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venerdì 30 gennaio 2015

A colpi di Mattarellum

[Vabbè, alla fine né Anna FinocchiaroPietro Grasso sono diventati presidenti della Repubblica... Ma tocca lo stesso, per la prima volta nella storia, a un siciliano. Sergio Mattarella.
Ecco il mio ritratto del capo dello Stato, pubblicato sul Quotidiano Nazionale]

«In confronto a Sergio Mattarella, Arnaldo Forlani era un movimentista». E se a dirlo è Ciriaco De Mita, che di Mattarella è stato lo sponsor politico in quel groviglio di correnti che era la Dc degli anni Ottanta, allora c’è da credergli. Mattarella è schivo, sobrio, forse persino gelido: «Mostrate allegria!», scherzava qualche tempo fa l’enigmista Stefano Bartezzaghi anagrammando il suo nome. Insomma, Sergio Mattarella da Palermo, classe 1941 fu Bernardo, è così. Calmo, pacato e rigoroso (o rigido?). A tal punto che il suo grido di battaglia nella campagna elettorale per le turbolente elezioni del 2001, quelle del trionfo berlusconiano, era «molto è stato fatto, ma molto resta da fare». Lui comunque fu eletto. In un collegio ‘straniero’, in Trentino. «Non possiamo venire a sapere dal Giornale di Sicilia che uno si candida qui», insorsero a Trento.
«La mia azione politica è sempre e comunque provvisoria», diceva l’uomo che ha dato, suo malgrado, il nome a una legge elettorale, il Mattarellum. Il politologo Sartori voleva essere ironico con quel latino. Ma alla politica, a un certo punto, Sergio ha dovuto dedicare la sua vita. Il 6 gennaio 1980 gli muore tra le braccia il fratello Piersanti, presidente della Regione Sicilia. Ucciso dalla mafia. È un legame forte, quello di ‘Sergiuzzu’ e Piersanti: «Ci confidavamo su tutto». Dopo la strage di via Libertà, De Mita lo manda a Palermo a rinnovare quella Dc siciliana che con la mafia aveva convissuto per lungo tempo. Persino papà Bernardo, dominus della politica isolana, dieci volte ministro, era stato molto chiacchierato: sempre assolto da ogni accusa, comunque (avvocato era l’onorevole Giovanni Leone, futuro capo dello Stato, per la cronaca). Piersanti era morto perché voleva rompere quei legami. Anche se fu lui l’artefice della prima elezione di don Vito Ciancimino a sindaco di Palermo, nel 1970. E l’opera di rinnovamento di Sergio parte proprio dal Comune: Leoluca Orlando, l’uomo della ‘primavera palermitana’, è una sua creatura.
Poi il salto romano: in Parlamento dal 1983 al 2008, sette legislature ininterrotte. Supera indenne anche la tempesta di Tangentopoli, trasformando la Dc nel Partito popolare. E sarà ancora lui a battezzare la nascente Margherita e a firmare il manifesto che dà vita al Pd. Venticinque anni di Parlamento, ministro in governi diversissimi, da Andreotti a D’Alema. Con il Divo Giulio si occupa di istruzione, almeno fino al 1990, quando – ed è questo il primo vero sussulto, a quasi 50 anni – si dimette per protesta contro la fiducia sulla legge Mammì che avrebbe sanato la situazione di illegalità delle tv di Berlusconi.
Prima di dimettersi aveva avuto il tempo di appoggiare, da buon cattolico, la battaglia del Vaticano contro il tour di Madonna: «Un’offesa al buongusto». Ma il conto aperto ce l’ha proprio con il Cavaliere e il centrodestra. Quando Buttiglione critica pesantemente gli ex democristiani che vanno a sinistra, lui risponde con inedita ironia: «El general golpista Roquito Butillone...». E fu «un incubo irrazionale» vedere Forza Italia nel Ppe insieme a lui.
Con il líder máximo D’Alema (di cui è stato anche vicepremier) andrà invece alla Difesa. Abolisce la leva obbligatoria e nel 1999 aderisce convintamente alla guerra in Kosovo. Si guadagna la stima degli americani. Ma il suo biglietto da visita internazionale si ferma qui. Il curriculum nazionale invece è ricco: «la poltrona più bella è quella della Corte costituzionale», diceva poco tempo fa. Per arrivare nel 2011 alla Consulta fu decisivo il voto di una giovane neo mamma, Marianna Madia. Bernardo Giorgio, figlio di Sergio e allievo dell’altro ‘quirinabile’ Sabino Cassese, oggi è uomo di punta dello staff del ministro Madia.

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mercoledì 6 aprile 2011

Andreotti non è stato assolto

Il titolo di questo post non dovrebbe dire nulla di nuovo. Qualcuno però è ancora convinto che il senatore a vita sia stato prosciolto dalle accuse di mafia e, anche se la realtà processuale dice tutt'altro, il giudizio della Storia non convince gli innocentisti di professione. La notizia dunque non è nuova, ma ieri 5 aprile c'è stata a Milano la "prima" dello spettacolo di Giulio Cavalli L'innocenza di Giulio. Io c'ero e con l'ottimo collega Paolo Fiore ho scritto per il quotidiano online della scuola di giornalismo "Walter Tobagi" questo pezzo:
foto di Lidia Baratta
«Diceva Er Monnezza: "Quello che te sto a di’ è Cassazione". Quel che vale per Er Monnezza non vale per il resto del Paese». Una citazione di Tomas Milian non te l’aspetteresti da un distinto magistrato settantenne. Invece Giancarlo Caselli usa il commissario Giraldi per battezzare lo spettacolo di Giulio Cavalli su Andreotti. E per ricordare che la Cassazione non ha assolto il Divo Giulio dalle accuse di mafia.
Già da qui s’intuisce che L’innocenza di Giulio, in scena al Teatro della Cooperativa di Milano dal 5 al 22 aprile, sarà «uno spettacolo maleducato e rissoso». Così lo definisce l’attore Giulio Cavalli, coautore insieme a Carlo Lucarelli e allo stesso Caselli. Per la "prima" la musica è dal vivo: Cisco, ex cantante dei Modena City Ramblers, accompagna con chitarra e tamburello.
Sul palco due sedie. Al centro, una luce soffusa illumina un inginocchiatoio e un impermeabile. Un allestimento leggero per ricordare storie pesanti. I rapporti tra Andreotti e i cugini Salvo, l’ascesa e la caduta di Salvo Lima, l’intreccio tra mafia e P2, tra Bontade e “Michelino” Sindona, gli omicidi di Piersanti Mattarella e del generale dalla Chiesa. Andreotti è stato assolto? È un perseguitato? «Per il resto del Paese» è così. La Cassazione, invece, conferma la sentenza d’appello del 2003: Andreotti ha «commesso il reato di partecipazione all’associazione per delinquere fino alla primavera 1980». Reato però «estinto per prescrizione». «Non un’assoluzione. Che senso avrebbe altrimenti fare ricorso se sei stato assolto?», si chiede Giulio Cavalli.
Lo spettacolo combina il teatro civile dell’attore milanese con i ritmi della narrazione di Lucarelli. E con il rigore di Caselli. Si citano le sentenze, si leggono le deposizioni dei pentiti: Mannoia, Buscetta, Di Maggio che racconta del presunto bacio tra lo "Zio" Giulio e Totò Riina. Tra un brano e l’altro il teatro diventa un confessionale: musica sacra, luci basse, Cavalli indossa l’impermeabile e s’inginocchia. Diventa Andreotti e si cita: «I miei amici che facevano sport sono morti da tempo»,  «Ho visto nascere la Prima Repubblica, e forse anche la Seconda. Mi auguro di vedere la Terza», «Non sono mai stato sindoniano, non ho mai creduto che fosse il diavolo in persona». E sulla sua assenza al funerale di dalla Chiesa: «Preferisco andare ai battesimi piuttosto che ai funerali». Lo stile ricorda Il Divo, difficile smarcarsi da un’interpretazione come quella di Toni Servillo. Chiude Cisco: «Dormi dormi bel Paesino», una ninna nanna all’Italia addormentata. Sperando che si risvegli.