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giovedì 28 settembre 2023

Il vangelo secondo Matteo (Messina Denaro)

“C’è un tempo per nascere e un tempo per morire, ma solo chi lo vuole davvero riesce a volare, e il tuo volo è stato il più sublime in eterno". Chissà se i parenti di Matteo Messina Denaro useranno per lui le stesse alate parole, tratte dal libro biblico dell’Ecclesiaste, che lui, la madre e le sorelle dedicarono nel 2004 a don Ciccio, il patriarca Francesco. Quel passo così aulico e ispirato, addirittura in latino, fu pubblicato come necrologio sui giornali siciliani per l’anniversario della morte di don Ciccio. Secondo gli investigatori, sarebbe stato lo stesso Matteo a scegliere le frasi da dedicare al padre. Nel 2003 era toccato al Vangelo secondo Matteo, coincidenza non casuale, anche perché il passo in questione era "beati i perseguitati per la giustizia, perché di essi è il regno dei cieli"... Poi negli anni i necrologi si fecero più sobri e rarefatti, senza scomodare le Scritture.

Matteo Messina Denaro è morto lasciando come ultima volontà il rifiuto di "ogni celebrazione religiosa perché fatta da uomini immondi che vivono nell’odio e nel peccato". Ma, come accade con tutti i boss, le esequie religiose sarebbero state negate comunque dal questore di Trapani. E inoltre pende sempre sui mafiosi la scomunica della Chiesa. MMD riconosceva solo la propria autorità e negava quella della Chiesa quanto quella dello Stato. "Non sono coloro che si proclamano i soldati di Dio a poter decidere e giustiziare il mio corpo esanime. Non saranno questi a rifiutare le mie esequie… Rifiuto tutto ciò perché ritengo che il mio rapporto con la fede è puro, spirituale e autentico, non contaminato e politicizzato. Dio sarà la mia giustizia", scriveva in un pizzino dieci anni fa, quando ancora non aveva scoperto la malattia che l’avrebbe portato alla morte.

Il rapporto tra Messina Denaro e la religione è più controverso di quanto possano far credere i suoi giudizi sprezzanti sulla Chiesa cattolica. Nel 1998 il padre Francesco morì, di morte naturale, in campagna, e il cadavere fu fatto ritrovare sotto un ulivo vestito di tutto punto per il funerale, con in tasca due santini, quello di San Francesco e quello della Madonna della Libera di Partanna. Il prete che celebrò il rito al cimitero di Castelvetrano sentenziò che "la vicenda umana del nostro fratello la sa solo Dio, gli uomini non possono giudicarla". Praticamente lo stesso dogma di Matteo Messina Denaro. Al quale la Chiesa e i preti andavano bene solo se complici o perlomeno spettatori silenti. Come in quei giorni di latitanza con il padre in una sacrestia di Calatafimi a godersi la processione del Santissimo Crocifisso. O come quel sacerdote che gli avrebbe fatto da confessore benché già latitante . E comunque MMD dovrebbe essere tumulato sempre a Castelvetrano, nella cappella gentilizia di famiglia su cui veglia all’ingresso una statua di donna angelicata.

Lo spartiacque, per Messina Denaro e per la mafia siciliana, è il 1993. Cioè proprio quando il boss di Castelvetrano iniziò la latitanza. Lo stesso anno in cui Giovanni Paolo II lanciò il 9 maggio dalla Valle dei Templi di Agrigento il "grido del cuore" che suonava già come scomunica: "Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via, verità e vita, io dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!". Lo stesso anno in cui però, il 15 settembre, il martirio di don Pino Puglisi certificò che anche nella Chiesa la mafia vedeva ormai un nemico. E infatti, secondo Giuseppe Pignatone, ex procuratore di Roma e oggi presidente del Tribunale Vaticano, le stesse stragi romane del luglio 1993 – San Giovanni in Laterano e San Giorgio in Velabro – "erano anche una sfida alla Chiesa e alla sua capacità di orientare la cultura antimafia del Paese". Matteo Messina Denaro era uno dei mandanti.


[articolo pubblicato sul Quotidiano Nazionale]

mercoledì 30 novembre 2011

Nel cognome del padre

Informazione di servizio.
Le tariffe della Publikompass per le necrologie sul Giornale di Sicilia sono:
€3 per il testo;
€6 per adesioni e partecipazioni a lutto;
€17 per nome e cognome del defunto;
€17 per titoli accademici e/o apposizioni;
€17 per anniversario, ringraziamento, trigesimo;
€29,50 per croce o simbolo;
€6 per neretti o maiuscoli dentro testo.
Questo listino è la scusa per fare due conti su una cosa che si ripete puntualmente ogni 30 novembre da 13 anni. Un necrologio che si ripete dal 1998. Sul Giornale di Sicilia.
A scanso di equivoci, vengo da una terra che ci tiene molto e seriamente al rispetto per i morti. Per i bambini siciliani, almeno per quelli che erano bambini quando lo ero pure io, i regali li portano i Morti, veri protettori della famiglia, altro che Babbo Natale o la Befana.
Dunque il "culto" dei morti è una faccenda seria e portare rispetto ai defunti è un obbligo non solo morale. Parlando di Sicilia e di morti, è inevitabile che si finisca a parlare di mafia e ho già detto che i criminali ammazzati dal clan rivale o i morti delle faide non possono essere considerate vittime innocenti della mafia.
Ciò detto, tutti hanno il diritto di esprimere affetto e appunto rispetto per un proprio caro defunto. Anche la famiglia Messina Denaro ha questo diritto. Premesso che al superboss di Castelvetrano hanno dato la libertà di fare molte cose, perché non lasciargli anche quella di dettare due righe per il padre Francesco, morto nel 1998?
Sul necrologio del boss padre di boss però ci sarebbe qualcosa da dire comunque. Io ho scoperto questa cosa dal racconto di un collega bravissimo, Giacomo Di Girolamo, un giornalista conterraneo di Messina Denaro che, tra le altre cose, conduce ogni giorno su Rmc 101, la radio più ascoltata del trapanese, la trasmissione Dove sei, Matteo? Un indizio al giorno alla ricerca di Matteo Messina Denaro.
Si dice che il necrologio lo scriva il boss in persona. Negli anni è stato tutto un fiorire di citazioni, testi lunghi e poetici, passi biblici. Perché il 49enne Matteo, anzi "Alessio" (uno dei tanti soprannomi), l'Assoluto, Diabolik, a suo modo è uomo di cultura senza aver studiato, mafioso atipico che legge la Bibbia ma non è credente. E allora ecco nel 2003 eloquenti versetti evangelici: «Beati i perseguitati, perché di essi è il regno dei Cieli» (dal vangelo secondo Matteo - sic - 5,10). Nel 2005 è toccato addirittura alla letteratura più elevata, Lucrezio e il De Rerum Natura. E l'anno dopo torna la Bibbia, con un pezzo dell'Ecclesiaste direttamente in latino. Tradotto: «C'è un tempo per nascere e un tempo per morire, ma solo chi lo vuole davvero riesce a volare, e il tuo volo è stato il più sublime in eterno».
Troppo clamore, però. Quello che di solito passava sotto un silenzio neanche tanto casuale, comincia a suscitare qualche interesse e curiosità. Il pm Antonio Ingroia commentava che questo necrologio latineggiante è la conferma che i mafiosi non sono più «pecorai che stanno rinchiusi in tuguri tra ricotta e cicoria». E da quel momento le parole di cordoglio si sono fatte più sobrie. Fino al necrologio del 2010, replicato praticamente identico quest'anno (a pagina 31):


Matteo, la madre e le sorelle quest'anno l'hanno ricordato così. C'è il nome, qualche grassetto maiuscolo, le date: il minimo indispensabile. Una cinquantina di euro.