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mercoledì 13 luglio 2011

SPQR: Sarà Preoccupato Questo Romano?

Domanda logora, abusata, quasi banale, per qualcuno addirittura ideologica: che aspetta un ministro indagato a dimettersi? Non stiamo a fare paragoni con Paesi dove ci si dimette per vicende che in Italia farebbero sorridere anche un'educanda. In Italia persino i reati di mafia non sono ritenuti così gravi da comportare un gesto di buonsenso (e di vergogna, in realtà). Ma scusatemi, ho sbagliato domanda. Il ministro non è indagato, ora è rinviato a giudizio, imputato formalmente. Che è peggio. Ed è imputato per concorso in associazione mafiosa, quel reato previsto dal famoso art. 416-bis "di" Pio La Torre. Un ministro che andrà a processo per mafia. Il ministro è Saverio Romano, il titolare dell'Agricoltura, il responsabile Francesco Saverio Romano, il leader di quel Pid che ha portato in dote alla maggioranza il sostegno di qualche ex Udc un po' nostalgico degli anni di governo.
Quattro giorni fa il Gip di Palermo ha rigettato la richiesta di archiviazione presentata inizialmente dalla Procura, imponendo ai magistrati inquirenti il rinvio a giudizio - e dunque l'imputazione. Così il pm Nino Di Matteo e il sostituto Ignazio De Francisci hanno depositato l'atto con la richiesta. I condizionali in questo sono sempre d'obbligo, ma ecco cosa scrivono i giudici nella richiesta di rinvio: «Nella sua veste di esponente politico di spicco, prima della Dc e poi del Ccd e Cdu e, dopo il 13 maggio 2001, di parlamentare nazionale, Romano avrebbe consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno e al rafforzamento dell'associazione mafiosa, intrattenendo, anche alla fine dell'acquisizione del sostegno elettorale, rapporti diretti o mediati con numerosi esponenti di spicco dell'organizzazione tra i quali Angelo Siino, Giuseppe Guttadauro, Domenico Miceli, Antonino Mandalà e Francesco Campanella».
Per chi non avesse conoscenza delle vicende e della storia della mafia, Siino è stato noto, almeno fino agli anni Novanta, come "il ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra". Guttadauro e Miceli sono nomi di una certa notorietà negli ultimi anni: il mafioso-chirurgo Guttadauro seppe delle cimici in casa sua da Miceli, assessore alla sanità a Palermo, che a sua volta l'aveva saputo da Totò Cuffaro. E infatti c'entra pure l'ex presidente della Regione, insieme al quale Romano avrebbe accolto la richiesta del capomafia Nino Mandalà di Villabate, che voleva Giuseppe Acanto tra i candidati del Biancofiore (lista che riuniva Ccd e Cdu) per le regionali del 2001.
Il ministro naturalmente è "addolorato e sconcertato". Però poteva immaginarselo, no? Già all'epoca della sua nomina il Quirinale aveva espresso forti riserve, proprio a causa dell'indagine palermitana. Eppure domenica così scriveva sul suo sito: «La mia vicenda è un paradosso del nostro sistema giudiziario e la tratto come se non mi appartenesse, come in effetti nella sostanza non mi appartiene. Andiamo avanti senza tentennamenti. Ogni cosa andrà al suo posto». Al suo posto e senza tentennamenti: dove, signor ministro, a Palazzo Chigi o in tribunale?

Aggiornamento del 28 settembre 2011. Il ministro Romano ha superato indenne una mozione di sfiducia individuale presentata dall'opposizione alla Camera. In questo post ho inserito alcuni punti interrogativi: rileggendoli, non sarà difficile trovare le risposte. Scontate già prima di questo pomeriggio. Ah, tra l'altro ha attaccato la disinformazione che c'è stata sulla vicenda. E dire che non ho il piacere di annoverarlo tra i miei lettori.

Aggiornamento del 21 dicembre 2011. Sgretolato il centrodestra e caduto con le dimissioni di Berlusconi il governo di cui faceva parte, Romano è tornato un "semplice" deputato. Forse è caduta pure la copertura che lo stare tra i banchi dell'esecutivo gli garantiva: un mesetto dopo il ritorno nella sparuta truppa parlamentare del Pid, Romano ha dovuto sorbirsi pure un voto sfavorevole a Montecitorio. Infatti l'aula ha approvato la proposta della Giunta della Camera di dare l'autorizzazione a utilizzare le intercettazioni nei confronti dell'ex ministro. I sì sono stati 286, i no 260, 4 gli astenuti. Molti gli assenti, soprattutto tra le fila degli (ex?) alleati di Romano.

Aggiornamento del 17 luglio 2012. "La toga è pulita". Romano, che oltre a essere parlamentare è pure avvocato, ha detto praticamente questo in tribunale, tra le lacrime, prima di essere assolto. Dopo un anno, cade l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. L'ex ministro ha reso questa dichiarazione spontanea prima della camera di consiglio: "Signor giudice, non ho mai tradito la legge dello Stato italiano, men che meno sostenendo quella forza criminale che più di tutti rappresenta l'antistato. Ho una toga che è pulita e spero di poterla consegnare a mio figlio al più presto. Soprattutto, in questi venti anni, ho sempre osservato le leggi e più volte giurato sulla Costituzione. Signor giudice, io amo questo Paese". Comprensibile la sua commozione. Se è stato assolto, buon per lui e - si spera - per la verità giudiziaria. Chiedo solo a Romano una cosa: la toga passerà al figlio per diritto dinastico?

sabato 30 aprile 2011

Nel nome di Pio

Un anniversario è un anniversario anche se non fa cifra tonda. Quando poi si ricorda la morte di uomini di grande levatura, allora mi importa poco se sono ventinove, trenta o trentuno anni. Il 30 aprile 1982, appunto ventinove anni fa, moriva a Palermo, insieme al collaboratore Rosario Di Salvo, il segretario regionale del Pci Pio La Torre. Due comunisti, di quelli che la lotta alla mafia l'hanno fatta fino all'ultimo e non da "professionisti dell'antimafia". Di Salvo tirò fuori pure la pistola per rispondere all'agguato mafioso in via Turba.
Pio La Torre, un nome che dovrebbe far parte dei ricordi, delle conoscenze, della formazione di ciascun siciliano. Sì, certo, era politico, schierato. Il solito comunista "fissato" che vedeva mafia e violenza, intrecci di potere e complicità nella nostra bella terra di Sicilia. Perché d'altra parte la Sicilia si nutre spesso delle tautologie à la Dell'Utri: «Se esiste l'antimafia, esisterà anche la mafia» (© Luciano Liggio). Evidentemente Pio La Torre è un altro di quelli che se l'è andata a cercare. Fin da quando lottava a fianco dei contadini nel dopoguerra.
Comunista e, come i comunisti di una volta, scomodo, combattivo, un grande dirigente e un grande politico. In un tempo in cui i parlamentari italiani non danno il nome a leggi importanti ma più spesso "battezzano" obbrobri legislativi, Pio La Torre vive ancora nel nome di una legge fondamentale per il nostro Paese. La legge sulla confisca dei beni ai mafiosi e sull'introduzione del reato di associazione mafiosa (art. 416-bis del codice penale). Cose da comunisti, dirà qualcuno. Beh, la legge è la Rognoni-La Torre e Rognoni è Virginio Rognoni, ex ministro democristiano. Ma poi era da comunista anche la battaglia contro l'installazione dei missili Cruise nella base Nato di Comiso. Pacifista comunista, facile bollarlo così. Però al generale dalla Chiesa, La Torre l'aveva detto: guardate che quella base stuzzica l'appetito della mafia, palermitani e catanesi trovano un bel punto d'incontro nella provincia babba. E questo lo diceva trent'anni fa.
Questo e tanto altro era, è stato, è Pio La Torre. Bello quando gli hanno dedicato l'aeroporto di Comiso. Smantellata la base e riconvertita per usi civili, l'aerostazione poteva avere solo un nome ed era quello di Pio. Prima si chiamava Magliocco, intitolata a un ufficiale di aviazione della guerra d'Etiopia. Che con Comiso non aveva nulla a che fare. La giunta di centrosinistra aveva deciso di omaggiare La Torre, i successori di centrodestra l'hanno trovata una scelta "fatta per dividere", tornando all'aviatore palermitano. Un militare fascista che bombardava l'Abissinia.
Pio La Torre, invece, è troppo connotato: pacifista, comunista, ammazzato dalla mafia.