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giovedì 8 giugno 2017

Il papello clinico

A Totò Riina, 86 anni, forse non resterebbe troppo da vivere neanche se fosse sano. E invece ha pure due tumori. Così, come già avvenuto a suo tempo con Bernardo Provenzano, i suoi legali chiedono gli arresti domiciliari per ragioni di salute. La richiesta di zu' Binnu venne rigettata, idem è successo con il capo dei capi. Epperò l'ineffabile Corte di Cassazione ha annullato con rinvio l’ordinanza del Tribunale di Sorveglianza di Bologna che aveva rifiutato il trasferimento di Totò u curtu a casa a Corleone per finire là i suoi giorni. Insomma, la Suprema Corte ha detto che anche il peggiore criminale italiano (centinaia di omicidi e cinque stragi nel curriculum) "merita una morte dignitosa". I giudici bolognesi dovranno dunque motivare meglio il loro rifiuto, e magari stavolta la Cassazione non avrà nulla da ridire. Ma la questione resta.
Che diritto ha Totò Riina di morire dignitosamente nel suo letto? E alle sue vittime morte tra violenza e dolore non ci pensa nessuno? Domande tutte giuste, con risposte fin troppo ovvie. I commenti di questi giorni si sono destreggiati tra un garantismo di maniera ("dire no ai domiciliari è come tifare per la pena di morte") e una indignazione non sempre sincera. Io, per quel pochissimo che vale, riassumo la mia: Totò Riina deve restare in carcere. Ah, peraltro è già fuori dalla sua cella: infatti si trova in ospedale a Parma (l'ex compare Provenzano morì in un letto del San Paolo di Milano), naturalmente detenuto.
Ecco, ho lavorato in una piccola casa circondariale siciliana e visitato due volte il carcere-modello di Bollate, forse non sono obiettivo o imparziale, ma la Costituzione e le leggi sull'ordinamento penitenziario le conosco: le pene non devono essere degradanti, l'obiettivo finale è la rieducazione, devono essere garantiti i diritti del detenuto, eccetera. Le carceri italiane sono invece sovraffollate, non tutte possono vantare organizzazione e servizi e attività come Bollate, le istituzioni europee ci bacchettano costantemente per le gravi lacune del nostro sistema carcerario. Secondo il dossier di Ristretti Orizzonti, nel 2016 sono stati 115 i "morti di carcere" (per "suicidi, assistenza sanitaria disastrata, morti per cause non chiare, overdose").
Le cure dignitose dovrebbero spettare a tutti i detenuti, non solo al gotha del crimine... E a Totò Riina – non può dubitarne nessuno, neanche il garantista più incallito – viene assicurato un trattamento sanitario in piena regola, direi "dignitoso". Riina è un pluri ergastolano, condannato al 41 bis. Mandarlo a casa, come hanno notato anche autorevoli osservatori (per nulla giustizialisti), equivarrebbe proprio a sconfessare il regime del carcere duro per i mafiosi. Non c'è dubbio che l'obiettivo è quello, far saltare il 41 bis. Senza stragi, stavolta. La cartella clinica come il nuovo papello... Sarebbe una vittoria per Riina e per i mafiosi. Della serie: "anche da moribondo esercito il mio potere e la mia libertà". Libertà è una parola grossa che uso volutamente con intento provocatorio. Quest'uomo, "la belva", la libertà l'ha già sperimentata nei suoi 24 anni di latitanza. Il suo potere lo conosciamo fin troppo bene. Non diamogliene altro.

venerdì 20 novembre 2015

Ich bin ein Agrigentiner

Giusto un paio di giorni fa è uscito il suo nuovo libro, Chi ha paura non è libero, in cui racconta, con una prosa molto "istituzionale", la lotta italiana contro il terrorismo. Libro scritto prima dei fatti di Parigi, va sottolineato. Ma quello che mi ha colpito è che nel risvolto di copertina, Angelino Alfano parla di sé citando le sue esperienze politiche ma senza mai nominare la Democrazia Cristiana né Forza Italia. Curioso: solo Pdl e Ncd. Poi, qualche giorno dopo, il nome del ministro dell'Interno finisce sulle prime pagine di tutti i giornali e non solo, per le intercettazioni tra mafiosi corleonesi che avrebbero progettato di ucciderlo. «Deve fare la fine di Kennedy», dicevano più o meno. Naturalmente ad Alfano è arrivata tutta la solidarietà di rito, anche dagli avversari come Salvini (che però ne ribadisce «l'incapacità e l'inadeguatezza»); spicca per assenza Matteo Renzi, in realtà...
Ma è il paragone con Kennedy che cattura l'attenzione. Premesso che la stessa Procura di Palermo nutre dubbi sulla consistenza delle minacce, e considerato che pure lo stesso Totò Riina si lascia ogni tanto andare a improbabili commenti e valutazioni dal carcere, il parallelo tra l'enfant prodige della Dc siciliana e il fascinoso rampollo della dinastia irlandese è interessante. Solo alcuni, a sinistra, hanno sommessamente fatto notare che le motivazioni del presunto attentato starebbero in un "tradimento" di fantomatiche promesse fatte ai boss. Dice uno dei mafiosi intercettati e poi arrestati: «Questo Angelino Alfano è un porco con le persone, chi minchia glielo ha portato allora qua con i voti di tutti, degli amici? È andato a finire là, insieme a Berlusconi ed ora si sono dimenticati di tutti». In pratica gli rimproverano di aver dimenticato i suoi trascorsi politici... Proprio come è successo nel risvolto dell'ultimo libro di Angelino.
E JFK? Semplice: aveva vinto le elezioni con i voti della mafia italo-americana (fatto conclamato) e poi aveva voltato le spalle agli "amici". Secondo questi corleonesi sarebbe stata la mafia stessa a fargliela pagare. Ad Alfano avrebbero voluto dunque riservare la stessa «botta in testa», interpretata dunque come la fucilata che uccise 52 anni fa a Dallas, Texas, il 35esimo presidente degli Stati Uniti d'America, John Fitzgerald Kennedy.
Stavolta però i boss non erano neanche d'accordo sul luogo dell'attentato: Roma o Agrigento? E chi avrebbe recitato la parte di Lee Harvey Oswald?
I motivi di tanto odio risiedono nell'inasprimento del carcere duro (il 41 bis) per i condannati per mafia. Sembra un revival del famigerato papello di Riina... O dello storico striscione alla Favorita di Palermo: 22 dicembre 2002, «Uniti contro il 41 bis. Berlusconi dimentica la Sicilia».
Alfano replica, con una teatralità di linguaggio che ne qualifica perfettamente le origini agrigentine, «la liberazione della nostra amata Sicilia e del nostro Paese da questi maledetti vale più della vita di ciascuno di noi». Kennedy disse pure: «Perdona i tuoi nemici, ma non dimenticare mai i loro nomi».

martedì 14 dicembre 2010

Saracinesche

Strane leggi ha il commercio, in Sicilia. Alcuni negozi chiudono, altri riaprono. Soprattutto in senso figurato.
L'altroieri tutto il paese di Corleone si è stretto al dolore di una famiglia e i negozi hanno chiuso per lutto, in segno di rispetto. Niente di strano, a dire il vero, nemmeno se il defunto si chiamava Simone Provenzano. Fratello di Binnu-Bernardo. Un emigrante di ritorno, una vita in Germania e una serena vecchiaia nel paese natale. Non aveva nulla a che fare con gli "affari" dell'illustre parente, ma è anche vero che la polizia capì che Binnu era a Corleone dopo aver sentito Simone al telefono riferirsi a "iddu", a lui. Ecco, a Corleone hanno abbassato le saracinesche e tutto il paese in corteo dietro il feretro, vigili urbani compresi.
Super-realista il sindaco Nino Iannazzo che minimizza: «I vigili facevano solo viabilità, come per ogni funerale. E quelle saracinesche abbassate sono solo per scaramanzia. Vecchie innocue tradizioni, niente altro».
Qualcuno al contrario si lamenta e si preoccupa. «A Corleone certa gente non perde il vizio di ossequiare i boss e i loro parenti», dice il sindacalista Dino Paternostro.
A Palermo, invece, qualcuno sta cominciando a perdere un altro vizio. Quello di pagare il pizzo. Tutto è partito dai pizzini decifrati dei Lo Piccolo, ma soprattutto dalla denuncia dei commercianti vittime del racket. La vittoria della società civile, della polizia, della magistratura, è anche la vittoria di Addiopizzo, fondamentale nel supporto alle indagini che hanno portato a 63 arresti tra le principali famiglie mafiose della città.
A Palermo i negozi possono riaprire, possono respirare, l'aria sembra cambiare sul serio. Si rialzano le saracinesche dopo le "chiusure per lutto". E qui non c'entra davvero nulla la scaramanzia.