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sabato 12 agosto 2017

Gli ordini di Malta

Io forse mi sbaglio, ma rimango più o meno della mia idea: tra tutti i Paesi vicini all'Italia, nostri partner europei, l'inflessibilità di Malta nella crisi migratoria fa anche un po' male. Attaccarsi a (spesso) generiche questioni di principio quasi con pignoleria, beh, lo trovo eccessivo rispetto agli sforzi enormi dell'Italia. L'impressione mi è tutto sommato rimasta pure dopo aver intervistato su Quotidiano Nazionale Carmelo Abela. Un nome che tradisce indubbiamente ascendenze siciliane ma appartiene all'attuale ministro degli Esteri della Valletta...
In un passato neanche troppo lontano, il partito laburista di Malta era storicamente filo arabo. I tempi sono cambiati. Da quattro anni i laburisti sono al governo: un partito appartenente alla famiglia del socialismo europeo (come il Pd) che batte il tasto su una gestione rigorosa dei fenomeni migratori, non solo sulla tradizionale solidarietà ‘di sinistra’. Carmelo Abela, 45 anni, in Parlamento dal 1996, è stato per tre anni ministro degli Interni. Dallo scorso giugno è passato agli Esteri. Continuando ad affrontare il dossier immigrazione. 
L’Italia ha varato nuove regole per le Ong che effettuano operazioni di soccorso nel Mediterraneo. Per esempio ‘Proactiva Open Arms’, la cui nave Golfo Azzurro è stata respinta dalle autorità maltesi. Avete deciso di essere inflessibili? Ma non è contro le regole del diritto internazionale?
«Le leggi che regolano i soccorsi e gli sbarchi sono quelle stabilite dalla Convenzione dell’Onu sul diritto del mare. Malta si adegua rigorosamente al diritto internazionale, che prevede che le persone soccorse in mare debbano essere portate nel porto sicuro più vicino. In questo caso l’Italia, a Lampedusa. Per noi non era una questione di numeri (3 migranti a bordo, ndr) o di chi ha effettuato il soccorso, ma di principio».
Però la Guardia costiera italiana insiste: i soccorsi in mare sono un obbligo. Sulle coste della Sicilia arrivano migliaia di persone che scappano da guerre, persecuzioni, povertà. 
«Naturalmente siamo d’accordo che i soccorsi siano un dovere, ma il caso della Golfo Azzurro riguardava piuttosto il rispetto del diritto internazionale, per quanto riguarda il porto di sbarco». 
- clicca per ingrandire - 
Malta è un piccolo Paese, ma è indubbiamente il vicino più prossimo dell’Italia. Ed entrambi sono Paesi membri dell’Ue. Non crede che l’Italia sia stata lasciata sola? 
«Malta è il Paese più vicino all’Italia, non solo geograficamente ma anche in termini di solidarietà. Abbiamo sempre ritenuto necessaria la relocation, la ricollocazione dei migranti, anche quando c’erano meno sbarchi di adesso. Partecipiamo con le nostre forze navali alle operazioni di Frontex in Italia e Grecia. E inoltre nel 2016 siamo stati il quarto Paese Ue per richieste d’asilo pro capite. Ne abbiamo ricevute 1.900; in proporzione è come se l’Italia ne avesse avute 265mila... Malta non ha fatto nulla per bloccare l’ingresso di migranti, non abbiamo chiuso i confini come altri Stati Ue». 
Perché tutte le navi, comprese quelle che dipendono da Ong straniere, devono raggiungere l’Italia? Non è come se Malta avesse chiuso i suoi porti, come hanno fatto Francia e Spagna? 
«Ribadisco che noi non abbiamo chiuso i porti. Né facciamo distinzioni fra Ong o altre navi. Quando si tratta di sbarcare persone soccorse in mare, ci atteniamo al diritto internazionale. Le operazioni di soccorso avvengono appena fuori dalle acque territoriali libiche; il porto più vicino non è Malta, ma Tunisi o l’Italia». 
La prima Ong ad aver firmato il codice di condotta del governo italiano è stata la maltese Moas. Che cosa ne pensa?
«Il codice è puramente una negoziazione bilaterale tra l’Italia e le Ong, nessun altro Paese è stato coinvolto. Quindi non posso commentare, a parte evidenziare che non ha alcun effetto sul modo in cui Malta adempie i suoi obblighi internazionali. Nello specifico del Moas, posso solo dire che si tratta di una Ong registrata a Malta. Ci tengo a precisare che, anche se opera da Malta, la sua nave non risulta registrata nel nostro Paese (batte bandiera del Belize, ndr)». 
Prima di essere nominato ministro degli Esteri, lei ha guidato gli Interni. Ma l’immigrazione è davvero solo una questione di sicurezza nazionale o non sarebbe meglio gestirla come un tema di politica internazionale e cooperazione? 
«Il fenomeno ha chiaramente una sua dimensione esterna e una interna. A Malta anche gli aspetti operativi ricadono nel campo della sicurezza nazionale: non avendo una guardia costiera, per i pattugliamenti vengono impiegate navi militari. Abbiamo sempre sostenuto la causa di un approccio onnicomprensivo, direi olistico, al fenomeno. Crediamo che l’immigrazione irregolare verso l’Europa debba essere controllata maggiormente e trattata secondo una linea comune a tutta la Ue, in partnership con Paesi terzi».

mercoledì 2 marzo 2011

6.001 indagati

Ancora sbarchi a Lampedusa. E questa non è più una notizia. Invece fa notizia che la magistratura abbia iscritto nel registro degli indagati per immigrazione clandestina (ah, la Bossi-Fini...) i seimila finora arrivati nell'isola. Ma perché non si dica che si fa torto a qualcuno, anche il sindaco di Lampedusa, Bernardino De Rubeis, ha un fascicolo aperto a suo nome per istigazione all'odio razziale. La colpa, aver emanato un'ordinanza contro "accattonaggio e comportamenti non decorosi" delle migliaia di migranti per le stradine dell'isola. De Rubeis si difende dicendo che l'ordinanza è rivolta in realtà a tutti, italiani e stranieri. Sarà, ma non è così strumentale legarla all'emergenza migratoria. D'altra parte, la popolazione lampedusana è stanca e ha grandi difficoltà a vivere serenamente in una terra che sembra abbandonata a se stessa, dove comunque è forte il senso di ospitalità. Forse manca semplicemente un po' di buonsenso. Atti dovuti (obbligatorietà dell'azione penale), per carità, ma è legittimo il dubbio che non siano la soluzione migliore al momento. Certo è che viene da riflettere sulla separazione dei poteri: il parlamento si occupa (non è ironico) di altro, il governo manco a dirlo, quindi resta la magistratura. Ah, sempre questi giudici...

lunedì 14 febbraio 2011

Cercando un'altra Tunisia

Tunisia, Algeria, Egitto, il Nordafrica è in subbuglio e la gente scappa. A Lampedusa arrivano migliaia di profughi. Sì, profughi, non immigrati, non clandestini, né extracomunitari d'antan. Profughi, perché scappano da paesi, nello specifico la Tunisia, dove cadono regimi e la piazza si anima di rivolte. Non saranno tutti richiedenti asilo, ma una buona parte potenzialmente sì. Le istituzioni italiane - nazionali e regionali - tinte di verde parlano di "esodo biblico" e si dicono abbandonate dall'Europa. E dire che Lampedusa è la più padana tra le desolate lande terrone... Ministri che reclamano l'impiego della polizia italiana per fermare il flusso dei tunisini in fuga, ma poi dicono che devono essere garantite le protezioni di legge. Eh certo, sono le convenzioni internazionali a prevederlo, aggiungo io. Da Tunisi, almeno, rispondono che non ci pensano nemmeno ai poliziotti italiani, che la proposta è "inaccettabile", che Maroni è esponente di una "estrema destra razzista". Poi smorzano i toni, ma ribadiscono di non tollerare interferenze con le vicende interne della Tunisia. Cecilia Malmström, commissario Ue agli Affari interni, parla addirittura di un'Italia che rifiuta l'aiuto europeo, il Viminale smentisce.
E in tutto questo, la Sicilia è lì, al centro del Mediterraneo. Punto d'approdo e focolaio di polemiche. E in Sicilia verranno Maroni e Berlusconi a vedere di persona come vanno le cose. Si prepara il controesodo?