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giovedì 16 luglio 2015

Penta rei

Alle Europee dell'anno scorso, la lista che in Italia si chiamò "L'Altra Europa con Tsipras" rappresentava un tentativo (riuscito giusto perché superò lo sbarramento del 4%...) di mettere in discussione un certo modo di fare politica in Europa. Naturalmente in Italia si riuscì come al solito a trasformare un esperimento interessante nell'ennesima lista-accozzaglia, tra reduci della sinistra parlamentare e non della Prima Repubblica ed esponenti dei movimenti e della "società civile". Ciò che partiva dal sostegno al programma politico di Alexis Tsipras è poi finito in polemiche, scontri, ipocrisie e litigi vari. Intanto, però, il leader della sinistra greca è pure diventato primo ministro, oltre ad aver creato una piccola "riserva indiana" nel Parlamento europeo, mentre in Italia continua a latitare una formazione di sinistra solida.
Ora Tsipras è alle prese con la difficile soluzione della crisi. E ancora l'Italia, a suo modo sempre raffazzonato, si distingue: da una parte la Brigata Kalimera della sconclusionata sinistra che tifa Alexis, poi le bandiere greche fatte sventolare qui e là (il primo, pare, è stato il sindaco di Ficarra, nel Messinese, Basilio Ridolfo, segretario provinciale del Pd – non renziano), con in mezzo una posizione ufficiale del governo a dir poco discutibile. Ecco, proprio nel momento in cui ad Atene andava in scena la maratona in Parlamento per il voto decisivo sulle riforme, il nostro Paese è riuscito a regalare un'altra perla.
Due senatori, ex Movimento 5 Stelle, entrambi cacciati con furore da Grillo, cioè i palermitani Fabrizio Bocchino e Francesco Campanella (sono quelli che disubbidirono subito al blog, votando Pietro Grasso), hanno annunciato la creazione di una nuova componente all'interno del gruppo Misto di Palazzo Madama. Si chiamerà... "L'Altra Europa con Tsipras"! Fantastico. «Una scelta che viene compiuta in questo momento proprio per rafforzare la solidarietà alla Grecia, oggetto di un tentativo di umiliazione da parte dell'Ue, e che arricchisce le voci attive per la costruzione di una casa comune della sinistra italiana», dicono. Un paradosso squisitamente italiano, anzi anche un po' siciliano. Perché in effetti questo piccolo episodio racconta qualcosa che è più di una semplice interpretazione politica: soprattutto nei primi tempi della sua nascita, il Movimento 5 Stelle siciliano ha raccolto adesioni e consensi a sinistra, e infatti ha sfidato con grande capacità elettorale il debole centrosinistra dell'Isola. Non a caso, la vera opposizione a Rosario Crocetta arriva soprattutto dal M5S, che pure il governatore aveva cercato di blandire per averne i voti (appunto perché tendenzialmente "di sinistra"). Ma d'altra parte, la Sicilia ha regalato più di un dispiacere a Grillo & Casaleggio, con un'alta percentuale di dissidenti.
E ora i senatori Campanella, dipendente regionale in aspettativa, e Bocchino, astrofisico di Altofonte, creano in Senato una corrente pro Tsipras, dopo l'adesione ufficiale alla lista omonima ad aprile. La stessa lista alla quale partecipò l'anno scorso anche Sel, che però non è dentro la nuova componente del Misto. Insomma, due più realisti del re. Fino a ieri costituivano, da soli, la componente "Italia Lavori in Corso" (Ilic, come Lenin...). Un cantiere sempre aperto, la sinistra italiana.

P.S. Alle Europee, la lista "L'Altra Europa con Tsipras" prese in Sicilia il 3,57% (60.879 voti)

venerdì 3 luglio 2015

Alexander Magno

Oggi sarebbe sicuramente ad Atene. Poi magari andrebbe a Lampedusa, a Ceuta e Melilla, in Ungheria, tra i russofoni della Lettonia, nei suoi amati Balcani, insomma tra i poveri, i derelitti, i disperati, le minoranze, i migranti. Oggi Alex Langer sarebbe in piazza Syntagma, a partecipare, senza farsi strumentalizzare, al momento più incerto ed esaltante della storia greca recente. E voterebbe 'no' al referendum di domenica, sicuramente. Ma non è questo che importa. Una volta fatto il suo dovere di cittadino europeo in Grecia, volerebbe alle altre frontiere del Vecchio Continente, dove serve qualcuno che ricordi i diritti e i valori dell'utopia europea.
Alex Langer si è ucciso venti anni fa, impiccato a un albero di albicocche sulle colline di Firenze. Era la coscienza critica e umanista che ormai non c'è più, nella presunta Europa unita. Manca il suo spirito di accoglienza, dialogo, scambio e confronto. Soprattutto manca alla spenta sinistra europea quell'afflato di comunità e solidarietà che animava Alex il "verde" e cattolico, altoatesino bilingue e tollerante, "ecologista e costruttore di pace". Il suo motto, che addirittura capovolge la retorica olimpica, era «più lentamente, più in profondità, con più dolcezza».
Nel biglietto che lasciò ai familiari, scrisse «non siate tristi, continuate in ciò che è giusto». E invece siamo ancora tutti tristi, anche quelli che abbiamo scoperto Alex molto tardi, quando ormai non c'era più. Tristi perché non sappiamo più fare quel che è giusto. Soprattutto quella sinistra che lui non riconoscerebbe più.
Una delle cose più interessanti scritte da Alex Langer è un'intervista del 1981 a Leonardo Sciascia, pubblicata l'11 febbraio su Tandem. Uno straordinario dialogo (qui il testo) sul senso di appartenenza, identità, isolamento e mescolamento. L'intellettuale di Vipiteno che interroga l'intellettuale di Racalmuto, un confronto profondo nord/profondo sud per capire che in fondo siamo tutti più uguali di quanto non vogliamo ammettere. «Provinciali è bello», il titolo. Provinciali e appartenenti a tante piccole patrie: intese però, spiegava Langer a Sciascia, come Heimat, «la patria dei luoghi, dei suoni e delle tradizioni conosciute e familiari», e non tanto nel senso "istituzionale" di Vaterland, «la patria delle bandiere, degli inni e delle battaglie».
La grandezza di Alex Langer era quella di imparare, assorbire dall'incontro con qualunque cultura "altra", gettare un ponte. E infatti chiudeva l'articolo così: «Alcune nostre nevrosi tirolesi (anche di sinistra) mi appaiono più sfumate, dopo questa conversazione con Leonardo Sciascia». Sicuramente anche Sciascia ha imparato qualcosa da Langer. Anche alla Sicilia servono maestri così. L'anno scorso il Premio internazionale Alexander Langer lo ha vinto Borderline Sicilia Onlus, associazione con sede a Modica che si occupa dei diritti dei migranti. Qualcuno continua «in ciò che giusto»...

giovedì 11 giugno 2015

Si Salvini chi può

Ricapitolando. I Paesi Ue che affossano il piano delle quote per la ripartizione dei migranti fanno schifo. Le regioni del Nord Italia che si rifiutano di accogliere i profughi invece fanno bene. Punti di vista, o di svista. La posizione della Lega Nord sul tema immigrazione, negli ultimi giorni, è di una chiarezza lampante, quasi imbarazzante. Se si tratta di attaccare la solita Europa dei finti buonisti che poi in realtà sono egoisti, allora giù con gli insulti ai nostri partner che lasciano sola l'Italia a gestire "l'invasione". Se invece si deve speculare per qualche voto in più (la campagna elettorale non finisce mai, neanche a urne chiuse), tutto sommato è comodo rinverdire i vecchi fasti dei tempi in cui il nemico era quello che viveva da Roma in giù.
Quindi Maroni e Zaia, con la partecipazione straordinaria di Toti e Forza Italia, tornano a recitare la parte dei nordisti preoccupati per il loro giusto benessere, con buona pace dei terroni. Perché, da come la Lega e il centrodestra stanno raccontando la vicenda Maroni vs. prefetti, sta passando il messaggio, strumentale, che le regioni del Nord stiano scoppiando. Il che può anche essere vero, se però si spolvera anche un briciolo di buonsenso e si ricorda che in valore assoluto il 34% (statisticamente più di un terzo) dei migranti accolti in Italia si trovano in Sicilia (22%) e Lazio (12%; cioè Roma, con tutto ciò che purtroppo ne consegue, vista Mafia Capitale...). Nella Lombardia di Maroni, terza, sono il 9%. Proporzionalmente alla loro popolazione, Lombardia, Veneto e Liguria scivolano nelle ultime posizioni della graduatoria, invece. Ma lasciamo perdere i numeri e parliamo di altri fatti – oltre che di qualche opinione.
Che fine ha fatto la campagna di conquista di Matteo Salvini al Sud? Non doveva prendersi anche le desolate lande meridionali per appropriarsi della leadership del centrodestra? Così diceva e così pareva. E invece, quasi per una specie di infantile ripicca (non dichiarata), Salvini ha reagito alla netta sconfitta in regioni e comuni del Sud abbandonando quelle stesse zone al proprio destino, rispetto alla questione immigrazione. Per poi cavalcare le provocazioni anticostituzionali dei suoi sodali settentrionali.
La Sicilia continua a essere solidale e accogliente, come più o meno avviene da secoli. Ma pure noi sotto sotto abbiamo un nostro razzismo, chiaro. E tutti i bluff politici prima o poi attecchiscono. Nel referendum del 1946 vinse la monarchia. Salvini può sperare di fare il viceré.

lunedì 26 agosto 2013

Basta che c'è la salute?

In questi giorni si fa un gran parlare di competitività delle regioni, dopo che la Commissione europea ha pubblicato il nuovo rapporto sull'indice di competitività regionale (Rci), dal quale – notizia clamorosa che ha riempito i giornali e molte bocche vogliose di parlare dopo la sosta estiva – è risultato che la Lombardia, locomotiva d'Italia, ha frenato un po' e rispetto al 2010 è uscita dalla top 100 ed è scivolata al 128° posto. Polemiche politiche: Roberto Maroni che attacca Mario Monti, dimenticando che nel frattempo al governo c'era stato anche Berlusconi (e Maroni era pure ministro, ma tant'è), i montiani e la Lega che si insultano a vicenda. Niente di nuovo, insomma.
"Competitività" è una parola strana. Chi crede poco a queste classifiche dice che non è possibile che la Lombardia sia stata superata da piccole regioni di Paesi considerati minori. Se ne può discutere, certamente. Il fatto è che il Rci 2013 prende in esame 11 indicatori e tanti parametri specifici. La fredda matematica porta poi a fare una media.
Dico questo perché, per ovvie ragioni, mi sono preoccupato piuttosto di guardare nel dettaglio il motivo per cui la Sicilia è l'ultima delle regioni italiane, al 235° posto su 262 nell'Europa a 28. Tra Melilla e Ceuta, le città-enclave spagnole in Marocco, tanto per intenderci, e poco sopra le lontane terre d'oltremare francesi di Guyana e Réunion. Poi peggio ci sono solo regioni rumene, bulgare e greche. E allora mi sono chiesto cosa c'è dietro. Degli 11 indicatori, due sono considerati aggregati a livello nazionale, cioè la stabilità macroeconomica e l'istruzione di base: l'Italia va maluccio in entrambi i casi.
Vediamo gli altri parametri. Sul versante istituzionale (governance, efficienza della pubblica amministrazione, corruzione, burocrazia) la Sicilia è 249ª. Fanno peggio solo Calabria e Campania, in Italia. Mal comune? Le infrastrutture, elemento fondamentale per definire la competitività di qualsiasi territorio, me le aspettavo persino più disastrose; posizione 194 per la mia Isola, con qualche aeroporto, i porti e una rete autostradale così così, mentre per esempio la Sardegna è messa peggio. Certo, l'obiezione è già pronta: ah, se ci fosse il ponte sullo Stretto...
Vanno male, anzi malissimo, gli indicatori dell'istruzione superiore e dell'apprendimento permanente (240° posto, ma la Valle d'Aosta è addirittura 250ª!), dell'efficienza del mercato del lavoro (251 su 262, colpa della disoccupazione giovanile e femminile, della scarsa produttività, dei Neet – i giovani che non lavorano né studiano), della tecnologia (Internet, banda larga, digital divide: Sicilia 239ª in Europa) e analogamente l'innovazione, intesa come ricerca e sviluppo, brevetti, pubblicazioni scientifiche: posizione numero 211.
C'è poi un "pilastro" che colloca la Sicilia al 189° posto: il market size, l'ampiezza del mercato si potrebbe dire. I parametri che lo compongono sono sostanzialmente il reddito netto disponibile delle famiglie, il Pil calcolato secondo la parità del potere d'acquisto e il fattore demografico. La Sicilia, tutto sommato, è una regione piuttosto abitata. La percentuale di lavoratori nei servizi, nell'amministrazione, nell'immobiliare, nella finanza, insieme al valore aggiunto prodotto in questi settori e al numero di lavoratori in aziende di proprietà straniera, concorrono invece a definire il parametro della "business sophistication". La Sicilia, per mia sorpresa (o ignoranza), è l'88ª regione dell'Unione europea.
Chiudo con l'ultima, magra consolazione. La mia terra è nella top 100 in un altro caso: la salute. Sembra di sentire i vecchi proverbi della saggezza popolare. "Basta che c'è la salute". Tutta l'Italia sta bene, in effetti, non solo la Sicilia con il suo 98° posto. Contano le malattie, le morti per infarto, i tumori, gli incidenti stradali, gli ospedali. E i suicidi. Stanno sicuramente peggio nell'est europeo e in parte del nord. Noi, nonostante la malasanità e gli sprechi, l'inquinamento e l'ambiente violentato, abbiamo ancora una ottima aspettativa di vita. Forse non saremo troppo competitivi, ma almeno siamo sani. Sarà perché mangiamo bene.

giovedì 28 giugno 2012

Tutte le stragi portano a Ustica

Via di Saliceto 3/22, Bologna
Ieri era l'anniversario della strage di Ustica. Il 32esimo. Ero in consiglio comunale a Bologna all'incontro tra il sindaco Virginio Merola e i familiari delle vittime. La "novità", quest'anno, era il neosindaco (sic) di Palermo Leoluca Orlando. La presenza di Orlando mi ha fatto riflettere su una cosa. Quella strage non è siciliana solo perché l'aereo è caduto al largo di Ustica: il DC-9 era diretto a Palermo e scorrendo la lista dei nomi delle vittime si leggono tanti nomi e cognomi siciliani. A Palazzo d'Accursio, prima che cominciasse la cerimonia, a un certo punto mi ha incuriosito sentire cadenze e inflessioni sicule. Erano alcuni dei parenti che prendevano posto, e lo facevano con discrezione, quasi pudore. Erano tre signori, forse palermitani, che stavano per sedersi in fondo all'aula e non ai banchi dei consiglieri (perlopiù assenti). Quella strage è bolognese e palermitana insieme. C'è una sorta di triste gemellaggio.
Ecco perché, tra le altre cose, ho sentito alcune frasi. Daria Bonfietti, presidente dell'associazione dei parenti delle vittime, ha accolto così Orlando: «Ritroviamo un amico, una memoria storica degli anni Novanta, ma pensiamo anche di incontrare la passione di una città». Merola addirittura gli ha dedicato un «bentornato tra noi, ce n'era bisogno». E quindi il neo-di-nuovo-sindaco è diventato a suo modo il protagonista della giornata, ricordando che era sindaco ai tempi dell'istruttoria Priore. Era il 1999.
Leoluca Orlando se l'è presa con i "muri di gomma" e non ha dimenticato di essere un pasionario dell'Idv quando ha attaccato "l'Europa subalterna alle banche" («Indigna e scandalizza la posizione su Ustica di Stati che si dicono europei»). Sa tenere la scena, ormai è abituato. Non ho motivo di credere che non fosse sincera la sua emozione nel rivedere i familiari («Le lacrime a volte si asciugano, ma il dolore resta intatto») e nel promettere a Daria Bonfietti che si rivedranno ancora ogni 27 giugno. Ma in fondo quella di ieri a Bologna è stata una delle prime uscite ufficiali da sindaco di Palermo al quarto mandato.
E allora c'è stato spazio anche per qualche battuta. «È la prima volta che entro in consiglio comunale da quando sono stato eletto», ha detto Usinnacollando. Eh sì, perché ancora il consiglio palermitano quasi monocolore non si è insediato, bisogna aspettare il 9 luglio. E Orlando dice che ha passato finora più tempo negli scantinati del Comune di Palermo. Non so cosa volesse dire di preciso, ma qualcuno in aula ha sorriso. Forse parlava in aramaico e io non l'ho capito.
Era invece in italiano e ben comprensibile un altro messaggio, arrivato 32 anni fa. Ne ha parlato in questi giorni l'avvocato dell'associazione dei familiari, Alessandro Gamberini. Un necrologio un po' particolare, che lui dice pubblicato sul Giornale di Sicilia due giorni dopo la strage, ma di sicuro ve ne fu uno il 2 luglio su L'Ora di Palermo. I necrologi a volte dicono tanto. Autore: il consolato di Libia nel capoluogo siciliano. Testo: «Il Consolato Generale della Giamahiriah Araba Libica Popolare Socialista partecipa sinceramente al dolore che ha colpito i familiari delle vittime della sciagura aerea di Ustica e manifesta tutta la sua solidarietà al Presidente della Regione e al Presidente dell'ARS per questo grave lutto che ha colpito la Sicilia». Un dolore espresso in un tripudio di maiuscole. La Libia dunque c'entra, ed è per questo che i familiari delle vittime sperano che si possa interrogare Abdel Salam Jalloud, ex primo ministro di Gheddafi forse rifugiato in Italia dopo la caduta del Raìs.
Per la cronaca (e la storia), il presidente della Regione era il democristiano Mario D'Acquisto, mentre l'Ars era presieduta dal comunista Michelangelo Russo, esponente della corrente migliorista di Giorgio Napolitano. Leoluca Orlando era già consigliere comunale a Palermo.

martedì 27 marzo 2012

Commissario, si dia all'ittica

Novella o novellame? Neonata o adulta? Grecia o Sicilia greca? Commissario Damanaki o commissario Montalbano?
Da una settimana vado avanti con questi dubbi. Non capisco se sia fantasia o realtà, se è un romanzo umoristico (di qualità scadente), se davvero l'Unione Europea ha deciso di farsi detestare per le sue burocrazie e le prese di posizione assurde. Io sono un europeista, ma ho sempre sopportato con fastidio quei regolamenti comunitari che sembrano fatti apposta per creare problemi all'economia agricola italiana. Con agricoltura intendo anche allevamento e pesca. A volte è l'Europa a voler frenare la dieta mediterranea.
La molla è stata la vicenda, pirandelliana più che camilleriana, della lettera del commissario di Strasburgo per la pesca e gli affari marittimi, la greca Maria Damanaki, ad Andrea Camilleri per chiedergli di non far più mangiar nei suoi romanzi al commissario Salvo Montalbano i "bianchetti". Diconsi "bianchetti" i pesciolini, il novellame del pesce azzurro, che in Sicilia si chiama "neonata". L'Italia limita già con decreti ministeriali il periodo in cui sia possibile pescare novellame, ma dal giugno 2010 la pesca dei bianchetti è proibita dall'Unione Europea.
Ora, dal momento che il Mediterraneo sta praticamente diventando un mare sub-tropicale, con specie esotiche che migrano qui e le distese erbacee di posidonia minacciate dai cambiamenti climatici, una tutela del Mare Nostrum è importantissima. Quello che a me suona sempre un po' strano - o sospetto, fate voi - è che a rimetterci spesso sia l'Italia. Quali altri Paesi pescano e mangiano bianchetti, novellame o neonata? Forse in Costa Azzurra. Il commissario greco si dimostra inflessibile con un commissario della Sicilia greca. Solo che lei è reale e lui no.
Ecco, questa è una di quelle cose che scatena gli istinti più feroci anti-europeisti: pensano solo a queste stupidaggini... si interessano delle dimensioni dei cetrioli... non si preoccupano della crisi... Alcune di queste critiche, peraltro, sono vere. Se poi un commissario europeo trova il tempo di scrivere una lettera a uno scrittore siciliano solo per pregarlo di cancellare dai suoi romanzi l'immagine di un uomo soddisfatto della cucina siciliana, beh, le critiche alla Ue sono ineccepibili. Al commissario Montalbano vengono rimproverate le polpette di neonata, specialità sicula ma non solo. Peraltro nei romanzi, quando è citata la neonata, viene spiegato che è stata pescata nei periodi in cui è consentito (parliamo di romanzi scritti prima del 2010). Ovvio che Camilleri sia rimasto stupito.
Comunque la compagna Damanaki (in un'altra vita era comunista) non è neanche il peggio. Il suo predecessore era il maltese Joe Borg, quello che si era vantato di aver bloccato per un po' il divieto di pescare il tonno rosso nel Mediterraneo, venendo incontro alle esigenze del suo Paese. Chissà se il commissario greco avrà qualcosa da ridire sulle tv di mezzo mondo, dove si vedono migliaia di persone felici di mangiare sashimi di tonno rosso. Eh sì, perché i giapponesi vengono a fare "shopping" ittico nel nostro mare. Saranno gli effetti della globalizzazione. Infatti l'importante è che sulle nostre tavole possano arrivare i bianchetti congelati e surgelati dall'Oceano Indiano. Lì tanto non c'è un Camilleri con cui lamentarsi.

domenica 7 agosto 2011

Falso Maltese

Non so se una scena del genere sia mai stata immortalata in un legal drama in tv. Io ci avrei girato almeno un cortometraggio. Titolo suggerito: "Sorridete, Vostro Onore". Andiamo con ordine.
Un anno fa un pescatore siciliano, il catanese Enzo Micci, 54 anni, ha preso in affitto un appartamento a Birżebbuġa, piccola località turistica non lontana dalla Valletta. Siamo dunque a Malta. A causa di problemi di salute, Micci ha lasciato "il pozzo degli olivi" (questo l'evocativo significato del nome della cittadina) per tornare in Sicilia. L'appartamento è rimasto vuoto per diversi mesi e il proprietario, risentito per non aver visto neanche una lira, pardon un euro di affitto, ha forzato la porta qualche giorno fa e ha trovato 7.000 euro in contanti che chiedevano solo di essere presi. Il padrone di casa va in banca per depositarli, pensando di comprarsi un'auto. E qui arriva la sorpresa. Già è un po' strano che uno lasci in giro così tanti soldi in contanti, in più lo sportellista della banca si rende conto che i 7.000 euro sono falsi e chiama la polizia.
Tutto ciò viene raccontato in un'aula di tribunale. Il giudice Gabriella Vella, l'ispettore di polizia Ian Abdilla e lo stesso avvocato di difesa José Herrera a questo punto si mettono a sorridere. La scena fa sorridere, in effetti. Il difensore di Micci parla di un "caso curioso" e però sostiene che agli stranieri non è sempre garantito un giusto trattamento: o confessano per abbreviare i tempi del processo e cavarsela con poco, oppure rimangono in carcere perché respingono le accuse. Herrera ha chiesto la libertà su cauzione per il pescatore catanese, anche perché «tenendo conto che la Sicilia è praticamente un'estensione di Malta in virtù dell'appartenenza all'Unione Europea, Micci sarebbe facilmente rintracciato se decidesse di lasciare l'isola». Complimenti all'avvocato, non avevo mai sentito spiegare il trattato di Schengen con un esempio così concreto. E comunque, miracoli del relativismo: la Sicilia è un'estensione di Malta!
Il giudice alla fine ha accordato la libertà su cauzione a Micci, 2.000 euro subito e una garanzia personale di altri 10.000 euro. L'arringa "europeista" di Herrera però non è stata accolta: il 54enne siciliano non potrà lasciare l'Isola dei Cavalieri fino alla fine del processo. La corte ha pure deciso che dovrà soggiornare al Sea Breeze Hotel di Birżebbuġa. Un onesto tre stelle a conduzione familiare sulla spiaggia di Pretty Bay.
Per un po' di tempo Micci respirerà la brezza di mare sulla baia graziosa nel pozzo degli olivi.

domenica 5 giugno 2011

La Djerba del vicino è sempre più verde

Chi mi conosce o chi ha visitato ogni tanto questo blog, sa che all'università ho studiato diritti umani e cooperazione internazionale. Anche se adesso mi occupo di altre cose, quel mondo e quei temi rimangono sempre tra i miei riferimenti e i miei interessi. Per molto tempo, da siciliano, mi sono chiesto che cosa aspettasse la mia Regione ad approfittare - in senso buono - della sua posizione al centro del Mediterraneo. L'opportunità sarebbe dovuta essere la dichiarazione di Barcellona del 1995, che apriva la strada alla partnership euromediterranea, «al fine di trasformare il Mediterraneo in uno spazio comune di pace, di stabilità e di prosperità attraverso il rafforzamento del dialogo politico e sulla sicurezza, un partenariato economico e finanziario e un partenariato sociale, culturale ed umano», come recitavano le altisonanti intenzioni dei 27 governi che sottoscrissero quell'accordo, i quindici membri Ue di allora più dodici Paesi nordafricani e mediorientali. La presenza di tutti e 15 gli "europei" aveva un senso a livello organizzativo, ma mi sono sempre chiesto che interesse potessero avere i paesi nordici nei confronti dello sviluppo e della cooperazione nel Mare Nostrum. E infatti è rimasto quasi tutto sulla carta, privilegiando piuttosto il veloce allargamento dell'Unione a est. Tra l'altro anche tra gli extra-europei c'era (e c'è) qualche stato dai discutibili legami con il Mediterraneo. La Giordania ha un solo sbocco al mare, ad Aqaba sul Mar Rosso. Però strategicamente vale...
Europa, Tunisia, Sicilia, Italia
Siccome non è mai troppo tardi, ora stringono i tempi per presentare proposte e progetti nell'ambito della cooperazione transfrontaliera tra Italia e Tunisia, un programma di partenariato per il periodo 2007-2013. Quindi qualcosa sembrerebbe muoversi. Sarebbe assurdo che non si faccia nulla in piena "primavera araba". La Tunisia è molto vicina, non solo geograficamente. I territori "eleggibili", cioè che possono essere coinvolti, sono otto gouvernorats della Tunisia settentrionale e cinque province siciliane: Agrigento, Caltanissetta, Ragusa, Siracusa, Trapani. Le stesse già interessate dal programma operativo Italia-Malta, nel quale potrebbero infilarsi anche Catania e Palermo. E comunque Malta è già nell'Unione Europea dal 2004.
In che cosa consisterà questa cooperazione tra Sicilia - pardon, Italia - e Tunisia? E soprattutto, chi ci guadagna di più? Le voci strategiche sono lo sviluppo e l'integrazione regionale (economia, immigrazione, ricerca), lo sviluppo duraturo (energie rinnovabili, patrimonio culturale, ambiente, risorse naturali), la cooperazione culturale e scientifica (associazionismo, formazione e scambio giovanile e studentesco). Insomma, più o meno quello che da oltre quindici anni è previsto sulla carta. Finora nella lista dei beneficiari la Regione Siciliana figura con progetti che ammontano a quasi 1,1 milioni di euro per il 2009 e 2010. Il budget complessivo è di 22 milioni, 9 dei quali predisposti per i progetti strategici. Si parla ufficialmente di "sfide comuni, obiettivi condivisi".
Però c'è un rischio, abituale in queste occasioni: che sia l'Italia (e dunque la Sicilia) a usufruire delle opportunità economiche vantaggiose offerte dal partenariato. Sono già 744 le imprese italiane o a partecipazione italiana in Tunisia. Il nostro paese è il secondo partner commerciale di Tunisi e il terzo per flussi turistici dall'altra parte del Canale di Sicilia. Non c'è certo bisogno di essere dietrologi, ma è più probabile che un investitore (anche istituzionale) italiano vada in Tunisia e non viceversa.
Purtroppo ho già visto come funziona certa cooperazione nord-sud. Soprattutto se il sud è l'Africa.

martedì 8 marzo 2011

Pesca di beneficenza

L'economia di un'isola si basa anche sulle risorse offerte dal mare che la circonda. Nel caso della Sicilia, il mare è tanto e le opportunità non mancherebbero. Qualcuno parla addirittura di una "Blue Economy" come guida di uno nuovo sviluppo mediterraneo. Pesca e turismo, sostanzialmente. Ma le acque in cui navigano le due attività sono diverse: la pesca è in alto mare - figurato e non, mentre il turismo galleggia solo grazie a qualche provvidenziale salvagente lanciato da Bruxelles.
Secondo il distretto della pesca di Mazara del Vallo, in meno di tre anni si sono persi almeno 4.500 posti di lavoro, si è ridotto il pescato di quasi un terzo, sono crollati i prezzi alla banchina di molte specie ittiche e al contrario c'è stata l'impennata nei costi di produzione. E mettiamoci pure le tensioni con la Tunisia e la Libia.
Ecco perché la Regione Siciliana ha messo a disposizione sette milioni di euro. Non tantissimi. L'assessorato alle Risorse agricole e alimentari, guidato da Elio D'Antrassi, dunque non ha fatto altro che concedere i contributi previsti dal Fondo Europeo per la Pesca (Fep) per gli investimenti sui pescherecci per il 2011, come pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale regionale (Gurs).
La Regione invece ha investito di più nel settore della nautica da diporto, realizzando interventi (sempre grazie ai fondi europei) in una decina di porti siciliani, tre dei quali nelle isole minori. Per l'assessore al Turismo, Daniele Tranchida, questi porti possono essere la porta d'accesso al più complessivo sistema turistico dell'Isola. Però occorrerebbe un "sistema-mare" integrato tra pesca e turismo, con qualità e competività nei servizi.
Altrimenti arrivano i turisti con i loro begli yacht e poi non trovano il pesce fresco.