Cento anni dopo entra invece in vigore un altro statuto, quello autonomistico siciliano.

L'articolo 21, comma 3, stabilisce che il presidente «col rango di Ministro partecipa al Consiglio dei Ministri, con voto deliberativo nelle materie che interessano la Regione». L'avvertimento è chiaro: se il governo insiste a non invitarlo alle riunioni che riguardano la Sicilia, Lombardo impugnerà le delibere davanti alla Corte Costituzionale. Il presidente della Regione se l'è presa anche per i fondi strutturali per le opere pubbliche, che in Sicilia non sarebbero mai arrivati.
La polemica e le minacce sembrano però strumentali e puramente politiche. Decenni di politica siciliana clientelare e para-mafiosa hanno bellamente ignorato l'esistenza dello statuto autonomista. Lombardo è a capo del cosiddetto Movimento per l'Autonomia, ovvio che adesso ne faccia una sua bandiera, anche retorica. La sua presa di posizione, però, suona più come la conferma che dopo la sfiducia dell'Mpa al governo Berlusconi, non mancheranno frizioni con Palazzo Chigi, che non ha gradito affatto l'accordo tra Lombardo, i finiani, l'Udc e la sparuta truppa rutelliana (con l'appoggio esterno del Pd) per il quarto governo regionale in due anni e mezzo.
Intanto la giunta ha varato l'esercizio provvisorio per tre mesi. La costituzione siciliana (art. 19) prevede che il bilancio della Regione venga approvato non oltre il mese di gennaio.
Ecco, appunto: "Torniamo allo Statuto".
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