E poi se la prendono con i "professionisti dell'antimafia"... La lotta alla criminalità organizzata non si fa solo con gli arresti, comunque fondamentali. Il ministero dell'Interno fa pure bene a leggere le liste dei latitanti arrestati e dei successi delle operazioni di polizia e giudiziarie, però – come dicono proprio quei "professionisti" – bisogna anche e soprattutto "aggredire i patrimoni dei mafiosi". D'altra parte, in un paese come l'Italia che ha faticato e fatica troppo ad ammettere persino l'esistenza della mafia (o delle mafie), occorre un corpus legislativo chiaro e netto. Nel 1998 si era finalmente iniziato a pensare a un unico testo di legge che riunisse tutte le normative disorganiche e scoordinate. Leggi e norme che, nella migliore tradizione italiana, erano emanate solo dopo gravi fatti di sangue, in ossequio alla logica dell'emergenza. Nel '98 si era dunque riunita una commissione al ministero della Giustizia, ma il suo lavoro è stato interrotto due anni dopo e solo la settimana scorsa si è arrivati all'approvazione di un cosiddetto codice antimafia.
Cosiddetto perché di critiche questo codice se ne è prese tante, anche prima dell'approvazione. Critiche arrivate non solo da parte della magistratura (conosco l'obiezione, "le solite toghe rosse") o dalle associazioni antimafia, a partire dal Centro Pio La Torre, ma anche da alcuni settori politici. E non si tratta di semplice contrapposizione partitica. L'assessore siciliano all'Economia, Gaetano Armao, attacca il provvedimento e ancora una volta il terreno di scontro è sull'attribuzione delle competenze tra Stato e Regione. Assessore all'Economia, dicevamo, e infatti Armao chiarisce quanto sia importante il piano economico nella lotta alla mafia. Il problema di questo nuovo codice è la sostanziale emarginazione delle regioni e degli altri enti locali nell'assegnazione dei beni confiscati. Il 45% del patrimonio confiscato è in Sicilia e deriva soprattutto dal pizzo, ma il codice prevede che i beni rimangano allo Stato e non siano restituiti alle regioni. Con risvolti paradossali, come nel caso degli assessorati alle Attività produttive e ai Beni culturali, ospitati in immobili confiscati ma per i quali la Regione paga un affitto. La Sicilia lo dice da tempo, il presidente della Conferenza delle Regioni, il governatore dell'Emilia-Romagna Vasco Errani, ha segnalato alle commissioni alle Camere le censure al testo ma senza esito.
Lo Statuto autonomista del 1948, la "costituzione" siciliana, prevede all'articolo 33 (comma 1) che «sono [...] assegnati alla Regione e costituiscono il suo patrimonio, i beni dello Stato oggi esistenti nel territorio della Regione e che non sono della specie di quelli indicati nell'articolo precedente», cioè che non interessino la Difesa e altri servizi di carattere nazionale. Ecco perché Armao annuncia il ricorso alla Corte Costituzionale contro l'illegittimità del codice antimafia.
È, o almeno sembra, tutto fermo al testo bloccato nel 2000. Sembra quasi che la mafia non sia cambiata. Manca per esempio l'ipotesi di autoriciclaggio, per cui non si può incriminare un mafioso che ricicla il suo denaro "sporco", ma solo i suoi complici. Così come non c'è il recepimento della direttiva comunitaria che prevede l’obbligo di confiscare in qualsiasi Paese membro dell’Unione Europea beni derivanti da crimini commesse anche in altri Paesi. Sulla base del principio di reciprocità, tra l'altro, alcuni Stati hanno spesso rifiutato di eseguire nel loro territorio la confisca di beni di organizzazioni mafiose italiane.
Un codice nuovo di zecca, ma nato già vecchio.
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martedì 9 agosto 2011
venerdì 8 luglio 2011
Più province per tutti
Una nuova provincia è, appunto, un nuovo insieme di posti di lavoro e di potere. Dal 1992 a oggi ne sono state istituite in tutto altre 15. Il problema è naturalmente a monte. Se non esistesse l'istituto-provincia, non ci sarebbe la corsa a proporne di nuove e talvolta improbabili. D'altra parte le proposte le fanno quasi sempre i parlamentari eletti nelle zone interessate e far creare una nuova provincia immagino garantisca un certo credito elettorale.
venerdì 31 dicembre 2010
Regione a status quo speciale
L'onorevole Francesco Cascio, presidente dell'Ars (Assemblea Regionale Siciliana), non ce l'ha fatta più. Con un atto d'imperio ha decretato lo scioglimento della commissione per la revisione dello Statuto autonomista. Il caro, storico, vecchio e citatissimo (non altrettanto applicato) Statuto del 1948.
L'organismo è stato istituito nel giugno 2008, ma a conti fatti si è riunito per sette ore complessive di lavoro nell'ultimo anno. Ritmi rilassati che manco ai tempi delle presunte ammuìne borboniche. Poche convocazioni, molte volte l'aula è rimasta vuota: in metà dei casi, i tredici componenti non si sono neanche presentati. La commissione è dunque talmente improduttiva che Cascio l'ha cassata, dopo averci già provato invano nel 2009. Costo della "nuova costituente": 166.640 euro solo per i gettoni di presenza.
Qualcuno la butta, come sempre, in polemica politica e/o partitica: il presidente Cascio è del Pdl, ormai all'opposizione della giunta Lombardo, mentre a capo della commissione c'è (c'era) il finiano Alessandro Aricò.
È in casi come questi che un siciliano si trova a riciclare la frase più abusata, fraintesa, decontestualizzata, del suo "bagaglio culturale":
Qualcuno la butta, come sempre, in polemica politica e/o partitica: il presidente Cascio è del Pdl, ormai all'opposizione della giunta Lombardo, mentre a capo della commissione c'è (c'era) il finiano Alessandro Aricò.
È in casi come questi che un siciliano si trova a riciclare la frase più abusata, fraintesa, decontestualizzata, del suo "bagaglio culturale":
«Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi»
(Tancredi Falconeri; Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo)
sabato 25 dicembre 2010
La costituzione del Lombardo-Siculo
"Torniamo allo Statuto". Così diceva nel 1897 il deputato toscano Sidney Sonnino, auspicando che una lettura restrittiva dello Statuto Albertino potesse porre un freno ai poteri del parlamento. Quello Statuto era stato promulgato nel 1848.
Cento anni dopo entra invece in vigore un altro statuto, quello autonomistico siciliano.
"Torniamo allo Statuto". Così immagino potrebbe dire il governatore Raffaele Lombardo. Oddio, più che tornare allo statuto, sarebbe forse meglio incominciare ad applicarlo. Lo Statuto del 1948 ha rango costituzionale, e Lombardo ha minacciato di andare alla Consulta se sarà ancora disatteso dal governo nazionale.
L'articolo 21, comma 3, stabilisce che il presidente «col rango di Ministro partecipa al Consiglio dei Ministri, con voto deliberativo nelle materie che interessano la Regione». L'avvertimento è chiaro: se il governo insiste a non invitarlo alle riunioni che riguardano la Sicilia, Lombardo impugnerà le delibere davanti alla Corte Costituzionale. Il presidente della Regione se l'è presa anche per i fondi strutturali per le opere pubbliche, che in Sicilia non sarebbero mai arrivati.
La polemica e le minacce sembrano però strumentali e puramente politiche. Decenni di politica siciliana clientelare e para-mafiosa hanno bellamente ignorato l'esistenza dello statuto autonomista. Lombardo è a capo del cosiddetto Movimento per l'Autonomia, ovvio che adesso ne faccia una sua bandiera, anche retorica. La sua presa di posizione, però, suona più come la conferma che dopo la sfiducia dell'Mpa al governo Berlusconi, non mancheranno frizioni con Palazzo Chigi, che non ha gradito affatto l'accordo tra Lombardo, i finiani, l'Udc e la sparuta truppa rutelliana (con l'appoggio esterno del Pd) per il quarto governo regionale in due anni e mezzo.
Intanto la giunta ha varato l'esercizio provvisorio per tre mesi. La costituzione siciliana (art. 19) prevede che il bilancio della Regione venga approvato non oltre il mese di gennaio.
Ecco, appunto: "Torniamo allo Statuto".
Cento anni dopo entra invece in vigore un altro statuto, quello autonomistico siciliano.
"Torniamo allo Statuto". Così immagino potrebbe dire il governatore Raffaele Lombardo. Oddio, più che tornare allo statuto, sarebbe forse meglio incominciare ad applicarlo. Lo Statuto del 1948 ha rango costituzionale, e Lombardo ha minacciato di andare alla Consulta se sarà ancora disatteso dal governo nazionale.L'articolo 21, comma 3, stabilisce che il presidente «col rango di Ministro partecipa al Consiglio dei Ministri, con voto deliberativo nelle materie che interessano la Regione». L'avvertimento è chiaro: se il governo insiste a non invitarlo alle riunioni che riguardano la Sicilia, Lombardo impugnerà le delibere davanti alla Corte Costituzionale. Il presidente della Regione se l'è presa anche per i fondi strutturali per le opere pubbliche, che in Sicilia non sarebbero mai arrivati.
La polemica e le minacce sembrano però strumentali e puramente politiche. Decenni di politica siciliana clientelare e para-mafiosa hanno bellamente ignorato l'esistenza dello statuto autonomista. Lombardo è a capo del cosiddetto Movimento per l'Autonomia, ovvio che adesso ne faccia una sua bandiera, anche retorica. La sua presa di posizione, però, suona più come la conferma che dopo la sfiducia dell'Mpa al governo Berlusconi, non mancheranno frizioni con Palazzo Chigi, che non ha gradito affatto l'accordo tra Lombardo, i finiani, l'Udc e la sparuta truppa rutelliana (con l'appoggio esterno del Pd) per il quarto governo regionale in due anni e mezzo.
Intanto la giunta ha varato l'esercizio provvisorio per tre mesi. La costituzione siciliana (art. 19) prevede che il bilancio della Regione venga approvato non oltre il mese di gennaio.
Ecco, appunto: "Torniamo allo Statuto".
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