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martedì 30 marzo 2021

Màkari chista è Sicilia

Il pubblico di Rai1 è talmente fidelizzato da garantire a qualsiasi fiction vada in onda un grande successo. Màkari, la serie tratta dai romanzi di Gaetano Savatteri con protagonista il giornalista Saverio Lamanna, non è sfuggita alla regola. Ma non è solo questione di pubblico "fedele", è stata fatta bene, ben scritta, ben recitata, ben girata, bella fotografia. Insomma un prodotto di qualità. Guardando ieri l'ultimo episodio, a un certo punto ho avuto una rivelazione: contemporaneamente stavano recitando ben tre attori, tutti siciliani, che in altre occasioni, tra cinema e tv, hanno interpretato Totò Riina. Questo mi ha portato a una riflessione.
Claudio Gioè (il protagonista Lamanna), Domenico Centamore (Peppe Piccionello), Antonio Alveario (vicequestore Goratti), un palermitano, un catanese di Scordia, un messinese: tre attori molto diversi tra loro, tre attori molto bravi, protagonisti o caratteristi. Tutti e tre hanno portato sullo schermo una loro rappresentazione del boss dei boss, il più sanguinario capomafia della storia recente.
Ricordo che rimasi colpito quando Gioè, fresco di interpretazione del migliore amico di Peppino Impastato ne I cento passi, poi diede il volto a Riina nella serie Il capo dei capi, serie su cui scoppiò la solita polemica sulla legittimità o meno di dare protagonismo a un personaggio così negativo. Centamore e Alveario invece hanno interpretato Totò 'u curtu rispettivamente nella serie e nel film La mafia uccide solo d'estate, dove però la figura del boss era tratteggiata, per quanto possibile, con i toni volutamente grotteschi e (dis)umanizzanti dell'opera di Pif. Una presa in giro del capomafia spietato, in un certo senso.
Ecco la riflessione, dunque. Màkari non affronta il tema della mafia, il che non è un problema. Queste fiction dimostrano che la Sicilia, terra di letteratura e tanta finzione (e di realtà a volte inverosimile...), può essere benissimo raccontata anche senza parlare di mafia. E non perché farlo porterebbe discredito alla Trinacria. Però non è una contraddizione che quegli attori si siano cimentati in un ruolo difficile e delicato come quello di Riina. Sicuramente è una sfida attoriale importante immedesimarsi in personaggi così controversi. La Sicilia non è solo mafia, ma l'esigenza di raccontare quel drammatico fenomeno rimane indispensabile.

mercoledì 8 gennaio 2014

I fuochi di Barcellona

Nel 2011 è uscito per Mondadori "La mafia uccide d'estate", libro in cui l'allora ministro della Giustizia Angelino Alfano raccontava la criminalità organizzata vista con gli occhi di un siciliano uomo di governo. Il titolo è simile, molto simile, a quello del film di Pif, "La mafia uccide solo d'estate", che ha sbancato al botteghino e anche nelle critiche. Pare sia solo di una coincidenza.
A distanza di pochi giorni, mi ritrovo a citare ancora quel titolo, sostanzialmente per dire esattamente il contrario. Pippo Fava ammazzato il 5 gennaio 1984: pieno inverno. Beppe Alfano ucciso dalla mafia barcellonese l'8 gennaio 1993: 21 anni fa, ancora pieno inverno.
L'omonimia, d'istinto, mi fa scorrere un brivido. Si chiamava Alfano come il ministro, Beppe, l'ultimo giornalista della lunga e triste lista di quelli ammazzati dalle mafie in Italia. Gennaio 1993, a metà tra le stragi di Capaci e via D'Amelio e l'ultima coda di sangue di Firenze e Milano. La mafia ha sempre ucciso, ha continuato a farlo, indipendentemente che le vittime fossero giudici, giornalisti o cittadini innocenti dilaniati dalla violenza terroristica. Mi fa rabbrividire anche che Beppe Alfano non venga incluso negli elenchi internazionali dei giornalisti uccisi per il loro lavoro.
Giuseppe Aldo Felice Alfano era di Barcellona Pozzo di Gotto, ma ha insegnato anche a Terme Vigliatore, il paese di mia madre nel messinese. Un uomo di destra, giornalista scomodo, di quelli che disturbano con le domande, le inchieste, l'impegno per la verità e per smascherare torti e malaffare. Era il corrispondente de La Sicilia, giornale che neanche si costituì parte civile al processo. Hanno vissuto a Vigliatore, gli Alfano, erano vicini di casa dei miei parenti. Mia madre ricorda ancora quando giocava con la piccola Sonia, la figlia di Beppe ora parlamentare europea ex Idv (eletta nel 2009: faccio notare che prese più voti nelle circoscrizioni Nord Ovest, Centro e Sud che non in quella, siciliana, delle Isole...) e presidente della Commissione speciale antimafia del Parlamento di Strasburgo. Singolare che Sonia Alfano sia dello stesso paese e sia stata nello stesso partito di Mimmo Scilipoti: non ho dubbi che per lei sia un sollievo non essere più dipietrista.
Beppe Alfano va ricordato per tutti i motivi che ci impone il dovere della memoria delle vittime della mafia. Condivide con altri suoi colleghi, come Giovanni Spampinato a Ragusa e Pippo Fava a Catania, un destino particolare: morire per mano di mafia in zone dove la retorica ufficiale e istituzionale ne ha sempre negato l'esistenza. Ragusa e Messina sono sempre finite relegate alla voce "provincia babba", stupida, dove stupidità è ovviamente la mancanza (solo presunta, ormai è risaputo) di quelle forme estreme e illecite di potere. Alfano è morto dopo aver scoperto che il latitante Nitto Santapaola, boss della mafia catanese, soggiornava tranquillo lì, in quell'area del messinese, e ben coperto dalla oscena miopia, scientificamente voluta e non casuale, di chi doveva vigilare, a partire dalla magistratura locale.
E quindi l'8 gennaio 1993 moriva Beppe Alfano, consapevole, come ha raccontato la figlia Sonia, che la mafia non l'avrebbe fatto arrivare vivo al 20 gennaio. Così l'avevano avvertito. Lui è andato avanti.

martedì 12 novembre 2013

Mattarellum, Porcellum, Mirellum

Mirello non è bello, è grasso, ed è pure siciliano. Una coincidenza di disgrazie, non c'è che dire. Mirello però è pure molto potente. Mirello a casa sua sta tanto bene, così bene da farsi sempre acclamare. E pazienza se lontano da casa non ha lo stesso successo.
Mirello all'anagrafe fa Vladimiro, bel nome da comunista, ex, post, vetero o quello che è. In effetti nascere nel 1950 ed essere battezzato con quel nome lì, beh, qualcosa vorrà pur dire.
Vladimiro "Mirello" è di Enna. Di cognome fa Crisafulli. Lo zar di Enna, il ras di Enna, una vita da comunista, poi Pds, Ds, Pd, tutta al seguito dell'annacquamento delle sigle. Ma quello che non si è mai annacquato è appunto il suo radicamento sul territorio, questa formula magica che in politica vuol dire tutto o niente, leghismi o autonomismi, clientelismi e partecipazione. E nel caso suo vuol dire che al congresso provinciale di Enna ha vinto con l'ottanta per cento, precisamente il 79,98 (ma in alcuni circoli ha toccato vette del 98,5%: credo insomma che in Bulgaria dovranno abituarsi al concetto di "percentuali ennesi"...). Qualcuno dice che è più facile destituire Fidel Castro a Cuba.
La terra dei Pupi
Crisafulli a questo giro non è in Parlamento, perché, nonostante la dote di voti e nonostante avesse vinto ovviamente l'anno scorso le "parlamentarie" Pd nella sua roccaforte blindata, i garanti del partito gli chiesero gentilmente di farsi da parte. Era il periodo in cui si parlava di deroghe, dispense e candidature discutibili. Mirello faceva parte dell'ultima categoria. Un impresentabile, secondo tanti. Chiacchierato, discusso, criticato: persino intercettato e filmato nel 2002 a un congresso Cgil con un avvocato in seguito condannato come boss mafioso di Enna, Raffaele Bevilacqua. Il procedimento che si aprì allora su Crisafulli fu poi chiuso, perché lui non sapeva che l'avvocato era un mafioso né le sue richieste di favori e raccomandazioni furono accolte (però le chiese, vabbè). Ma siccome siamo garantisti, nessun problema. Certo, la reputazione ne ha risentito. Ormai è risaputo che bisogna stare attenti alle frequentazioni (trovo significativo questo passaggio dell'inchiesta: «Si fa baciare sulle guance»...). Nel settembre 2010, comunque, è stato rinviato a giudizio per concorso in abuso d'ufficio con due dipendenti della provincia. Avrebbe ottenuto la pavimentazione di una strada comunale, che porta a casa sua, a spese della provincia di Enna. Più un altro rinvio a giudizio per truffa e falso in bilancio nell'inchiesta sull'Ato rifiuti.
L'exploit del congresso provinciale torna a far parlare di Mirello. Dal palco della Leopolda di Matteo Renzi è stato anche Pif, la iena Pif, al secolo Pierfrancesco Diliberto, palermitano, a mettere il dito nella piaga. E sono proprio i renziani i più scatenati. Perché Crisafulli è saldamente cuperliano (si fa per dire), cioè bersaniano, anzi dalemiano, insomma sta sempre con gli eredi di quello che fu una volta, e con altri leader, il Pci. O meglio sono loro, i presunti eredi, che stanno con Crisafulli. In fondo non è altro che uno di quei solidi e radicati leader locali che garantiscono, a chi la vuole, la vittoria nei congressi, nella corsa alle tessere, nelle conte interne a un partito come quello Democratico. Perché Bersani le primarie non le vinse solo nelle fantomatiche "regioni rosse", ma anche dominando al sud. Dove persino Cuperlo è avanti, per dire.
Quindi Renzi e i suoi ce l'hanno con Mirello. Lo criticano, dicono che quando il Sindaho sarà segretario metterà ancora sul tavolo la questione Enna. E Crisafulli, stizzito, si lamenta che «Se fossi belloccio come Renzi, se non fossi siciliano e non pesassi 110 chili, non sarei stato coperto di insulti da simpatizzanti renziani negli anni: nei loro attacchi ci sono punte di razzismo». Capito? Lui non è un "fighetto", un modello, né mai farà una dieta, inutile che lo attaccate sul piano fisico. Onestamente non credevo che le critiche si concentrassero sull'aspetto fisico, mi sembrava ce l'avessero con una questione politica e, virgolettiamolo pure, "morale". Ma, seriamente, devo confessare che mi infastidisce quest'autodifesa velenosa laddove Vladimiro Crisafulli, già senatore della Repubblica, tira fuori quel «se non fossi siciliano». Dice che «parlare male della Sicilia fa comodo a qualcuno». Gliene do atto, a volte è davvero così. Però io non mi sento offeso come siciliano se qualcuno critica e mette in dubbio la legittimità dei trionfi politici di un pezzo grosso di provincia. La critica piuttosto è a lui, a quel pezzo di partito e di apparato che sta con lui, a chi una volta lo considerò impresentabile (non per la faccia sicula né per la mole) e oggi ne gradisce il consenso sovietico. La presentabilità a voto alterno. Voto che, peraltro, lo premierebbe comunque. Crisafulli ama ripetere infatti, ed è quasi l'argomento più forte di ogni sua campagna elettorale, che a Enna lui vince «con il maggioritario, con il proporzionale e anche per sorteggio».
Mattarellum, Porcellum, Mirellum.