno la Cgil siciliana ha deciso di celebrarlo in maniera particolare. Magari per qualcuno sarà una scelta troppo "politica", ma in un periodo in cui i revisionismi non fanno quasi più notizia, forse è meno retorica di altre l'idea di ricordare una delle date fondative della nostra storia (nell'anno del 150° dell'Unità) portando un fiore sulle tombe dei "morti senza nome" nel cimitero dell'isola. Un fiore per i migranti morti nelle disperate traversate nel Canale di Sicilia.
Di politico naturalmente qualcosa c'è. Per Antonio Riolo, segretario regionale del sindacato "rosso", i migranti che muoiono per raggiungere le Pelagie sono «anche vittime del rigurgito neo-fascista e capitalista che investe l'Europa». Parole forti, ma non fuori luogo nell'isoletta che si è ritrovata a far da palcoscenico alla farsa di Borghezio e Marine Le Pen.

martedì 15 marzo 2011

Finché la barca sta, lasciala stare

Oggetti smarriti (foto Giorgio Caccamo, 7/1/2011)
Ho già detto che questo blog rischia di diventare monotematico sull'immigrazione. Non ci sarebbe nulla di scandaloso, gli spunti di attualità non mancano. Invece vorrei parlare di una vicenda passata che ho un po' seguito nel tempo. E che oggi scopro ripresa da qualche testata locale delle mie zone.
Alla vigilia di Pasqua del 2009, un barcone con trecento somali arrivò sulla bellissima spiaggia di Porto Ulisse, nel territorio di Ispica. Giusto la settimana dopo sarei partito per l'Africa (i casi della vita...), quindi l'ho visto solo in estate, al mio ritorno. Un anno dopo, in primavera andai al mare proprio in quella spiaggia mai affollata. Il barcone era lì, e ancora lì è, abbandonato. Allora avevo con me la macchina fotografica e ce l'avevo anche a gennaio di quest'anno.
In gabbia (foto Giorgio Caccamo, 7/1/2011)
Quell'imbarcazione azzurra non ha incuriosito solo me e la stampa. Persino turisti veneti si sono dilettati a fotografare il barcone, insolito "monumento" siciliano. Anche il Pd cittadino ha preparato un suo dossier per il prefetto Francesca Cannizzo. Non prima di aver parlato con la Capitaneria di Porto e l'Agenzia delle Dogane, cui spetta la rimozione del barcone, non più sotto sequestro. Se la prefettura di Ragusa ne fa esplicita richiesta, la procedura può essere più rapida. Condizioni della barca: strutturali buone, igieniche pessime. Immondizia, animali randagi, topi: ecco perché bisognerebbe rimuovere e demolire il barcone. Ma forse anche per una questione di immagine.
Peccato che intorno alla piccola spiaggia si sia fatto scempio edilizio. Non ultima la villetta nella vicina Ciriga, per la quale la Procura di Modica ha rinviato a giudizio la moglie del governatore Lombardo.
Tripoli, Libia (foto Giorgio Caccamo, 6/5/2010)

489 (foto Giorgio Caccamo, 6/5/2010)

lunedì 14 marzo 2011

Turisti fuori stagione a Lampedusa

Non bastavano gli sbarchi. Non bastavano le indagini. Non bastavano i disagi. No, Lampedusa aveva proprio bisogno di visite eccellenti. Per non sentirsi abbandonata e dimenticata, l'isola non poteva fare a meno della visita di Marine Le Pen e Mario Borghezio. Tanto la Lega era già arrivata a Lampedusa da tempo, infatti si aspettava che ad accompagnare i due eurodeputati ci fosse pure il vicesindaco Angela Maraventano (ristoratrice marchigiana a Lampedusa, vice di Bernardino De Rubeis a più riprese, senatrice padana eletta in Emilia-Romagna: la globalizzazione in una sola persona, leghista). La senatrice non ha potuto esserci, ma sicuramente il duo sa come cavarsela. E cosa ci vengono a fare Mario&Marine nelle Pelagie? Ovvio, a vedere come vanno le cose nell'isola, a visitare il Cpt-Cie-o-quello-che-è di contrada Imbriacola e a incontrare il sindaco De Rubeis. Borghezio non è neanche nuovo a queste gitarelle, stranamente gli fanno trovare i centri per immigrati sempre in ordine. Certo, gran tempismo il sindaco: prima si fa indagare per istigazione all'odio razziale, ora accoglie la candidata del Front National alle presidenziali francesi 2012 in compagnia dell'uomo che agli stessi xenofobi transalpini insegnava i trucchi per continuare a propagandare razzismo senza sembrare razzisti.
Un collega di partito di Borghezio (e della senatrice Maraventano), che incidentalmente guida il Viminale e si chiama Roberto Maroni, pensa che la Le Pen ne approfitterà per farsi campagna per le elezioni francesi. Sai quanti voti raccoglie a Lampedusa la bionda Marine?!? Poi se propone di assistere i migranti in mare senza farli (anzi, per non farli) sbarcare sull'isola... Ministro Maroni, non si preoccupi, Marine Le Pen dice di condividere la posizione della Lega sull'immigrazione, anche lei se la prende perché la stampa italiana li dipinge come razzisti, xenofobi e antisemiti.
Se davvero Marine Le Pen di Jean-Marie da Neuilly-sur-Seine è venuta a cercare voti, chissà se ha letto lo striscione con cui l'hanno accolta all'aeroporto. In francese, quindi una nazionalista sciovinista (ma non razzista, eh) come lei dovrebbe capirlo: "Liberté, egalité, fraternité : aussi pour les sans-papier". Pure Borghezio sa il francese, quindi gli risparmio la traduzione.


giovedì 3 marzo 2011

Sintonizzate le antenne sul Canale di Sicilia

Non vorrei far diventare questo blog monotematico sull'immigrazione (uhm, avrei potuto...), però non posso fare a meno di parlarne. Continuano gli sbarchi, ma pare che qualcuno abbia trovato una soluzione bella e pronta fornita da Israele. Un sistema di vigilanza anti-sbarchi via radar, su un'antenna alta 36 metri piazzata giusto nel bel mezzo di un'area di grande valore paesaggistico-ambientale-archeologico. Questo a Siracusa, dove è stato installato il primo traliccio della Elta Systems, presso Capo di Murro di Porco, all'interno dell'area marina protetta del Plemmirio. Un mega-dispositivo a microonde dentro una riserva naturale. Comprato dal comando generale della Guardia di Finanza. Siracusa diventa dunque zona militare, per controllare il "traffico" nel Canale di Sicilia. Traffico naturalmente umano, tanto mica ci passano pure armi e droga. Ma il ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo, siracusana, si è impegnata a far rimuovere l'antenna. Credo per esclusive ragioni di competenza ministeriale, chissà se ne ha discusso con il collega del Viminale.

mercoledì 2 marzo 2011

6.001 indagati

Ancora sbarchi a Lampedusa. E questa non è più una notizia. Invece fa notizia che la magistratura abbia iscritto nel registro degli indagati per immigrazione clandestina (ah, la Bossi-Fini...) i seimila finora arrivati nell'isola. Ma perché non si dica che si fa torto a qualcuno, anche il sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis, ha un fascicolo aperto a suo nome per istigazione all'odio razziale. La colpa, aver emanato un'ordinanza contro "accattonaggio e comportamenti non decorosi" delle migliaia di migranti per le stradine dell'isola. De Rubeis si difende dicendo che l'ordinanza è rivolta in realtà a tutti, italiani e stranieri. Sarà, ma non è così strumentale legarla all'emergenza migratoria. D'altra parte, la popolazione lampedusana è stanca e ha grandi difficoltà a vivere serenamente in una terra che sembra abbandonata a se stessa, dove comunque è forte il senso di ospitalità. Forse manca semplicemente un po' di buonsenso. Atti dovuti (obbligatorietà dell'azione penale), per carità, ma è legittimo il dubbio che non siano la soluzione migliore al momento. Certo è che viene da riflettere sulla separazione dei poteri: il parlamento si occupa (non è ironico) di altro, il governo manco a dirlo, quindi resta la magistratura. Ah, sempre questi giudici...

lunedì 21 febbraio 2011

Morte non accidentale di un ambulante

Aveva il permesso di soggiorno e faceva l'ambulante. Con licenza. I vigili urbani di Palermo lo controllavano spesso - lui si sentiva perseguitato. Dieci giorni fa, Noureddine Adnane non ce l'ha fatta più e per protesta si è dato fuoco. Dopo più di una settimana è morto per le ustioni, a 27 anni. Era in regola ma i vigili l'hanno multato almeno quattro volte. L'ultima per il mancato rispetto di un regolamento comunale sulla sosta in luogo pubblico. Noureddine vendeva cappelli, sciarpe, occhiali da sole, evidentemente un pericolo per l'ordine pubblico e per l'economia...
Perché i controlli si fanno sull'ambulante, mica sul "fornitore". Una multa all'abusivo (ma Noureddine non lo era) e tutto passa. L'illusione basta, la criminalità vera può continuare con i suoi affari. Ma l'importante è essere inflessibile con il venditore di strada, meglio ancora se straniero. Peraltro l'accusa generale è che nessuno, vigili o passanti, abbia mosso un dito per impedire al giovane marocchino di darsi fuoco. E infatti ora la magistratura cerca testimoni, andrebbero bene pure le telecamere a circuito chiuso.
Non voglio sembrare qualunquista/populista, ma a me questa storia fa schifo. Adnane era marocchino ma per i palermitani era Franco. E mandava in Marocco i soldi per mantenere la famiglia. Altro che clandestino-abusivo-criminale.

mercoledì 16 febbraio 2011

Isolani isolati #3

La Sicilia, l'isola più grande del Mediterraneo, è circondata da quattordici isole minori abitate e decine di isolotti e scogli. Paradisi per i turisti, gioielli della natura, ma difficili e scomode da vivere per chi ci abita tutto l'anno. Dalle sette Eolie, alle Egadi, Ustica, dalle Pelagie a Pantelleria, i disservizi sono tanti e rendono davvero complicata la vita di persone teoricamente molto invidiate.
Parliamo di Lampedusa. Sicuramente l'isola siciliana più conosciuta, e soprattutto per demeriti. Non suoi. L'approdo principale dell'immigrazione dal Nordafrica. E a nulla serve O' Scia', il festival organizzato ogni anno da Claudio Baglioni, proprietario di una villa già abusiva. Come prima di lui Mimmo Modugno.
Ora aumentano gli sbarchi dalla Tunisia e la situazione è di nuovo al collasso. Gli abitanti si sentono abbandonati, "i veri extracomunitari". Nonostante l'emergenza (chiamiamola così) e alcuni piccoli casi di cronaca legati alla presenza degli immigrati, i lampedusani protestano più per altri motivi. Gasolio, elettricità, trasporti costano il 30% in più che nel resto d'Italia e l'attività dei pescatori è in ginocchio. Non conviene neanche morire, dicono con cinica ironia: di solito ci si va a curare al Civico di Palermo e costa troppo riportare la salma sull'isola. Invece si pagano tasse alte sull'acqua e sui rifiuti. Il piano regolatore non c'è, un piano di fabbricazione risale al 1974 e le pratiche di condono edilizio si accumulano. E in estate il depuratore non funziona.
Gli isolani però sono persone solidali e di buon cuore e hanno sempre cercato di aiutare il più possibile gli immigrati. Che infatti hanno pure organizzato un corteo per ringraziarli: "Grz Lampedusa" e "Viva l'Italia".
Viva l'Italia, nell'isola che vanta un vicesindaco leghista...