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giovedì 21 giugno 2018

Palermo vince per Manifesta superiorità

Manifesta è la biennale d'arte contemporanea "nomade" con sede ad Amsterdam, ma che ogni due anni ha luogo in una città diversa d'Europa. E per il 2018, dal 16 giugno al 4 novembre, la città europea in questione è anche la capitale italiana della cultura: Palermo. Il weekend scorso ero lì, all'anteprima di Manifesta 12 per stampa e professionisti del settore. Da siciliano e da profano frequentatore dell'arte contemporanea, sono rimasto travolto dalla contraddittoria bellezza che Palermo - una delle poche vere capitali rimaste in Italia... - ha offerto alle migliaia di persone arrivate da tutto il mondo. Se non fosse per un furto da 15mila euro nella notte tra domenica e lunedì al Teatro Garibaldi, quartier generale di Manifesta 12, Palermo è riuscita in quel weekend a scrollarsi di dosso cliché e pregiudizi, offrendo invece la sua dolente ricchezza e il fascino della sua decadenza alle sperimentazioni dell'arte.
L'Orto Botanico, lo splendido Palazzo Forcella De Seta alla Kalsa, i palazzi Butera e Trinacria (quello dove Falcone e Borsellino furono immortalati sorridenti da Tony Gentile), l'Oratorio di San Lorenzo, Palazzo Ajutamicristo, Palazzo Costantino, l'Archivio di Stato alla Gancia... L'elenco sarà sempre incompleto: la città di Palermo, per evidente merito di uno sforzo lungimirante dell'amministrazione, ha presentato al pubblico i suoi gioielli, anche le sue ferite. Certi luoghi non erano praticamente fruibili fino alla settimana scorsa, ora invece ospitano una delle più importanti manifestazioni culturali d'Europa. Persino le periferie come lo Zen o le propaggini dimenticate di Costa Sud sono dentro il programma di Manifesta 12, al di là del salotto buono della città.
Orto Botanico
Santa Maria dello Spasimo
Oratorio dei Peccatori
Palazzo Costantino
Palazzo Forcella De Seta
Chiesa dei Santi Euno e Giuliano
Palazzo Ajutamicristo
Piazza Magione
Palazzo Butera
Inutile dire che qualcosa è forse da rivedere (troppi eventi collaterali non sempre ben comunicati, sovrapposizione di eventi e performance, qualche intoppo organizzativo soprattutto nel weekend inaugurale), ma anche alla Biennale di Venezia non è tutto sempre così perfetto. Di certo c'è che i luoghi sono incredibili, talvolta più interessanti delle opere che ospitano. Ma comunque alcuni interventi artistici sono notevoli. Il duo Masbedo, per esempio, all'Archivio di Stato e a Palazzo Costantino. O gli interventi urbani-agricoli di Cooking Sections. O Alberto Baraya e le sue teche di piante artificiali all'Orto. O Uriel Orlow a Palazzo Butera che parte da tre alberi simbolo della Sicilia - il pino di San Benedetto a Palermo, il ficus di Falcone, l'ulivo dell'armistizio di Cassibile - per raccontare la voglia di questa terra di essere sempre viva, nonostante tutto. O la performance trascinante di Marinella Senatore, tra balli di bambini, percussionisti, canti e acrobazie, bandiere e gonfaloni: una processione rumorosa per le vie di Palermo che ha spiazzato persino i palermitani abituati al traffico... E così via, in un confuso e parziale elenco.
Nella città dei mercati, dei paradossi, dei clacson, delle urla, delle urla e dei festoni, c'è spazio per tutti, anche durante Manifesta. "Il Giardino Planetario. Coltivare la Coesistenza". Effettivamente il tema di questa dodicesima edizione della biennale nomade è cucito su misura per Palermo. Ma in realtà forse solo a Palermo gli organizzatori olandesi avrebbero potuto trovare il terreno fertile per raccontare cosa vuol dire oggi accogliere, coltivare, far crescere, senza differenze. E senza paura di continuare a essere "tutto porto", come dice il nome greco della città.
Se volete capire i fenomeni geopolitici, sociali ed ecologici di oggi, andate in quel crocevia che è Palermo. Una città che è capitale che è arte contemporanea.

Cooking Sections, @Giardino dei Giusti

Marinella Senatore, Palermo Procession, @Chiesa dei Santi Euno e Giuliano

Marinella Senatore, Palermo Procession

Masbedo, Protocollo no. 90/6, @Archivio di Stato alla Gancia

Masbedo, Videomobile, @Palazzo Costantino

Patricia Kaersenhout, The Soul of Salt, @Palazzo Forcella De Seta

Peng! Collective, Call-A-Spy, @Palazzo Ajutamicristo

Rayyane Tabet, Steel Rings, @Palazzo Ajutamicristo

sabato 30 settembre 2017

Quello che passa (l'ex) convento

Non mi intendo molto di arte, ma sono ugualmente un assiduo frequentatore di musei e mostre, negli ultimi tempi specialmente di arte contemporanea. E non posso negare che mi piace tanto scoprirla anche in luoghi impensati e/o impensabili. La mia Modica, città di cui mi vanto, è ormai da tempo inserita nei circuiti turistici, più o meno organizzati. Ma poiché detesto tutte le retoriche, provo fastidio anche per gli stereotipi turistici, per i luoghi comuni all inclusive. Modica, per esempio, è oramai entrata in un vortice auto-promozionale che riduce tutto a una triade spesso confusa: il barocco, il cioccolato e il commissario Montalbano (sic). Storia, arte, tradizioni, e un pizzico di finzione letteraria (anzi televisiva). Tutto molto siciliano, effettivamente. Però così sembra che non ci sia altro. E invece no.
Il terremoto del 1693 distrusse quasi tutto, pochissimo è rimasto dell'epoca pre-barocca. E questo poco sta ritrovando una vita anche grazie agli abusati "linguaggi del contemporaneo". Parliamo della chiesa di Santa Maria del Gesù con annesso chiostro, isolata testimonianza a Modica del tardo gotico, risparmiata solo in parte dal terremoto che rase al suolo il Val di Noto. Il complesso è stato a lungo interdetto alle visite, solo negli ultimi anni è stato via via riconsegnato alla cittadinanza. Fino al 23 maggio 2014 ha ospitato la casa circondariale, che in tempi neanche troppo lontani ricadeva pure negli spazi della ex chiesa e del chiostro mozzafiato. Ora il carcere non c'è più e finalmente il complesso è interamente fruibile.
Rispetto all'altra unica volta che lo vidi, sei anni fa, quello che ho visto ieri è un luogo nuovo (e più pulito...), una nuova scoperta, una piacevole sorpresa, la restituzione di un bene storico ricontestualizzato nel nostro tempo. Fa parte infatti dei percorsi organizzati in questi mesi a Modica dal MAS (Modica Art System). Installazioni, proiezioni, suoni, laboratori didattici, artisti italiani e stranieri: un risveglio culturale che fa bene a tutti, oltre gli stereotipi e la comoda assuefazione all'incipiente turismo di massa – nella città che già ospita da dieci anni una delle gallerie d'arte contemporanea più quotate tra quelle emergenti, la Galleria Laveronica.
Ieri, a Santa Maria del Gesù, era la giornata conclusiva di presentazione dei progetti del MAS, realtà che riunisce la Fondazione Teatro Garibaldi, il Museo Civico Franco Libero Belgiorno e il CoCA (c.enter o.f c.ontemporary a.rts).
Genuardi Ruta,
Supercella SS115
Concetta Modica,
Ora/Oggi/Adesso
(2017, terracotta, corda,
reperto archeologico, semi)
Alcune opere – ripeto, parlo da profano – mi hanno colpito, dentro quegli ambienti. Come i suoni profondi e "naturali" che rompono il "naturale" silenzio del chiostro. O l'uso sapiente, e sempre in evoluzione, della luce come strumento artistico e di ricerca. O, appunto, il dialogo tra passato presente e futuro.

sabato 17 giugno 2017

Watersgate


«Ti raccomando i miei libretti, Quinziano, se tuttavia posso chiamarli miei, dato che li recita uno dei tuoi amici...». È il primo secolo dopo Cristo e per la prima volta nella storia viene documentato l'uso del termine "plagio" nel senso di violazione del diritto d'autore. Letteralmente, il termine latino "plagium" indicava la riduzione di un uomo libero in stato di schiavitù, o anche il furto di uno schiavo. Quei versi erano di Marziale, epigramma 52 (libro I). Si lamentava con l'amico perché qualcun altro si era appropriato dei suoi versi e li spacciava per propri.
Quindi il plagio del diritto d'autore è questo, anche quasi duemila anni dopo. Cito da una storica sentenza della Corte Costituzionale: «l'azione di farsi credere autore di prodotti dell'ingegno altrui e quella di riprodurli fraudolentemente».
Ecco, tecnicamente, secondo il tribunale di Milano, la copertina dell'ultimo disco di Roger Waters, l'ex leader dei Pink Floyd, è un plagio. La copertina, non la musica, attenzione. Non è come Michael Jackson che scopiazza Al Bano... Il disco, is this the life we really want?, è uscito il 2 giugno e segna il ritorno da solista in studio di Waters dopo 25 anni. Di tempo per riflettere sulla copertina ne ha avuto tanto, ma non è bastato. E infatti è incappato in un grosso scivolone.
La cover, l'involucro, il libretto illustrativo, le etichette, il merchandising: tutto più o meno copiato, dicono i giudici milanesi, dalle opere di Emilio Isgrò, uno dei più grandi artisti contemporanei viventi, pittore e scrittore, siciliano di Barcellona Pozzo di Gotto, esposto nei musei più prestigiosi del mondo. Isgrò è celebre per le cancellature, sua cifra stilistica fin dagli anni Sessanta (anche se la tecnica del caviardage è precedente). E sul disco di Waters le cancellature sono ovunque, appunto, davvero molto simili a quelle dell'artista concettuale siciliano. Come se avesse riprodotto i tagli di Lucio Fontana o i quadri specchianti di Michelangelo Pistoletto. Quelle cancellature, secondo la critica e in parte per il diritto d'autore, "appartengono" a Isgrò. «Ammiro Waters, ma questo è un plagio palese», commenta laconico l'artista siciliano.
Il caso è senza precedenti. Il tribunale, accogliendo il ricorso dei legali di Isgrò, ha ravvisato in via cautelare gli estremi del plagio – che peraltro anche molte recensioni avevano notato... – e dunque ordinato a Sony Italia (che distribuisce il disco prodotto da Columbia Records) di bloccare la vendita dell'album di Waters. Il 27 giugno la prossima udienza nella quale Sony potrà opporsi al provvedimento. Stando alla Convenzione di Basilea sul diritto d'autore, se i giudici dovessero decidere nel merito a favore di Isgrò, cause del genere potrebbero replicarsi all'estero. Il decreto della giudice Silvia Giani apre però alla possibilità di una «composizione bonaria», anzi sembra proprio auspicarla. Sarebbe un peccato se l'ultima cancellatura di Emilio Isgrò fosse Roger Waters...
È davvero questa la vita che vogliamo? (cit.)

domenica 15 maggio 2016

Quando eravamo emiri

Il progetto risale in realtà ad almeno un paio d'anni fa, ma io l'ho scoperto solo da pochi giorni, dopo che è stato rilanciato da Rivista Studio. Amo l'Africa, amo la Sicilia, amo la storia e amo la geografia, quindi il progetto Alkebu-Lan dell'artista svedese Nikolaj Cyon mi è piaciuto subito. "Alkebu-Lan", in arabo, vuol dire "Terra dei Neri", appunto l'appellativo con cui Cyon indica l'Africa in questa sua opera. Un'opera che solo apparentemente è una semplice mappa.
La domanda di Cyon è: come sarebbe stata l'Africa (anzi, la "Terra dei Neri") se non fosse stata colonizzata dalle potenze europee? Il nome scelto da Cyon è la risposta. Sarebbe stato un continente con decine e decine di nazioni piccole o piccolissime, a parte sei macro-Stati, che più o meno sarebbero corrisposti agli attuali Algeria-Marocco (il Maghreb), Egitto, Etiopia, Mali e (i due) Congo. E la lingua dominante, nell'Africa che sarebbe potuta essere senza la conferenza di Berlino del 1884-'85, è appunto l'arabo. Califfati, sultanati, emirati: buona parte di quel continente a-coloniale avrebbe parlato arabo. Un imperialismo di altra matrice...
Nessun confine sarebbe coinciso con quelli tracciati a tavolino al tempo della "scramble for Africa". Il criterio scelto da Cyon è l'uniformità linguistica-culturale (utilizzando anche gli studi dell'Unesco in materia), insieme ai confini naturali. Quello che salta agli occhi di "noi" europei è che la dominazione araba avrebbe fatto diventare "africane" anche la Spagna (parte del colosso maghrebino), la Sicilia, Sardegna e Corsica e persino Frassineto (alias Farakhshanīṭ) a due passi da Saint-Tropez.
Nel bel progetto di Cyon la mappa è ribaltata, proprio per distorcere la percezione eurocentrica: il Nord e il Sud si scambiano i ruoli, e così la Sicilia finisce all'estremità meridionale della Terra dei Neri. Terroni anche in quel caso...! Si chiama Ṣiqilliyya Imārat, emirato di Sicilia. Che peraltro è davvero esistito, come è noto. La differenza, adesso, è che grazie a Cyon la storia alternativa riconosce finalmente quello che persino la geologia dice da qualche era: la Sicilia è Europa, è Mediterraneo, è Africa. Forse anche Asia.