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venerdì 3 luglio 2015

Alexander Magno

Oggi sarebbe sicuramente ad Atene. Poi magari andrebbe a Lampedusa, a Ceuta e Melilla, in Ungheria, tra i russofoni della Lettonia, nei suoi amati Balcani, insomma tra i poveri, i derelitti, i disperati, le minoranze, i migranti. Oggi Alex Langer sarebbe in piazza Syntagma, a partecipare, senza farsi strumentalizzare, al momento più incerto ed esaltante della storia greca recente. E voterebbe 'no' al referendum di domenica, sicuramente. Ma non è questo che importa. Una volta fatto il suo dovere di cittadino europeo in Grecia, volerebbe alle altre frontiere del Vecchio Continente, dove serve qualcuno che ricordi i diritti e i valori dell'utopia europea.
Alex Langer si è ucciso venti anni fa, impiccato a un albero di albicocche sulle colline di Firenze. Era la coscienza critica e umanista che ormai non c'è più, nella presunta Europa unita. Manca il suo spirito di accoglienza, dialogo, scambio e confronto. Soprattutto manca alla spenta sinistra europea quell'afflato di comunità e solidarietà che animava Alex il "verde" e cattolico, altoatesino bilingue e tollerante, "ecologista e costruttore di pace". Il suo motto, che addirittura capovolge la retorica olimpica, era «più lentamente, più in profondità, con più dolcezza».
Nel biglietto che lasciò ai familiari, scrisse «non siate tristi, continuate in ciò che è giusto». E invece siamo ancora tutti tristi, anche quelli che abbiamo scoperto Alex molto tardi, quando ormai non c'era più. Tristi perché non sappiamo più fare quel che è giusto. Soprattutto quella sinistra che lui non riconoscerebbe più.
Una delle cose più interessanti scritte da Alex Langer è un'intervista del 1981 a Leonardo Sciascia, pubblicata l'11 febbraio su Tandem. Uno straordinario dialogo (qui il testo) sul senso di appartenenza, identità, isolamento e mescolamento. L'intellettuale di Vipiteno che interroga l'intellettuale di Racalmuto, un confronto profondo nord/profondo sud per capire che in fondo siamo tutti più uguali di quanto non vogliamo ammettere. «Provinciali è bello», il titolo. Provinciali e appartenenti a tante piccole patrie: intese però, spiegava Langer a Sciascia, come Heimat, «la patria dei luoghi, dei suoni e delle tradizioni conosciute e familiari», e non tanto nel senso "istituzionale" di Vaterland, «la patria delle bandiere, degli inni e delle battaglie».
La grandezza di Alex Langer era quella di imparare, assorbire dall'incontro con qualunque cultura "altra", gettare un ponte. E infatti chiudeva l'articolo così: «Alcune nostre nevrosi tirolesi (anche di sinistra) mi appaiono più sfumate, dopo questa conversazione con Leonardo Sciascia». Sicuramente anche Sciascia ha imparato qualcosa da Langer. Anche alla Sicilia servono maestri così. L'anno scorso il Premio internazionale Alexander Langer lo ha vinto Borderline Sicilia Onlus, associazione con sede a Modica che si occupa dei diritti dei migranti. Qualcuno continua «in ciò che giusto»...

venerdì 6 aprile 2012

La Sicilia marcia

L'altroieri ho rimpianto di essere troppo "piccolo". Non ero stato neanche concepito quando a Comiso il 4 aprile 1982, cioè trent'anni fa, quasi centomila persone manifestarono all'aeroporto Magliocco contro l'installazione dei missili americani Cruise. Era una battaglia pacifista, vera e sincera, forse fricchettona, ma non strumentale. Allora si lottava davvero contro la militarizzazione del Mediterraneo, sotto la guida di un martire come Pio La Torre. Sì, d'accordo, era facile allora e forse è ancora più facile adesso bollare quelle manifestazioni e quei sit-in come "anti-americanismo", in pienissimo clima da guerra fredda e di contrapposizione tra blocchi. Quasi scontato dare una patente politica. Epperò non c'erano solo i comunisti. Quella battaglia fu condivisa. Non da tutti, certo, ma marciarono anche movimenti cattolici. E trent'anni dopo a Comiso si sono riuniti i protagonisti di allora e i loro aspiranti eredi. Probabilmente alcune parole d'ordine sono cambiate, come cambiano i tempi. Ma la base è sempre quella, contro la guerra e contro la mafia. D'altra parte il raduno del 4 aprile 1982 fu l'ultimo di Pio La Torre, ucciso 26 giorni dopo. Aveva intuito il legame possibile tra il potere mafioso e il business dei missili.
Le date non sono mai casuali. Il giorno dopo questo anniversario così importante, il segno di un'epoca che non c'è più, arriva la notizia del rinvio a giudizio per il presidente della Regione Raffaele Lombardo. Io non so, e neanche me lo chiedo, dove fosse Lombardo il 4 aprile 1982; so soltanto che il 5 aprile 2012, dopo la decisione del Gip di non accogliere l'archiviazione della Procura e di disporre l'imputazione coatta, il governatore siciliano e il fratello Angelo sono stati rinviati a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa e voto di scambio. Sul reato di concorso c'è un grande dibattito irrisolto e se Lombardo ostenta sicurezza (come sempre, d'altronde), evidentemente sa di potersela cavare. Beninteso, è già gravissimo il voto di scambio. Indipendentemente da come andrà a finire (lui dice che si dimetterà un attimo prima del verdetto del Gup di Catania, comunque), restano un paio di considerazioni. L'introduzione dell'associazione mafiosa nel novero dei reati penali è il capolavoro di Pio La Torre. Articolo 416-bis del codice penale, tanto per ricordarlo. E alcuni tra quelli che si dicono eredi del più grande politico siciliano del dopoguerra, sono oggi gli alleati dello psichiatra di Grammichele.
Trent'anni passano in fretta, altroché.