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venerdì 8 aprile 2011

La lingua batte dove il dialetto duole

Altro che Lega Nord. Quando c'è un partito come l'Mpa, anche in Sicilia è garantita la possibilità di dare sfogo alla creatività di chi ha scelto di fare dell'autonomia la propria bandiera. A proposito di bandiera, sul vessillo giallorosso della Trinacria c'è chi l'autonomia la intende come diritto di smarcarsi e mettere persino in discussione il maggiore simbolo dell'identità sicula. Ma naturalmente l'altro grande simbolo è la lingua (o il dialetto). E qui torna la Lega. I Padani ci tengono alla lingua (quale?, ndr) e a più riprese propongono l'insegnamento dell'idioma locale nelle scuole. Polemiche, distinguo, strumentalizzazioni: il polverone si alza sempre quando qualcuno tira fuori l'idea del dialetto a scuola.
Ma cos'è il dialetto? E cos'è una lingua? La definizione migliore, netta, chiara, è quella del più grande linguista contemporaneo, Noam Chomsky: "La lingua è un dialetto con un passaporto e un esercito". Dunque il dialetto, o comunque una lingua regionale, ha una sua grande dignità. Al nord come al sud, chiaramente. Ora la Regione Siciliana potrebbe avviarsi sulla strada dell'insegnamento del siciliano nelle scuole. Il siciliano, lingua e non dialetto. Che deriva direttamente dal latino e non dall'italiano.
Per l'Unesco sono almeno 5 milioni (emigrati esclusi) le persone che parlano in siciliano, considerato non in pericolo di estinzione ma comunque "vulnerabile" perché "molti bambini parlano la lingua, ma potrebbe essere limitata ad alcuni contesti ristretti". Secondo la Carta Europea delle Lingue Regionali o Minoritarie del 1992, il siciliano andrebbe considerato appunto una lingua. Art. 1: "Per lingue regionali o minoritarie si intendono le lingue che non sono dialetti della lingua ufficiale dello Stato". Per la cronaca, la Carta è entrata in vigore nel 1998, l'Italia l'ha firmata nel 2000 ma non l'ha ancora ratificata.
Il deputato regionale autonomista Nicola D'Agostino ha presentato un ddl in commissione Cultura, Formazione e Lavoro sull'insegnamento della lingua, della storia e delle tradizioni siciliane. Approvato. Ora toccherà a Palazzo dei Normanni votare il provvedimento; in molti sono fiduciosi che dal prossimo anno scolastico nelle scuole dell'Isola si potrà insegnare il siciliano, e in siciliano. Tutti entusiasti. Il presidente Udc della commissione Cultura, Totò Lentini, è soddisfatto e ci vede pure un'opportunità occupazionale per i precari della scuola. Titti Bufardeci, presidente del gruppo miccicheano di Forza del Sud, conta che così si possa arginare la perdita di un patrimonio storico e letterario per colpa della globalizzazione. Contenti naturalmente gli assessori all'Istruzione, Mario Centorrino, e ai Beni culturali e all'Identità siciliana (sic), Sebastiano Missineo.
Giusto preservare e rilanciare lingua e tradizioni, non posso che essere d'accordo. Però vale la stessa obiezione fatta per le lingue padane. Quale lingua? Quale lingua siciliana? Se è una lingua, ha tanti dialetti. E così è. Nel ddl D'Agostino non si legge mai la parola "dialetto", né l'onorevole catanese l'ha citata nella sua relazione. Dunque qual è la lingua siciliana da insegnare nelle scuole? Sarà diversificata a seconda delle zone, delle province, dei comuni? Escludendo i dialetti salentini e sud-calabresi, appartenenti al ceppo linguistico siciliano, già i soli gruppi dialettali grandi e/o medi nell'Isola sono sette. Da suddividere e moltiplicare di città in città, di paese in paese. E aggiungiamo le parlate gallo-italiche, con influenze lombarde, francesi e provenzali. Poi le minoranze greche e albanesi. Anche le scuole di queste zone avranno il diritto di insegnare nei rispettivi idiomi, no? Troppo diversi i dialetti tra di loro, anche a distanza di pochi chilometri.
Spero che qualcuno sappia chiarirmi questo dubbio. Accetto spiegazioni anche in siciliano.

martedì 15 febbraio 2011

Bit Bit hurrà!

La Sicilia vara il federalismo turistico. Dal 17 al 20 febbraio è di scena la Borsa Internazionale del Turismo (Bit) a Milano e la Regione decide di non partecipare perché "è uno sperpero". Parola dell'immancabile presidente Lombardo (en passant, noto che lo psichiatra di Grammichele è una delle tags più presenti su questo blog, ma non è solo colpa mia, ndr). Uno spreco, «un modo come un altro per far arricchire di più il Comune di Milano e l'economia della Lombardia». La rassegna di solito è però caratterizzata dalla corsa dei politici siciliani ad allestire stand faraonici, pagati dai contribuenti dell'Isola che non ne ricevono nulla in cambio. Ma non ho la minima intenzione di farne una questione di anti-politica né di buttarla su una facile demagogia.
Invece vorrei sottolineare la grande inventiva siciliana, che non si ferma neanche davanti ai veti governativi. La Regione non c'è? Poco male, ci vanno le province. Palazzo d'Orleans parla di risparmio, le nove province non si scoraggiano e si fanno carico delle spese. Solo Trapani metterà in campo 200mila euro. Alla Bit staranno tutte in uno stand comune di 340 metri quadrati. Un po' strettine, forse.
L'assessore regionale al Turismo, Daniele Tranchida, ha fatto sapere che la Sicilia avrà la "propria Bit", un meeting euromediterraneo già programmato per maggio.
Autonomia, federalismo, autarchia.

mercoledì 26 gennaio 2011

Alto Irminio/Südsizilien

Un angolo estremo d'Europa, parola del filosofo irlandese George Berkeley. Già nel Settecento lo sapevano che l'attuale provincia di Ragusa è lontana e isolata. Ma forse l'isolamento non è sempre un male. Quasi tutti dicono che quest'area è diversa dal resto della Sicilia, si sta un po' meglio, il tenore di vita è il più alto del sud Italia. A tal punto che già nel giugno 1997, l'allora presidente della provincia Giovanni Mauro la sparò grossa e propose la secessione (sic) di Ragusa dall'Italia, perché non riceveva i finanziamenti promessi dal governo nazionale. I politici locali sono spesso molto "dinamici" e nel solco di Mauro anche il sindaco di Ragusa, Nello Dipasquale, è orgoglioso di rivendicare la diversità della provincia iblea.
Siamo alle soglie del 150° anniversario dell'Unità d'Italia ma è forte la voglia di separarsi piuttosto che di unire, anche in Sicilia c'è fame di autonomia. Dipasquale ha fatto sua la proposta provocatoria di un certo Giorgio Sortino: "Facciamo della provincia di Ragusa la Bolzano del sud". Sortino è il presidente dell'Evr-Ups, sigla complessa che riunisce l'Ente Vertenza Ragusa e l'Unione Province Siciliane; negli anni '90 si è fatto notare per l'idea di mantenere in Sicilia le accise dei proventi delle ricerche petrolifere effettuate nell'Isola.
Per diventare provincia autonoma bisogna "solo" cambiare la Costituzione, dunque è chiaro l'intento provocatorio dell'ipotesi, che torna puntualmente a riaffacciarsi in tempi di crisi - politiche più che economiche.
Io mi chiedo piuttosto se anche a Ragusa verrà introdotto il bilinguismo. Italiano e dialetto vanno bene?

domenica 19 dicembre 2010

Nati con le Camicie

Ormai non manca tanto. Il conto alla rovescia verso i grandi (?) festeggiamenti per il 150° anniversario dell'Unità d'Italia volge al termine, marzo è vicino. Il punto interrogativo nella frase precedente non è sintomo di revanscismo borbonico. Certo, "Italia unita" a volte sembra una contraddizione in termini ma, battute a parte, mica spero di rivederla divisa. Almeno io no.
Però davvero non so come spiegare le iniziative che la regione Sicilia sta organizzando in vista del prestigioso compleanno. Il ricordo della spedizione garibaldina è nell'agenda di tante amministrazioni in giro per l'Italia, ma a Palermo diventa addirittura un pretesto per celebrare l'autonomismo siculo. Insomma, per la/e giunta/e di Palazzo d'Orleans la campagna dell'Eroe dei due Mondi è ora motivo di orgoglio "nazionalista", dopo che per due anni è stata condotta una propaganda quasi-anti-unitaria, culminata con una specie di revisionismo toponomastico in alcuni paesi. Quella vicenda storica è sempre stata ammantata di retorica, è vero; i fatti di Bronte, con la repressione dura compiuta degli uomini di Nino Bixio nel 1860, sarebbero già sufficienti a rivedere molti dei giudizi sulle azioni delle Camicie Rosse. D'accordo, ma rimettere in discussione quella pagina di storia non vuol dire strumentalizzarla in questo modo.
Il logo comunque è carino, chissà se Lombardo imiterà Berlusconi e lo sfoggerà su una cravatta...