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giovedì 10 agosto 2017

Ignoranza criminale

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In pienissimo centro a Firenze, in via de' Ginori, c'è questo bel negozio che vende prodotti, perlopiù calabresi, da terre confiscate alle mafie. Lo scrivono anche fuori, in inglese. Ma sotto, ed è questo che mi ha lasciato interdetto, hanno dovuto aggiungere "non è uno scherzo!".
Perché?, ho chiesto ai proprietari. La gente non ci crede? Peggio: hanno dovuto (appunto, dovuto) aggiungere quella frase per i turisti. "Scoppiavano a ridere", mi ha detto desolata una signora reggina gentilissima. Per loro, soprattutto per gli americani, notoriamente poco avvezzi a preoccuparsi di capire come giri realmente il mondo oltre il loro grande Paese, la mafia è quella del Padrino. "Uno scempio", ha aggiunto la signora.
È un problema di ignoranza che però siamo noi stessi italiani (e siciliani e calabresi e campani eccetera) ad alimentare spesso vendendoci macchiettisticamente ai turisti stranieri. Le cartoline con i motti mafiosi, le statuine con la lupara, la coppola, la musica del Padrino suonata da ogni fisarmonica all'uscita dei ristoranti a menù fisso, più italoamericano che italiano. E così la mafia non è per loro il mostro che soffoca la nostra economia e la società, non il nemico dei giovani coraggiosi del Sud, non la ragnatela criminale del caporalato e dello sfruttamento. No, per loro è tutto un immaginario di boss eleganti, sfarzo stile John Gotti, al massimo epopea/mitologia da gangster.
Per loro la mafia è uno scherzo.
Continuate a mangiare cibo spazzatura, va'.

domenica 14 dicembre 2014

Condimento molto salato

Il sommo Dante sosteneva che il cibo più buono al mondo fosse l'uovo sodo. E il condimento perfetto era il sale. Insomma, piatti e ingredienti semplicissimi e genuini. Non mi azzardo a parafrasare l'Alighieri, ma – soprattutto se mi trovo in Sicilia – potrei dire senza dubbi che poche cose sono più buone del pane condito, o meglio u' pani cunsatu. E naturalmente, per essere precisi, il condimento migliore, a completare olio e sale e pane fragrante, è l'origano. Mi perdonerà dunque il Vate fiorentino: il sale sta all'uovo sodo come l'origano al pani cunsatu (e a mille altre cose, in realtà: io lo metterei quasi ovunque...). Quell'erba aromatica ha per me, siciliano rustico mediterraneo, quasi un effetto proustiano.
Quindi mi ha colpito la vicenda dell'emendamento alla legge di Stabilità (banalmente, alla manovra finanziaria) proposto dalle senatrici Pd Leana Pignedoli, emiliana, e Venerina Padua, siciliana di Scicli, sull'aliquota Iva dell'origano in vendita "a rametti o sgranato". I numeri: a differenza di basilico, menta, rosmarino e salvia che godono dell'Iva agevolata al 4%, l'origano è in pratica l'unica erba aromatica su cui si applica la canonica e pesantissima aliquota del 22%. Ecco cosa dice l'Agenzia delle Entrate: «L’origano, da un punto di vista tecnico/merceologico appartiene alla stessa voce doganale del basilico, rosmarino e salvia ma, a differenza di questi ultimi prodotti, non è letteralmente menzionato dal legislatore fiscale al citato n. 12-bis) della Tabella A, parte II del D.P.R. n. 633 del 1972 ai fini dell’applicazione dell’aliquota IVA ridotta del 4 per cento». Mannaggia. E pensare che esiste anche un'Iva al 10%, per le miscele di spezie...
Le senatrici Pignedoli e Padua, dunque, hanno proposto di abbassare l'aliquota, ma hanno "condito" il tutto con una bella gaffe: parlano di un'Iva al 6%, che in Italia non esiste (ma c'è in Svezia, Belgio, Portogallo e Lussemburgo). Prima di loro, a essere precisi, a gennaio avevano preso a cuore la questione anche i deputati siculi, di Nuovo Centrodestra, Alessandro Pagano e Nino Minardo. Erano stati sollecitati, pare, dai produttori concentrati in particolare nella provincia di Ragusa. Per fortuna che io, quando posso, l'origano vado a raccogliermelo direttamente nei campi. In greco vuol dire "splendore di montagna".
Per una volta, allora, facciamo di tutta un'erba un fascio.

giovedì 27 novembre 2014

Il paradiso pantesco

Certo, fa sorridere che quanto di più concreto, "terreno" e materiale possa esserci, come l'agricoltura, finisca per meritarsi un riconoscimento come "patrimonio immateriale dell'Umanità"... Però è andata così, e dunque l'Unesco, che oltre a tutte le bellezze artistiche, ambientali e storiche, inscrive nelle sue liste anche beni "immateriali", ha inserito per la prima volta una tecnica di coltivazione. Riconoscendo dunque all'agricoltura la dignità che le spetta. E non lo dico per retorica. Ricordo una delle cose più belle che mi siano mai state dette, sarà stato 25 anni fa: un capoufficio di mio padre mi disse «Ti chiami Giorgio, sai cosa vuol dire in greco? È il mestiere più nobile che esista: il contadino». Avendo due nonni contadini, e uno si chiamava Giorgio, tutto quadrava.
E quindi adesso trovo bello che l'Unesco, all'unanimità, abbia riconosciuto, dopo quattro anni di lavoro, La pratica agricola tradizionale della coltivazione della “vite ad alberello” della comunità di Pantelleria, lo Zibibbo, come meritevole di entrare nella lista (andandosi ad aggiungere alla dieta mediterranea e all'opera dei Pupi, per esempio). La vite, l'uva, la vigna, la coltivazione, anzi l'allevamento, come si dice in viticultura: non il vino, non il passito, non il meraviglioso prodotto enologico dell'isoletta che in arabo vuol dire "figlia del vento". No, proprio la tecnica, il modo di coltivare in quegli spazi angusti, pre-desertici, una grande materia prima, il vitigno che tecnicamente si chiama Moscato d'Alessandria. Si creano buchette profonde una ventina di centimetri e il vigneto prende forma di piccoli alberelli all'interno di queste conche, un modo per sfruttare al meglio le scarse risorse idriche di Pantelleria e reagire al clima tunisino. La vite dunque come simbolo dell'identità pantesca, insieme ai terrazzamenti, ai capperi, ai giardini arabi di agrumi, ai dammùsi di pietra scura. La terra e l'agricoltura, anzi, agri-cultura. La terra è cultura, insomma.
La cultura la spiegano le motivazioni dell'Unesco: la trasmissione orale delle competenze, di famiglia in famiglia, perlopiù in dialetto, in un'isola in cui 5mila persone (su 7.600 abitanti) hanno almeno un pezzetto di terreno coltivato a vite usando metodi sostenibili. Questa viticoltura è, per gli esperti di Parigi, una "pratica sociale".
Complimenti a tutta Pantelleria, a tutta la Sicilia patrimonio Unesco, al ministero dell'Agricoltura, all'Italia e al professor Pier Luigi Petrillo, docente di Diritto pubblico alla Sapienza di Roma e di Teoria e tecniche del Lobbying alla Luiss. È lui l'autore del dossier di candidatura, suo il merito di aver fatto inscrivere nelle liste Unesco anche la dieta mediterranea e i paesaggi vitivinicoli delle colline piemontesi. Brindo alla loro salute. Con un bicchiere di Zibibbo.

lunedì 9 maggio 2011

Terra promessa e non mantenuta

Vengo da famiglie contadine. Sono cresciuto vedendo sin da piccolo le vacche del nonno paterno e gli agrumi di quello materno. So bene quanto sia importante l'agricoltura per l'economia e la società siciliana. Prima di riconvertire l'economia dell'Isola al turismo o prima di spingere sull'acceleratore dello sviluppo industriale, sarebbe bene non dimenticare che la Trinacria è prima di tutto una regione agricola. E questo non è un difetto. Vanno benissimo gli investimenti nel turismo, però magari evitiamo di distruggere paesaggi stupendi per il verde artificiale di un campo da golf. Giusto che la più estesa regione italiana, la quarta per popolazione, abbia un suo comparto industriale. Magari però puntiamo sull'artigianato di qualità e non sull'industria pesante o sulle trivelle e le raffinerie che deturpano e avvelenano il territorio. Anziché individuare luoghi idonei alla costruzione di centrali nucleari, la terra del sole e del vento potrebbe dare una bella mano sulla via delle energie alternative. Però non al prezzo di spianare boschi e distese di alberi per installare pannelli solari o pale eoliche. A Santa Croce Camerina (RG), Legambiente denuncia che per fare spazio a un impianto fotovoltaico si prepara lo sradicamento di un carrubeto secolare. E dire che tagliare gli alberi in alcuni casi è stato considerato correttamente (lo prevede il codice penale) un crimine...
Lasciamo perdere le vecchie classificazioni tipiche dei libri di geografia della nostra infanzia scolare: primario, secondario e terziario possono benissimo convivere. Ma non dimentichiamo l'importanza di agricoltura, allevamento, pesca. Si parla tanto di dieta mediterranea e delle eccellenze alimentari, ma poi la politica (regionale e nazionale) se ne dimentica con discreta facilità. Tanto il ministero dell'Agricoltura è solo un risiko di poltrone per maggioranze variabili.
Ora in Sicilia l'agricoltura prova a farsi politica. Niente di nuovissimo, a dirla tutta. Alle amministrative di Modica del 2007 si presentò con il centrosinistra la lista "Terra Nostra Vita". A Vittoria invece spunta la candidatura a sindaco dell'ex Mpa Giovanni Cirnigliaro con la lista "Agricoltura PrimaDiTutto", che se la prende con il sindaco uscente, Giovanni Nicosia, di cui è stato però vice. E poi a livello regionale nascono i "Comitati di base agricoltori siciliani", un aspirante partito grintoso e combattivo. Forse troppo nei toni.
Però ci sta: se siamo davvero la Repubblica delle banane, meglio che se ne occupino gli agricoltori.

lunedì 28 marzo 2011

La Vittoria e la sconfitta

Si diceva che poteva finir male ed è finita male. Georg Semir, l'albanese che si è dato fuoco a Vittoria per protesta, è morto. Come il marocchino Noureddine Adnane un mese prima. Un'altra vittima del(la mancanza di) lavoro, probabilmente. Dico probabilmente perché fin dal primo momento abbondano i distinguo; ora pare che le indagini non abbiano trovato conferme alle motivazioni che il bracciante aveva dato al suo gesto. Forse non c'entra il lavoro, forse. La vedova ha detto che l'uomo non mandava da tempo i soldi in Albania e che più volte aveva già tentato il suicidio, preso dalla disperazione.
I distinguo però non li capisco. Personalmente credo che il lavoro o la disoccupazione o lo sfruttamento c'entrassero in ogni caso. E comunque è morto un uomo, disperato a tal punto da darsi fuoco in piazza. Ancora peggio il tentativo di cavalcare la vicenda in chiave di polemica politica. Vittoria razzista... il rischio di una nuova Rosarno...: si è detto anche questo, quando Semir oltretutto era ancora vivo.
Ora che è morto, forse è il caso di prendere un po' sul serio il problema. Magari evitando di parlare di emulazione.

mercoledì 9 febbraio 2011

Spremute di agrumicultori

Negli ultimi giorni l'agricoltura siciliana è scossa da una polemica vibrante e mediatica. Mi riferisco alle accuse televisive del tale Alessandro Di Pietro contro la presunta mano mafiosa dietro la produzione e la commercializzazione dei pomodori di Pachino. Dei legami tra le varie organizzazioni mafiose nelle attività dei mercati ortofrutticoli, sappiamo già da tempo. Vittoria-Fondi-Milano, il triangolo della collaborazione tra tutte le mafie. D'altra parte, poco prima il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso aveva detto più o meno le stesse cose che Di Pietro ha esternato con la sua uscita infelice. Infelice perché solo dopo le inevitabili polemiche il presentatore ha ristretto il campo del "boicottaggio" alle produzioni non Igp, quindi senza disciplinare. Insomma, la politica ha preso a sbraitare, a tutti i livelli. E il centrodestra siciliano ha trovato un altro Di Pietro con cui prendersela. La polemica è strumentale o perlomeno tutto è nato da malintesi e dall'imprudenza di una persona evidentemente non molto ferrata sull'argomento. E infatti la Rai ora chiede scusa per l'equivoco.
Ma in realtà non voglio parlare di questo. Una vera emergenza nell'economia agricola siciliana è nel mercato delle arance. Mio nonno ha coltivato agrumi per buona parte della sua vita e sento parlare da anni della crisi del settore. L’Isola è il maggiore produttore italiano di arance, eppure c’è il problema della raccolta, soprattutto quando la produzione supera le aspettative e abbatte i prezzi già estremamente bassi. La crisi colpisce 25mila produttori (93mila ettari coltivati ad agrumi, 98mila lavoratori tra diretti e indotto, commercio escluso). Soprattutto piccoli proprietari terrieri, con appezzamenti di pochi ettari, che non ce la fanno a far quadrare i conti.
Il calcolo è presto fatto. Per produrre un chilo di arance ci vogliono 30 centesimi, mentre i commercianti le comprano tra i 15 e i 25 centesimi al chilo, per l’alta qualità destinata alla tavola. Per il prodotto destinato all’industria (10%), il prezzo è di 8-9 centesimi al chilo per le arance bionde e 10 cent per le rosse. E la manodopera ammonta a 80 euro al giorno. Ecco perché nel settore si punta alla manodopera straniera, con tutto quello che ne consegue: lavoro nero, caporalato, estorsioni. Anche le arance piacciono alla mafia, insomma.
La colpa è anche della grande distribuzione, che impone ai supermercati l'acquisto di agrumi non siciliani. Che costano meno, perché li coltivano lavoratori che costano meno. In Perù, Sudafrica e Tunisia. E a me una volta è pure toccato sentire dagli spagnoli che sarebbe la Sicilia a manomettere il mercato a suo favore... Non bastano gli incentivi e i contributi europei, né i tentativi di conquista dell'estero (Cina compresa). Provare a espandersi e arrivare lontano non è una cattiva idea, ovvio, ma forse la soluzione migliore è puntare sulla qualità.

I costi di produzione sono quelli che sono, i prezzi al dettaglio li conosciamo un po' tutti. Intanto non ci sembra assurdo pagare nove euro per "le arance della salute" della ricerca anticancro. Giusto e lodevole. Però non so quanti siano disposti a spendere cifre simili (3 euro al chilo) al supermercato. Ci si accontenta di pagare anche meno della metà per biglie cerate israeliane.