domenica 22 ottobre 2017
Capra e cavolate
Provocazione? Offesa? Gaffe? Stereotipo? "Razzismo"? Questa immagine è tutto questo e anche altro. O forse niente di tutto ciò. Che la rivista francese Auto Moto Magazine pubblichi un video di presentazione della Skoda Karoq facendo un bel giro in Sicilia, e che nel medesimo video, accompagnato dalla colonna sonora del Padrino, un omino smilzo con la fronte molto spaziosa apra il bagagliaio e mostri un uomo incaprettato e dica "In Sicilia si fa così" (la location è Corleone), beh forse vuol dire solo che i cuginetti hanno perso l'ennesima occasione per non fare una figura di merda. Noi, siciliani e italiani, abbiamo tutto il diritto di incazzarci e sentirci offesi, vilipesi, insultati.
"In Sicilia si fa così". Da noi, secondo questi francesi, si incaprettano cristiani come prassi quotidiana. Chissà che ne pensano i cèchi della Skoda a essere associati a questo contorto spot anti-italiano...
"In Sicilia si fa così". Odio rispondere ai pregiudizi con i pregiudizi. Ma ricordo ancora di aver letto, saranno passati forse 25 anni, una terribile notizia che arrivava da Le Mans: un gruppo di ragazzacci di periferia che giocava a pallone con un sacchetto di plastica con dentro il feto di una neonata. Orribile. Schifoso. Ma nessuno si sognò di dire che "in Francia si fa così". Certo, è facile la controreplica: quelle abitudini siciliane sono quelle della mafia. Già.
Ora però guardiamo quest'altra immagine. Sono i graffiti della grotta dell'Addaura, a Palermo, databili tra la fine del Paleolitico e l'inizio del Mesolitico. Non visitabili, purtroppo. La scena più discussa è quella al centro: la maggior parte delle interpretazioni, per farla breve, dice che si tratti di una scena di incaprettamento, molto probabilmente una cerimonia rituale sciamanica.
C'era la mafia nella preistoria?
Ecco, il punto è questo. L'incaprettamento (termine attestato in italiano anche nei dizionari specialistici inglesi) è questa terribile modalità di assassinio appunto tipica della mafia siciliana, che consiste nel legare la vittima in tal modo che sia essa stessa ad auto-strangolarsi... Però anche altrove, in particolare in alcune aree del Sud-Est asiatico, si utilizzano metodi di morte simili. Allo stesso modo verosimilmente derivanti da macabri forme rituali del passato, più o meno remoto.
E quindi, cari francesi, "in Sicilia si fa così"? Sapete cos'altro si fa in Sicilia? Si snobba con un assordante e plateale silenzio chi merita di essere ignorato. E io ho già parlato troppo...
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sabato 30 settembre 2017
Quello che passa (l'ex) convento
Non mi intendo molto di arte, ma sono ugualmente un assiduo frequentatore di musei e mostre, negli ultimi tempi specialmente di arte contemporanea. E non posso negare che mi piace tanto scoprirla anche in luoghi impensati e/o impensabili. La mia Modica, città di cui mi vanto, è ormai da tempo inserita nei circuiti turistici, più o meno organizzati. Ma poiché detesto tutte le retoriche, provo fastidio anche per gli stereotipi turistici, per i luoghi comuni all inclusive. Modica, per esempio, è oramai entrata in un vortice auto-promozionale che riduce tutto a una triade spesso confusa: il barocco, il cioccolato e il commissario Montalbano (sic). Storia, arte, tradizioni, e un pizzico di finzione letteraria (anzi televisiva). Tutto molto siciliano, effettivamente. Però così sembra che non ci sia altro. E invece no.
Il terremoto del 1693 distrusse quasi tutto, pochissimo è rimasto dell'epoca pre-barocca. E questo poco sta ritrovando una vita anche grazie agli abusati "linguaggi del contemporaneo". Parliamo della chiesa di Santa Maria del Gesù con annesso chiostro, isolata testimonianza a Modica del tardo gotico, risparmiata solo in parte dal terremoto che rase al suolo il Val di Noto. Il complesso è stato a lungo interdetto alle visite, solo negli ultimi anni è stato via via riconsegnato alla cittadinanza. Fino al 23 maggio 2014 ha ospitato la casa circondariale, che in tempi neanche troppo lontani ricadeva pure negli spazi della ex chiesa e del chiostro mozzafiato. Ora il carcere non c'è più e finalmente il complesso è interamente fruibile.
Rispetto all'altra unica volta che lo vidi, sei anni fa, quello che ho visto ieri è un luogo nuovo (e più pulito...), una nuova scoperta, una piacevole sorpresa, la restituzione di un bene storico ricontestualizzato nel nostro tempo. Fa parte infatti dei percorsi organizzati in questi mesi a Modica dal MAS (Modica Art System). Installazioni, proiezioni, suoni, laboratori didattici, artisti italiani e stranieri: un risveglio culturale che fa bene a tutti, oltre gli stereotipi e la comoda assuefazione all'incipiente turismo di massa – nella città che già ospita da dieci anni una delle gallerie d'arte contemporanea più quotate tra quelle emergenti, la Galleria Laveronica.
Ieri, a Santa Maria del Gesù, era la giornata conclusiva di presentazione dei progetti del MAS, realtà che riunisce la Fondazione Teatro Garibaldi, il Museo Civico Franco Libero Belgiorno e il CoCA (c.enter o.f c.ontemporary a.rts).
Alcune opere – ripeto, parlo da profano – mi hanno colpito, dentro quegli ambienti. Come i suoni profondi e "naturali" che rompono il "naturale" silenzio del chiostro. O l'uso sapiente, e sempre in evoluzione, della luce come strumento artistico e di ricerca. O, appunto, il dialogo tra passato presente e futuro.
Il terremoto del 1693 distrusse quasi tutto, pochissimo è rimasto dell'epoca pre-barocca. E questo poco sta ritrovando una vita anche grazie agli abusati "linguaggi del contemporaneo". Parliamo della chiesa di Santa Maria del Gesù con annesso chiostro, isolata testimonianza a Modica del tardo gotico, risparmiata solo in parte dal terremoto che rase al suolo il Val di Noto. Il complesso è stato a lungo interdetto alle visite, solo negli ultimi anni è stato via via riconsegnato alla cittadinanza. Fino al 23 maggio 2014 ha ospitato la casa circondariale, che in tempi neanche troppo lontani ricadeva pure negli spazi della ex chiesa e del chiostro mozzafiato. Ora il carcere non c'è più e finalmente il complesso è interamente fruibile.
Rispetto all'altra unica volta che lo vidi, sei anni fa, quello che ho visto ieri è un luogo nuovo (e più pulito...), una nuova scoperta, una piacevole sorpresa, la restituzione di un bene storico ricontestualizzato nel nostro tempo. Fa parte infatti dei percorsi organizzati in questi mesi a Modica dal MAS (Modica Art System). Installazioni, proiezioni, suoni, laboratori didattici, artisti italiani e stranieri: un risveglio culturale che fa bene a tutti, oltre gli stereotipi e la comoda assuefazione all'incipiente turismo di massa – nella città che già ospita da dieci anni una delle gallerie d'arte contemporanea più quotate tra quelle emergenti, la Galleria Laveronica.Ieri, a Santa Maria del Gesù, era la giornata conclusiva di presentazione dei progetti del MAS, realtà che riunisce la Fondazione Teatro Garibaldi, il Museo Civico Franco Libero Belgiorno e il CoCA (c.enter o.f c.ontemporary a.rts).
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| Genuardi Ruta, Supercella SS115 |
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| Concetta Modica, Ora/Oggi/Adesso (2017, terracotta, corda, reperto archeologico, semi) |
sabato 23 settembre 2017
Aiutiamolo a casa loro
La scena. Interno giorno. Una biondona occhialuta e cappelluta davanti a un aperitivo rustico con tanto di ombrellino démodé nel bicchiere, e poi lui, il siculo con camicia aperta ad altezza ombelico e catenona d'oro d'ordinanza. Una coppia "mista" di mezza età, un'accoppiata grottesca meneghina/siciliano ché pare di rivedere il capolavoro di Lina Wertmüller Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto, ma solo per i pesanti e risibili stereotipi. Lei – borghesona che pretende di essere elegante – non è Mariangela Melato, lui – proletario buzzurro e ignorante – non è Giancarlo Giannini. E non solo per la discutibile qualità recitativa...
Ma questo è solo uno dei tanti video che la Lega ha preparato per il referendum di ottobre, pur omettendo – chissà perché – il logo del partito. Tutti recitati in dialetto, alcuni piuttosto discutibili, compreso quello che ironizza sul cavalcavia crollato un anno fa nel Lecchese (un morto e sei feriti). Sketch da teatro dialettale o da sagra di paese. Scene grottesche, non proprio corti d'autore.
Quindi c'è anche il siciliano da barzelletta. Che chiede alla sua "bella" dove si vota e le spiega, appunto in un improbabile siciliano, che vuole votare al referendum perché «a mia 'u travagghiu e 'u pani m'u detti 'a Lombardia». Il lavoro e il pane gliel'ha dati la Lombardia. Aiutiamolo a casa loro.
martedì 19 settembre 2017
Nathan, abbiamo un problema
In effetti il testo continua. Si chiede «per quante volte viene moltiplicata una quantità quando aumenta del 10%?». Parla di «serie geometriche». Invita a «dedurre il numero totale di migranti giunti sull'isola dopo otto settimane, arrotondando all'unità». Affronta l'argomento come un fatto puramente matematico. E questo è, il testo.
Ma far diventare un simile dramma l'argomento di un problema di matematica per un libro del liceo, mi sembra quantomeno fuori luogo. Come fu vergognoso che due anni fa, su un libro di fisica in Italia, si chiedesse agli studenti liceali di calcolare l'impatto di un sasso dal cavalcavia su un'auto. Il problema di matematica è invece in un manuale della casa editrice Nathan per le scuole francesi. E qui sarebbe da chiedersi se il "cuginetto" che ha elaborato con dovizia di particolari tecnici e professionali il problema 93, a pagina 34 del manuale riservato all'ultima classe degli indirizzi economico-sociale e letterario, sia stato davvero così ingenuo (naïf?) o abbia sottovalutato le conseguenze di una gaffe del genere. "L'isola nel Mediterraneo" è indubbiamente Lampedusa; dubito si tratti della Malta intransigente che respinge navi con a bordo tre migranti...
Dopo le proteste e le polemiche, Nathan ha fatto mea culpa, ha ritirato il testo e dice che lo sostituirà gratuitamente. Speriamo si limitino ai soliti problemi sulla spesa al mercato. "Ahmed vende mele e arance...".
domenica 10 settembre 2017
Grazie che ha bevuto
Uno può leggere libri impegnati, guardare film d'autore, ascoltare musica di buon livello, ma poi alla fine, senza neanche scomodare l'alto-e-basso, Umberto Eco e la riscoperta delle culture e sottoculture pop, ci si diverte tutti con il trash, il grottesco, il comico demenziale. Tutti.
Quando una decina di anni fa noi siciliani (ma non solo) scoprimmo tra le pieghe di una tv privata di Agrigento le mirabolanti e improbabili imprese, politiche e "culturali", di un barbiere che si chiamava Giovanni Bivona, ci sentimmo paradossalmente investiti del privilegio di avere finalmente anche noi il nostro "eroe" popolare-popolano-populista-pop. Era tutto finto e per questo ci piaceva, ma forse non solo per questo.
Partiamo purtroppo dalla fine. Da quel "si chiamava Giovanni Bivona". Verbo al passato perché Giovanni Bivona, ad appena 55 anni, è morto per una brutta malattia. E quando muoiono i giullari, le maschere comiche, persino le macchiette, c'è un pizzico di tristezza in più. Anche perché Bivona, che di mestiere faceva davvero il barbiere (regalava perle di saggezza nel suo salone in via Dante ad Agrigento), era sicuramente genuino e buono nella sua pur grossolana ignoranza che lo rendeva simpatico; e buono come sanno essere solo i buoni che si fanno prendere in giro e non si prendono sul serio.
Partiamo purtroppo dalla fine. Da quel "si chiamava Giovanni Bivona". Verbo al passato perché Giovanni Bivona, ad appena 55 anni, è morto per una brutta malattia. E quando muoiono i giullari, le maschere comiche, persino le macchiette, c'è un pizzico di tristezza in più. Anche perché Bivona, che di mestiere faceva davvero il barbiere (regalava perle di saggezza nel suo salone in via Dante ad Agrigento), era sicuramente genuino e buono nella sua pur grossolana ignoranza che lo rendeva simpatico; e buono come sanno essere solo i buoni che si fanno prendere in giro e non si prendono sul serio.
«La politica è triste. Facciamola diventare allegra». «Protestiamo. Protestiamo. E protestiamo!». «Grazie che ho bevuto!». I tormentoni dello spot elettorale della primavera 2006 ormai li conoscono tutti. Si guadagnarono notorietà anche in tv e radio nazionali, che presero a sfottere l'approssimazione di Bivona senza rendersi conto che, in fondo, era lui a sfottere, più o meno consapevolmente, una certa retorica. Prese un discreto pacchetto di voti ma non fu eletto a quelle elezioni provinciali, candidato della lista Patto per la Sicilia, una delle tante para-autonomiste di quella stagione politica nell'Isola. Ma poi è diventato una piccola star, grazie all'intuito furbo di Angelo Ruoppolo e Lelio Castaldo di Teleacras, che lo lanciarono nel ruolo di improbabile e divertente commentatore dei temi più disparati, persino nella sua spassosa "rubrica e-letteraria" in cui smontava Dante, Leopardi o Shakespeare, lui che si era comunque autodefinito "Maestro di vita". Spettacolare nella pubblicità di un negozio di pelletteria, in cui sfoggiava una scarpa su una spalla. Surreale come Dalì a spasso con un formichiere per le strade di Parigi...
Inutile elencare tutte le imprese di Giovanni Bivona, ne è pieno YouTube. Ma è proprio su questo che voglio concentrare questo piccolo e inutile mio ricordo. Bivona è diventato famoso soprattutto con il passaparola. Ancora non eravamo del tutto schiavi dei social network e la voce - quasi carbonara -
circolava su forum e blog, o più semplicemente tra amici (reali e non virtuali); c'era pure chi suggeriva di scaricare i suoi video su eMule! Non c'erano influencer a consigliare i suoi video, né twitstar a sponsorizzarlo, ma nemmeno finì nel tritacarne della Gialappa's, per dire.
In questa specie di preistoria Giovanni Bivona ha fatto quasi tutto da solo. E ci ha rallegrati con la sua protesta, altro che i grillini. Beviamo alla sua salute. Grazie.
In questa specie di preistoria Giovanni Bivona ha fatto quasi tutto da solo. E ci ha rallegrati con la sua protesta, altro che i grillini. Beviamo alla sua salute. Grazie.
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